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MARIANNE CURLEY 

VENTO DI MAGIA 

(Old Magic, 2000) 

 

A tutti quelli che mi hanno sostenuta, specialmente 

Amanda, Danielle, Chris e John, l'eterno ottimista. 

Vorrei anche ringraziare il mio agente, 

Anthony A. Williams. 

E, per la loro preziosa assistenza, 

Anthony Tonna e Pam Adams. 

 
 

'Non sapere che cosa è accaduto prima della propria nascita signifi-

ca restare bambini. Infatti che cos'è la vita dell'uomo, se non è legata 
alla vita delle generazioni future dai ricordi del passato?' 

 

Cicerone 

 

Parte Prima 

Il vento 

 

Kate 

 
Si chiama Jarrod Thornton. Ha i capelli di un biondo ramato, lunghi fino 

alle spalle, una bella pelle e occhi verdi come smeraldi; ma non è questo il 
motivo per cui non riesco a staccargli gli occhi di dosso. C'è qualcos'altro. 
Qualcosa di... inquietante. È un non so che di soprannaturale che mi attira. 

È lì in piedi, imbarazzato, di fronte a ventisette alunni della decima clas-

se, e sembra che non sappia cosa fare con le mani... e con i suoi strani oc-
chi. Mentre vagano nervosamente sulla parete di fondo del laboratorio, 
intravedo incredibili cerchi blu inchiostro attorno alle profonde iridi verdi. 
Vagano ovunque, senza mai agganciare lo sguardo di nessuno. Lui conti-
nua a spostare il peso da un piede all'altro, e porta uno zaino nero che sem-
bra aver fatto due volte il giro del mondo, appeso a quella spalla legger-
mente curva. Indossa l'uniforme scolastica: i soliti pantaloni grigi, camicia 
bianca, cravatta rossa a righe. Il tutto ha un aspetto piuttosto logoro. 

Il professor Garret, l'insegnante di scienze, ci dice qualcosa di lui. Si è 

trasferito da Riverina con la famiglia un paio di giorni fa e ha un fratello 

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più piccolo, Casey, in terza. 

Pare che io non sia l'unica a essere interessata. Anche Tasha Daniels ha 

messo gli occhi su Jarrod. Ma lei lo fa nel suo solito modo lascivo, con le 
labbra truccate appena dischiuse a mo' di invito. Dio, quant'è prevedibile. 
Lancio una rapida occhiata a Bicipite, bullo della classe e ragazzo di Ta-
sha, anche se pare che ultimamente ci siano guai in famiglia. 

Non si chiama davvero Bicipite, è ovvio. Il soprannome se l'è guadagna-

to al quarto anno grazie all'allenatore di calcio, impressionato dal fisico da 
rugbista e dalle braccia muscolose. Poi il nome risultò molto adatto anche 
alla sua personalità, che non era granché nemmeno allora. Io lo so, c'ero. 
Eppure ora non riesco a immaginare di chiamarlo Angus John, nome ispi-
rato a qualche lontano avo scozzese. Nemmeno gli insegnanti osano. Bici-
pite è uno di quei tipi rozzi e violenti che ti possono rendere la vita un in-
ferno per il puro gusto di farlo. 

Nota subito l'interesse di Tasha per il ragazzo nuovo e registra immedia-

tamente la minaccia; in fondo è un concetto abbastanza semplice perché 
anche lui lo capisca. 

Decido di sondare la mente di Bicipite. È una delle cose che mi ha inse-

gnato Jillian. Lei dice che ho il dono di percepire le emozioni degli altri. 
Negli anni ho affinato la tecnica al punto che ormai devo solo concentrar-
mi qualche secondo e sono dentro. Dentro la sua testa. 

Oh, porca miseria! Batto rapidamente in ritirata, mi gira il capo. È tutto 

combustibile che brucia, come se fossi entrata per sbaglio in un motore a 
reazione. 

«Kate? Kate!» 
Hannah, la mia migliore (e unica) amica, mi guarda con gli occhi castani 

spalancati. «Sì?» 

«Ti senti bene? Sei più cadaverica del solito». 
Sorrido, ignorando l'allusione al cadavere. Ammetto di avere l'aria un 

po' anemica, ma non lo sono. Cerco di evitare il sole, perché mi scotto fa-
cilmente; perciò vivere qui ad Ashpeak Mountain mi va benissimo, in in-
verno c'è perfino la neve. Ho i capelli lunghi, lisci e neri, dono di un padre 
mai conosciuto. A parte la pelle chiara, non somiglio affatto a mia madre. 
A quanto pare, lei è bionda come l'oro. O almeno lo era quindici anni fa, 
l'ultima volta che l'ho vista. Ovviamente non ricordo nulla. È stata mia 
nonna Jillian a tirarmi su. La gente dice che sembro un'hawaiana. Dev'es-
sere per via degli occhi, che sono di una specie di grigio azzurro, un po' a 
mandorla. Tutto considerato, mi sembra strano che molti mi considerino 

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una strega. Certo, hanno ragione, ma non nel senso classico del termine. 

Hannah è l'unica a sapere la verità. Gli altri si limitano a spettegolare; la 

comunità qui è piccola e ficcanaso in modo quasi patetico. Ma Hannah ha 
visto cosa sono in grado di fare, che comunque non è molto. Non ancora, 
almeno. 

E anche se Jillian è mia nonna, non la chiamo nonna. Lei mi ha cresciuta 

dal giorno in cui mia madre se l'è data a gambe, quando avevo solo otto 
mesi. Pare che non riuscisse a sopportare di sentirmi piangere... abitudine 
che poi ho perso, sia chiaro. 

Non appena sono stata in grado di capire, Jillian mi ha spiegato la scarsa 

propensione di mia madre per i bambini, e mi ha detto di non preoccupar-
mi, comunque, perché per fortuna lei, Jillian, i bambini li adorava. All'ini-
zio non sapeva nemmeno lei come dovevo chiamarla. 'Mamma' non anda-
va bene. Oltretutto l'intero paese sapeva la verità: che Karen Warren aveva 
dato alla luce una bella bimba alla matura età di quindici anni e tre mesi. 

E visto che Jillian non amava i nomignoli - poco adatti, secondo lei, a 

una donna di trentun anni - sono cresciuta chiamandola per nome. 

Una cosa che Jillian mi ha sempre raccomandato è di tenere segrete certe 

cose. Le mie capacità, per esempio: far muovere gli oggetti, praticare in-
cantesimi, percepire gli stati d'animo, e insomma... cambiare le cose. Sono 
solo piccoli trucchi al confronto di quello che sa fare lei. Nessuno glielo 
dice in faccia, ma quasi tutti qui sanno che Jillian è una strega. Sul mio 
conto fanno solo congetture, ma non ci hanno mai sorprese a fare nulla, 
Jillian ci sta molto attenta. Sono giunti a quella conclusione mettendo in-
sieme l'aspetto della nostra casa (al limite della foresta pluviale) con il fat-
to che Jillian abbia un negozio New Age e che scriva degli articoli per rivi-
ste dì magia (che servono a mantenerci). Per questo, nessuno glielo dice 
apertamente: hanno paura che lei gli appioppi qualche magia 'nera'. Non la 
conoscono, è chiaro. Se solo avessero il buon senso di leggere uno dei suoi 
articoli capirebbero subito cos'è Jillian: una guaritrice. Una strega, certo, 
ma che non c'entra niente con quelle stupide idee preconcette che quasi 
tutti hanno sulle streghe. E Jillian poi non è 'tipica' in nulla. Quanto a me, 
io sono ancora in formazione. 

Sento un rumore e vedo Jarrod cadere dallo sgabello. Ma come ha fatto? 

Ha solo allungato la mano per prendere un recipiente e sbarri, eccolo per 
terra, un groviglio di braccia e gambe. Tutta la classe scoppia a ridere. Che 
imbecilli. Guardo Jarrod mentre tenta di ricomporsi, rosso in viso, e risale 
all'indietro sullo sgabello, la testa china per evitare di incrociare lo sguardo 

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di chicchessia. È una cosa che gli riesce bene. Una folta ciocca di capelli 
dorati gli ricade sulla fronte, coprendogli il viso. 

Percepisco il suo nervosismo, e mi domando da cosa dipenda. D'accor-

do, è il suo primo giorno in una scuola nuova, e l'ostilità di Bicipite è tan-
gibile; ma c'è dell'altro. Perciò decido di sondarlo, prima dolcemente, tanto 
per saggiare i limiti dei suoi sensi. Raddrizza di colpo la testa e rimane 
immobile, come se... no, non può  sentirmi. Nessuno può. Con maggiore 
baldanza vado più a fondo, percepisco la sua esitazione, l'imbarazzo, i ner-
vi. Sento il suo desiderio bruciante di adattarsi, come se fosse un bambino 
che si è perso nella foresta. 

Qualcosa di duro mi colpisce. Mi ci vuole qualche secondo per capire di 

che cosa si tratta, visto che non mi è mai successo prima. Tra noi c'è un 
muro. Mi sta chiudendo fuori. Sto ancora guardando la sua nuca e noto che 
le spalle gli si irrigidiscono. Volta piano la testa, come se cercasse qualco-
sa. Mi vede e si blocca. I nostri sguardi s'incrociano; ci fissiamo a vicenda. 
Il suo disappunto si trasforma subito in meraviglia. È come se volesse 
chiedere qualcosa d'importante ma non sapesse bene cosa. 

Allora ne sono certa. Anche lui è diverso. Ha percepito la mia presenza, 

anche se probabilmente non riesce a inquadrare la situazione. Ecco che 
Jarrod Thornton diventa molto più interessante. 

Il professor Garret cerca di riprendere il controllo della classe, battendo 

ripetutamente il pennarello sulla lavagna bianca. Jarrod smette di fissarmi, 
liberandomi. E io respiro di nuovo. 

Non oso rifarlo. Il cuore mi batte ancora forte per quei tre secondi di 

contatto con la mente di Jarrod. Tento di concentrarmi su quello che Garret 
cerca di insegnarci, ma niente da fare. Non riesco a distogliere il pensiero 
dal nuovo arrivato. Sono fortemente tentata di tornare dentro. 

Siamo arrivati alla parte pratica della lezione, e per fortuna l'esperimento 

è proprio elementare: mischiare un alcale con un acido in presenza di una 
cartina al tornasole. Niente di esplosivo, quindi. Tuttavia richiede una certa 
attenzione: bisogna versare goccia a goccia acido cloridrico diluito, mesco-
lando sempre, poi aggiungere allo stesso modo idrossido di sodio e osser-
vare i diversi cambiamenti di colore. Jarrod ha appena inforcato un paio di 
occhiali cerchiati d'oro e Bicipite è scoppiato a ridere istericamente. Do-
vrebbe tornare all'asilo, forse lì apprezzerebbero il suo umorismo. 

Il mio esperimento diventa violetto. Lancio un'occhiata a Jarrod e vedo 

le sue spalle contrarsi nello sforzo di dominare le emozioni. Una parte di 
me vorrebbe vederlo reagire come Bicipite si meriterebbe; ma mi sembra 

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di capire che non è questo il suo stile. O gli manca la sicurezza necessaria 
per affrontare un simile troglodita, oppure ha la pazienza di un monaco 
tibetano. Opto per la mancanza di sicurezza. I suoi modi hanno qualcosa di 
rigido, impacciato. Mi accorgo che vorrei sapere un sacco di cose su di lui, 
sulla sua vita. Le sue spalle restano contratte. 

Cerco di capire cosa intenda fare il professor Garret, anche se so perfet-

tamente che è tempo perso. Davanti a Bicipite e ai suoi compari quell'uo-
mo è un agnellino. Specie da quando il suo divorzio è diventato definitivo, 
l'anno scorso. Tutti lo sanno, ad Ashpeak è stato l'unico argomento di con-
versazione per mesi. Senza nessun preavviso Rachel Garret, sposata da 
nove anni, ha lasciato i loro due bambini, rispettivamente all'asilo e al ni-
do, è passata a prendere il farmacista del paese ed è sparita. Nessuno ne ha 
saputo nulla per dodici mesi. Alla fine è tornata, ma solo per reclamare la 
custodia dei figli, cosa che ha ottenuto dopo una dura battaglia legale. Il 
professor Garret ha perso non solo la causa, ma anche qualsiasi entusiasmo 
per la vita, insieme al controllo degli allievi. 

Pare proprio che Bicipite sia in cerca di guai. Sta covando qualcosa. In 

teoria dovremmo lavorare a coppie: uno mischia le sostanze e l'altro pren-
de appunti. Il professor Garret, a testa china, spalle alla classe, sta aiutando 
Adam Rendal e Kyle Flint. Bicipite lascia il suo posto, si china a sussurra-
re all'orecchio di Tasha qualcosa che la fa ridere, da quell'oca giuliva che 
è, e con aria bellicosa passa davanti a Jarrod, facendogli volare via gli oc-
chiali con una mossa talmente deliberata che nessuno potrebbe pensare a 
un incidente. Gli occhiali cadono con un suono metallico. 

«Ah, cavolo, mi dispiace. Non sarò stato io?» Facendo finta di racco-

glierli Bicipite li calcia ancora più lontano. 

Metà della classe ride, il professor Garret è talmente insignificante che la 

sua presenza è solo simbolica. Ordina a Bicipite di raccoglierli, cosa che 
lui fa, non senza insozzarli per bene con le dita sporche di saliva. Ha la 
bocca aperta, e si passa la grossa lingua sul labbro inferiore. La sua faccia 
trasuda soddisfazione, si sta divertendo un mondo. Bleah. Non si è mai 
guardato allo specchio? 

Passo mentalmente in rassegna i diversi incantesimi che di recente ho 

studiato con profitto. Vediamo... un qualche prurito sempiterno potrebbe 
andare. Non sarebbe una dolce giustizia? Procurare a Bicipite un'irritazio-
ne perpetua su ogni parte del corpo. Naturalmente Jillian mi convincerebbe 
a non farlo, mi tiene continue lezioni sui pericoli dello scherzare con la 
natura. Peccato che ora non me ne ricordi neanche una. 

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«Che deficiente, eh?» 
Sorrido al commento di Hannah. Ma il sorriso non dura a lungo. Qualco-

sa punge i miei sensi, qualcosa che non riesco a localizzare. Qualcosa di 
inquietante. Guardo fuori dalla finestra, ma non vedo altro che il cielo az-
zurro in una fresca mattina d'autunno. Mi concentro su Jarrod, attenta a 
non superare gli strati superficiali della sua mente. Sento la sua rabbia e la 
lotta per controllarla. Ho un vago desiderio di vederlo lasciarsi andare, e 
mi sa che se lo facesse questi balbettanti idioti non avrebbero neanche il 
tempo di capire cosa li ha colpiti. Ma il mio lato ragionevole gli suggerisce 
di trattenersi, di non attirare ulteriormente l'attenzione. In questo modo mi 
sento allineata a lui, su qualche imperscrutabile scala. È così che vivo... 
sempre al limite. 

Accade tutto molto in fretta. Jessica Palmer, la migliore amica di Tasha 

e una delle bionde, tutta colpi di sole e ciglia finte, comincia a urlare isteri-
camente quando il suo becher esplode. Il contenuto si  sparge sfrigolando 
sul bancone e comincia a gocciolare a terra. Fortunatamente per Jessica le 
sue dita sottili, che adesso si agitano frenetiche ai lati della testa, non toc-
cano quella roba. 

Il professor Garret alza la voce per la prima volta in un anno, e urla a 

Jessica di calmarsi e pulire. Ovviamente non ha capito. Jessica non ha nul-
la a che vedere con l'esplosione del contenitore. Non l'ha lasciato cadere o 
qualcosa del genere. Ma probabilmente è meglio che il professor Garret 
pensi che sia stata lei. Non ce l'ho con Jessica Palmer, che mi avrà detto tre 
parole in due anni. Tuttavia i miei sensi sono all'erta, in allarme. Sta suc-
cedendo qualcosa di strano, ai limiti dell'inspiegabile. 

Bicipite dà la colpa a Jarrod. Il professore gli intima di non essere ridico-

lo. «Torna al tuo posto, prima che ti metta in punizione per l'ora di pranzo, 
e già che ci sei aiuta Jessica a pulire». 

Personalmente credo che Bicipite abbia ragione, ma non mi sogno nean-

che di dirlo. Che se le combatta da solo, le sue battaglie. E, detto fra noi, 
speriamo che le perda tutte. 

Ma come al solito il cretino non può fare a meno di creare problemi. «Sì, 

professore, è stato lui, l'ho visto» mente. «Ha tirato qualcosa. Sì... il suo...» 
gli ci vuole un po' a pensarci. «Il suo accendino!» 

Jarrod si volta e guarda Bicipite. Apparentemente dal nulla, questi estrae 

un piccolo accendino di plastica giallo fluorescente. Una prova. Dal sorri-
setto che si scambia con il suo compare Ryan Bartland, capisco come è 
saltato fuori. 

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Sfortunatamente il professor Garret non nota quel piccolo segnale com-

piaciuto, e comincia a esaminare l'accendino come se fosse la prova fon-
damentale in un processo per omicidio. 

«Perché dovrei avere un accendino, professore? Io non fumo». 
Sono le prime parole che sento dire da Jarrod, e malgrado siano pronun-

ciate a bassa voce e con dolcezza, capisco che questa apparente serenità è 
solo un paravento. Lancia a Bicipite un'occhiata ostile, e osservandolo ve-
do i suoi occhi scurirsi stranamente, i contorni blu delle iridi confondersi 
con il verde. 

L'intensità di quello sguardo mi intriga, perciò decido di riprovarci. Solo 

un'altra volta, mi dico. Respiro a fondo e comincio a sondarlo, con tutta la 
delicatezza possibile, ma ci riesco solo per pochi secondi. Qualcosa mi fa 
saltare i nervi. L'aria attorno a me si riempie all'improvviso di una strana 
energia, come una tempesta sul punto di scatenarsi su una pianura deserti-
ca. 

Ma la cosa più allarmante è che il mio istinto mi dice che questa forza 

proviene da Jarrod. 

L'espressione del professor Garret passa dall'incredulità all'accusa, e il 

suo tono si fa impaziente. È così che tratta i teppisti che disturbano la sua 
lezione. «Non è un buon modo di iniziare il tuo primo giorno, Thornton. 
Spero che questo comportamento non sia rivelatore di sviluppi futuri». Sta 
cercando di affermare la sua autorità, ma chi vuol prendere in giro? 

Ho smesso di essere solidale con il professor Garret quando lui ha co-

minciato a sprofondare nell'autocommiserazione. Va bene che ultimamente 
ha perso anche quel po' di fegato che aveva, ma accusare e condannare 
qualcuno sulla base di un accendino è davvero patetico. Pare che Jarrod la 
pensi come me. Le sue labbra si stringono mentre inspira a fondo, strin-
gendo i pugni. 

Sta perdendo il controllo, e anche in fretta. 
Le luci al neon sono le prime a partire. Tremolano incontrollabilmente, 

poi si fulminano con un lampo simultaneo e un sibilo, come se fossero 
state colpite da un'improvvisa scarica di energia. È sicuramente così, ma 
non si tratta di un guasto alla centralina. La stanza si oscura anche se è 
pieno giorno. Qualcuno grida e tutti iniziano a commentare. 

Il professor Garret, dimenticando l'incidente del becher, alza le mani. 

«State calmi. Restate seduti mentre io vado a vedere cosa è successo alla 
corrente». 

Ovviamente nessuno gli presta attenzione e appena lui esce il mormorio 

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diventa frenetico. È molto strano che il cielo, fino a un minuto fa azzurro e 
limpido, si sia trasformato ora in uno strano crepuscolo. Nuvole scure e 
minacciose corrono velocissime verso di noi, come una grande bocca nera 
che divora il tenero azzurro del cielo e qualsiasi cosa trovi sul suo cammi-
no. 

«Guardate il cielo!» grida Dia Petoria dal suo posto accanto alla finestra. 
Alcuni corrono a vedere, ma poi l'attenzione di tutti torna su Bicipite. In 

assenza del professore ha deciso di tornare all'attacco di Jarrod. «Che bei 
capelli» dice, sollevandone una ciocca e facendola scorrere tra le dita da 
rugbista. «Sei sicuro di non essere una ragazza, bel faccino?» 

Jarrod allontana la testa. Mi meraviglia come riesca a non reagire. Io a-

vrei perso la calma da secoli, e forse avrei scagliato il primo incantesimo 
che mi fosse venuto in mente. Non sono mai stata molto brava a cambiare 
la forma delle cose, ma adesso un bradipo - peloso, lento, sui duecento 
chili - sarebbe perfetto. Bicipite sarebbe un magnifico bradipo. Lo imma-
gino appeso a testa in giù a uno degli eucalipti giganti che dominano la 
foresta qui vicino e non posso fare a meno di sorridere. Pensare a Bicipite 
in forma di bradipo mi distrae dalla tempesta che si addensa. Ma il pensie-
ro svanisce quando improvvisamente le finestre si aprono da sole. Carta, 
penne, provette, becchi Bunsen, qualsiasi piccolo oggetto viene strappato 
via dai banchi e va a sbattere contro il muro o per terra. 

«Ma che diavolo!» Bicipite, momentaneamente distratto, va a chiudere 

le finestre. Però, malgrado la sua stazza e la sua forza, quelle non si chiu-
dono. 

Garret ricompare e si ferma sbalordito sulla soglia. «Cosa succede?» Si 

riprende subito, ricordandosi probabilmente di essere lui l'insegnante, e 
comincia a urlare ordini: «Presto! Chiudete quelle finestre! Pare che questa 
sia l'unica aula ad avere problemi alle luci. Ma da dove viene questo ven-
to?» 

Balbetta, stupefatto; non riesce a spiegarsi il fenomeno. Nemmeno io lo 

capisco, mi sembra innaturale. 

«Sono bloccate, professore!» urla Bicipite cercando di sovrastare il fi-

schio del vento. Allora mi torna in mente quella strana sensazione di pri-
ma. Ecco cos'è quest'energia: rabbia, intensa e oscura. 

Un paio di ragazze si abbracciano in un angolo, strillando. Altre corrono 

stupidamente in giro, cercando di raccogliere le loro cose che svolazzano. 
Una, seduta sul pavimento, si stringe le ginocchia al petto e piange come 
una bambina. Solo Jarrod appare calmo. È ancora seduto al banco, e i suoi 

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occhi sono proprio strani, come se stesse guardando un fantasma. Il vento 
gli gonfia la camicia e gli fa sbattere i lunghi capelli sul viso. Lui si limita 
a ricacciarli indietro. Per il resto, rimane immobile. 

Adesso iniziano a scoccare persino fulmini e tutti, tranne Jarrod natu-

ralmente, gridano e abbassano la testa. È come se il lampo fosse qui, nel-
l'aula. Prima che possiamo riprendere fiato eccone un altro, che riempie la 
stanza di luce e di un crepitio sinistro. Tutti urlano all'unisono, stringendo-
si l'uno all'altro e gettandosi a terra. Hannah mi afferra il braccio proprio 
mentre esplode un tuono, così forte che quasi ci assorda, e mi stringe così 
forte da graffiarmi. «Ma che...?» 

Libero il braccio. «Non lo so». 
«Non sei tu?» 
La guardo negli occhi, scuotendo la testa. «Io non so fare queste cose». 

Devo quasi urlare per farmi sentire. «Non sono mai stata capace di mani-
polare le forze atmosferiche, Han». Non aggiungo, perché lei lo sa già, che 
ci provo con tutte le mie forze, ma senza successo. Io quel potere proprio 
non ce l'ho. Jarrod Thornton invece sì, anche se forse ancora non lo sa. 

Già: non credo proprio che se ne renda conto, e ancor meno che riesca a 

controllarlo. E questa è una cosa abbastanza spaventosa. 

Ormai tuoni e lampi si susseguono rapidamente. Il professor Garret cer-

ca di tranquillizzare la classe. Ci dice di uscire, ma le sue parole si perdono 
nella battaglia che la natura ha scatenato nell'aula. Non sapendo come an-
drà a finire, concludo che l'idea del professore è la migliore. 

«Dobbiamo uscire di qui!» 
«Cosa?» Le labbra di Hannah si muovono, ma la sua voce scompare, 

spazzata via dal vento che ormai sembra un tornado. 

Vedo apparire sulla soglia studenti di altre classi: subito vengono spinti 

dal vento contro la parete opposta. Sbalorditi, corrono a cercare aiuto. 

Gli sgabelli vuoti diventano all'improvviso pericolosi proiettili. Ne evito 

uno e guardo Jarrod. Lui è ancora seduto, gli occhi spalancati contro il 
vento. Dev'essere in stato catatonico per guardare senza sbattere le ciglia. 
Una finestra comincia a tremare, e vedo tutti gettarsi a terra, come in una 
scena al rallentatore, per proteggersi. Tutti tranne Jarrod. Lui resta al suo 
posto, rigido, completamente ipnotizzato, con gli occhi sbarrati. 

Inevitabilmente una scheggia lo colpisce. Il pezzo di vetro gli taglia la 

pelle all'interno dell'avambraccio, e poi riprende la sua corsa portato dal 
vento. Stranamente, è come se questo fosse il catalizzatore che rompe l'in-
cantesimo, o quel che è. Il vento si placa all'improvviso, come se non fosse 

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mai esistito, scomparendo in silenzio una volta assolto il suo compito. 
Quello che resta della finestra cade a terra e le nubi si dileguano. 

Per almeno trenta secondi non si muove nulla. Tutta la classe è sotto 

choc. Lentamente il professor Garret si riprende e ci divide in gruppi per 
rimettere in ordine. Jarrod ancora non si muove, e la cosa mi preoccupa. È 
incredibilmente pallido, come solo un morto può esserlo. Certo, una buona 
metà della classe è altrettanto cadaverica, ma nel caso di Jarrod è diverso, è 
come se il sangue avesse abbandonato del tutto la sua pelle. Per sgorgare 
copioso dal taglio sul braccio. 

Garret non pare essersene accorto. Mi faccio strada in mezzo a quella 

confusione per raggiungerlo. «Jarrod si è fatto male». Mi guardo intorno in 
cerca di qualcosa per fasciare il braccio. C'è una scatola di stracci, vecchi 
pezzi di stoffa che servono per le pulizie del laboratorio. Il vento l'ha getta-
ta a terra, ma riesco lo stesso a trovare una pezza relativamente pulita. 

Il professor Garret sgrana gli occhi alla vista del sangue. «Oh cielo». Da 

come lo dice sembra un povero idiota, non certo un uomo di trentanove 
anni. 

Mi pare di capire che prima Jarrod se ne andrà dall'aula, e meglio si sen-

tirà Garret. Che cretino. Certo, ora ha un gran da fare a rimettere a posto 
l'aula, ma la salute degli allievi dovrebbe essere la sua prima preoccupa-
zione. È così insicuro che si rianima solo quando cominciano ad arrivare 
altri insegnanti e personale della scuola, che restano sconvolti. Mentre il 
professor Garret cerca di spiegare cos'è successo, avvolgo strettamente la 
pezza di cotone attorno all'avambraccio di Jarrod. Gli prendo l'altra mano e 
gliela poso su quella fasciatura provvisoria, per evitare che si sleghi. «Tie-
nila così finché non smette di sanguinare» dico. 

Lui mi guarda con un'aria strana, come se fosse nel mondo delle fate. 

Cerco di non sondare la sua mente, come mi verrebbe spontaneo. Jillian mi 
dice sempre di andarci piano. Con Jarrod devo stare doppiamente attenta. 

Il professor Garret riporta l'attenzione sull'unico problema di cui si può 

liberare facilmente, cioè Jarrod. «Vai in infermeria, ragazzo. Lì ti cureran-
no». 

Jarrod scivola giù dallo sgabello. «Non so dov'è» mormora, tenendosi la 

fasciatura. 

«Ehm, già, giusto» balbetta Garret, vagando attorno con lo sguardo in 

cerca di qualcuno che accompagni Jarrod. Io sono proprio davanti a lui. 
«Sì, ora cerchiamo qualcuno...» 

«Lo porto io». 

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Garret mi guarda come se non mi avesse mai visto prima. Non mi sor-

prende, di solito gli insegnanti si comportano come se fossi trasparente, il 
che mi va benissimo perché non ci tengo proprio a farmi notare. Però Gar-
ret era il supervisore della mia classe l'anno scorso, e venne di persona al 
negozio di Jillian per verificare la natura dei pettegolezzi. Ovviamente non 
trovò nulla di sospetto, né tantomeno di vagamente sinistro. Jillian non gli 
mostrò nulla di suo, né lo fece entrare dove solo io posso. Nemmeno Han-
nah sa cosa c'è nelle stanze private di Jillian. «Ma certo, Kate. Buona ide-
a». Garret nota la fasciatura e appare sollevato. «L'hai fatta tu?» 

Annuisco. 
«Brava ragazza. Ora andate, e attenti a dove mettete i piedi». 
Jarrod mi segue alla porta, e mentre usciamo sento alle mie spalle la vo-

ce sarcastica di Bicipite. «Attento, bel bambino. Attento alla strega. Non 
seguirla nello stanzino! Ooh, dio, che paura!» 

Ah ah. Muoio dal ridere. 
Tutta la classe, ovviamente, sghignazza a più non posso. Non pensano 

con la loro testa, lui li comanda come un gregge di pecore senza cervello. 
Un imbarazzante coro di fischi ci segue nel corridoio. 

 

Jarrod 

 
Mi sembra di essere stato investito da un camion. La testa mi pulsa e il 

braccio mi fa male. Dovrei seguire questa ragazza in infermeria, ma non è 
lì che mi sta portando. 

E che cosa diceva Bicipite dello stanzino? Boh, tanto quello è un defi-

ciente. 

Vorrei chiederle dove stiamo andando, ma non ricordo il suo nome. Il 

professor Garret l'ha pure chiamata in qualche modo, ma in quel momento 
mi pareva di sognare. Cioè, non proprio, ma era come se guardassi tutto 
dall'esterno. Strano, ma non è certo la prima volta che mi succede. Ormai 
ci sono abbastanza abituato. Cose strane accadono a me, e ora che ci pen-
so, anche alla mia famiglia. Ecco perché siamo finiti qui, in questo paese 
dimenticato da dio, in cima a una montagna, nel mezzo del nulla. La chia-
mano Ashpeak, vetta di cenere. Chissà perché. Forse una volta la foresta 
pluviale è stata devastata da un incendio. Per quanto mi riguarda, la mia 
parte di fuoco l'ho avuta, e anche di acqua, direi. 

Un nuovo inizio, aveva detto papà. Lo dice tutte le volte che ci trasfe-

riamo. Ormai la odio, la mia vita. Mi piacerebbe fermarmi, ogni tanto. 

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Farmi degli amici nuovi non è mai stato facile. A che scopo, pensavo? Ma 
alla fine è brutto stare sempre da solo, sempre con l'etichetta dello sfigato 
addosso. Non faccio in tempo ad ambientarmi in una nuova scuola e a co-
minciare a conoscere gente, che ci spostiamo di nuovo. Papà non ha un 
lavoro fisso da sedici anni, e due anni è il periodo più lungo in cui siamo 
rimasti fermi in un posto. Quella volta ero perfino riuscito a trovare un 
paio di buoni amici. Ma alla fine un'assurda alluvione ha spazzato via la 
casa dove abitavamo e anche il negozio, che aveva prosciugato tutti i nostri 
risparmi. L'anno dopo abbiamo fatto bancarotta. Ogni tanto sospetto che i 
nostri problemi non finiranno mai. E ora, dopo l'incidente che gli ha lesio-
nato la gamba, mio padre resterà invalido per tutta la vita. A volte rimane 
tutto il giorno sotto morfina, per il dolore, può camminare solo con le 
stampelle e i medici dicono che finirà per perdere la gamba. 

Ora è tutto sulle spalle di mia madre, ma lei non può fare molto. È stata 

malata durante i primi dieci anni di matrimonio e non ha mai imparato 
nessun mestiere. Non ne parlano spesso, ma so che ci hanno provato per 
dieci anni prima di avere me. Però lei è brava con le mani, ha un certo ta-
lento artistico. Confeziona vestiti da donna, con ricami di perline e pietre 
colorate, anche preziose. Per me è roba da cowboy che non venderà mai. 

Non appena usciamo dalla scuola, la testa comincia a schiarirsi. Seguo 

ancora la ragazza e non posso fare a meno di notare certe cose. Come il 
suo modo di camminare, sciolto ma determinato. La gonna grigia dell'uni-
forme scolastica le arriva a metà coscia. Non è una mini, ma è abbastanza 
corta da permettermi di notare che ha delle belle gambe. Ha la pelle bian-
chissima, come se fosse anemica, ed è strano perché invece i capelli sono 
completamente neri. Lunghi, fino alla vita. È bella, direi, in modo piuttosto 
particolare. In classe ho notato i suoi occhi: azzurri, ma talmente chiari da 
sembrare trasparenti come cristalli. Ora che ci penso, mentre li guardavo 
ho sentito drizzarsi i capelli sulla nuca, e intanto una strana sensazione di 
intrusione mi pulsava in testa. 

Kate.  Ecco come si chiama. «Ma  certo, Kate. Buona idea»  ha detto il 

professore. Cominciamo a inoltrarci nella boscaglia. Se andiamo avanti 
così, non arriveremo neanche a sentire l'odore del disinfettante. «Ehi» le 
dico. 

Lei si ferma a qualche passo da me e si volta. «Sì?» 
Tutta la scena si fa sempre più strana. Mi stringo appena nelle spalle, col 

braccio piegato, la fasciatura di fortuna sporca di sangue. «Dovresti por-
tarmi in infermeria». 

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Lei scuote la testa. «Perché? Lì non sanno curare niente». 
E, come se fosse una spiegazione sufficiente, mi volta di nuovo le spalle. 
Mi sporgo in avanti e con la mano buona le afferro il braccio, ma così 

facendo perdo la fasciatura. Gli occhi di lei per un attimo si fanno davvero 
assurdi: l'azzurro viene quasi inghiottito dal nero, e lo strano taglio a man-
dorla diventa quasi tondo. «Cos'è, un rapimento?» 

Lei mi guarda male per un secondo, come se mi prendesse sul serio. Poi 

il suo sguardo si sposta alla fascia che è caduta ai miei piedi. La raccoglie, 
le dà una scrollata e me la rimette. Mentre lo fa comincia a ridere, e la sua 
faccia si trasforma. Resto sbalordito davanti a quella bellezza improvvisa. 
Giuro, questa ragazza è unica. E la sua risata è come una musica, una me-
lodia accattivante. Lei smette di ridere e io scuoto la testa, incredulo. De-
v'essere lo stress. Oppure sto diventando matto. Nessuna ragazza mi ha 
mai fatto questo effetto. 

«Ti sto portando da mia nonna» dice. 
«È un'infermiera?» 
Storce appena la bocca, come a reprimere una risata sarcastica. Poi, len-

tamente, riecco quel sorriso incredibile. «Non esattamente, ma è molto 
meglio del personale medico della scuola». 

Per qualche strano motivo le credo. Va bene, forse lo so, il motivo... è 

per via di quel sorriso. Io resto come un idiota davanti ai sorrisi. In mezzo 
a tante facce sempre nuove e sconosciute, un sorriso spesso è stata la mia 
ancora di salvezza. Ma questo è davvero speciale. La trasforma, la fa sem-
brare... eterea. E ora come mi è venuta questa parola? 

Raggiungiamo la strada principale e la seguiamo per un po', fino a un 

bivio. Per un attimo penso che mi stia accompagnando, visto che la strada 
a sinistra porta direttamente alla casa che i miei hanno preso in affitto; ma 
poi gira a destra, imboccando la stradina sterrata che si inoltra nella foresta 
pluviale. Da qui sembra piuttosto ripida, tutta a tornanti. La strada princi-
pale sparisce alla vista dopo la prima curva. Ora capisco come mai Kate ha 
quelle gambe fantastiche: fare questo percorso tutti i giorni modellerebbe 
anche le zampe di un rinoceronte. 

Man mano che saliamo, i miei dubbi aumentano. Qui è solitario e isola-

to. «Dove abita tua nonna? Di questo passo muoio dissanguato prima di 
arrivare a suonare il campanello». 

Lei si gira e mi rivolge uno sguardo incredulo che mi fa sentire un auten-

tico cretino. Ebbene sì, il professor Garret non è l'unico a non sopportare la 
vista del sangue. Mi sento avvampare. 

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«Se sanguina ancora, premi forte sulla fasciatura». Guarda la ferita, ag-

grotta la fronte rendendosi conto che è più profonda di quanto credesse, 
poi riavvolge la benda, più stretta. 

Le sue dita sono energiche e calde. Quando finisce, la guardo. «Grazie, 

Kate». 

Per qualche motivo, le mie parole la colpiscono. Alza la testa e i nostri 

sguardi si incrociano. Potremmo essere amanti a un incontro segreto. O 
perlomeno, questo è frutto della mia vivida immaginazione. Amanti. Cer-
to, come no. 

Poi la sensazione si fa più intensa, come se i suoi occhi e la sua mente 

avessero trovato un passaggio segreto nella mia testa. La riconosco, questa 
sensazione. L'ho già provata in classe. Impreco ad alta voce, scuotendomi. 
«Ehi, che cavolo era?» 

Lei si volta e torna ad arrampicarsi per il sentiero, ignorandomi. 
«Ehi!» la raggiungo, voglio una risposta. «Lo sai che cos'è appena suc-

cesso?» 

Lei non si ferma, guarda dritto davanti a sé. «Certo». 
Così, come se niente fosse. A me gira ancora la testa. «Allora, cos'era?» 
«Non lo sai?» 
«Se lo sapessi» urlo quasi, «te lo chiederei?» 
Sorride, come se fosse un gioco. «Tu cosa pensi che fosse?» 
Mi sta mettendo alla prova. C'è un tono di sfida nella sua voce. A me 

non piacciono le sfide. Ho una serie di regole d'oro alle quali cerco di atte-
nermi, e le sfide mi costringono a superare alcuni limiti che mi sono impo-
sto. «Non ne ho idea. È fuori da ogni regola». 

Lei rallenta un po', ma continua a camminare. Le sono grato, però non 

glielo dico. Comincio ad avvertire una certa stanchezza. 

«Quali regole?» chiede. 
«Non lo so... le regole della vita normale». 
«C'è qualcosa nella tua vita che segua le regole, Jarrod?» 
Non ho bisogno di pensarci a lungo. Certo che no. Dev'essere per questo 

che sogno lo stile di vita regolare che non ho mai avuto. 

Visto che non rispondo, lei continua: «È buffo». 
Per quanti sforzi faccia, non vedo il lato comico. Quella sensazione di 

intrusione nella testa era irreale. In effetti comincio a pensare che questa 
Kate non sia un toccasana per me, e magari è anche un po' fuori di testa. 
«Cosa c'è di buffo?» 

«Sei completamente ignaro di te stesso». 

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«Osservazione interessante. Vai avanti». 
Invece si ferma. Mi guarda dritto in faccia, senza sbattere le ciglia. Vor-

rei distogliere lo sguardo, ma non ci riesco. Alza le mani, con le palme in 
su. «Il tuo potere. Ne hai così tanto». 

La guardo con un'espressione vacua. Non capisco una parola. 
«È dentro di te». Mi punta l'indice contro il petto. «Lo so. Anzi, lo sento. 

E io sono brava in queste cose». 

«Sei un po' strana, vero?» Mi batto l'indice sulla tempia. 
Lei sbuffa e grugnisce, e ci manca poco che pesti i piedi. Riparte e io la 

raggiungo di nuovo, cercando di ignorare la pulsazione della ferita. «Scu-
sa» mormoro. 

Lei scrolla le spalle. «Non fa niente. Non sei il primo che me lo dice». 
«Davvero?» 
Si volta appena, con un sorriso. «Sei uno scemo». 
«Sai, non sei la prima che me lo dice». 
Il suo sorriso si allarga, prende anche gli occhi, e mi sento subito meglio. 

Voglio che continui a parlare. Mi piace il suono della sua voce, il modo in 
cui muove le labbra. Cerco di trovare un argomento qualsiasi. «Che lavoro 
fa tua nonna?» 

Decisamente, la sua risposta mi trova impreparato. «È una strega». 
Il primo pensiero è che stia scherzando. Voglio dire, sono convinto che 

scherzi, ma c'è qualcosa che non va. Per esempio, non ride. Non sorride 
nemmeno, neanche una rughetta attorno a quegli occhi esotici. «Capisco» 
dico, tentando di capire. 

«Per favore, non dire a nessuno che te l'ho detto. Non avrei dovuto, ma... 

insomma, so che anche tu sei diverso». 

Decido che sta sicuramente scherzando. Mi prende in giro. Ha un senso 

dell'umorismo davvero contorto, ma cerco di reggere il gioco. «Ah, sì, 
certo, magia nera e roba simile». 

Sento che inspira con forza, attraverso i denti. Fantastico. Ora è arrab-

biata con me. «Nera mai, Jarrod» dice, serissima. «Almeno non nel senso 
tradizionale che si dà a quella parola quando si parla di arti magiche». 

La guardo in silenzio e lei continua: «Jillian non farebbe mai del male a 

nessuno. Su questo è irreprensibile. Tutta la sua magia è pura. Lei è una 
guaritrice». 

Capisco che è mortalmente seria. Nota la mia faccia attonita e cerca di 

svicolare. «Ascolta» comincia a spiegare, rendendosi rapidamente conto 
che non la seguo, «credimi, non ti direi nulla di tutto questo, io di solito 

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non incoraggio i pettegolezzi, però credo che tu abbia il dono.  Probabil-
mente tu non lo sai nemmeno, figurati» continua, tutto d'un fiato. «Questo 
lo vedo, e mi dispiace se ti ho scioccato, ma tu devi capire che un dono 
potente come il tuo può essere pericoloso. Manipolare le condizioni atmo-
sferiche è...» esita, in cerca della parola giusta. Ho l'impressione che non 
stia tanto cercando una spiegazione, quanto dei termini che non compro-
mettano ulteriormente la sua reputazione. 

«Senti» riprova, e sorprendentemente arrossisce, le sue guance diventa-

no color pomodoro, «di solito solo gli stregoni  possono fare certe cose, 
maghi potenti, non gente comune. Mi spiego?» 

La fisso con gli occhi ancora più spalancati. Sta davvero dicendo queste 

cose? Decido di vedere quanto è disposta ad ammettere. «Quindi, sia tu 
che tua nonna siete streghe?» 

Ci mette un po' a rispondere, come se dovesse scegliere le parole con 

molta cura. «Immagino che si possa dire così». 

«Jillian Kate. Non sembrano nomi da streghe». 
«Perché, che cosa ti aspettavi?» 
«Mah, non so... Laeticia, magari». 
Lei aggrotta la fronte, ma sorride. «Laeticia? Dove l'hai scovato, in una 

tomba?» 

«Era il nome di mia nonna». 
«Ah». 
«Sì, e assomigliava anche, a una strega». 
«Forse lo era». 
«Ma figurati. E poi la magia non esiste». 
«Esiste» replica lei, dolcemente. 
«No. Non mi convincerai mai. È...» 
«Fuori dalle regole?» 
«Dalle mie, di sicuro». 
«Senti, Jarrod. Io ho visto il tuo dono in azione. E se non impari a gestir-

lo può succedere di tutto. Qualcuno potrebbe farsi davvero male. Guarda il 
tuo braccio. E se la scheggia ti avesse ferito alla gola?» 

Mi guardo il braccio. La fasciatura è scivolata di nuovo, ma ora la ferita 

non sanguina più. Questo mi assicura che non sto per cadere stecchito ai 
piedi di questa strana ragazza, né ho disperato bisogno di una trasfusione. 
Tuttavia, lo scherzo è durato abbastanza. «Ma che stai dicendo? Che io ho 
provocato quella tempesta?» 

Lei annuisce e sorride, genuinamente sollevata. 

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Ora lo so per certo. La verità mi colpisce allo stomaco come un pugno. 

Ed è un peccato, perché mi sento attratto da lei come mai da nessun'altra 
ragazza. Ma questa è matta da legare. Non c'è altra spiegazione. Mi volto e 
comincio a tornare indietro, giù per la solitaria strada di montagna, aumen-
tando la velocità a ogni passo. Le dico soltanto: «Credo che rischierò con 
l'infermeria». 

«Ge-esù» sibila lei tra i denti. «Ti ho spaventato». 
Io continuo a camminare e lei mormora qualcos'altro. Non potrei giurar-

ci, ma credo che stia dicendo: «E non ci è voluto nemmeno tanto». 

Poi però mi raggiunge, mi prende per il gomito, mi dà dei colpetti sul 

braccio. All'improvviso mi sento come un cucciolo abbandonato appena 
trovato sul ciglio della strada. «Dai, non ti preoccupare» sussurra. «Non 
avrei dovuto perdere la calma. Jillian se la cava sempre meglio di me con 
le parole. Dai, Jarrod, vieni. Siamo quasi arrivati». 

Alla fine la seguo. È più facile cedere. La mia politica prevede di evitare 

scenate il più possibile. E poi di sicuro non può essere pericolosa. Avrà 
sedici anni, come me. È nella mia classe. E immagino che non tengano 
ragazzi svitati nelle classi normali, al giorno d'oggi. Ci sono posti speciali, 
per loro. 

O no? 
 

Kate 

 
Di cose su Jarrod Thornton ne ho sapute molte, e in fretta. Quella più 

spaventosa è che lui non ha la minima idea del proprio talento. Del suo 
dono, intendo. E soffre di una grave mancanza di fiducia in se stesso. Mi 
domando come mai. Che razza di vita può aver ridotto la sua autostima a 
uno zerbino? Specialmente visto il potere che ha. Mi domando cosa ne 
penserà Jillian. 

Siamo sempre state insieme, noi due. Non vediamo molta gente, a parte 

Hannah. Il fatto che Hannah non abbia un talento naturale non toglie nulla 
alla sua passione per le arti magiche. Di mia madre ho avuto notizie una 
volta sola, due righe per dire che alla fine aveva trovato la felicità a Bri-
sbane, dove viveva con un uomo e i suoi tre figli grandi. È stato qualche 
anno fa e il biglietto era indirizzato a Jillian, come se lei ancora non si fa-
cesse una ragione della mia nascita. Immagino che l'uomo con cui sta non 
sappia nemmeno che esisto. Dovrei sentirmi sollevata, perché non ho nes-
suna intenzione di lasciare Jillian né Ashpeak, ma a volte non posso fare a 

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meno di chiedermi che diavolo ci sia di sbagliato in me, al punto che la 
mia stessa madre non vuole conoscermi. 

Anche Jillian è una ragazza madre, ma non ne parla quasi mai. Tutto 

quello che so è che i suoi la buttarono fuori di casa non appena scoprirono 
che era incinta. Lei si mise con un artista per un po', ma lui era talmente 
lunatico che alla fine dovette lasciarlo. Andò ad abitare con un paio di a-
spiranti streghe, tutte prese dalla cartomanzia e dagli incantesimi per dena-
ro e cose così. Non erano nemmeno molto brave, e facevano soldi a spese 
dei creduloni. Una volta dissero a un'anziana vedova, che voleva contattare 
lo spirito del defunto marito, che lui era infelice senza di lei e che non tro-
vava pace. Un paio di giorni dopo Jillian venne a sapere che la signora 
aveva inghiottito un'intera scatola di sonniferi ed era entrata in un coma da 
cui i medici non riuscirono più a svegliarla. La tragedia spinse Jillian ad 
andarsene per conto suo, e in effetti fu la cosa migliore che potesse fare. 
Cominciò a vendere i suoi cristalli, erbe e incensi al mercato. Lavorò sodo, 
mise da parte i soldi e ora ha il suo negozio, Foresta di Cristallo. 

Non le chiedo mai di raccontarmi più di quanto lei voglia. Rispetto la 

privacy, e lei pure. 

Guido Jarrod sull'ultimo tornante, che termina in una via privata, senza 

uscita. Casa nostra è l'unico edificio visibile. Ci sono altre case più in bas-
so, ma Jillian e io le frequentiamo poco. A lei piace così, e anche a me va 
benissimo. 

La casa è piccola, quasi tutta in legno a parte il basamento in mattoni. Al 

pianoterra c'è il negozio. Da fuori si vede l'interno attraverso la grande 
vetrina, e i ninnoli di Jillian che scintillano nella luce del mattino. Sul retro 
ci sono le stanze di Jillian, una cucina-tinello e un bagno. La mia stanza 
occupa tutta la mansarda. È piccola ma io l'adoro, anche se riesco a stare in 
piedi solo al centro, dove il tetto è più alto. È tutta per me, e da lì ascoltare 
i suoni della foresta di notte è molto confortevole. 

All'improvviso mi chiedo cosa pensi Jarrod di casa mia. Scommetto che 

la trova strana. Non oso sondare di nuovo la sua mente, lo metterei troppo 
in agitazione. Non è molto ricettivo verso le nuove idee. Tutto quello che 
non capisce al volo, quello che esula dalle sue 'regole di vita' lo spaventa a 
morte. Dovrò dire a Jillian di andarci piano. 

Le campanelle alla porta tintinnano quando apro. Jillian è sul retro, ma 

appare subito sulla soglia non appena ci sente arrivare. Le sorrido. Anche 
se non è normale vedermi qui in orario di scuola, so che non si arrabbierà. 
Lei è fatta così, non giudica mai. 

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Il sorriso mi muore sulle labbra. Nell'attimo in cui vede Jarrod, Jillian 

spalanca la bocca e sbatte le palpebre, come se cercasse di mettere a fuoco 
qualcosa. Ci avviciniamo e lei sbarra gli occhi, scioccata. Ha un'aria comi-
ca, però non mi viene da ridere. Qualcosa non va. Si fruga in tasca, in cer-
ca degli occhiali. Li inforca e grida. 

Un urlo acuto, terrorizzato. Sento gli animali, fuori, che scappano spa-

ventati. Non capisco. Lei mormora qualcosa sul male, ma è difficile distin-
guere le parole. 

Finalmente smette, ma respira ancora a fatica, con una mano sul petto. 

Oggi è decisamente la giornata degli imprevisti. Prima quella strana tem-
pesta in laboratorio, ora Jillian che perde il controllo. Ed è una cosa così 
estranea al suo carattere che resto sbalordita. Piano, mi volto verso Jarrod. 
Ci mancava solo questa. Ora penserà che siamo matte tutt'e due. Ce l'ha 
scritto in faccia: incredulità, choc, e paura di essere in pericolo. Che pusil-
lanime, mi fa saltare i nervi. Ma non ha la spina dorsale? Non vede che 
Jillian sta male? 

«Che cos'è successo, Jillian?» 
Lei indica Jarrod con mano tremante. «Serpenti. Ho visto dei serpenti». 
Lui inarca le sopracciglia. 
«Su di lui?» 
Lei annuisce, deglutendo a fatica. «Una visione. Dev'essere stata una vi-

sione. Ora se n'è andata». Distoglie malvolentieri lo sguardo da Jarrod, e 
fissa i suoi occhi azzurri nei miei. «Ce n'erano almeno venti, Kate. Tutti 
attorno al corpo, verdi cose viscide che gli si attorcigliavano attorno alle 
spalle, alla testa, fra i capelli». 

Non stento a crederle neanche per un attimo. «Mio dio, ma che cosa si-

gnifica?» 

Lei rabbrividisce e si rimette gli occhiali in tasca. «Non lo so, cara. I ser-

penti sono creature vili, indicano la presenza del male». 

«Ci siamo appena conosciuti, ma non sento il male su di lui». Ci penso 

un secondo e scuoto la testa. «No, Jillian. Non è il male. Lui è più...» 
Scrollo le spalle, mentre le immagini si rincorrono nel mio subconscio. «... 
Una specie di cucciolo». 

«Domando scusa» ci interrompe la placida voce di Jarrod. «Tutto questo 

è molto divertente. Se mai ritrovo il mio senso dell'umorismo, giuro che 
rido. Magari tra una ventina d'anni. Ma ora purtroppo devo andare, sape-
te... a cercare un cerotto». 

Fantastico. So che cosa sta facendo. Ignoro il suo evidente desiderio di 

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fuga e provo ad aggirare il suo scetticismo e la sua paura. «Aspetta, Jarrod, 
lasciami spiegare». 

Lui si sistema gli occhiali, poi mi punta contro l'indice e scuote la testa. 

«No, non ti voglio ascoltare. Senza offesa, ma... questo non fa per me. Se 
vuoi saperlo, ho già avuto un piccolo incidente con dei serpenti una volta, 
nel mio letto». Rabbrividisce. «E non ne voglio più sapere». 

Si gira, ma io raggiungo la porta per prima. «Lascia almeno che ti cu-

riamo il braccio. È il minimo che possiamo fare, davvero». 

«Io credo che il minimo che tu potessi fare l'hai già fatto, alla mia salute 

mentale. Non mi sbarrare la porta, Kate, o la apro lo stesso, anche con te 
davanti». 

Una strana brezza comincia a soffiare, e tutti i gingilli e le campanelle 

cominciano ad agitarsi. Mi soffia in faccia e fra i capelli, ed è bellissimo. 
Non è furioso, come prima nel laboratorio. Questo vento è soprannaturale 
ma docile, e canta. Vorrei condividerlo con Jarrod, perché è lui che l'ha 
creato. Ne sono sicura. Ed è un vento talmente bello, mi passa tra i piedi e 
sale dolcemente verso il soffitto. Mi prende talmente che comincio a muo-
vermi con lui. 

Quasi mi dimentico di Jarrod e della sua voglia di fuggire. Ma anche lui 

ha notato il vento. Mi guarda in modo strano, con la testa piegata da un 
lato e un'espressione curiosa, come se fosse attirato suo malgrado. 

«Ooh, che delizia». Jillian rientra con le mani cariche di bende e disin-

fettanti vegetali. «Vuoi sederti qui un minuto... Jarrod, giusto?» 

Lui annuisce, momentaneamente distratto dall'idea della fuga, e si siede 

sullo sgabello che Jillian gli indica. Vedo che guarda fuori, gli alberi im-
mobili nella foresta. Si chiede come sia possibile questa brezza qui, quan-
do fuori l'aria è quasi immobile. È un bene che se lo chieda. Lo lascio fare 
senza piombare nei suoi pensieri. Ho appena imparato che non bisogna 
precipitare le cose, con lui. 

La brezza scompare nel momento in cui la prima goccia di disinfettante 

tocca la sua ferita aperta. «Ehi! Che diavolo è?» 

«Tintura di erba di San Giovanni. È un ottimo antisettico, antinfiamma-

torio e sedativo» spiega Jillian. Sembra che si sia ripresa, e che quella vi-
sione spaventosa sia svanita. 

«Non può usare un disinfettante normale?» chiede lui, sarcastico. «Nien-

te riuscirebbe a bruciare nemmeno la metà di questo». 

Jillian continua a lavorare con delicatezza. Noto che le sue mani tremano 

ancora un po'. Sono ancora le conseguenze della visione. «Ecco qua, non 

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sembra troppo profonda». Riaccosta i lembi di pelle e applica tre cerotti. 
«Almeno, non credo che ci vorranno dei punti» dice dolcemente, di nuovo 
del tutto padrona di sé. «Hai fatto un'antitetanica di recente?» 

Lui annuisce. «Oh, sì. Sono sempre...» le getta una rapida occhiata, ar-

rossendo. «No, niente» mormora. 

«Bene» risponde distrattamente Jillian applicando una benda sterile sulla 

ferita. «Dovrebbe andar bene, ma vai da un medico se si arrabbia». 

«Si arrabbia?» chiede Jarrod, perplesso. 
«Diventa rossa, gonfia o calda» spiego io, che ho visto centinaia di volte 

Jillian al lavoro. I vicini conoscono la sua abilità con ferite e cose del gene-
re. E, visto che ci vogliono almeno venti minuti di macchina fino al più 
vicino ospedale e a volte tre giorni per avere un appuntamento all'ambula-
torio di Ashpeak, spesso i vicini passano da noi in caso di piccoli incidenti. 
E non solo se si tratta di persone. Jillian cura anche animali, e li nutre fin-
ché non sono in grado di tornare liberi. Non è insolito che qualcuno capiti 
anche in piena notte, con un opossum o un koala trovato per la strada. 

Apparentemente soddisfatto della mia spiegazione e della medicazione 

al braccio, Jarrod lascia che la curiosità prenda il sopravvento sulla paura e 
si mette a guardare le varie stravaganze che Jillian tiene in negozio, soprat-
tutto per i turisti: cristalli, oli, amuleti, libri New Age. Jillian mi tira da 
parte. Le faccio un breve resoconto dei fatti del laboratorio. Lei ascolta con 
molta attenzione, e ogni tanto annuisce. 

«Sembra così dolce, eppure...» sussurra. «Sento che c'è dell'altro. La sua 

aura è piuttosto spettacolare, direi». 

«Ha un potere incredibile, Jillian. L'ho visto. L'ho sentito». 
«È strano che ne sia così inconsapevole, Kate. Le persone che nascono 

con talenti soprannaturali o se ne rendono conto presto, oppure mai. E fio-
riscono, come nel tuo caso, o restano latenti. Gli sfortunati che sono all'o-
scuro di solito lo restano per tutta la vita. L'ho visto succedere tante di 
quelle volte... Pensa che anni fa la figlia piccola di Denise Hiller sollevava 
la cornetta ogni volta che qualcuno stava per fare il loro numero. Sennon-
ché a Denise dava fastidio che la gente trovasse sempre il suo telefono 
occupato. Ha rimproverato la figlia al punto che la bimba ha imparato che 
quelle cose non andavano fatte. Ora è cresciuta, e non c'è verso di recupe-
rare il suo potere. Ci abbiamo provato, ma è andato quasi tutto perduto. 
Riesce a fare piccole cose con il suo sesto senso, ma niente di più». 

«Il potere di Jarrod è immenso, eppure lui non ne ha la minima idea». 
«È davvero strano. È come se qualcosa l'avesse riattivato». 

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Cerco di seguire il suo ragionamento. «Pensi che ci sia un motivo per cui 

sta emergendo ora?» 

Lei scrolla le spalle. «Non lo so, Kate. Tiro a indovinare». 
Ci penso un minuto, ma c'è dell'altro. «Se il potere di Jarrod è tanto forte 

da manipolare gli elementi, e lui non impara a controllarlo, può succedere 
qualsiasi cosa. Il laboratorio di scienze è stato quasi distrutto, oggi. Per 
fortuna nessuno si è fatto male». 

«Devi indagare un po' nel suo passato, e vedere cosa viene fuori. Un po-

tere come quello, se scatenato, può provocare veri e propri disastri, Kate. 
Però vacci piano, sembra piuttosto fragile». 

È un eufemismo. Io direi piuttosto che sembra uno smidollato. 
Quando Jarrod si avvicina smettiamo di confabulare. Lui ringrazia Jil-

lian e usciamo. Neanche lo splendore del cielo azzurro riesce a scacciare 
dalla mia testa l'avvertimento di Jillian. 

 

Jarrod 

 
«Non ha molto senso tornare a scuola adesso». 
La guardo. Sta scherzando. Siamo fermi sulla stradina senza uscita fuori 

dallo strano negozio di sua nonna. Guardo l'orologio, sono le undici. «Ma-
gari per te, ma io non ho voglia di beccarmi una sospensione il primo gior-
no». 

«Voglio farti vedere una cosa». 
«Scusa, ma non posso proprio». Mi avvio giù per la strada, non abba-

stanza in fretta. Kate è decisamente strana, ma vedendo sua nonna capisco 
perché. Povera ragazza, ce l'ha nei geni. «Un'altra volta, magari». Per e-
sempio, mai.
 

«Non è lontano». La sua insistenza è cortese ma decisa. «Dai, Jarrod... 

Voglio solo rimediare a quello che è successo oggi, con Jillian e... sì, in-
somma» scrolla le spalle, «i serpenti». 

L'incidente con sua nonna mi ha scioccato più di quella strana tempesta 

nel laboratorio. Quello almeno è un ricordo confuso. Cerco di restare im-
passibile. «Lascia stare». 

«Ti piacerà quel posto. E... incantato». 
Incantato! Ci mancava solo questa. «Ah». 
Lei capisce al volo di aver commesso un errore e arriccia il naso. «No, 

non volevo dire...» si corregge in fretta. «In realtà volevo dire incantevo-
le». 

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«Hmm». Lo so che sono scortese, ma ne ho abbastanza di queste fesserie 

magiche. 

«Guarda» insiste lei, «quel posto è proprio speciale. E scommetto che 

non hai ancora visto molto della montagna». 

Su questo ha ragione: siamo arrivati solo da pochi giorni e li abbiamo 

trascorsi sistemando quella vecchia casa in modo che papà ci si possa 
muovere bene con le stampelle. «E allora?» 

Mi prende per il gomito. Le sue dita sono forti e calde. La guardo: è più 

bassa di me, di almeno una spanna. I suoi occhi grigioazzurri riflettono la 
luce del sole mentre le labbra si schiudono di nuovo in quel sorriso. Mi 
prende il braccio e senza pensarci due volte la seguo nella foresta. «Tu sei 
pericolosa». 

Lei ride ma non risponde. E per i successivi venti minuti non parliamo, 

mentre ci facciamo strada in un labirinto di liane e alberi caduti che ora 
ospitano dio sa quali animali. Mentalmente faccio un elenco di tutte le di-
verse creature che proprio in questo momento mi si sono attaccate alle 
suole e cominciano a farsi strada verso il primo centimetro di pelle espo-
sta... zecche, sanguisughe, serpenti! 

Finalmente arriviamo, e devo ammettere che la serenità del posto è dav-

vero straordinaria. C'è un piccolo torrente che scorre sopra una varietà di 
massi dalle forme diverse, e l'acqua è così limpida che si distingue fino 
all'ultimo sassolino. Sull'altra sponda si estende un campo di felci verde 
scuro, alte fino al ginocchio, che danzano alla musica di una leggera brez-
za. 

«Be', che te ne pare?» Lei è accanto a me e osserva orgogliosamente il 

panorama, come se quella scena pittoresca fosse opera sua. 

Raccolgo un sasso e cerco di farlo rimbalzare sull'acqua. Va giù al primo 

colpo. «Bello». 

Lei aggrotta la fronte, contrariata, ma ne ho abbastanza di essere conci-

liante. Domanda: «È tutto quello che riesci a dire? 'Bello'?» 

Mi siedo su un tronco caduto, controllo se ci sono sanguisughe sotto le 

mie suole. «Va bene, è molto bello». 

Lei si siede accanto a me e sbuffa, apparentemente rassegnata al fatto 

che più di questo non otterrà. «Mi dispiace che Jillian abbia perso il con-
trollo in quel modo. Probabilmente non ci crederai, ma lei è conosciuta per 
essere tollerante e calma anche quando è sotto pressione. A volte può sem-
brare un po' svagata, ma è fatta così. È intelligente, ama la natura ed è una 
grande gua...» 

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Saggiamente, non finisce la frase. «Mi ha cresciuta lei, da quando mia 

madre è scappata». 

Scrolla le spalle come se il rifiuto di sua madre non la riguardasse più. 

Non c'è bisogno di essere un sensitivo per capire che non è così. La rea-
zione isterica di Jillian comincia a passare in secondo piano. «Ehi, non c'è 
bisogno che ti scusi. Non è mica successo niente». 

Restiamo in silenzio per un minuto, a goderci il posto: l'acqua che scorre 

sui sassi, la brezza leggera che gioca con le felci e con i milioni di foglie 
d'eucalipto, e il profumo della terra umida e del muschio. Kate è seduta 
accanto a me con la testa all'indietro, gli occhi socchiusi, totalmente con-
centrata e nello stesso tempo rilassata. All'improvviso la invidio. Questa 
montagna è la sua casa, probabilmente tutta la sua vita. In questa foresta ci 
sono le sue radici; è evidente che lei l'adora. È qualcosa che non ho mai 
avuto il piacere di assaporare: un posto mio, degli amici. «Siete solo tu e 
tua nonna?» Chissà se sono troppo invadente. 

Lei scrolla di nuovo le spalle. «Sì, non so chi è mio padre. Non so nean-

che come si chiama». 

«Cavolo. Potrebbe essere chiunque. Non hai nessun indizio?» 
Si mette sulla difensiva. «E chi dice che io lo voglia sapere?» 
Poi distoglie lo sguardo, ma i suoi occhi si sono rannuvolati. Quando 

parla di nuovo il suo tono è dolce. «So che si era accampato qui nella fore-
sta. È così che ha incontrato mia madre. Lei veniva sempre qui, si sedeva 
in riva al fiume e sognava di vivere in una grande città. La montagna non 
le piaceva». 

«E poi cos'è successo?» 
«Lui aveva appena finito la scuola ed era venuto in montagna a rilassar-

si. Ebbe guai con delle ortiche velenose e mia madre se ne prese cura. A 
quanto pare, non solo di quello». 

«Pensi che si amassero?» 
I suoi occhi cambiano, come se fosse scivolata all'indietro nel tempo, 

immaginando i suoi genitori come dovevano essere allora, giovani amanti 
che si incontravano nella foresta. «Come faccio a saperlo? È possibile in-
namorarsi così in fretta? Hanno avuto solo qualche giorno». 

L'idea mi colpisce come una bomba. Ecco perché questo posto è tanto 

speciale per lei. «È stato qui, vero?» 

Solleva appena le spalle. 
«È qui che tuo padre era accampato, dove i tuoi...» 
Lei ritorna subito sulla difensiva. «Sì, e allora?» 

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«Niente. Scusa, non dicevo...» I suoi occhi mandano lampi. Non finisco 

la frase. 

«E voi, perché vi siete trasferiti qui?» chiede, cambiando discorso. «An-

che se io lo adoro, non è sempre un posto piacevole. Specialmente d'inver-
no. Nevica, e ci sono giorni in cui il vento è così ghiacciato che trapassa i 
vestiti ed entra nelle ossa. Anche adesso, le mattine sono già fresche. 
Quest'anno l'inverno arriverà presto». 

Decido che ha tutti i diritti di tenersi per sé gli affari suoi. È evidente che 

il passato brucia. Be', anche il mio. Almeno questo in comune ce l'abbia-
mo. «Mio padre ha avuto un incidente che gli ha rovinato una gamba. Si è 
talmente depresso che mia madre ha pensato che la serenità di un posto del 
genere poteva fargli bene». 

Lei annuisce. «Com'è accaduto l'incidente?» 
«Si stava lavando le mani in un garage, dopo aver lavorato su un vecchio 

trattore, e ha fatto cadere il sapone. Pochi minuti dopo ci è scivolato sopra 
ed è andato a sbattere contro uno scaffale d'acciaio che poi gli è caduto 
addosso». 

«Ahi». 
«Gamba fracassata, lesioni permanenti dei muscoli e dei tendini». 
I suoi occhi a mandorla si fanno tondi. «Che strano». 
«L'hanno detto tutti. Proprio un incidente strano». 
Probabilmente sta ripensando a come sono caduto dallo sgabello stamat-

tina, in laboratorio. «Non c'è bisogno che lo dici. La goffaggine è una ca-
ratteristica di famiglia». 

«Non stavo per dire quello». 
«Sì, invece» mormoro io. 
«Allora capitano spesso». 
«Cosa?» 
«Gli incidenti, nella vostra famiglia». 
La sfortuna ci sta attaccata addosso come la peste, ma non lo ammetto. 

Mi limito a stringermi nelle spalle. «Abbiamo avuto un po' di ossa rotte». 

Lei pare sorpresa. «Davvero? Quante?» 
«Mah, non so. Sette, otto, dieci». 
«Cosa?» 
«Allora: c'è stato l'incidente d'auto. Mia madre si è rotta tre costole, un 

braccio e si è scheggiata la clavicola. Casey, mio fratello più piccolo, si è 
rotto il gomito cadendo dall'altalena un paio d'anni fa. Quando avevo quat-
tro anni sono caduto dal letto a castello e mi sono rotto la gamba in due 

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punti. A sette anni mi sono rotto l'anca saltando su una panchina in un par-
co. Poi c'è stata la gamba di papà, anche se quella non è tecnicamente rot-
ta». 

Mi guarda, incredula. «Io non mi sono mai rotta niente». 
«Fortuna». 
«Altri incidenti degni di nota?» 
Mi passo le mani tra i capelli. Lo faccio sempre quando mi sento sotto 

pressione. Non mi va di dire a Kate del fallimento degli affari di famiglia, 
o dell'incendio che nell'ultima scuola che ho frequentato ha distrutto l'inte-
ra sezione di arte. Io non c'entravo. Ero solo l'unico alunno rimasto lì fino 
a tardi, quando c'è stata una fuga di gas e un'esplosione che si è portata via 
tre aule. La mia fortuna è che mi sono allontanato per andare in bagno solo 
qualche secondo prima. 

Kate è parecchio intuitiva, però. Credo di essere abbastanza trasparente 

per lei. «Dai, sputa» mi dice, dandomi una spintarella sulla spalla con la 
mano aperta. 

«Va bene, va bene». Le afferro il polso per farla smettere, e poi le trat-

tengo la mano. Mi piace la sensazione che dà al tatto. «C'è stata un'inonda-
zione, che ha spazzato via la casa dove stavamo in affitto». 

«Davvero? Miseria... si è fatto male qualcuno?» 
«No, ma c'è mancato poco. La Protezione Civile ci ha fatto evacuare. 

Mia madre ha insistito per salvare una scatola di fotografie e per poco non 
veniva travolta». 

«Tanti dicono che lo farebbero... salvare le foto, dico. Io no. Andrei drit-

ta a...» I suoi occhi incrociano brevemente i miei, poi tornano a guardare il 
ruscello. «No, niente. Ma la casa era vicina a un fiume?» 

«Ma no, era solo un torrente. Non era mai straripato prima. Ha colto di 

sorpresa tutta la città». 

Lei scuote la testa, partecipe. Mi sorprende la facilità con cui sto vuo-

tando il sacco. Non mi sono mai aperto così con nessuno, sulle sventure 
della mia famiglia. Ma con Kate le parole scappano fuori facilmente. 

«Perciò avete perso tutto?» chiede. «Tranne le foto?» 
«E il prezioso albero genealogico di mio padre» spiego. «Difende quel 

libro a costo della vita. È stata la prima cosa che ha salvato. Ci lavora da 
più di vent'anni. Ha ricostruito la linea dei Thornton fino al medioevo, il 
milleduecento o giù di lì. Vivevano in quelle terre di confine che si dispu-
tavano l'Inghilterra e la Scozia. I Thornton avevano uno dei primi castelli 
costruiti in pietra. Pare che sia ancora in piedi, anche se non è più dei 

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Thornton. Ma ora dicono che è cambiato parecchio, è stato ricostruito con 
mattoni, stanze eccetera». 

È davvero colpita, e mi guarda con gli occhi spalancati. «Scherzi? Ma 

l'hai visto sul serio?» 

«Sì, insomma, in fotografia». 
«Gesù, Jarrod, è incredibile. Vorrei tanto vedere il libro di tuo padre. La 

mia famiglia è così piccola. Tutto quello che so è che mia madre è scappa-
ta a Brisbane e che Jillian era una ragazza madre. Fine della storia». 

Questo mi stende davvero. Sento che ritira la mano dalla mia, e la lascio 

andare a malincuore. Eccomi qua, a pensare a quant'è fortunata lei ad avere 
una casa e a vivere tutta la vita nello stesso posto, anche se alla fine non è 
molto diversa da me. Io magari non ho legami con questa montagna, ma 
lei non sa nulla dei suoi antenati. Non conosce nemmeno i suoi genitori. 
All'improvviso sento il bisogno di raccontarle la storia della mia famiglia. 
«Se ti va, un giorno te lo porto, il libro». 

«Mi piacerebbe». 
Non riesco a credere a quant'è diversa, normale, quando non parla di 

magia e cose del genere. In qualche modo sento che è troppo bello per du-
rare. Decido di tornare a scuola per le lezioni del pomeriggio e mi alzo, ed 
ecco che lei ricomincia. «Io credo che la tua famiglia possa avere addosso 
una maledizione, sai?» 

A questa nuova assurdità alzo gli occhi al cielo. «Io non lo credo pro-

prio». 

Ma ormai la sua immaginazione è partita in quarta. Sale in piedi sul 

tronco, come se l'altezza rendesse la sua folle teoria più credibile. Le sue 
mani tracciano una trama invisibile nell'aria mentre spiega il suo punto di 
vista. «Pensaci. Tutti quegli incidenti. E poi i tuoi... i tuoi poteri... la male-
dizione deve entrarci in qualche modo». Schiocca le dita, come colpita da 
un'idea improvvisa. «La maledizione li ha scatenati dal tuo subcosciente». 

Mi arrendo e mi avvio nella direzione da cui siamo arrivati. «Non rico-

minciare, Kate. Non rovinare tutto». 

Lei salta giù dal tronco e mi raggiunge, completamente immersa nelle 

sue pazze teorie. «Io credo che i tuoi poteri stiano crescendo per qualche 
motivo. Forse la maledizione si sta facendo più forte». 

«Non ricordo di aver ammesso che c'è una maledizione». 
«Senti» prosegue lei, «la malattia di tuo padre è seria, non si tratta solo 

di un osso rotto». Mi afferra per il braccio buono e mi costringe a voltarmi. 
Ha una forza sorprendente. «Non capisci?» 

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Forte o no, ne ho più che abbastanza di queste cretinate. Mi divincolo 

dalla sua stretta. «La vuoi piantare? La sfiga è solo sfiga. Non vuol dire 
niente. Non ho nessun potere.  È assurdo. Lasciami in pace, voglio essere 
normale come tutti gli altri». 

Lei resta immobile. «E non credi che io voglia essere normale come tutti 

gli altri? Credi che mi piaccia vivere così?» 

Ma che dice? «Tu?» 
«Anch'io ho dei poteri» risponde, a voce così bassa che la sento a mala-

pena. «Non molto forti, in realtà. Non quanto vorrei. Ma sono in grado di 
fare un paio di incantesimi. Tipo accendere la radio da un'altra stanza, 
cambiare l'ora agli orologi digitali, trucchi del genere. Ma il mio talento è 
soprattutto entrare nella testa della gente». 

No, questo è troppo. «Stai dicendo che leggi nel pensiero?» 
«No, niente di così grandioso. Anche se ci ho provato, con Jillian e Han-

nah. Ma riesco a percepire le emozioni. So se una persona è arrabbiata, o 
triste, o spaventata, anche se non lo dimostra». 

«Molto interessante» ribatto sarcastico, mentre il bisogno di fuggire si fa 

sempre più urgente. Devo scappare, via dalla foresta, da Kate e da quello 
che sta dicendo. Comincio a correre e saltare, facendomi largo tra il fo-
gliame, sperando di ritrovare la strada. 

«Ero nella tua testa stamattina, Jarrod Thornton!» 
Non rallento finché non arrivo alla strada. Non è lo stesso punto da cui 

siamo partiti, ma non importa, intanto sono fuori. Sfortunatamente Kate è 
dietro di me. Mi volto, deciso a togliermela di torno. «Tu sei pazza, Kate... 
come ti chiami». 

«Mi chiamo Warren. E maledizione, tu mi hai sentito!» 
Cerco di riprendere fiato. Non sa proprio che cosa sta dicendo. Mi sta 

facendo saltare i nervi sul serio. E so che la offenderò, ma devo farlo. 
«Senti, Kate Warren, tu sei malata. Sei pazza. Dovrebbero rinchiuderti 
prima che tu faccia del male a qualcuno». 

Ricomincio a correre giù per i tornanti, la strada è molto più agevole ora. 

Eppure le mie gambe non riescono a correre via abbastanza velocemente 
da Kate e dalle sue accuse da psicopatica. 

La sento sussurrare nella mia testa, come se fosse dietro di me. «È il tuo 

potere senza controllo che può far male a qualcuno». 

Scuoto la testa e mi volto. Nessuno. Eppure avrei giurato di sentire la 

voce di Kate. Mi viene la pelle d'oca. Sto diventando matto anch'io. Non 
poteva essere lei. Doveva essere il mio subconscio. 

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«Potrebbe succedere qualsiasi cosa!» 
La sua pazzia mi sta contagiando. Prometto che farò di tutto, tutto! per 

starle lontano. Scoprirò chi sono i suoi amici a scuola e starò con qualsiasi 
altro gruppo, persino con quello di Bicipite. Sarò molto più al sicuro che 
non con Kate. 

 

Kate 

 
Venerdì mattina siamo tutti raggruppati nel cortile della mensa, prima di 

entrare a scuola. Hannah e io di solito non bazzichiamo da queste parti. 
Non che ci sia un'insegna che dice Solo per fighetti, ma è come se ci fosse: 
tutti sanno che i tavoli a cui siamo sedute sono riservati ai più fighi della 
scuola. Ma oggi piove, e un vento freddo trapassa le nostre uniformi. Vor-
rei aver messo la giacca e il maglione pesante. Questa corte quadrata do-
vrebbe essere grande abbastanza da ospitare sotto la tettoia tutta la popola-
zione della scuola: potrebbe, se fossimo pecore. 

Ho avuto quasi una settimana per pensare a Jarrod. Non necessariamente 

per scelta: è solo che la mia mente rifiuta di fare altro. Non ho più avuto 
contatti con lui da quel primo giorno, o forse dovrei dire che lui  non ha 
avuto contatti con me. Si tiene a distanza, e io non posso fare altro che 
accettare la sua volontà. E so esattamente cosa vuol dire, il fatto che ora 
stia con quel gruppo lì. Non solo pensa che sono matta, ma è spaventato a 
morte dalle mie teorie sulla sua 'sfiga'. 

«Sembra che si sia adattato bene» commenta Hannah tra un sorso e l'al-

tro della sua cioccolata calda. «E perché no?» prosegue. «L'aspetto conta 
parecchio in quel gruppo. E lui è piuttosto sexy. Tu che cosa ne pensi?» 

Nel mio campo visivo in questo momento c'è proprio Jarrod, che con fa-

re noncurante circonda col braccio le spalle di Jessica Palmer. Cerco di 
distogliere lo sguardo dalle sue dita che le accarezzano ritmicamente il 
braccio sinistro. Sfortunatamente non posso interrompere il cinguettio del-
la voce di lei che ciarla di quanto ha freddo anche se indossa pantaloni, 
maglione e giacca. Cerco di concentrarmi su quello che dice Hannah. Jar-
rod sexy? 
Cioè, sono assolutamente d'accordo, ma posso dirlo? Se Hannah 
si accorge dei miei sentimenti per lui, mi darà il tormento per il prossimo 
millennio. 

Lui guarda dalla mia parte e i nostri occhi s'incontrano per un infinitesi-

male frammento di tempo. Deglutisco a fatica, la campanella suona e ci 
avviamo verso la classe. 

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Non ho risposto a Hannah, ma a quanto pare lei ha preso il mio silenzio 

come un assenso. «Insomma» continua, «è goffo, maldestro e tutto quanto, 
fa continuamente cadere tutto, come quelle uova ieri, durante l'ora di agra-
ria, oppure quando non ha chiuso le gabbie e i polli sono scappati, ma in 
un certo senso questo lo rende ancora più tenero, se possibile. Perfino gli 
occhiali gli stanno da dio». 

La sua analisi comincia a darmi sui nervi. «Oh, falla finita, Han». 
Lei getta la tazza di plastica nel cestino. «Che hai?» 
Le lancio un'occhiata che, se accompagnata dall'incantesimo appropria-

to, l'avrebbe condannata all'acne perpetua. È un errore, perché ora capisce 
al volo. 

«Oh, no» si lagna con una mezza risata. «L'hai presa brutta, eh?» 
«Non so di cosa parli» mento. L'ho presa bruttissima, ai limiti dell'osses-

sione. E non mi piace sentirmi così vulnerabile. Dio, so tutto quello che fa: 
dove si trova in ogni momento del giorno, con chi parla, a cosa sta pensan-
do. Mi sta facendo diventare pazza. 

In gruppo camminiamo nei corridoi. Hannah ride al pensiero di me fissa-

ta con Jarrod. A essere onesta, la capisco. Ormai lui è fuori dalla mia por-
tata. Se, a quanto pare, è stato accettato dall'elite, perché dovrebbe volere 
qualcosa da me? Sarebbe rovinato se lo beccassero a fraternizzare con 
quelle strane. A meno che non sia proprio necessario, nessuno parla con 
Hannah e con me. Noi siamo diverse, non ci conformiamo alle regole della 
buona società. Hannah è semplicemente troppo povera: i buchi nelle scar-
pe, lo zaino rovinato, la divisa di seconda mano e i vestiti usati parlano 
chiaro. Lei non potrebbe mai stare al passo con le ultime tendenze; e poi, 
naturalmente, va in giro con me, con la fattucchiera, come mi chiama Bi-
cipite. Hannah e io siamo amiche fin dai tempi dell'asilo, quando io ero 
l'unica che non rideva dei suoi vestiti prestati e fuori moda, o faceva osser-
vazioni crudeli sulla povertà dei suoi. I Brelsford vivevano del sussidio, 
questo lo sapevano tutti. Cinque figli e un padre scappato quando il più 
piccolo aveva solo tre settimane. Dev'essere dura. 

Ma Hannah sta ancora ridendo. Nel mio attuale stato d'animo, la cosa 

non mi fa bene per niente. 

«Bisogna fare qualcosa per tirarti su» dice voltandosi e creando subito 

un ingorgo. «Andiamo al cinema stasera! È venerdì». 

Il nostro cinema, una vecchia chiesa anglicana rimodernata, funziona so-

lo tre giorni a settimana: venerdì, sabato e domenica pomeriggio. 

Scopriamo che il film in programmazione parla di una strega sotto pro-

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cesso nel sedicesimo secolo. Scoppiamo a ridere tutt'e due. 

«Lasciamo stare» diciamo all'unisono, e ricominciamo a ridacchiare. 

Decidiamo invece di andare all'Icehouse, l'unico caffè del paese. Il mio 
umore inizia a migliorare, l'idea mi aiuterà a superare la giornata. Ashpeak 
High è una scuola talmente piccola che tutto il decimo anno, ventisette 
alunni, entra in una sola classe. Ci dividiamo solo per le materie facoltati-
ve. Lo stesso si può dire della vita sociale. L'unico posto in città degno di 
nota è l'Icehouse Café. È gestito da una famiglia italiana che vive qui da 
più tempo di chiunque altro, e ha un'aria decisamente italiana. I cappuccini 
sono buonissimi. Insomma, è l'unica botta di vita ad Ashpeak. 

Ci mettiamo d'accordo per le otto. Passo il resto della giornata a chie-

dermi se anche Jarrod sarà lì, magari con Jessica Parker. Quanto mi urta. 
Jarrod e Jessica. Non riesco a concentrarmi, e mi riprende il malumore. Ma 
certo che ci sarà, e certo che porterà Jessica. Tutto il gruppo frequenta l'I-
cehouse. E dove altro potrebbero andare? 

Alla fine della giornata sono riuscita a convincermi che l'unico motivo 

per cui Jarrod mi interessa è che sono preoccupata per lui. A parte la sua 
solita goffaggine, finora non è successo nient'altro di strano o eccezionale. 
O sta mettendo un energico freno alle sue emozioni, oppure io ho fatto un 
errore clamoroso lunedì scorso, e la tempesta non era opera sua. A ripen-
sarci sembra tutto un sogno, anche se hanno dovuto allestire un laboratorio 
temporaneo nei locali della segreteria, mentre vengono eseguite le ripara-
zioni. Ma allora quel vento magico nel negozio di Jillian è stato anche 
quello frutto della mia immaginazione? 

Se Jarrod non ha alcun dono, allora mi sono resa completamente ridicola 

e ho regalato a un perfetto estraneo abbastanza materiale perché l'intera 
città mi rida in faccia e parli alle mie spalle ancora più di prima. Al solo 
pensiero divento rossa come un peperone. 

La fine delle lezioni è un sollievo. Il vento freddo è piuttosto tonificante 

e mi rinfresca. Comincio a rivivere la scena con Jarrod, ogni singola stupi-
da parola che gli ho detto. 

Mentre vado a casa mi rendo conto che in un modo o nell'altro ho rovi-

nato tutto. 

 

Kate 

 
L'Icehouse è affollato. Sono tutti qui, tutti tranne Jarrod, a quanto pare. 

Però c'è anche Jessica Palmer, in compagnia di un gruppo quasi tutto di 

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ragazzi: Bicipite, Ryan, Pete O'Donnell... la solita corte. Mi domando che 
ne sia di Tasha. Bicipite tiene il braccio sulla spalliera della sedia di Jessi-
ca e ogni tanto la sua mano scivola sulla spalla di lei e le dà una viscida 
strizzatina. 

Hannah nota la commediola. «Guarda un po' là» dice in tono disgustato, 

indicando Bicipite e i suoi accoliti. Hanno unito i due tavoli centrali, per-
ciò è difficile non notarli. Proprio quello che vogliono. «Hai sentito? Tasha 
ha scaricato Bicipite». 

Mi volto verso di lei. Questa sì che è una notizia. 
Hannah continua, certa della mia totale attenzione. «A quanto pare lei gli 

ha dato un ultimatum: accetta Jarrod nel gruppo o sparisci. Ci crederesti? 
Sotto quella scorza ruvida Bicipite non è altro che un micino ai piedi di 
Sua Altezza. E» continua senza neanche riprendere fiato, «secondo le voci, 
ora lei ha Jarrod che pende dal suo regale cappio». 

Tento di ricordarmi che devo respirare. 
«Naturalmente Jessica Palmer non ha aperto bocca. Sa qual è il suo po-

sto, lei». 

Cerco di figurarmi la scena. L'immagine di Bicipite in forma di batuffolo 

peloso a quattro zampe, ai piedi di Tasha, mi fa quasi ridere. Tanto per 
chiarire chi comanda sul serio da queste parti. Le femministe sarebbero 
contente. Immagino che lo sia anche Jarrod. La parte su lui e Tasha, anche 
se non mi sorprende, mi dà il colpo di grazia. È quello che lui desiderava 
più di tutto, essere accettato. L'ho sentito fin dal primo giorno, il suo bru-
ciante desiderio di far parte di un gruppo. Con questa gente ha fatto un bel 
colpo, loro sono davvero i più fighi della scuola. Può essere soddisfatto. 

Ci sediamo in un angolo remoto, il séparé più distante dalla porta. Non 

veniamo spesso qui, ma quando lo facciamo, questo è il mio posto preferi-
to, seminascosto dall'angolo del bancone, accanto alla porta della cucina. 
Fuori dalla visuale, a meno che non ci si guardi apposta. 

Credo di sapere dov'è Jarrod ora: fuori con Tasha Daniels. Probabilmen-

te sono andati al cinema. Il pensiero di loro due che guardano quella stron-
zata sulle streghe bruciate è rivoltante. 

Arrivano una mezz'ora dopo, Tasha ancheggiando tra i tavoli. Tutta 

gambe e look alla moda, con i lunghi capelli biondi che ondeggiano sulle 
spalle sottili ogni volta che, con una rapida occhiata all'indietro, si accerta 
che Jarrod la stia seguendo. Tanto valeva mettergli collare e guinzaglio. 

Cerco di non guardare la sua minigonna rossa e aderente. Sotto porta 

calze nere che fanno sembrare le sue gambe infinitamente lunghe. Il ridot-

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tissimo top azzurro mette in mostra un ombelico perfetto con tanto di pier-
cing d'oro. Ma com'è che non muore di freddo? Grugnisco sonoramente, 
ribollendo di gelosia. Mentre mi frugo in tasca in cerca di un fazzolettino, 
mi colpisce un pensiero atroce: lei ha Jarrod che la tiene al caldo. Non è 
giusto, però... 

«Una svolta sconcertante» sottolinea Hannah, scuotendo la testa. «Non 

mi hai detto cosa ne pensi». 

Intende dire del fatto che Bicipite è stato mollato per Jarrod. Non posso 

fare a meno di pensare che stamattina sembrava che fosse Jessica, a stare 
con Jarrod. Scommetto che a lei lo scambio non ha fatto piacere. Ma, natu-
ralmente, quello che Tasha vuole, Tasha lo ottiene sempre. È questione di 
educazione, per lei. Ultraricca. Incredibilmente viziata. I suoi possiedono 
un allevamento di cavalli, ma non lo gestiscono di persona. Lui è il Dottor 
Daniels e sua moglie è avvocato, presidente dell'associazione femminile 
locale. Sono i professionisti più in vista di Ashpeak. 

Mi soffio il naso. Che noia, questi raffreddori pre-invernali. Certo, non 

era difficile da immaginare. Tasha ha cominciato a sbavare dietro a Jarrod 
fin da quel memorabile primo giorno al laboratorio. Perfino Bicipite se 
n'era accorto. Tasha è una manipolatrice pazzesca. Ha più successo in que-
sta scuola di quanto Bicipite ne avrà mai in tutta la vita. Lui è solo un bru-
to, mentre lei è quella con cui tutti vorrebbero essere visti in giro. Bicipite 
l'adora, la vagheggia. Tasha è la regina di Ashpeak High. Non c'è nessun 
altro, su questa montagna, che la possa eguagliare in tutti e tre i campi: 
arroganza, bellezza e posizione sociale. 

Mi viene in mente che, ora che Jarrod è palesemente un membro del 

gruppo, Bicipite deve avere qualcun altro su cui sfogarsi. Lui è così, non 
riesce a vivere senza tormentare qualcuno. 

Hannah mi guarda in modo strano, come se aspettasse una risposta da 

qualcuno che è appena partito per un'altra galassia. Cerco di ricordare 
quello che stava dicendo, qualcosa su Tasha che ora stava con Jarrod e non 
più con Bicipite. «E chi se ne frega?» 

«Ah, certo, a te non importa» replica con sarcastica dolcezza. 
Alzo gli occhi al cielo e decido che ho voglia di un altro cappuccino. Vi-

sto che con questa folla non ho nessuna possibilità di attirare l'attenzione 
della cameriera, vado al banco. Errore. Due persone mi vedono. Una è 
Jarrod, con una strana espressione sul viso, come se l'avessi colto alla 
sprovvista. Pago, tenendo gli occhi bassi, ma so che mi sta ancora guar-
dando. Non posso fare a meno di lanciare una rapida occhiata. E quando i 

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miei occhi incrociano i suoi, lui non smette di fissarmi. Mi si secca la boc-
ca all'istante. 

Bicipite alza gli occhi per vedere cosa sta guardando Jarrod, e quando mi 

nota scoppia a ridere. «Non ti posso dar torto, amico». Gli batte sulla spal-
la, con fare da maschio solidale. «Non ti preoccupare, ci farai l'abitudine. 
Noi la chiamiamo la Fattucchiera». Si porta le mani ai lati della grossa 
faccia, facendo tremare le dita aperte. 

Mentre mi affretto a tornare al mio posto rovescio qualche goccia di 

cappuccino. Non è l'osservazione cretina di Bicipite che mi preoccupa. Di 
quelle ne sento tutti i giorni. È l'espressione di Jarrod, che si è fatta im-
provvisamente dura. L'ho già vista, proprio nell'aula di scienze prima di 
quella strana tempesta. I suoi occhi verdi mandano lampi verso Bicipite, 
che non se ne accorge e continua a sghignazzare. 

«Non pensare a lei» interviene Tasha, reclamando l'attenzione di Jarrod. 

Gli sta talmente vicina che se si sposta di un centimetro gli monta sulle 
ginocchia. «Sì, magari può essere divertente, ma è sua nonna il pezzo for-
te. E anche se il suo negozio è abbastanza carino - a volte ci vado anch'io - 
la roba importante è nascosta nel retrobottega. Sai, Jillian fa cose tipo sa-
crifici umani. Bevono sangue e fanno messe nere». Lui la guarda incredu-
lo, a sopracciglia inarcate. Lei fa immediatamente il broncio. «È la verità, 
Jarrod. Te lo giuro». Sbarra gli occhioni, facendo tremare apposta le labbra 
rosa. «Ho visto io stessa le macchie di sangue sul tappeto». Si volta un 
secondo verso gli altri. «Era una cosa rossa, comunque. E poi» aggiunge 
con un sussurro, quasi nell'orecchio di lui, «sono state viste ballare nude 
nella foresta. Una cosa disgustosa. Satanismo puro». Si volta di nuovo, in 
modo che gli altri (quelli al suo tavolo e gli altri intorno) la sentano bene. 
«Chi le vuole, quelle due?» 

Il bicchiere va in pezzi nel momento in cui la cameriera lo posa davanti 

a Pete O'Donnell. «Che cavolo...!» 

«Oh, dio, scusa. Scusa, Pete, mi dispiace». La cameriera è Dia Petoria, la 

ragazza del mio corso di scienze. È carina, studia molto, anche se dai voti 
non si direbbe. Mi dispiace per lei. L'incidente non è colpa sua, e non ha 
nessun bisogno della rabbia di Pete O'Donnell, che aumenta la sua confu-
sione. «Non so cos'è successo, è esploso!» 

Bella Spagnolo, una dei proprietari, arriva di corsa, passando davanti a 

noi che stiamo per andarcene. Pare così arrabbiata che penso se la voglia 
prendere con Dia. Dev'essere una brutta serata, perché di solito lei non è 
così. Talvolta viene al negozio di Jillian, a comprare qualcosa per decorare 

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il locale e renderlo più attraente per i ragazzi. L'ho incontrata un paio di 
volte, e mi ha perfino chiesto la mia opinione su quello che piace ai giova-
ni. In genere è simpatica. 

Guardo con la coda dell'occhio, mentre Hannah si prepara per andar via. 

La sua giacca è caduta a terra, perciò si deve chinare tra il tavolo e la panca 
per recuperarla. Bella ascolta attentamente la spiegazione di Dia. Per for-
tuna le crede subito: nessuno direbbe una bugia così bene. Bella l'aiuta a 
pulire e promette a tutto il tavolo un giro di bibite gratis. 

A questo punto la cosa migliore è andarsene. Non è che io sia una vi-

gliacca. Potrei fare molto male a tutti, se volessi. Ma a che scopo? Se fa-
cessi qualcosa sarebbe peggio per me, e soprattutto per Jillian. Lei vive per 
quel negozio, e anche se non guadagna molto le piace, ama collezionare 
oggetti, vedere cosa vende bene e cosa no, e soprattutto parlare con i molti 
turisti che passano dalle nostre parti. 

A essere del tutto onesta, confesso che avrei paura anche per me. Già 

pensano che sono strana, e non sanno nemmeno la metà della verità. Se 
scoprissero il resto, la mia vita diventerebbe un inferno in questa comunità 
così piccola. E questo posto mi piace troppo per rischiare. È tranquillo e la 
maggior parte delle persone mi lascia in pace. 

Un'altra occhiata a Jarrod mi convince che andar via è diventato una 

priorità. È livido, e se davvero possiede il dono e perde la calma, le cose si 
metteranno veramente male. 

Sono quasi alla porta. Peccato che Bicipite abbia deciso che per me è ar-

rivato il momento di tornare sulla scena come suo punching-ball. Le parole 
di innumerevoli malefici mi attraversano la mente come una scarica elet-
trica. Devo combattere con me stessa per trattenermi dal formularne qual-
cuno sul serio. 

«Ehi, brutto muso» dice lui, stringendomi il gomito fino a farmi male. 

«Te ne vai così presto? Il divertimento non è neanche cominciato». 

«Fuori dalle scatole, Bicipite. Hai il fiato che puzza come sterco di ro-

spo». 

Questo lo spiazza, ma solo per un secondo. Non è abbastanza per libe-

rarsene. Invio a Jarrod una silenziosa preghiera perché resti calmo, ma lui 
non raccoglie. Stavolta i vetri esplodono ovunque. Nessun tavolo o scaffa-
le viene risparmiato. Le bibite si versano sui tavoli, sul pavimento, sui 
clienti. La gente grida, e Bella perde il controllo, cominciando a urlare in 
italiano. Gli addetti della cucina escono di corsa, strappandosi i grembiuli 
bianchi e i buffi berretti. 

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Per un secondo penso che Bicipite stia per mollare il mio braccio, di-

stratto dal caos circostante. Cerco di divincolarmi, ma le sue dita affonda-
no ancora di più. Domani ci saranno i lividi. «Non così in fretta, strega». 
Fa un cenno con la testa. «Tutto questo è opera tua, vero?» 

Intende dire i vetri infranti. Rido. «Non solo fai schifo, sei anche un i-

diota». 

Questa non la prende bene. Grugnisce come un maiale. «Lo so io quello 

che ti serve per imparare a socializzare». 

Prima che io riesca a sottrarmi, si china sulla mia gola. Sento la sua lin-

gua calda giù per la spalla. Mi viene da vomitare, invece opto per una rea-
zione più diretta. Quando si alza per riprendere fiato faccio partire un pu-
gno proprio in direzione della sua brutta faccia, ma lui si ritrae. Devo rico-
noscere che per essere un troglodita ha buoni riflessi. Mi afferra il pugno 
con la mano e lo circonda facilmente con le dita grasse. «Aggressiva» dice, 
leccandosi le labbra con la grossa lingua. «E strana. Mi piace. Portami a 
casa sulla tua scopa». 

Hannah interviene. Cerca di staccare la mano di Bicipite dal mio brac-

cio, accompagnando il tentativo con un paio di insulti ben mirati; ma lui si 
limita a spingerla via, e lei si ritrova sul pavimento. 

Allora succedono due cose. Jarrod salta su, rovesciando la sedia dalla 

rabbia; e sotto i nostri piedi si diffonde una vibrazione cupa. 

Il primo effetto, incredibile, è il ritorno di una quiete improvvisa. Tutti 

ammutoliscono e restano in ascolto, guardandosi l'un l'altro con aria inter-
rogativa. La vibrazione si estende alle pareti, ai tavoli, alle tende, alle lam-
pade. In un attimo tutto si muove. 

Bicipite molla il mio braccio; il rombo si fa più forte e si scatena il pani-

co. Tutti gridano, pensando a un terremoto. C'è una corsa folle verso la 
porta, e subito si forma la calca. Hannah mi prende per un braccio e mi 
tira. Ma io non posso andare, devo trovare Jarrod. «Vai tu, ti raggiungo. 
Devo vedere se Jarrod sta bene». 

«Sa badare a se stesso, Kate. Dobbiamo uscire prima che crolli tutto, è 

un terremoto!» I suoi occhi castani si fanno incredibilmente grandi. 

Un folto gruppo di persone ci spinge da parte mentre corre verso l'uscita. 

La scossa diventa più intensa, rendendo difficile anche solo stare in piedi. 
Il pavimento va su e giù come le onde dell'oceano, e ogni volta che si sol-
leva trascina con sé tavoli e stoviglie. 

«Oh, grazie al cielo! Eccolo!» Hannah indica il centro della sala, urlando 

più forte che può. Jarrod è immobile, con un'espressione vacua negli occhi 

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vitrei. «Corri, Kate, vai a prenderlo!» 

«Sì, Han, ma tu vai a casa, ti chiamo dopo». Mi allontano prima che lei 

abbia la possibilità di seguirmi. Non so perché, ma non voglio che Hannah 
sospetti Jarrod di alcunché di paranormale. Lei saprebbe come reagire, 
ovviamente, è abituata a Jillian e a me. È solo che Jarrod non ne è consa-
pevole, e questo rende la situazione particolarmente delicata. 

Quando lo raggiungo lui è solo, i suoi amici sono spariti da un pezzo. 

Be', che cosa si aspettava da loro? 

È come in trance. Non si muove neanche quando gli parlo. Niente sem-

bra avere effetto. Per un momento, non so cosa fare. Un grosso lampadario 
di cristallo si schianta sul pavimento, sul soffitto si è aperta una lunga cre-
pa. Mi getto addosso a Jarrod per farlo scansare, e la cosa sortisce un certo 
effetto. Almeno ora si muove, e riesce ad alzarsi lentamente in piedi. 

Lo guido attraverso la cucina fino all'uscita posteriore. Nel vicolo sul re-

tro tutto è sorprendentemente calmo e tranquillo. Non si vede nulla di inso-
lito in nessun altro edificio, nessuna vibrazione, nessuna crepa nei muri, 
nessuno in preda a urla isteriche. Scuoto la testa e mi riprometto di pensar-
ci più tardi, a casa. Ora devo portare Jarrod al sicuro. Se gli altri lo vedono 
in questo stato semi-catatonico potrebbero ricordare com'era durante la 
tempesta in laboratorio e cominciare a fare domande. Domande alle quali 
Jarrod non potrebbe rispondere. 

Forse è l'effetto dell'aria fresca, comunque comincia a riprendersi. È an-

cora stordito però, ed esausto. Cammina a stento. Ogni tanto dobbiamo 
fermarci perché riprenda fiato. Per quasi tutta la strada devo sostenerlo, 
specialmente negli ultimi cinquecento metri di salita. 

Alla fine arriviamo, senza fiato. Jillian mi aiuta a mettere Jarrod nel mio 

letto al piano di sopra. Ha molte domande da farmi, ma aspetta che lui sia 
sistemato. Gliene sono grata, perché sono troppo stanca per pensare. Lui 
sembra del tutto incosciente e i suoi occhi si chiudono all'istante. Il suo 
respiro ha un ritmo insolitamente lento. Lancio un'occhiata preoccupata a 
Jillian e cado a sedere sullo sgabello della toeletta. 

«Preparo un infuso per farlo tornare in sé. E mentre fa effetto, tu mi 

spieghi cos'è successo». 

Jillian torna dieci minuti dopo con una bevanda fumante e odorosa. È un 

infuso di erbe: basilico per l'esaurimento mentale, bergamotto per lo stress, 
salvia per il tono muscolare, lavanda per l'ansia e il mal di testa. C'è anche 
qualcos'altro, ma non ne riconosco il profumo. In due, riusciamo a farglie-
lo bere. Lui ricade sul letto, e mentre riposa io racconto del locale, della 

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scenata disgustosa di Bicipite, della trance di Jarrod e della scossa di ter-
remoto. 

Jillian ascolta con attenzione; a volte scuote la testa come se non riuscis-

se a crederci. «Non sa come gestire il suo dono» spiega. «La sua mente 
attiva la trance come meccanismo di difesa. Ha parecchio da imparare 
prima di riuscire a controllarlo». 

«È proprio quello il problema, Jillian. Non imparerà mai finché nega. E 

poi c'è un'altra cosa. Credo che abbia una maledizione addosso, o lui o la 
sua famiglia». 

Le racconto degli incidenti e della sfortuna che li perseguita da anni, fino 

alla sua strana goffaggine. 

Jillian ha l'aria pensierosa. «Questo spiegherebbe perché il dono si sia 

scatenato. Forse vuole essere uno strumento, un tentativo inconscio di 
combattere la maledizione. Ma naturalmente non c'è modo di capirlo senza 
l'aiuto di Jarrod. È vitale che lui l'accetti. E per come stanno andando le 
cose, Kate, il tempo è la chiave di tutto. Più crescono i poteri di Jarrod più 
cresce la forza della maledizione. Le due cose probabilmente sono collega-
te». 

 

Jarrod 

 
Mi sento così strano. Come un'ondata di calore dentro, una sensazione 

bruciante. È come se potessi sentire ogni muscolo, ogni tendine, ogni cel-
lula nervosa. 

«Si sta svegliando». 
Kate! Oddio, non ditemi che è di nuovo nella mia testa. Apro gli occhi 

ed eccola in piedi davanti a me, la testa e le spalle leggermente chine. Sono 
sdraiato su un letto duro ma comodo. Se mi guardo intorno non riconosco 
nulla, a parte Kate e sua nonna. C'è una luce ambrata a fianco del letto, una 
toeletta con sgabello dall'aria antica, e campanelle a vento di cristallo ap-
pese davanti a una finestra chiusa. Sulla toeletta c'è una ciotola di legno, e 
Kate fa scorrere un dito sul bordo. La ciotola dev'essere piena d'acqua e 
petali di fiori freschi. Accanto c'è un bruciatore di ceramica per olio, ma 
non è acceso. La stanza profuma di pulito e di legno, come la foresta. 

«Come ti senti, Jarrod?» 
Mi puntello con il gomito per rispondere alla nonna di Kate e mi do-

mando come rivolgermi a lei. «Meglio, grazie, signora...» 

«Chiamami Jillian» suggerisce. Il suo sorriso è gentile. Almeno stavolta 

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non urla e delira di serpenti. 

«È la tua stanza?» domando a Kate. Lei annuisce e mi aiuta a mettermi 

seduto. Metto giù le gambe e appoggio i gomiti sulle ginocchia. Quello 
strano bruciore, quella strana consapevolezza fisica sta svanendo. La testa 
mi si schiarisce. «Cos'è successo? Come sono arrivato qui?» 

«Cosa ricordi?» 
Devo pensarci. «Ero all'Icehouse. C'eri anche tu con Hannah. La came-

riera ha rotto un bicchiere e ha versato tutto addosso a Pete». Mi ricordo 
anche i commenti disgustosi di Bicipite. La guardo, per capire se anche lei 
se li ricorda. Ma i suoi occhi, come quelli di Jillian, sono rivolti altrove. Le 
campanelle a vento hanno cominciato ad agitarsi, riempiendo la stanza di 
riflessi pastello e di un leggero tintinnio. 

Quando si fermano, Kate lancia un'occhiata a Jillian, un'occhiata d'inte-

sa. «Tutto qui?» 

Che cosa vuole? Un replay al rallentatore? Il pensiero mi torna al mo-

mento in cui Bicipite ha afferrato il braccio di Kate e ha cominciato a lec-
carle il collo, e io volevo fargli qualcosa. Non sono mai stato un tipo vio-
lento, io. Di solito scappo al primo accenno di guai. Non sopporto la vista 
del sangue, soprattutto il mio. Ma Kate sta aspettando la risposta, come se 
volesse tutti gli orripilanti dettagli. «Bicipite ha snocciolato un paio di de-
scrizioni colorite su di te, e ti ha sbavato sul collo». 

Silenzio impacciato. Probabilmente l'ho offesa. Qualsiasi cosa sia Kate - 

strana, inquietante, perfino psicotica - in questo momento non m'importa. I 
suoi insoliti occhi grigioazzurri si fissano nei miei e non riesco a guardare 
altrove. Ora colgo ogni dettaglio di lei. Lunghi capelli neri di seta, pelle 
chiarissima, quasi trasparente, occhi dal taglio esotico. Non conosco nes-
sun'altra ragazza che sia così... non so. Unica. 

«Grazie, Jarrod» dice piano. 
«Perché mi ringrazi?» 
«Per quello che hai fatto stasera. A modo tuo, anche se è finita con un 

disastro, hai fatto quel che hai fatto perché... be', almeno in quel momento 
t'importava. Bicipite mi ha insultata, e tu ti sei arrabbiato». 

Non la seguo. Certo, ricordo di essermi arrabbiato. «Ma che ho fatto?» 
«Hai provocato un terremoto». 
Sì, ho sentito. Ha detto che ho provocato un terremoto. La guardo. «Ho 

provocato un terremoto!» 

Sorride appena, ma non scherza. «Non so con certezza cosa sia stato. 

Mettiamola così: non c'è rimasto molto dell'Icehouse Café». 

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«Ora ricordo qualcosa. Vetri rotti e gente che gridava». Scuoto la testa, 

tentando di ricordare. Sono sicuro che c'è dell'altro, ma il ricordo è confu-
so. «Forse ho preso un colpo in testa. Se è successo il disastro che dici, 
qualcosa deve avermi fatto perdere la memoria. Non ricordo nessun terre-
moto». 

Kate scuote la testa, frustrata. «Stavi quasi per prendere un colpo in te-

sta, quando è caduto il lampadario. Ma io ti ho spinto via». 

«Stai dicendo che mi hai salvato la vita?» 
All'improvviso l'espressione frustrata lascia il posto a qualcosa di deci-

samente ostile. «Oh, per la miseria, Jarrod, proprio non capisci». 

Jillian le tocca il braccio, un gesto di pacificazione. «Non così in fretta, 

tesoro». 

Kate gira la testa di scatto, mormorando qualcosa. Poi raggiunge il cen-

tro della stanza, dove può stare in piedi senza chinarsi, e resta lì, con le 
mani sui fianchi. 

Jillian invece è ancora sulla soglia. Mi rendo conto che quelli sono gli 

unici due posti dove si riesce a non sbattere la testa. «Ho conosciuto tua 
madre, oggi, e tuo fratello... Casey, giusto?» 

«Esatto» rispondo. Jillian sta cercando di alleggerire l'atmosfera, e le so-

no grato. Le cose tendono a farsi rapidamente difficili, con Kate. 

«Hanno fatto un giro in negozio». 
Distolgo lo sguardo dalla schiena rigida di Kate. «Davvero? A mia ma-

dre sarà piaciuto. Lei va matta per quella roba strana». 

Jillian inarca le sopracciglia. Ecco, ora ho offeso anche lei. «Cioè, non 

intendevo...» inciampo nelle parole, che come al solito non sono mai quel-
le che avevo in mente. 

Lei sorride, rassicurante, e allora noto la somiglianza con Kate. Non nel-

l'aspetto, in quello sono diverse. Jillian ha i capelli corti e ondulati, castano 
chiaro. Kate non le somiglia se non negli occhi. Mi domando di dove fosse 
originario suo padre... asiatico probabilmente, o magari delle Hawaii. 
Scommetto che se lo domanda anche lei. 

«Mi ha parlato degli abiti e dei gioielli che fa» dice Jillian. «Sembrano 

interessanti. La prossima settimana tornerà con un paio di esemplari. Li 
terremo in negozio, vediamo se hanno successo. I turisti amano quel gene-
re di cose, sai... roba strana». 

Non posso fare a meno di ridere. Jillian è simpatica, ha senso dell'umori-

smo. Vorrei che ne avesse trasmesso un po' a Kate. 

«Vi preparo un paio di panini». E poi, rivolta alla nipote: «Ricordati, 

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Kate: tu hai avuto sedici anni per affinare il tuo talento, ma potresti dire di 
essere del tutto a tuo agio con te stessa e le tue capacità persino ora, a di-
stanza di tanto tempo?» 

Kate si limita ad annuire, ma sembra che questo a Jillian basti. Meno 

male. Il pensiero di una discussione su poteri e magie mi dà i brividi. Jil-
lian esce e io decido di mettere in chiaro le cose prima che la conversazio-
ne prenda una piega strana. «Senti» comincio, e Kate si gira con aria ag-
gressiva. «So che ti intendi di magia e cose del genere». Lei mi guarda 
male, gli incredibili occhi a mandorla stretti, sulla difensiva. Metto subito 
le mani avanti. «Per me va benissimo. Cioè, credo di non avere problemi. 
Almeno finché non mi coinvolgi. No, insomma, mi puoi coinvolgere, ma 
non mi ci devi includere. Quello che sto disperatamente cercando di dire è 
che io non possiedo nessun potere magico, né talento mistico né niente del 
genere, a meno che tu non consideri la goffaggine una qualità paranorma-
le». 

Lei sorride, poi si siede a terra, con la schiena contro la sponda del letto, 

le spalle all'altezza delle mie ginocchia. La mia mano è così vicina alla sua 
testa che sento il bisogno improvviso di toccarla, sentire se quei capelli 
sono così morbidi e setosi come sembrano. Però non lo faccio. Non mi 
sento a mio agio. Lei è bella, nel suo modo esotico. Ma l'aspetto non è tut-
to. È diversa dalle altre, e forse per questo mi attrae. Le altre ragazze della 
scuola, Jessica Palmer, Tasha Daniels, sono così superficiali. Però hanno 
un unico vantaggio su Kate: sono 'innocue'. Loro non mi spaventano, come 
invece fa lei; e questo rende la loro compagnia tanto più confortevole. 

«I serpenti sono un antico simbolo del male». 
Mi prendo la testa fra le mani. «Oh, dio». 
«Mi sono documentata. Guarda, ti faccio vedere». Si alza e prende con 

cautela dal cassettone un libro dall'aria antica, tenendolo come se temesse 
che le sue impronte potessero dissolvere la liscia copertina di pelle. Poi si 
risiede per terra, le gambe incrociate e il libro in grembo. Deve avere mille 
anni, tanto le pagine sono consunte e ingiallite. La liscia copertina nera è 
spoglia, a parte un bordo dorato di viti intrecciate. «Questo è libro più vec-
chio della collezione di Jillian. È unico, sai. È scritto a mano e pieno di 
magia antica». 

«Ah, ecco» mormoro. 
Ritrova la pagina segnata e comincia a leggere: «'Le serpi sono un antico 

simbolo del male. Molte serpi, specialmente attorno alla testa, indicano 
che il male circonda il portatore e tutti coloro con cui è alleato'». 

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Tiro fuori gli occhiali di tasca e sbircio la pagina. È un manoscritto, e le 

lettere sono completamente indecifrabili. Mi domando che lingua sia. 
«Come fai a capirlo?» 

Lei si volta verso di me. «È un inglese molto antico, di quasi mille anni 

fa. Jillian mi ha insegnato a parlarlo e leggerlo». 

So che me ne pentirò, ma devo chiederglielo. «E perché? Mi pare un 

sacco di fatica inutile. Voglio dire, se avessi imparato il francese o il giap-
ponese, almeno un giorno potresti andare laggiù». 

Kate sbarra gli occhi, come se non potesse credere all'esistenza di qual-

cuno tanto stupido. «Così riesco a leggere gli antichi manoscritti, è ovvio. 
Quest'epoca mi affascina, Jarrod. La magia era viva, allora. C'erano dei 
maghi molto potenti». 

Decido di assecondarla, ma non credo a una parola di questa roba, so che 

per lei significa molto. Anche se immagino che non ne parli spesso con gli 
amici, a parte Hannah, forse. Molti credono che Jillian sia una strega. Co-
me tratterebbero Kate se sapessero quanto è coinvolta anche lei in questa 
storia? 

«E tu credi» dico, con quello che spero sia un vago interesse nella voce, 

«che questi serpenti siano legati a una maledizione». 

Il sorriso le trasforma il viso nel ritratto del sollievo e dell'entusiasmo. 

Ecco, sono fritto. Quasi mi pento, non vorrei che mi avesse frainteso. Le 
brillano gli occhi. «Guarda qui» dice, avvicinandomi il libro. Perché? Io 
mica so leggere quella grafia. Perciò mi concentro su una specie di illu-
strazione, sbiadita ma ancora chiara, un po' come un disegno in 3D. Guar-
do meglio e noto un dettaglio pazzesco: la figura di un essere metà uomo e 
metà uccello. Sembra un corvo. La metà umana stringe un liscio bastone di 
legno con la testa di serpente. Gli occhi sono bizzarri, da uccello, molto 
all'insù eppure stranamente umani. Giurerei che quella creatura mi stia 
guardando. 

«Un mutaforma» spiega Kate con un brivido. «Solo gli stregoni più po-

tenti sono in grado di farlo. Sono rari, e anche solo leggere di loro mi fa 
venire la pelle d'oca». 

Meno male. Almeno c'è qualcosa che dà la pelle d'oca anche a lei. A me 

basta anche solo guardare la figura. Prendo il libro che lei mi tiene prati-
camente sotto il naso e mi rendo conto che mi tremano le mani. La cosa 
non mi sorprende: io odio l'ignoto, le cose al di fuori del mio controllo o 
della mia comprensione, specialmente il paranormale. Mi piacciono le cose 
semplici, regolari, come il sole che sorge ogni mattina a est, o quella noio-

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sa famiglia di alcioni giganti che sghignazza sotto la mia finestra all'alba, o 
il fatto che, se mi guardo allo specchio, so che vedrò la mia immagine, che 
mi piaccia o meno. 

La mia vita è già abbastanza complicata, non ho proprio bisogno anche 

di questo libro. Ha perfino un vago odore di vecchio e di ammuffito, che lo 
rende ancora più autentico. Vorrei tanto restituirglielo e schizzare via dalla 
sua stanza. Ecco che torna quel desiderio di fuga, forte nello stomaco, che 
mi fa salire l'adrenalina. Ma Kate sorride, entusiasta, indica le parole in-
comprensibili e cita, ogni tanto: «'Una volta che la maledizione è stata sca-
gliata può prendere diverse forme. Le più potenti possono durare da gene-
razioni all'eternità...'» 

Il suo dito segue le parole sulla pagina. Non posso fare a meno di segui-

re anch'io. Sono parole sconosciute. Cerco di rilassarmi, di pensare ad al-
tro, ma non funziona. 

All'improvviso mi manca l'aria. Ho la nausea e sono in debito d'ossige-

no. Mi sa che sto per svenire. La vista mi si offusca e mi sembra di spro-
fondare. I miei occhi sono ancora incollati alla pagina dove il dito di Kate 
scorre sulle parole. Sobbalzo quando l'antica grafia scompare. Ma è solo 
per un istante, e mi rilasso un pochino quando la rivedo, più chiaramente. 
Eppure c'è qualcosa di diverso. Mi sistemo gli occhiali, più un'abitudine 
che una necessità. È veramente strano, ma ora riesco a leggere anch'io, 
come se le parole fossero in inglese moderno. «'... leggenda dice che i più 
grandi stregoni possono formulare un maleficio che si trasmette spontane-
amente nel futuro a tutti gli eredi diretti di tale anatema... I veri eredi sono 
segnati dal magico numero di sette. Ogni settimo nato maschio delle gene-
razioni successive porterà la maledizione nella sua interezza, e per tutto il 
tempo che essa perseguiterà i non nati, crescerà in forza ed enormità, fin-
ché non si rivelerà...'» 

Un improvviso fracasso spezza la mia concentrazione e le parole ridi-

ventano illeggibili. Sulla soglia c'è Jillian. Ha lasciato cadere un vassoio su 
cui c'erano succo d'arancia e panini. Briciole di pane, pomodoro e liquido 
si spargono sul liscio pavimento di legno. 

«Jillian!» esclama Kate, chiudendo di scatto il libro nelle mie mani e 

correndo ad aiutare la nonna. 

«Scusate» dice Jillian con dolcezza, i grandi occhi ancora puntati su di 

me. «Non avevo mai sentito leggere l'antica scrittura con tanta precisione». 

Il mio sguardo torna al libro che ho in mano, e all'improvviso mi sembra 

che bruci. Davvero ho letto quelle parole? 

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Devo avere un'aria confusa. Jillian lascia che Kate ripulisca e si rivolge a 

me, in tono gentile e franco. «Chi ti ha insegnato a leggere l'antica lingua, 
Jarrod?» 

Scuoto la testa. Non posso accettarlo, questo. «Non so di cosa parli. 

Quelle frasi erano in inglese perfetto». 

Kate solleva il vassoio, carico di porcellana rotta e resti di panini, e lo 

posa sulla toeletta. «Inglese antico, oggi praticamente incomprensibile». 

«Non è vero» ribatto, anche se poco fa l'ho detto io stesso. Mi torna in 

mente qualcosa delle lezioni di storia dell'anno scorso. «L'inglese moderno 
conserva molte parole antiche. In effetti è solo una variante rivista e am-
pliata». 

Kate non ci casca. «Dai, Jarrod. L'hai detto tu che quello non era ingle-

se». 

Mi alzo, non proprio saldo sulle gambe, cosciente del fatto che devo u-

scire da questa casa il prima possibile. «Sentite, non so cosa sia successo 
prima, mi sono lasciato trasportare dall'immaginazione». 

Kate sbuffa. «Siediti, Jarrod, e stammi a sentire. C'è solo un modo per 

convincerti». 

La guardo, chiedendomi cos'abbia in mente. Sento un formicolio alla 

nuca. Lei inarca un sopracciglio, cosa che significa 'siediti e ubbidisci'. 
Apro la bocca per dire che invece ho deciso di restare in piedi e svignar-
mela, ma lei mi posa la mano sulla spalla e preme finché non mi siedo di 
nuovo sul letto. 

Poi scambia una rapida occhiata con Jillian, che prende il vassoio e si 

avvia verso la porta. «Niente di troppo scioccante per ora, Kate. Se hai 
bisogno di me sono di sotto». 

La tentazione, fortissima, è di afferrare Jillian, magari anche urlando, e 

costringerla a restare. Non voglio rimanere da solo con Kate quando fa 
così. Può succedere di tutto. Il cuore comincia a battermi così forte che 
temo possa balzarmi fuori dalla gola e mettersi a rotolare per la stanza. 

La voce di Kate è dolce, mentre mi dice di stare calmo. Magari è un so-

gno, o uno scherzo. Sono disorientato. Lei siede di nuovo ai miei piedi, 
così sono in trappola. Appoggia la schiena al letto e si gira verso di me. 
«Non ho intenzione di farti del male, Jarrod. Voglio solo mostrarti un po' 
di magia». 

Annuisco, visto che le parole non possono formarsi nel deserto che è di-

ventata la mia bocca. 

«Rilassati» mormora lei. Le sue dita cominciano ad armeggiare intorno a 

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una sfera che tiene in mano. Non saprei dire da dove l'ha tirata fuori, ma 
del resto non sono esattamente al meglio quanto a riflessi. È una sfera di 
vetro. Lei nota il mio sguardo. «È un cristallo che Jillian mi ha regalato 
quando avevo tre anni. Serve per fare esercizio. Ormai non ne ho più biso-
gno, ma a volte, quando non riesco a dormire, ci gioco un po'. Cose sem-
plici, piccoli trucchi come questo». 

Tiene il cristallo sotto il mio naso. Non sono sicuro di cosa dovrei vede-

re e non noto nulla di insolito. Eppure, non so se per via dell'agitazione, 
non riesco a guardare altrove. Sembra avvicinarsi, diventare più grande, 
ma questa dev'essere un'illusione. Ora sono molto concentrato. Per un mi-
nuto, all'interno della sfera si muovono colori vivaci, come fossero dei 
nastri di seta, poi più nulla. Comincio a chiedermi se è tutto qui. Be', se 
davvero è così, sono contento: niente di soprannaturale o straordinario. 
Insomma, giochi di luce rossa, arancione e azzurra. Un trucco carino, cer-
to. Mi domando come faccia. E mentre sto per chiederglielo, succede qual-
cosa che attira la mia attenzione verso il centro della sfera. Qualcosa si 
muove, e non sono solo colori: vedo strane sagome grigie che cambiano 
forma. Mi aggiusto gli occhiali sul naso. Senza, tutto mi sembra vagamen-
te sfocato, anche se li uso soprattutto per leggere. Ora noto delle persone, 
tre. La prima è un uomo, con un'espressione piena di dolore; poi c'è una 
donna con i capelli scuri e l'aria stanca; l'ultimo è un bambino, sugli otto o 
nove anni, con i capelli come i miei. Mi ci vuole un intero minuto per ca-
pirlo. Sto guardando una versione in miniatura dei miei genitori e di mio 
fratello minore Casey. 

Sono sotto choc. Per più di una ragione. Per quanto ne so, Kate non ha 

mai visto la mia famiglia. Come fa a sapere che aspetto hanno? Mi manca 
l'aria, questa cosa è assurda. Mi tiro indietro e tolgo gli occhiali. 

Kate fa rotolare dolcemente la sfera sotto il letto. «Che cosa hai visto?» 
La guardo negli occhi; le parole non vogliono uscire. 
«Che cosa hai visto, Jarrod?» ripete, insistente. 
«Non lo sai?» 
«Io ho visto solo i colori» dice lei, scioccandomi ancora di più. «Ma tu 

hai visto altro». 

«La mia famiglia». 
«Oh» dice lei, come se questo spiegasse tutto. Spiegasse cosa? «Ora ca-

pisco». 

Il suo commento mi fa venire voglia di urlare. «Sarebbe a dire?» 
«Ho suggerito al cristallo di rivelare le tue più profonde preoccupazio-

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ni». 

Respiro a fondo, un paio di volte. Cos'è successo poco fa? Ho visto dav-

vero i miei famigliari in quella sfera di vetro? Oppure è stata Kate a mani-
polare i miei pensieri per farmi credere di averli visti? Lei dice di riuscire 
a percepire le emozioni. Forse ha davvero qualche strana capacità. Ci sono 
persone che riescono addirittura a prevedere le cose, non è la prima volta 
che lo sento. E se Kate avesse un po' di ESP? Forse era davvero nella mia 
testa, l'altro giorno. Questo mi tranquillizza un po'. «Molto interessante». 

«Tutto qui?» È incredula. 
Scrollo le spalle. «Che ti aspettavi?» 
Lei scuote la testa e se la prende tra le mani. Le parole escono soffocate. 

«Pensavo che avresti creduto nella magia. Che, se ti avessi dimostrato che 
esiste, avresti compreso di avere il dono». 

Scoppio a ridere forte. Lei occhieggia fra le dita. «È stata una grande e-

sibizione, Kate. Sono impressionato, davvero. Ma come pensi che una pic-
cola manipolazione mentale mi possa far credere che ho dei poteri magici? 
Insomma, qui parliamo di me. È un'idea assurda. Non vedi quello che suc-
cede a scuola? Combino continuamente disastri. Sono maldestro, giusto? 
Tutto qui». 

Sembra esasperata. «Jarrod, mi fai cadere le braccia». 
«Mi dispiace per le tue braccia». 
«Idiota». Mi colpisce un ginocchio con le nocche. Le afferro la mano per 

impedirle di rifarlo, e non la lascio. «Insomma» inizia lei, e giuro che la 
voce le trema un po', «dici di essere uno senza storia, eppure mi hai detto 
che tuo padre ha ricostruito la vostra genealogia fino al medioevo. A me 
questa pare una storia». 

Ci penso su. Ha ragione. Mi fa sentire meglio, l'idea di appartenere a 

qualcosa. Almeno quest'argomento mi pare sicuro. Mi piace dove va a 
parare. Decido di provare a restare su questo punto, evitando roba sopran-
naturale. «Posso portarti il libro di papà domani, se ti fa piacere». 

Le si illuminano gli occhi. «Davvero? Mi piacerebbe tantissimo». 
Mi sembra che il tempo si sia fermato. Intreccio le dita nelle sue e sento 

che le pulsazioni vanno a duemila. «Voglio ringraziarti per avermi tirato 
fuori da quel locale stasera, e per avermi salvato la vita». 

«Non credo che quel vecchio lampadario ti avrebbe ucciso, comunque 

non c'è di che». 

«Io... ehm, credo che sia ora di andare. Mia madre si starà preoccupan-

do». 

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«Hmm. Se proprio devi». 
Parla così piano che devo chinarmi per sentirla. O perlomeno questa è la 

mia scusa. Davvero, nella stanza non si sente un fiato a parte il mio cuore 
che batte la grancassa. Mi chino ancora di più, ora i nostri visi sono a po-
chi centimetri. Abbasso gli occhi sulle sue labbra. Tempismo perfetto. Se 
non lo faccio ora, non ne avrò mai più il coraggio. Perché oltre a essere 
maldestro sono anche un codardo. Infatti non so cosa mi sia preso ora, ma 
so che devo tentare. Perciò mi chino su di lei, prima che i nervi mi tradi-
scano. Le sua labbra sono così vicine che posso quasi sentirne il sapore. 

Forse ce l'ho davvero, il malocchio. Mi sento cadere, e invece del sensu-

ale bacio che immaginavo, precipito con tutti i miei arti ossuti sopra di lei! 
«Oddio, Kate» mormoro, avvampando come un becco Bunsen. «Scusami. 
Che casino. Spero di non averti fatto male». Stando bene attento a dove 
metto le mani, mi districo a fatica da lei, inciampo nell'angolo di un tappe-
to che prima non avevo neanche visto, e riesco a raggiungere chissà come 
la porta. «Miseria». 

«Tutto bene?» 
Lei non ride, ma ci manca poco. Decido che non voglio essere qui quan-

do succederà. Perciò annuisco, non confido nella mia capacità di dire qual-
cosa di intelligente e farfuglio: «Sì... bene... Vado... La porta so dov'è...» 

Lei mi scorta comunque, probabilmente per assicurarsi che non rompa 

nulla lungo la strada. Non ne posso più. Corro giù per la strada come se mi 
inseguisse il diavolo in persona. 

Un brivido mi sale lungo la schiena. Va bene, fa freddo e il posto è un 

po' inquietante, è buio e isolato, ma sono sicuro che in qualche modo c'en-
tra Kate. Come, non so. Ma ne sono sicuro. 

 

Kate 

 
Finiamo sia sulla stampa locale che su quella nazionale. Incredibile. Il 

terremoto all'Icehouse Café non è stato registrato da nessun sismografo, e 
il fatto provoca un notevole subbuglio, visto che invece i danni sono reali e 
i testimoni oculari una quantità. La città brulica di gente dall'aria importan-
te e di giornalisti. È sabato mattina e le troupe televisive hanno continuato 
ad arrivare per tutta la notte. Gli scienziati hanno formulato diverse teorie, 
ma i testimoni li smentiscono. Non è stata una bomba, né una tempesta 
anomala, come quella che ha colpito il liceo una settimana prima. La mag-
gioranza giura che si è trattato di un terremoto. 

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I due poliziotti arrivano alla Foresta di Cristallo la domenica mattina. Si 

presentano con un breve balenare di tessere. Le loro sono domande di rou-
tine, io sono probabilmente l'ultima nella lista delle persone da sentire. 
Dalle facce capisco che da me non si aspettano nulla di nuovo. Io non li 
deludo e descrivo la scossa e come si è propagata con la giusta dose di 
ansia. Mi domando come se la sia cavata Jarrod, con quelle domande. I 
suoi ricordi, per quanto vaghi, saranno di certo stati sufficienti per gli inve-
stigatori. Un vuoto di memoria può essere facilmente giustificato con lo 
choc, senza suscitare sospetti. 

La polizia se ne va, apparentemente soddisfatta anche se continua a non 

capirci nulla; e io decido di mettermi a fare i compiti. Tuttavia la mia testa 
è altrove. Aspetto Jarrod, ma lui non arriva. Aveva detto che sarebbe pas-
sato con il libro del padre, ma immagino che abbia cambiato idea, forse per 
stare alla larga da polizia, stampa e scienziati. 

Lo vedo a scuola lunedì, ma lui mi ignora. È seduto nel cortile fuori dal-

la mensa con il solito gruppo: Bicipite con Jessica, e naturalmente Sua 
Altezza Tasha Daniels. Ci sto male, però non voglio che se ne accorga. Ho 
capito una cosa, e non è affatto piacevole: Jarrod sarà anche incredibilmen-
te dotato, ma nel profondo, nella sua anima, non è altro che un codardo, 
patetico e smidollato. Corre a nascondersi piuttosto che affrontare ciò che 
non riesce a spiegarsi, o lo mette a disagio, o non si conforma alle sue stu-
pide regole. 

Continua a ignorarmi per tutta la settimana. Almeno non succede nien-

t'altro di strano. Registro un paio di commenti scemi di Bicipite sul fatto 
che la distruzione dell'Icehouse sia frutto di una stregoneria, ma dopo po-
chi giorni quasi tutti si stancano di quella teoria e mi lasciano in pace. Per-
ciò sono sorpresa di vedere Jarrod alla Foresta di Cristallo il sabato succes-
sivo. Come al solito nel fine settimana aiuto Jillian al banco, lasciandole il 
tempo per fare altre cose. C'è anche la madre di Jarrod. Seduta sul pavi-
mento, dove sto risistemando uno scaffale, guardo in silenzio mentre lei 
posa sul banco un piccolo carico di gonne e camicette decorate con perline 
in modo molto originale. C'è anche della bigiotteria: orecchini a pendente, 
bracciali e collane. Jillian esamina tutto con sincero interesse. Alcuni capi 
sono in jeans leggero, altri di lino o seta, ma tutti sono decorati con perli-
ne, pietre colorate e frange. Non sono male se ti piace la roba stile country, 
o magari stai solo cercando qualcosa di diverso. Però non mi pare che si 
adattino allo stile New Age di Jillian. Lei di solito propone ai clienti cose 
nuove, ma decide di dare una chance ai monili e ai vestiti e di esporli ac-

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canto alla vetrina principale. 

Jarrod ha la mente altrove, perciò lo devo fissare per qualche minuto 

prima che si accorga di me. Sembra particolarmente affascinato dai piccoli 
maghi di peltro. Ne sta esaminando uno quando si rende conto che lo sto 
guardando. Allora si ferma e sorride, un innocente sorriso da ragazzo, e 
indica il libro che tiene sotto il braccio. È l'albero genealogico della sua 
famiglia. Devo trattenermi per non sembrare troppo contenta. Certo, voglio 
vedere quel libro, perché potrebbe aiutarmi a capire molte cose di Jarrod, 
ma non è tutto qui. 

Quello che cerco di nascondere è la fissazione che ho per lui. Dopotutto, 

mi ha ignorata per tutta la settimana. Mi alzo, tentando di sembrare norma-
lissima, e lo raggiungo. «Allora hai portato il libro». 

Con il gomito accenna al banco, dove sua madre e Jillian cercano di ca-

pire qual è il modo migliore di appendere i vestiti. «Sì, e anche la mam-
ma». 

Guardo la signora Thornton sforzandomi di non sondarla. Sarebbe un 

soggetto facile, il suo viso è sciupato ma fiducioso. Ha i capelli castano 
chiaro, con qualche traccia di grigio che non si preoccupa di nascondere. 
Porta pantaloni blu scuro che le fanno sembrare le gambe magrissime e 
una maglietta gialla che le accentua in modo esagerato la pancetta tonda. 
«Tuo fratello non c'è?» 

«No, papà gli aveva promesso di portarlo a pescare nel ruscello dietro la 

fattoria». 

Quando hanno finito, la signora Thornton e Jillian ci raggiungono. Jil-

lian mi presenta, come se fossero già vecchie amiche. Io sorrido e stringo 
la mano della signora. È piccola e fredda, eppure sorprendentemente forte. 
Mi dice di chiamarla Ellen, una proposta carina che la dice lunga su di lei. 
Mi piace subito, malgrado l'occhiata di disagio che si scambiano lei e Jar-
rod. Sicuramente lui le ha parlato di me. Il pensiero mi irrita, perciò mi 
tocca farlo. Una volta sola, prometto. Una piccola ricognizione. 

È diffidente, perfino un po' timorosa, con i sensi all'erta. Perciò Jarrod le 

ha detto che sono strana, matta e cose simili. La cosa mi disturba, ma que-
sto non cambia la mia opinione su di lei. Dopotutto la sua diffidenza si 
basa sui racconti del figlio, e quindi è quello che pensa lui a darmi fastidio. 
Come diavolo faccio a entrare in contatto con Jarrod, se pensa che io sia un 
caso clinico? 

Jillian invita Ellen a fermarsi per un tè, ma lei declina. «La prossima 

volta, magari» spiega. «Devo tornare da Ian, mio marito, e da Casey, l'altro 

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figlio. Li ho lasciati al fiume che passa dietro la nostra fattoria stamattina, 
ma la gamba di Ian non stava per niente bene. Le medicine che prende gli 
mettono sonnolenza». 

Se ne va, e Jarrod mi segue di sopra. Ci sediamo insieme sul pavimento, 

con biscotti alla soia da sgranocchiare e il libro aperto tra noi. È veramente 
interessante, a cominciare dal presente. A quanto pare il padre di Jarrod, 
Ian Thornton, è figlio unico. Suo padre è morto molti anni fa di un colpo. 
Sua madre è ancora viva e sta in un ospizio a Sydney con una sorella mag-
giore. 

Ci immergiamo nelle storie e il tempo vola. Facciamo una pausa per 

pranzo e scendiamo a farci dei panini. Mentre mangiamo parliamo di cose 
innocue, tipo i professori e i compiti, e le buffonate del fratellino di Jarrod. 

Portiamo su delle bibite, ma ce le dimentichiamo subito non appena ri-

sprofondiamo nel libro. Scopro che la storia è la materia preferita di Jar-
rod, oltreché la mia. Ridiamo, e l'atmosfera si fa sempre più rilassata. 

Non so con sicurezza che cosa sto cercando. Forse un segno che dimo-

stri che c'è una maledizione sulla famiglia Thornton. Il libro si rivela ricco 
di informazioni interessanti. Ci sono i soliti scheletri nell'armadio, c'è chi 
ne ha avuti di più e chi meno, ma alla fine comincia a delinearsi uno sche-
ma. Incidenti e disgrazie sembrano più frequenti nelle famiglie numerose, 
quelle con molti figli. La cosa mi affascina. 

Le origini della famiglia di Jarrod risalgono al medioevo, ben prima che 

si cominciasse a tenere i registri delle nascite, perciò le informazioni più 
antiche sono state probabilmente tramandate a voce. Quindi è difficile di-
stinguere tra fatti ed esagerazioni, frutto di racconti inventati per intratte-
nersi davanti a un magro fuoco nelle lunghe notti d'inverno. 

Cerco di tenerlo a mente quando arrivo alla famiglia più antica, quella in 

fondo al libro, la più controversa. Si parla del rapimento di una sposa no-
vella da parte del fratellastro illegittimo dello sposo, la notte delle nozze, 
seguito dalla scomparsa della giovane coppia di sposi qualche tempo dopo. 
Si disse che lei portava in grembo il figlio del fratellastro, e che lui le aves-
se fatto qualche stregoneria; ma visto che nessuno vide mai più la coppia 
la cosa non poté essere provata. Tuttavia la controversia riprese quando il 
loro primo figlio tornò a casa, il giorno del suo ventottesimo compleanno, 
a reclamare l'eredità. Non gli credettero e ne seguì una sanguinosa faida di 
famiglia. 

Mi domando quanto di tutto questo sia vero. Seguono altre storie, ma la 

mia mente continua a tornare a quella memorabile famiglia. 

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Per quanto sia affascinante, specialmente la parte sulla magia, mi sforzo 

di non concentrarmi solo su quello. Ormai è tardo pomeriggio quando rie-
sco a individuare uno schema, che aggiunge veridicità a tutta la storia di 
quell'antica famiglia. «Dev'essere così» annuncio, incrociando le braccia 
con quieta soddisfazione. «Credo di sapere chi è lo stregone». 

Jarrod alza di scatto la testa. «Cos'hai detto?» 
Sfoglio le pagine fino alla prima famiglia. «Il fratellastro illegittimo ha 

usato la magia. Dev'essere stato un intervento straordinariamente potente 
per passare attraverso le generazioni. Immagino che...» 

«Sì, certo» sfotte Jarrod. 
«È tutto scritto qui, Jarrod. Devi solo leggere». 
«Io direi che è una questione di interpretazione. Non hai detto tu stessa 

che le informazioni in quei primi registri sono sospette?» 

Sbuffo. Che ragazzo impossibile. Non c'è modo di scalfirlo. «Ammetto 

che le notizie sono piuttosto frammentarie e, certo, possono anche essere 
un po' esagerate, ma devi guardare il libro nell'insieme. C'è una decisa li-
nea di malasorte, disastri e morti nelle famiglie più numerose. Questo è un 
fatto, Jarrod. Tutte queste cose sono accadute in famiglie con almeno sette 
figli maschi. E la prima è stata segnata dalla stregoneria. Non vedi? De-
v'essere cominciata così». 

«D'accordo, c'è stata un bel po' di sfiga» concede Jarrod. «Ma stregone-

ria? Stai scherzando?» Niente, proprio non vuole capire. Anzi, aggiunge: 
«Il fatto che tutte quelle famiglie siano sfortunate non ha nulla a che vede-
re con il numero dei figli, e soprattutto non significa che siano maledette». 
Sta cercando di razionalizzare la mia teoria. Lui cerca sempre di raziona-
lizzare tutto. Che abitudine fastidiosa. 

«Ma non vedi che è evidente?» ribatto. «Ogni famiglia con più di sette 

figli maschi incorre in qualche orribile disgrazia». 

«È ridicolo! E poi, quasi tutte le famiglie hanno dei problemi, ogni tanto. 

Figurati a quei tempi. E ancor più le famiglie con tanti figli. È che la tua è 
così piccola che non lo puoi sapere». 

Lo guardo, cercando di ignorare l'ultimo, offensivo commento. Quello 

che mi preoccupa è la sua totale mancanza di fiducia. Perché non può con-
cedersi di credere e basta? Perché nega l'evidenza? «E tu li chiami solo 
'problemi', Jarrod? Fallimenti? Perdita di arti? Morti inspiegabili? Seque-
stri? Omicidi? È tutto lì, in ogni famiglia con sette o più figli maschi». 

Lui aggrotta la fronte e guarda fuori dalla finestra, al di sopra della mia 

testa. Quando i suoi occhi tornano su di me sono incerti. Devo lottare con-

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tro me stessa per non sondargli la mente. Alla fine scrolla le spalle e si 
alza, con l'aria di chi ha deciso che è ora di andare. «Senti» dice, «è una 
teoria interessante, ma con me non funziona. Casey è il mio unico fratello. 
Io sono il primogenito, non il settimo. Come lo spieghi questo?» 

Ovviamente ha ragione, e all'improvviso mi sento un'idiota. Tutte queste 

chiacchiere di antiche maledizioni e stregonerie... ridicolo. O perlomeno è 
così che la vede Jarrod. È così che vede me. Scuoto la testa, mi alzo e gli 
porgo il libro. Ma non riesco a guardarlo in faccia. 

«Tienilo se ti va, mio padre non lo cercherà per qualche giorno. Però ora 

è meglio che vada. Mia madre doveva essere qui già da un pezzo. Dev'es-
sersi dimenticata di passare a riprendermi. Vado a piedi». 

«Jillian può riaccompagnarti in macchina» mormoro. 
«No!» risponde, troppo in fretta. È chiaro che ne ha abbastanza di queste 

follie e non vede l'ora di filarsela. «Cioè» si corregge, «non mi dispiace 
camminare. Non è così lontano. E poi è tutta discesa». 

Il telefono suona, di sotto. Sono così imbarazzata che lascio che sia Jil-

lian a rispondere. Restiamo in silenzio per un minuto, uno di fronte all'al-
tra, senza sapere che cosa dire. Di sotto sento Jillian parlare, ma non riesco 
a distinguere cosa dice. Alla fine taglio corto: «Ti accompagno giù». 

«No, non ti preoccupare». Si dirige verso la porta, quasi di corsa... e va a 

sbattere contro Jillian. 

«Era tuo padre, Jarrod» dice dolcemente, e capisco all'istante che qual-

cosa non va. «C'è stato un incidente...» 

Entrambi alziamo la testa di scatto, e Jarrod sbatte contro il soffitto. Ci 

passa la mano, senza pensare. «Cos'è successo?» chiede con voce treman-
te. «È ancora al telefono?» 

«Purtroppo no» risponde Jillian. «Andava di fretta, dice di raggiungerlo 

all'ospedale, ti spiegherà tutto. Prendo la macchina e ti accompagno». 

«Oh no, cos'altro sarà successo?» mormora lui, tra sé. E poi, a Jillian: 

«Come ti sembrava? Ha detto chi si è fatto male?» Siamo già a metà della 
scala. 

«Non vorrei allarmarti, Jarrod, ma mi sembrava proprio sconvolto». 
Ci vogliono circa venti minuti per raggiungere l'ospedale. Jarrod siede 

davanti, accanto a Jillian. Non parliamo. Non ne sappiamo abbastanza per 
fare congetture, tranne che se a chiamare è stato il padre di Jarrod, lui al-
meno sta bene. Quindi deve trattarsi di Ellen, la madre, o di Casey. 

L'ospedale di Ashpeak Mountain sembra più una casa di riposo, ma il 

pronto soccorso rimane aperto ventiquattr'ore su ventiquattro. Arrivano 

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soprattutto turisti, gitanti occasionali che si avventurano nella foresta senza 
conoscerla a sufficienza. Poi ci sono gli incidenti stradali, per via dei tor-
nanti. E qualche agricoltore che si infortuna sul lavoro. Oggi, per esempio, 
c'è un bambino malato dalle guance paffute che aspetta in braccio alla ma-
dre. Il padre ci guarda mentre passiamo, forse chiedendosi perché corriamo 
tanto in una serata così bella. 

Un'infermiera dell'accettazione ci accompagna in una stanzetta. C'è El-

len, rannicchiata su una sedia, che tortura fra le dita un fazzoletto. Sembra 
molto piccola e quando alza gli occhi appare completamente stravolta. Ha 
gli occhi rossi e gonfi di pianto, il viso incolore. «I miei incubi sono torna-
ti» mormora. 

Lancio una rapida occhiata a Jillian, che solleva appena le sopracciglia e 

va a sedersi accanto a lei. 

Jarrod viene abbracciato da un uomo che dev'essere suo padre. La somi-

glianza è impressionante, a parte il fatto che l'uomo ha le spalle curve e usa 
delle stampelle per muoversi. I suoi capelli sono una pallida replica di 
quelli di Jarrod, più sottili e striati di grigio. Gli occhi sono di un verde 
vivido, ma l'espressione è stanca e il volto segnato dal troppo sole o da 
troppe batoste, facendolo apparire molto più vecchio della sua età. 

Jarrod ci presenta. «Jillian, Kate, questo è mio padre». 
Non dice il nome, ma ricordo che Ellen lo ha detto stamattina; si chiama 

Ian. 

Jillian e io veniamo invitate a restare. Sono contenta, perché non potrei 

andare via ora. Ovviamente l'infortunato è Casey. E, anche se non l'ho mai 
visto, mi sembra quasi di conoscerlo. Jarrod lo ha nominato spesso oggi, e 
sempre con affetto, il che è un po' strano, per dei fratelli. Forse perché 
cambiano casa così spesso, Jarrod dev'essere molto protettivo con lui. 

«Cos'è successo?» chiede a suo padre, dopo aver scambiato una breve 

occhiata con la madre. 

«Stavamo pescando» comincia Ian. «Volevamo passarci tutto il giorno, 

lui si stava divertendo tanto. Le occasioni non sono state molte, ultima-
mente». S'interrompe, la voce gli si spezza. Deglutisce e chiude gli occhi 
per un lungo istante, poi prosegue. «Mamma l'ha sorvegliato per un po', 
mentre io dormivo in macchina. Poi è andata a casa a preparare la cena, ha 
detto che sarebbe tornata a prenderci dopo un'ora. Tu sai com'è tuo fratello, 
ha l'argento vivo addosso. Non riesci a trascinarlo via fino all'ultimo minu-
to». Si ferma di nuovo e i suoi occhi vagano qua e là. 

Dopo un momento ritrova il coraggio per continuare. «A un certo punto 

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ha visto una trota, ha cercato di tirare la lenza ma l'amo si è incastrato su 
un tronco galleggiante. Ho cercato di liberarlo... maledetta gamba» impre-
ca. «Ma quello è andato via con la corrente, e allora è successo tutto». 

«Che cosa, papà?» 
«Casey teneva quella canna così forte... temeva di perderla e di beccarsi 

uno scapaccione da me». Gli occhi gli si riempiono di lacrime, ma lui in-
spira e continua. «È caduto nel fiume, che era un po' salito per via della 
pioggia. Non sono riuscito a tenerlo, gli ho gridato di mollare. Alla fine 
l'ha fatto, ma è stato trascinato via dalla corrente. È caduto giù in una ca-
scatella, dove la corrente era ancora più forte. Maledetta gamba!» La col-
pisce col palmo della mano, e stringe gli occhi per il dolore. «L'ho guarda-
to allontanarsi, sicuro che non l'avrei rivisto mai più». 

Jarrod passa il braccio attorno alle spalle curve di suo padre e lo stringe. 

«No, papà. Sono sicuro che hai fatto tutto quello che potevi». 

«Tua madre, dio la benedica, stava già tornando a prenderci. Siamo saliti 

in macchina e abbiamo seguito il fiume, ma è stato inutile. L'abbiamo per-
so, non lo vedevamo più. Alcune persone, sull'altra sponda, ci hanno senti-
to urlare e sono corse a vedere. Grazie al cielo avevano un telefono cellula-
re. Hanno chiamato l'ambulanza e ci hanno aiutato a cercarlo». 

«Dimmi che l'avete trovato». La voce di Jarrod è ridotta a un sussurro, il 

volto pallidissimo. 

Ian Thornton annuisce. «Sì, circa un chilometro a sud del punto in cui è 

caduto; galleggiava. Però non respirava. Sono arrivate la polizia e l'ambu-
lanza. L'hanno rianimato, ma c'è voluto così tanto, figlio mio. Così tanto 
che non sappiamo... le conseguenze. Capisci cosa intendo?» 

«Sì, ho capito. Cos'hanno detto i medici?» 
È Ellen a rispondere, la voce sottile e acuta: «Non lo sapranno finché 

non avranno i risultati di certi esami. Respirava quando l'hanno portato 
qui, ma non era cosciente. Potrebbe cadere in coma, Jarrod». Poi aggiunge, 
con una punta d'isteria: «Io non posso perderlo». 

Jillian le circonda le spalle con un braccio, mentre lei comincia a trema-

re. Sta perdendo il controllo e io mi sento impotente. «Si riprenderà» dice 
dolcemente Jillian. «È in buone mani». 

«Tu non capisci» mormora Ellen, sull'orlo di una crisi. Scuote la testa e i 

suoi occhi si fanno enormi. È fuori di sé. «Io non posso perdere un altro 
figlio!» 

Questa affermazione disperata ci fa ammutolire tutti. I genitori di Jarrod 

lo guardano con aria colpevole. Quando lui parla, la sua voce è profonda, 

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gli occhi stretti. «Mamma?» È solo una parola, ma il tono è di chi pretende 
una spiegazione. 

Suo padre risponde: «Mi dispiace, figlio mio. È una cosa di cui non par-

liamo più». 

Jarrod si fa mortalmente pallido. «Di cosa non parlate più, papà?» 
Ian sospira. «Degli altri. Dei bambini. Nessuno sa cosa ha passato tua 

madre. Dopo che nascesti, così sano e forte, giurammo che avremmo ri-
cominciato da capo, senza più parlare dei dolori del passato». 

«Ora dovete dirmelo». 
Si guardano negli occhi, ma Ian cede per primo. «Eravamo molto giova-

ni quando arrivò il primo. Era prematuro di dieci settimane e visse solo 
venti minuti. I medici dissero che era meglio così e noi sperammo di aver-
ne un altro presto. Esattamente un anno dopo nacquero i gemelli. Ma an-
che loro erano prematuri, e i loro piccoli polmoni non resistettero. Moriro-
no entrambi dopo una settimana, per un'infezione». 

Si interrompe, e con gli occhi prega il figlio di non farlo continuare. Ma 

Jarrod ha troppo bisogno di sapere. «Vai avanti» dice, a denti stretti. 

«Aspettammo tre anni, perché tua madre recuperasse le forze, e spe-

rammo che quella fosse la volta buona. Alex, si chiamava. Era bellissimo 
ma fragile, nato con solo metà del cuore. Visse tre settimane, e ogni giorno 
fu un miracolo». 

Ellen piange nel fazzoletto, è completamente distrutta. Non ha bisogno 

di rivivere tutto questo adesso, ma Jarrod non vuole fermarsi. «E poi sono 
venuto io?» 

«No» risponde suo padre, con un sussurro. «È meglio che tu sappia tut-

to, a questo punto. Tua madre si sottopose a un intervento per ripulire e 
rafforzare l'utero. Avevamo già deciso di fermarci, ma i medici dissero che 
aveva delle buone possibilità... Tecnicamente non c'era nulla che non an-
dasse». Si ferma, angosciato dal ricordo. Sapeva che prima o poi sarebbe 
successo, ne sono sicura. «Ce ne furono altri due, entrambi maschi, en-
trambi nati morti». 

Sento che gli occhi mi si riempiono di lacrime e guardo Jillian: anche lei 

ha gli occhi lucidi. C'è tanta emozione nella stanza, è una vera energia che 
pulsa come un cuore. Mi rendo conto con sorpresa che viene da Jarrod. 
Non è rabbia, ma un interessante miscuglio di meraviglia, choc e allarme. 

«Quando sei nato tu» continua Ian, un po' più sollevato, «eri così forte e 

pieno di salute... un vero miracolo. Tua madre e io giurammo di buttarci il 
passato alle spalle. Per andare avanti dovevamo dimenticare tutto quel do-

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lore. Se non lo avessimo fatto, ti avremmo cresciuto come se fossi stato di 
vetro, saresti stato soffocato dalle nostre paure». 

«E così non me l'avete detto» dice Jarrod, piano. 
«Quando avevi sette anni ed eri forte e vivace, anche se un pochino mal-

destro... be', ci hai dato il coraggio di riprovare». 

«Casey». 
«Il tuo fratellino...» Ian tenta di sorridere, ma la voce gli si spezza. 
Durante tutto il racconto non ho distolto gli occhi da Jarrod. Vorrei son-

dare la sua mente, ma non oso, non mentre le sue emozioni sono così in-
tense. Sarebbe invadente e offensivo, e oltretutto non ce n'è bisogno. Passa 
dallo choc a una specie di attonita consapevolezza. Dopo qualche lungo 
istante, i suoi occhi verdi guardano di lato, e incrociano i miei. Anche se la 
domanda è rivolta a suo padre, non smette di guardare me. «E quindi cosa 
sarei, io?» 

«Tu?» replica Ian. «Sei il nostro settimo figlio. Il nostro fortunato nume-

ro sette». 

 

Jarrod 

 
La rivelazione di papà mi toglie il fiato. È in quel momento che comin-

cio a credere nella maledizione. In effetti per molti versi è come un'illumi-
nazione. Ora ho un'immagine chiara della lotta che i miei genitori hanno 
dovuto sostenere prima che io nascessi. La consapevolezza arriva dolorosa, 
come una pugnalata al cuore. Quanto può sopportare una famiglia prima di 
andare in pezzi? All'improvviso mi sento molto fiero di loro. Sono forti, 
più di quanto io potrò mai essere. 

Perciò ora devo guardare le cose in modo diverso. La mia visione della 

vita è radicalmente mutata. La mia famiglia è maledetta. Che io lo voglia 
ammettere o no, le prove sono evidenti. Quale altra famiglia, di questi 
tempi, dopo sei nascite e sei morti ci riprova ancora? Era come se in qual-
che modo io dovessi nascere, per perpetuare la maledizione. Forse i miei 
sono stati manovrati da qualche forza più potente della vita stessa? 

Ma che diavolo sto pensando? Sono impazzito? Sto parlando di maloc-

chio, di stregoni che scagliano malefici dai secoli passati. Io non ci credo, 
a questa roba. Non è possibile, sono fesserie! C'è una spiegazione per tutto. 
Su questo non ho dubbi. 

Che cosa mi sta succedendo, allora? 
Cerco di tornare in me e mettere ordine in questa improvvisa follia. So-

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no solo sconvolto, ecco tutto. L'incidente di Casey mi ha scioccato. Il mio 
fratellino potrebbe morire, o riportare danni permanenti al cervello. E co-
me se non bastasse ho appena scoperto di aver avuto altri sei fratelli, tutti 
morti prima che io nascessi. Mi domando dove siano sepolti. È una cosa 
che mi coglie impreparato, e mi commuove. 

Kate mi guarda fisso, chiedendosi forse cosa penso. Mi meraviglio che 

non sia già nella mia testa, a cercare di indovinare. Da un lato vorrei quasi 
che lo facesse, forse potrebbe dirmi cosa mi sta succedendo. Devo seder-
mi. Mi prendo la testa tra le mani e va meglio, è come se pesasse di meno. 

Una mano calda e gentile mi tocca la spalla. È Kate. «Stai bene?» 
Annuisco, non fidandomi delle parole. Potrebbero suonare come un'am-

missione, e non sono pronto a dar voce ai miei dubbi. Renderebbe tutto 
troppo reale. 

Arriva il medico, una donna. La noto solo quando le stampelle di papà 

battono in fretta sul pavimento di piastrelle. Tutti ci alziamo e la circon-
diamo, aspettando notizie. Si chiama dottoressa Reed, era di servizio all'ar-
rivo di Casey. «È un giovanotto forte» comincia, chiarendoci subito che 
sta bene. «Abbiamo dovuto togliergli molta acqua dai polmoni, ma fortu-
natamente i fiumi da queste parti sono piuttosto puliti, e non mi aspetto 
problemi di infezioni. Comunque voglio trattenerlo per stanotte, per sicu-
rezza». 

Anche se tutti ci chiediamo la stessa cosa, mamma formula la domanda 

per prima: «Sapete se ci sono stati...?» Ma non riesce a dire danni cerebra-
li.
 

Il sorriso della dottoressa Reed è rassicurante. «Non ci sono danni per-

manenti, signora Thornton. A quanto pare è stato rianimato all'ultimo se-
condo utile. È un bambino davvero fortunato, avrebbe potuto andargli mol-
to peggio». 

Sospiriamo tutti, e scendono molte lacrime, anche se di sollievo. 
«Volete vederlo?» domanda la dottoressa con una risatina. «Sta dando 

un gran da fare a tutte le nostre infermiere. È sveglissimo, affamato e pieno 
di energia, il che è sorprendente considerato quello che gli è successo». 

Tutti ridiamo. Non perché la cosa sia particolarmente buffa, ma per sca-

ricare la tensione. Casey è piccolo, ma incredibilmente vivace. Può man-
giare come un porcello. Riesce tranquillamente a stare un giorno intero 
senza cibo, occupato com'è a giocare e correre in giro, ma quando poi si 
ferma è difficile che gli basti tutto il contenuto del frigo. 

Jillian abbraccia con calore mia madre, mio padre e me. Kate si tira in-

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dietro, in silenzio, con gli occhi lucidi e pieni di comprensione. Le sono 
grato del suo silenzio, ora non c'è nulla nella mia testa che abbia senso a 
parte il sollievo per Casey. Lei sa, come lo so io, che presto parleremo. 
Della maledizione. Non muoio dalla voglia, beninteso. Ma forse, dico solo 
forse, potrebbe avere ragione. 

Lei e Jillian se ne vanno e noi andiamo da Casey. È seduto sul letto, in 

una stanza singola. Non mi meraviglia che stia tormentando le infermiere, 
odia stare da solo. Ha un bell'aspetto, tutto considerato. Sta mangiando un 
gelato alla vaniglia e quando ci vede posa il cucchiaio con un largo sorriso. 

Mamma e papà ricominciano a piangere, e quando finalmente finiscono 

di coccolarlo con baci e abbracci, tocca a me. Lo stringo forte. È una sen-
sazione strana. Non il fatto di abbracciarlo, no. Ho sempre aiutato mia ma-
dre a badare a lui. Ho spinto la sua carrozzina, l'ho cullato, rialzato quando 
cadeva, e a volte sono semplicemente rimasto seduto a guardarlo dormire, 
come se non riuscissi a credere che tanta energia potesse a un certo punto 
calmarsi. Mamma è sempre stata contenta di questo, come se non potesse 
accadergli nulla fintantoché io lo sorvegliavo. E quando è cresciuto, anche 
a scuola ogni tanto gli davo un'occhiata. Ma la sensazione che provo ora è 
diversa dall'istinto di protezione di un fratello maggiore. Lo lascio andare 
di malavoglia, e per nascondere le mie strane emozioni sorrido e gli scom-
piglio i capelli. 

L'idea è terribile, e mi colpisce come un pugno nello stomaco: se Casey 

ha rischiato di morire in qualche modo è colpa mia. 

 

Kate 

 
Tutta la città è venuta a sapere dell'incidente di Casey e all'alba, domeni-

ca mattina, si è già formata una squadra di assistenza. Hannah arriva da noi 
per colazione e ci aggiorna sui dettagli. Non è gente cattiva, questa, quan-
do qualcuno ha bisogno di aiuto. La signora Daniels ha fatto in modo che i 
Thornton avessero tre pasti caldi pronti entro le otto. Ken Darby, il pro-
prietario del negozio di ferramenta, ha portato a Casey una nuova canna da 
pesca per rimpiazzare quella persa nel fiume. 

«C'è gente che si è offerta di pulire la casa e occuparsi del giardino» 

spiega Hannah. «Qualcuno si è perfino fatto avanti per costruire una stac-
cionata lungo il fiume». 

Siamo sedute attorno al tavolo di cucina, mentre Jillian ci scodella nei 

piatti i pancakes e Hannah carica i suoi con burro, sciroppo d'acero e ca-

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ramello, e poi con un altro giro di sciroppo, tanto per gradire. Mi viene da 
sorridere: mi domando dove metterà tutta quella roba, e penso a quella 
gente che si è dimostrata così gentile. È uno dei motivi per cui mi piace 
vivere qui, anche se dubito che tanta cortesia si estenderebbe anche a Jil-
lian e a me. La maggioranza, anche se viene abbastanza spesso al negozio, 
non ci includerebbe mai in un elenco degli invitati. Tuttavia sono contenta 
per Jarrod, si sentirà accettato. È qualcosa che lui desidera ardentemente, 
al punto di perdere l'obiettività. 

Suona il campanello all'ingresso e Jillian impreca a bassa voce. È ancora 

tutta in disordine e già arrivano clienti. «Vado io» le dico. Lascio Hannah 
a spazzolare allegramente un altro paio di porzioni di pancakes e a leccarsi 
lo sciroppo dalle dita. Sorrido e scuoto la testa. So che a casa sua non può 
abbandonarsi a questi piccoli lussi. Da quelle parti il cibo scarseggia e ci 
sono molte bocche da sfamare, compreso un anziano nonno che si è unito 
di recente alla compagnia. E poi Hannah non rischia certo di ingrassare, ha 
lo spessore di un foglio A4. 

La domenica Jillian apre alle nove. Le dico sempre che potrebbe tardare 

di un'oretta, ma questo è il giorno più proficuo. Un sacco di gente arriva in 
gita dalle città e i parcheggi sono pieni, tranne durante l'inverno. Quindi 
bisogna fare più affari possibili finché il tempo è buono. 

Ma non è un cliente quello che si aggira per il negozio: è Jarrod. Vedo la 

sua bici fuori. 

Aspetto dietro il bancone mentre lui si avvicina. «Possiamo parlare?» 
Il suo tono è mortalmente serio, e ha gli occhi rossi. È chiaro che non ha 

dormito molto, eppure ho la sensazione che non sia stato solo l'incidente di 
Casey a tenerlo sveglio. «Certo, vieni su». 

Ci siamo quasi, ma la campanella alla porta tintinna di nuovo, stavolta 

per dei clienti veri; e quando ci voltiamo e vediamo chi sono, restiamo 
paralizzati, ognuno per i suoi motivi. 

«Jarrod!» squittisce Tasha Daniels. È in compagnia del suo cane da sa-

lotto preferito, Jessica Palmer. «Che strano vederti qui. Ho sentito di tuo 
fratello, spero che stia bene. Mamma sta cucinando dall'alba, avete avuto il 
pranzo?» 

Lui risponde a questo assalto verbale solo con un cenno della testa, e si 

volta leggermente verso Tasha. 

Jessica Palmer si avvicina, lasciando la sua 'migliore amica' indietro. 

Audace, non c'è che dire. Di solito Jessica sa bene qual è il suo posto, vale 
a dire all'ombra di Tasha. Ma a quanto pare ha deciso che Jarrod vale il 

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rischio di far adirare Sua Altezza. «Ryan dà una festa in maschera sabato 
sera, il primo giorno dell'inverno. Ti va di venire?» 

Quindi fanno tutte e due il filo a Jarrod. Davvero interessante, mi dico 

stringendo i denti. La loro gelosia può sfociare nella rissa del secolo. Spero 
tanto di esserci quando scoppierà. 

Tasha mette il broncio. La cosa più fastidiosa di lei è che insiste a recita-

re la parte dell'oca giuliva. Non è affatto stupida, invece. Anzi, è la ragazza 
più intelligente di tutta la classe. Ma preferisce comportarsi da bambolina; 
i ragazzi l'adorano. Mi viene da pensare a un incantesimo che invada il suo 
corpo con una scarica di testosterone. Immagino le sue perfette guance 
rosa che spariscono sotto un fitto strato di barba. Che pensiero magnifico. 

Jessica mi distrae dal mio piano, che però - mi dico - è solo rinviato. «La 

festa da Ryan si è sempre fatta, da quando mi ricordo». 

Quello che non dice è che la festa annuale di Ryan è diventata l'evento 

cruciale di Ashpeak. È una tradizione inaugurata da suo fratello maggiore, 
prima che andasse all'università. Ryan invita praticamente tutti, anche 
quelli delle classi superiori, e nessuno rifiuta mai. Io naturalmente non 
sono mai stata invitata, né da lui né da nessun altro partecipante. Niente di 
nuovo, quindi. Mi lasciano sempre fuori dalle loro feste, e allora? Sono 
solo una massa di patetici snob. Sia chiaro, non mi dispiacerebbe andarci. 
Specialmente se fosse Jarrod a chiedermelo. 

«Ehm, sì, non ho avuto molto tempo per pensarci» risponde lui. 
Tasha, completamente spiazzata dall'invito di Jessica, rimette di nuovo il 

broncio, stavolta in modo seducente, e riesce a scavalcare graziosamente il 
suo cane da salotto. Ora tra lei e Jarrod c'è solo qualche centimetro. Lei 
avanza e lui indietreggia, ma a un certo punto deve fermarsi perché c'è il 
bancone. «Cerco qualcosa di veramente diverso» spiega lei, chiarendo così 
la sua presenza nell'Antro della strega, come lei e la sua cricca chiamano 
di solito il nostro negozio. 

«Bene» fa lui. «Non ti trattengo, allora». 
Questo ragazzo è completamente privo di spina dorsale. Il suo dono na-

turale potrebbe rafforzargli il carattere, ma visto che non ammette di aver-
lo, è praticamente inutile. Si manifesta solo quando lui prova forti emozio-
ni e, da quello che ho visto, con risultati devastanti. Insomma, Jarrod è un 
codardo e allo stesso tempo una bomba a orologeria. 

«Allora» sussurra Tasha, passando le unghie rosse e curate sul petto di 

Jarrod. «Tu cosa fai qui?» 

È il momento della verità. I suoi occhi incrociano per un secondo i miei. 

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Riesco a sentire il suo conflitto interiore. Rivelare a Tasha la verità sarebbe 
impossibile, ma sotto sotto mi piacerebbe sentirgli dire che è passato a 
trovare un'amica, cioè me. Non che ci speri molto. Perché Jarrod dovrebbe 
essere diverso da tutti gli altri? Farsi vedere in giro con la marziana? Ci 
vorrebbe un bel fegato. 

Eppure una parte di me, una grossa parte, desidera davvero che lui mi ri-

conosca come amica. 

«Ehm, sì, ecco» esita lui. «Mia madre ha portato dei vestiti da esporre in 

vetrina e, insomma, volevo vedere come andava» mente. 

Chiudo gli occhi, trattenendo qualsiasi manifestazione di disappunto. 

Imbecille. Stupide lacrime lottano per uscire, ma io le blocco. Non ho in-
tenzione di piangere, soprattutto non davanti a loro. Riapro gli occhi e Jar-
rod mi sta guardando con un'espressione di scusa negli occhi troppo gran-
di. Bravo. Troppo tardi, però. 

«Vi posso aiutare, ragazze?» Jillian appare all'improvviso, vestita e pet-

tinata. «Cercate qualcosa in particolare?» 

Lentamente, indugiando con lo sguardo su Jarrod che arrossisce, Tasha 

si volta verso Jillian e le concede alla fine tutta la sua attenzione. «Vorrei 
indossare un vestito bianco, lungo, da fata. Ho già delle stupende scarpe 
d'argento e cercavo una bacchetta magica, e una mascherina d'argento a 
farfalla. Mi piacerebbe con le paillettes ma quelle ce le posso mettere da 
sola...» continua lei, ma io non la ascolto più. 

Volto le spalle a tutti quanti ed esco in fretta dalla stanza. Mi dico che 

non m'importa di quello che pensa Jarrod. Riecco quelle lacrime umilianti, 
che di nuovo ricaccio indietro. Passo di corsa davanti a Hannah che tran-
gugia succo d'arancia seduta al tavolo di cucina e filo dritta nella mia ca-
mera. Lei mi segue, domandandosi probabilmente che fretta ho. Si sta an-
cora asciugando le mani quando mi raggiunge. In questo momento ho pro-
prio bisogno di un'amica. Se non parlo con qualcuno esplodo o, peggio 
ancora, faccio un incantesimo. Qualcosa di nuovo e mai provato prima, 
come per esempio cambiare il colorito di qualcuno in un bel verde fluo. 

Le racconto tutto di Jarrod: la maledizione, il suo talento, e la mia stupi-

da, ma definitivamente archiviata, attrazione fatale per lui. 

«Sì, come no» mormora quando ho finito. È sdraiata sul mio letto, con le 

mani dietro la testa, mentre io siedo per terra a gambe incrociate. 

«Come no cosa?» 
«Archiviata, come no» ripete lei, sarcastica. 
«Ci puoi scommettere che è archiviata!» insisto io, testarda. 

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«Quindi non lo aiuterai a liberarsi della maledizione?» 
Devo pensarci. C'è solo un modo in cui io posso liberarmi dalla mia os-

sessione per quel tipo. «Non m'importa, anche se l'incantesimo l'ha fatto il 
diavolo in persona» annuncio in tono melodrammatico. «Jarrod può pre-
garmi e scongiurarmi in ginocchio, pulirmi le scarpe con la lingua, raschia-
re via il fango dai miei stivali, la cacca degli uccelli dal mio davanzale, ma 
non alzerò un dito per aiutarlo». 

Sennonché Hannah ha lasciato la porta aperta. La voce di Jarrod mi fa 

sobbalzare. «E se ti chiedo scusa?» 

Alzo la testa di scatto, diventando rossa molto, molto rapidamente. 
Da quanto tempo è fermo lì? 
Il fatto che Hannah scoppi a ridere non mi aiuta di certo. 
«Piantala, Hannah». Sono livida. 
Lei torna seria. «Scusa» mormora, ma è ovvio che mente. Si mette a se-

dere, e Jarrod la raggiunge sul letto. 

«Le hai raccontato tutto» dice tristemente, e a quel punto è chiaro che ha 

sentito ogni cosa. 

«Origli sempre alle porte delle camere da letto?» 
«Sì, se la conversazione è interessante». 
Hannah cerca ancora di reprimere una risatina ogni tanto, anche se la 

tensione si potrebbe tagliare col coltello. «Lei ha ragione, sai». 

Jarrod le lancia un'occhiata. «Su cosa?» 
«Su tutto» risponde Hannah in tono casuale. «Tu non la conosci, io sì. 

Se Kate dice che hai una maledizione addosso, ce l'hai. Lei le sa, queste 
cose. Se dice che hai un dono, le devi credere. Accettalo e basta. Acciden-
ti, vorrei averlo io». 

«Non la penso come te, Hannah». 
«Peccato» dice lei, stirandosi e passandosi una mano sulla pancia inesi-

stente. «Comunque, ora che sono sazia e mi sono fatta due risate, me ne 
posso anche andare». Si avvia alla porta. «Visto che hai ospiti, troverò da 
sola l'uscita. E poi voglio ringraziare Jillian per la colazione. Ciao». 

Jarrod scuote la testa mentre i passi di lei corrono leggeri giù per le sca-

le. «Perché le hai raccontato tutto?» 

Non sono dell'umore adatto per essere gentile. «Perché non hai detto a 

Tasha e a Jessica che sei venuto per vedere me?» 

Accetta la sconfitta meglio di me. «Mi dispiace. L'ho detto senza pen-

sarci». 

«Sei un idiota». 

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«Rimedierò». 
I suoi occhi sono imploranti. Provo un gusto tale che quasi sorrido. «Ah 

sì? E come?» 

«Qualsiasi cosa. Prometto». 
D'impulso, perché altrimenti non lo farei mai, butto là: «Portami alla fe-

sta di Ryan». 

Non dice una parola, limitandosi a guardarmi con quegli intensi occhi 

verdi. Il silenzio sta diventando soffocante. Per un secondo quasi mi di-
spiace per lui, gli sto chiedendo molto. Ma ormai l'ho detto e non posso 
ritirarlo. Non voglio che lo faccia davvero. Voglio solo testare la sua ami-
cizia. Voglio solo sentirgli dire: 'Sì, certo, non c'è problema'. E che lo dica 
sul serio. 

Invece lui risponde: «Non ci vuoi andare davvero, giusto?» 
È difficile capire se, semplicemente, non mi ci vuole portare, oppure in 

qualche modo assurdo sta cercando di proteggermi. Sa che se andassi alla 
festa di Ryan mi ritroverei subito al centro dell'attenzione, il genere di at-
tenzione che nessuno desidera. E poi ci sarebbe anche Bicipite. 

Mi stringo nelle spalle e distolgo lo sguardo. Almeno, nessuno può dire 

che sono una vigliacca. 

«Se è davvero quello che vuoi, ti ci porto». 
Lo guardo male. È evidente che si sente in debito. Be', che diavolo. For-

se dovrei farlo davvero, gli darebbe una piccola lezione di lealtà. Invece 
mormoro: «Non dicevo sul serio». 

Si china in avanti, nella sua voce c'è un tono di gentile minaccia. «Non 

mi piace essere messo alla prova, Kate». Le campane a vento cominciano a 
tintinnare, i riflessi pastello danzano sulle pareti della mia stanza. La sua 
rabbia sta lentamente montando, e io ho la sensazione di giocare con gli 
esplosivi. 

Ma, ripeto, non sono una che si spaventa facilmente. «Sei solamente sol-

levato. Non oserei mai rovinarti la piazza con Tasha o Jessica. Sarebbero 
talmente disgustate che potrebbero addirittura cacciarti via dal loro prezio-
so gruppetto». 

«Non m'importa niente di loro» dice, prendendomi abbastanza di sorpre-

sa. 

«Menti malissimo». 
Lui si stringe nelle spalle come se l'argomento lo annoiasse. Le campane 

smettono bruscamente come hanno cominciato. Almeno per ora, la mia 
casa è al sicuro. «Pensavo che essere accettato fosse il tuo obiettivo princi-

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pale». 

Aggrotta leggermente la fronte. «Le mie priorità stanno cambiando». 
Il suo tono grave mi spaventa. Non sarà mica successo qualcos'altro? 

Non finirà mai? Lo guardo negli occhi e chiedo precipitosamente: «È suc-
cesso qualcos'altro di orribile ai tuoi?» 

Riflette per un momento, e quando alza il viso ci vedo solo una tristezza 

esausta. «È proprio questo il punto, Kate. Ho paura di quello che succederà 
la prossima volta. La mia famiglia ne ha già passate tante, quanto può sop-
portare ancora prima di autodistruggersi?» Poi mi guarda con un'intensità 
che farebbe paura a un criminale incallito. «Non ho mai pensato che avrei 
finito per credere alle maledizioni, ma in questo momento penso di poter 
credere a qualsiasi cosa». 

La sua ammissione mi coglie talmente di sorpresa che dimentico all'i-

stante la festa di Ryan. Tiro su le ginocchia fino al mento e le abbraccio. 
«Stai dicendo che ora ci credi?» 

Lui respira a fondo. «Non so cosa credere. Per me è difficile, Kate. Non 

ho avuto la tua educazione... magie, incantesimi e stregonerie non sono 
mai stati argomento di conversazione a cena». 

Annuisco. «Però ammetti l'ipotesi che possa esserci qualcosa di vero». 
«Almeno è una spiegazione per tutto quello che è andato storto finora. E 

la cosa più strana è successa ieri sera, mentre stringevo Casey tra le brac-
cia». Getta la testa all'indietro, fissando il soffitto per alcuni, infiniti se-
condi. L'ho già visto farlo, quando cerca di venire a capo di una cosa diffi-
cile, o è molto preoccupato. Lo fa sembrare così vulnerabile. 

Finalmente abbassa la testa e mi guarda. «Gesù, Kate, mi sento respon-

sabile per quello che gli è successo. Tutto quello che è accaduto alla mia 
famiglia potrebbe essere colpa mia». 

Ci rifletto per un momento. «Questo senso di colpa potrebbe essere un 

segno di accettazione, una consapevolezza interiore. Ma non essere così 
duro con te stesso. Non sei stato tu a gettare la maledizione sulla tua fami-
glia». 

«Ma se questa storia è vera, Kate, che cosa possiamo fare?» 
«Ho parlato con Jillian. Dice che secondo gli antichi testi ci sono due 

modi di mettere fine alla maledizione di uno stregone». 

Lui si china verso di me, in attesa. 
«La morte» spiego. 
«Cosa? Di chi? Mia?» 
«No. A quanto pare questo tipo di maledizione s'interrompe quando l'ar-

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tefice muore per mano del portatore». 

Mi guarda, incredulo. «Devo ammazzare lo stregone?» 
Annuisco. 
Restiamo in silenzio per qualche istante, ma i pensieri di Jarrod vanno a 

tremila. «Tu credi che il presunto stregone sia un Thornton illegittimo vis-
suto circa mille anni fa» dice, serissimo. «Il che significa che è già morto. 
Forse la maledizione finirà se muoio io». 

Non mi piace la piega che sta prendendo la conversazione. Cerco di 

spiegarmi meglio. Dall'antico libro di stregoneria di Jillian leggo: «Per 
porre fine alla maledizione il portatore, o uno dei suoi discendenti» e qui 
gli lancio un'occhiata, «'dovrà distruggere il negromante, se non di sua 
propria mano, con altri mezzi'». 

Lui aggrotta ancora di più la fronte. «È impossibile, Kate. Quell'uomo è 

già morto». 

Sospiro. Tutto questo non ci porta lontano. «Sì, lo so». 
«E poi, non potrei farlo comunque. Insomma, uccidere qualcuno. No, 

non fa per me. Un omicidio, dio mio». Infine aggiunge, pianissimo: «Sa-
rebbe più facile uccidere me stesso». 

Lo guardo negli occhi per assicurarmi che stia scherzando. Ma è così se-

rio. «Non ci pensare nemmeno» dico sbrigativamente. «La tua morte non 
impedirebbe alla maledizione di colpire i tuoi discendenti». 

«Ma se morissi prima di avere dei discendenti...» 
Lo interrompo subito. «La maledizione troverebbe un'altra via». 
Lui annuisce con un sorriso sarcastico. «Sì, come ha fatto con me. I miei 

non avrebbero mai avuto sette figli se i primi fossero sopravvissuti. Invece 
in questo modo hanno continuato a provare». 

Giusto. I suoi avrebbero smesso dopo il terzo o quarto figlio, e magari 

ne avrebbero adottato un altro. Ma arrivare a sette, otto? Assurdo. E così la 
maledizione ha trovato il modo di manifestarsi, uccidendo tutti quei bam-
bini. Mi viene la pelle d'oca. Chiunque abbia creato quest'incantesimo do-
veva essere un mago diabolico. Non meno di uno stregone, ed estrema-
mente malvagio. Cerco una soluzione. Dev'esserci qualcosa che possiamo 
tentare. Dimentico subito di aver deciso di non aiutarlo. «Possiamo prova-
re un incantesimo». 

Jarrod mi dedica tutta la sua attenzione, e questo mi fa piacere. Almeno 

evita i pensieri cupi. «Dici sul serio?» 

«È stata la magia a metterti in questo guaio, e forse serve solo un po' di 

magia per tirartene fuori. E poi non abbiamo niente da perdere». 

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«Che tipo di incantesimo?» 
Devo riflettere. Qualcosa di abbastanza efficace da sconfiggere un'al-

chimia potente. Non è facile, considerato che sono passati secoli dalla ma-
gia iniziale. «Dobbiamo andare al ruscello a mezzanotte, con la luna piena. 
Per fortuna è stanotte. Ah sì, ci serve del sangue di capra. Puoi portarlo tu? 
Al cuore di pesce ci penso io, Jillian dovrebbe averne qualcuno». 

Sulla sua faccia l'incredulità è scritta a caratteri cubitali. 
«Assecondami» lo prego, con un sorriso. «Devi solo venire al ruscello 

nella foresta, dove siamo già stati. Un po' prima di mezzanotte. Ah sì, ve-
stiti di nero». 

«Ho paura a chiedere perché». 
Sorrido. «Per confonderti col buio e non spaventare gli animali, in modo 

che la foresta resti in armonia con la luna. E con i quattro elementi, di cui 
avremo bisogno». 

Stringe gli occhi, china leggermente la testa, lo sguardo dice 'ma ci stai 

con la testa?'«E l'altro modo?» 

«Cosa?» 
«Tu hai detto che Jillian aveva trovato due modi di mettere fine alla ma-

ledizione. Uno è la morte dello stregone. Qual è l'altro? Magari possiamo 
tentare quello». 

Mi mordo il labbro. Come faccio a spiegare l'altro modo? Se glielo di-

cessi, Jarrod scapperebbe come un fulmine, ridendo a crepapelle. «Ehm, 
dunque» comincio, ma poi decido di non rivelarlo. Tanto non potremmo 
farlo comunque. «È un'idea stupida, non funzionerebbe mai». 

Lui alza le spalle e piega gli angoli della bocca all'ingiù, accettando la 

mia spiegazione. 

«Dobbiamo tentare con l'incantesimo, Jarrod». 
«Non lo so, Kate. È così... ridicolo». 
«No, ci vuole solo un po' di coraggio». Metterlo alla prova potrebbe di-

ventare un passatempo interessante. «Insomma, ce l'hai un po' di corag-
gio?» 

«Non ci provare, Kate». Il tono è amaro, ma vedo che la curiosità sta 

prendendo il sopravvento. 

«Sei con me?» pungolo. 
«Dimmi solo dove trovare il sangue di capra senza dover ammazzare 

una capra». 

 

Jarrod 

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Non posso credere di aver accettato. Lo sto facendo sul serio. Sangue di 

capra, mio dio. Ma che accidenti mi succede? Sono diventato matto, non 
c'è altra spiegazione. 

Ma, visto che sono già matto, tutto sommato non rischio nulla. A parte 

forse gli ultimi barlumi di lucidità. 

La casa è addormentata, è quasi ora di andare. Devo uscire dalla finestra 

se non voglio svegliare mamma e papà. Spero che dormano già profonda-
mente; non hanno avuto molte occasioni di riposare, negli ultimi due gior-
ni. 

Esco di schiena dalla finestra, mi scortico il braccio su un infisso scheg-

giato e atterro con un tonfo su un cumulo di foglie secche. Guardo in su, 
felice di vivere in una casa a un solo piano, e mi massaggio il gomito dolo-
rante. Non si accende nessuna luce. Almeno non ho svegliato nessuno, e 
non mi sono rotto un altro osso. 

Fuori fa già un freddo cane, anche se sono solo le undici e venti. Appena 

in tempo, mi rendo conto, per arrivare in bici da Kate e farmi strada nella 
foresta fino al ruscello. Lei mi ha detto di non usare la torcia se non è stret-
tamente necessario. La luna piena dovrebbe bastare. La luna e il mio istin-
to. Fidati, ha detto lei. 

Scherzava, di sicuro. Il mio istinto è in massima allerta, visti i livelli di 

paura e adrenalina. E la prevista luna piena pare che non voglia saperne di 
farsi vedere. Niente di strano, non è mica stupida. 

Non dovrei essere qui. 
Tasto il barattolo di sangue di capra, avvolto con cura nel taschino della 

camicia, sotto il pullover nero. Meno male, è intatto. Vorrei vedere, dopo 
quello che ho fatto per trovarlo. Il veterinario del paese mi ha dato una lista 
delle fattorie in cui allevano capre, dicendomi che comunque avrei ottenu-
to più facilmente latte che non sangue; e mi ha anche guardato come se io 
non fossi completamente a posto. Non aveva tutti i torti. Ho fatto il giro 
delle fattorie, dove se non altro ho dato modo a tutti di farsi una bella risata 
alle mie spalle, e poi sono finito al mattatoio, dove ho avuto il mio bel da 
fare a convincere il tizio che era sangue  di capra che mi serviva per il 
compito di biologia, e non i soliti organi tipo fegato o cervello. Lui mi ha 
assicurato che stavo commettendo un errore e che non avevo capito bene le 
istruzioni; ma, visto quello che è successo al mio fratellino, ha pensato che 
fossi sotto choc e mi ha assecondato. 

Il ricordo mi fa pedalare più veloce: almeno questo riesco a farlo senza 

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cadere. E poi devo affrettarmi. Le strade sono tranquille: non incontro né 
macchine né passanti. Benissimo, così nessuno mi vedrà conciato in questo 
modo: tutto in nero dalla testa ai piedi, come da istruzioni, a parte il picco-
lo simbolo rosso dei Chicago Bulls sul berretto che ho rubato a Casey. Fa 
talmente freddo che ho deciso di concedermi questa trasgressione. 

Quando arrivo al negozio di Jillian sono esausto, visto che l'ultimo tratto 

l'ho fatto a piedi. Lascio la bici davanti alla vetrina e mi avvio per il sentie-
ro nella foresta che mi ha mostrato Kate. Ovviamente al buio non è facile 
individuarlo e devo accendere la torcia. In effetti è a malapena un sentiero, 
e dopo qualche minuto il cuore comincia a battermi all'impazzata. Se il 
rumore dei miei passi sui milioni di foglie secche non mette in allarme gli 
animali, ci penseranno i miei battiti cardiaci a rompere l'armonia tra la 
foresta e la luna, o qualsiasi cosa abbia detto Kate. 

Mi è subito chiaro che i miei peggiori nemici sono le ragnatele nuove, 

create da grassi ragni che non aspettano altro che prede facili come me. 
Tengo la testa bassa e le mani in avanti, strappando una tela dopo l'altra. A 
ogni passo l'adrenalina sale sempre più. Comincio a sudare dappertutto, 
anche se muoio di freddo. All'improvviso mi domando se sto andando nel-
la direzione giusta. Un escursionista esperto non tenterebbe una passeggia-
ta nella foresta in queste condizioni, a quest'ora della notte, senza una bus-
sola. 

Questo pensiero mi mette ancora più in tensione. Il respiro mi si accor-

cia notevolmente. E se finisco fuori strada e non trovo affatto il ruscello? E 
se invece trovassi un burrone? Andrei in ipotermia e morirei di freddo 
prima che riescano a trovarmi, fra due o tre giorni. 

Ecco il panico che monta, distruggendo i miei nervi come l'acido sullo 

zucchero. Devo prendere una decisione. Non posso andare oltre. Faccio un 
giro su me stesso, troppo in fretta. Da che parte? Sono completamente di-
sorientato. E a questo punto vedo un bagliore in lontananza. Sulle prime 
penso sia un fuoco, ma manca il riflesso rossastro. Dev'essere Kate. Nes-
sun altro potrebbe essere qui in piena notte, a parte forse un assassino mu-
nito di ascia. 

Mi faccio strada verso la luce, calmandomi un po' a ogni passo, in modo 

che quando arrivo da lei ho recuperato una certa parvenza di controllo. 

«Ce l'hai fatta» dice, come se avesse nutrito seri dubbi in proposito. 
Mi stringo nelle spalle cercando di fare l'indifferente. Se c'è una cosa che 

mi colpisce, è la totale mancanza di fiducia di Kate verso di me. Secondo 
lei sono una specie di cretino senza spina dorsale. Non per gli incidenti, lei 

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non è così superficiale; anzi, guarda davvero a fondo, dritto nella mia ani-
ma. «Certo. Che cosa pensavi? Ti avevo detto che sarei venuto». 

Con la bacchetta che tiene in mano descrive un ampio arco. «Ho già 

formato il cerchio. Le candele segnano il perimetro. Puoi entrare solo dal 
varco alle mie spalle». 

Faccio come dice, anche se le sue parole mi danno i brividi. Mi ritrovo 

seduto a gambe incrociate di fronte a lei. È allora che comincio a percepire 
distintamente tutto ciò che ho attorno. Il ruscello, familiare e molto vicino. 
Se allungassi abbastanza il braccio verso destra potrei toccare l'acqua lim-
pida. Una nebbia vaporosa aleggia sulla superficie. La scena è irreale, co-
me in un film fantasy. Piccole fiamme bruciano senza fumo in cima a can-
dele bianche disposte in circolo attorno a noi. Stranamente pare che non si 
consumino. A destra di Kate c'è una scatola dorata, a forma di scrigno. Il 
coperchio è sollevato e all'interno si vedono un cristallo rosa perfettamente 
liscio, un calice d'argento, un paio di forbici, un pezzo di spago blu e qual-
che altra stranezza. Sento che i miei occhi sono sbarrati e decido di non 
indagare oltre. C'è un odore di marcio che viene da qualche parte, ma non 
ho proprio voglia di fare domande. Però la cosa più strana è la luce. A par-
te le candele non sembrano esserci fonti luminose, eppure tutta la zona è 
circondata da una specie di cupola di luce bianca, come se fosse l'aria stes-
sa a brillare. 

Kate legge la sorpresa sulla mia faccia. «È solo una piccola magia che 

mi ha insegnato Jillian» dice piano, con voce dolce e melodiosa. Invidio la 
sua calma. Mi fa sentire più smidollato che mai. 

«Ti piace?» 
Che cosa vuole che le dica? «Ehm, sì» farfuglio. «Come...?» 
Lei si limita a sorridere. «È complicato, non sono sicura che tu sia pron-

to a sentirlo. Comunque Einstein ne andrebbe pazzo». 

Devo accontentarmi di questo, anche se vorrei sapere di più. Di fronte 

all'evidenza della sua magia comincio a rilassarmi un po', e anche a spera-
re. Se Kate sa fare cose del genere con la luce, e c'è davvero una maledi-
zione sulla mia famiglia, forse lei può risolvere i miei problemi, dopotutto. 

«Sei pronto? È quasi mezzanotte». 
Annuisco. «Credo di sì». 
Sorride di nuovo e io sento che le mie pulsazioni tornano a un livello 

vagamente umano. Lei è nel suo elemento, totalmente a proprio agio. Un 
po' della sua calma passa anche a me. «Devi toglierti il berretto, e anche i 
vestiti». 

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Mi sporgo in avanti, strabuzzando gli occhi. «Cosa?» 
«Non tutto!» ride lei. «Solo sopra». 
Sogghigno. «Non pensavo a quello. È solo che... insomma, ci saranno 

due gradi». 

Lei aggrotta la fronte, perplessa. «Senti freddo?» 
La sua domanda mi spinge a un rapido riesame della situazione. Mi ac-

corgo che il nostro respiro non forma più piccole nubi di vapore, e che le 
mie dita non sono più intorpidite. Anche i piedi stanno meglio. Mi tocco le 
guance. Incredibilmente, non sono più gelide come qualche minuto fa, ma 
calde. Guardo Kate. «Come hai fatto?» 

«Non l'ho fatto. Non ho nessun potere sul tempo atmosferico, anche se ci 

ho provato un sacco di volte. È la luce che genera un po' di calore, quanto 
basta per combattere il gelo». 

«Uau» è tutto quello che riesco a dire. È come se avessi il deserto in 

bocca. 

«Hai portato il sangue?» 
Questo mi riporta alla realtà. Metto la mano nel taschino con un mezzo 

sorriso al ricordo delle disavventure pomeridiane, e le porgo il mezzo ba-
rattolo di sangue, sperando che basti. 

«Eccellente» dice lei. Meno male. 
«Che ci fai con quello?» 
Lei si volta e prende la fonte della puzza di rancido, una piccola ciotola 

che contiene qualcosa di viscido e scuro. Con cautela, versa il sangue su 
quella roba e mescola con un cucchiaio di plastica. «La visione che ha avu-
to Jillian dei serpenti significa che sei circondato dagli spiriti maligni. Sai» 
aggiunge in tono indifferente, «probabilmente te li porti appresso sempre. I 
serpenti sono solo la loro forma mortale». 

Proprio quello che avevo bisogno di sentire. 
«L'odore prodotto dal sangue di capra mescolato con il cuore e il fegato 

di pesce e le interiora di rospo dovrebbe» continua piano, chinandosi in 
avanti, «si spera, farne piazza pulita. È una tattica temporanea; ma se l'in-
cantesimo funziona stanotte, potrebbe aiutarci a togliere di mezzo i serpen-
ti definitivamente». 

«Davvero?» è tutto quello che riesco a dire. L'immagine dei serpenti che 

mi strisciano addosso mi fa venire la pelle d'oca. Circa sei anni fa abbiamo 
vissuto in una fattoria che era stata un allevamento di cavalli prima che 
papà decidesse di ricreare il manto erboso. Erano ventidue ettari di terra in 
riva al fiume. Il primo serpente lo vedemmo il giorno stesso dell'arrivo. 

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Alla fine della settimana eravamo pronti ad andarcene. I serpenti venivano 
su dal fiume, come se fossimo noi ad attirarli. I vicini ci dissero che dove-
va essere per via della siccità. Perdemmo un sacco di soldi, non riuscimmo 
a venderla abbastanza in fretta, soprattutto dopo quella notte in cui mi sve-
gliai con tre serpenti nel letto e rischiai di non dormire mai più. Il solo 
pensiero mi angoscia ancora. 

Kate finisce di mescolare e posa cucchiaio e ciotola un po' distante, 

sempre dentro il cerchio di candele. Almeno ora la puzza si sente di meno. 
«Rilassati» dice dolcemente. «Non ti farò del male, Jarrod». I suoi occhi, 
ora simili a zaffiri, fissano i miei. «Mai». 

Mi fa piacere sentirlo. «E ora?» 
La sua risposta mi lascia sbalordito. «Ti laverò». 
Chiudo un occhio, cercando di registrare l'informazione; adesso capisco 

la richiesta di spogliarmi. «Prego?» 

«Da tutto il male». 
Ah già, il male. Pensavo davvero che intendesse un bel bagno di schiu-

ma? Per quanto possa essere gradevole in quest'atmosfera, l'idea di farlo 
qui fuori all'addiaccio è un po' meno eccitante. «In che modo?» chiedo 
subito, cercando di nascondere il mio imbarazzo. 

«Con l'aiuto degli elementi: terra, aria, acqua e fuoco». 
Dice sul serio? Sembra il dialogo di un film di serie B. «Tu guardi trop-

po la TV». 

La sua risposta va dritta al punto: «Non ce l'abbiamo, la TV». 
«Okay, allora dimmi come puoi farti aiutare dagli elementi. Glielo chie-

derai per piacere?» 

Mi guarda, gli occhi ridotti a fessure. È furibonda, e io non reggo il suo 

sguardo. «Scusa» mormoro. 

«Non funzionerà mai se non collabori, Jarrod. Il sarcasmo non farà altro 

che creare un blocco. Un incantesimo di purificazione non è una cosa faci-
le». 

«Te l'ho detto, mi dispiace». 
«Va bene». È ancora arrabbiata e mi dispiace davvero. Dopotutto sta fa-

cendo tutto questo per me. «Cerca di non fare troppe domande e seguimi. 
Okay?» 

Annuisco, contrito. 
«Ora togliti il berretto, il pullover e tutto quello che hai sotto». 
I miei nervi gridano vendetta ma eseguo, appoggiando i vestiti accanto a 

me. Mi sento arrossire mentre lei mi guarda. Anche se sono tutt'altro che 

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nudo, mi sento come se lo fossi. Mi sento affascinante come un mucchio di 
ossa. Cerco di guardare altrove. Kate sta facendo qualcosa con le mani, e 
quando realizzo che sono giunte in preghiera la cosa mi dà una strana sen-
sazione. Sta anche parlando, ma non a me. Tiene la testa all'indietro e non 
distinguo le parole. Dopo qualche secondo si mette in ginocchio, afferra le 
forbici e le avvicina alla mia testa. 

«Ehi, aspetta un attimo. Che ci fai con quelle?» 
La sua voce è incredibilmente calma, quasi piatta, come se fosse in tran-

ce. «Ho bisogno dei tuoi capelli». 

«Cosa?» Mi sollevo su un ginocchio, pronto a correre via, in qualsiasi 

posto, subito. Questa buffonata è durata anche troppo. 

Ma lei sorride, con dolcezza. «Non tutti, solo una piccola ciocca». 
Taglia in fretta, prima che cambi idea, poi lega la ciocca con del filo blu. 

«Questo puzzerà un po'». Tiene la ciocca su una candela alla sua sinistra e 
ricomincia a recitare, stavolta una cantilena in rima. 

In realtà l'odore che sento è niente, in confronto all'intruglio di sangue di 

capra. La ciocca di capelli brucia e si disintegra nella fiamma gialla. 
Quando è sparita guardo Kate. Sembra proprio eterea, con la luce delle 
candele riflessa negli occhi azzurri e la brezza che gioca con i lunghi ca-
pelli neri. Ecco, in questo momento sembra davvero una strega, con quegli 
occhi luminosi e strani; le manca solo la scopa. 

Si volta e mi guarda. «La prossima parte non ti piacerà» dice con dol-

cezza. 

Mi preoccupo subito. 
Con il calice raccoglie un po' di terra umida e nera. «Respira piano e a 

fondo, da qui». La sua mano tocca un punto proprio sopra il mio ombelico. 
È ferma, soffice e piacevolmente calda, e stavolta mi ci vuole tutta la con-
centrazione possibile per fare quello che mi dice. La sua mano, il suo tono 
di voce e gli occhi brillanti stanno facendo strani effetti sul mio equilibrio. 
Cerco di non mostrare le mie emozioni, visto che Kate le capisce così be-
ne. Alla fine riesco a dare al mio respiro il ritmo giusto dal fondo dell'ad-
dome. Lei lascia la mano appoggiata per qualche secondo, poi, lentamente, 
mi versa sulla testa la terra umida. Con un movimento circolare mi sparge 
la terra fra i capelli, sulla fronte e sul petto. Mentre lo fa, ripete la cantilena 
in rima. 

Chiudo gli occhi, nel vano tentativo di proteggerli dalla polvere e dal 

terriccio. Vorrei essermi ricordato degli occhiali. 

Quando li riapro, Kate sta sorridendo. «Stai andando benissimo». 

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Annuisco, ma il movimento non fa che aumentare la quantità di terra ne-

gli occhi e in bocca. «Ti stai divertendo un sacco, eh?» 

Lei ride, e sono felice di vedere che quello strano luccichio è scomparso 

dai suoi occhi. È di nuovo normale. Cioè, normale per quanto può esserlo 
Kate. «Resta solo un'ultima cosa» dice. Allunga la mano verso il ruscello, 
si sciacqua le dita e poi, con le mani a coppa, raccoglie dell'acqua e me la 
porge. 

Non c'è bisogno che dica nulla. Vuole che beva, lo so, ma solo il pensie-

ro di sorseggiare l'acqua direttamente dalle sue mani fa un effetto strano 
alla mia anatomia. Quel gesto va al di là di quella particolare linea invisibi-
le, la linea dell'intimità. 

Lei indica l'acqua con un cenno della testa. «Dai, che aspetti?» 
Guardo le gocce d'acqua che filtrano tra le sue dita. Cercando di non la-

sciar trasparire quello che provo, mi chino e bevo. Non oso guardarla, per-
ché capirebbe subito l'effetto che mi fa. Quando l'acqua è finita, respiro a 
fondo e mi risiedo sui talloni. Kate sussurra qualcosa tra i denti, oscillando 
appena avanti e indietro. Mi sento scuotere dai brividi e da una strana on-
data di calore. Non appena la sensazione passa, resto senza fiato. 

Kate sospira appena, poi sorride. «Ti senti bene?» 
«Un po' strano, ma sta passando». 
«Bene. Abbiamo finito». Si affretta a rimettere tutto in ordine. «Dob-

biamo uscire dal cerchio come siamo entrati». Una volta usciti, Kate spe-
gne le candele. Con il bicchiere di plastica scava una piccola buca e sotter-
ra il miscuglio puzzolente di sangue di capra, pesce e budella di rospo. 
«Vestiti ora, ricomincerà subito a fare freddo». Mentre lo dice, il bagliore 
che ci circonda svanisce poco a poco. Una luna vigliacca finalmente si 
decide a comparire, ora che è tutto finito. La intravedo attraverso la volta 
degli alberi, e la sua piccola luce mi aiuta a individuare i vestiti. L'aria si fa 
più fredda, e dopo essermi scosso via un po' di terra di dosso mi rivesto, 
berretto incluso. «È tutto, quindi?» chiedo, scuotendo ancora la testa. 

«È tutto» ripete lei. 
Mi frugo nella tasca dei calzoni in cerca della torcia, e finalmente la tro-

vo e l'accendo. «Ora che succede?» 

Ci incamminiamo verso la strada, o almeno credo. Non saprei dirlo, ma 

Kate sembra sicura del fatto suo, e io la seguo. «Bisogna aspettare e vede-
re, immagino» dice. 

Non sembra molto fiduciosa. «Quanto ci vorrà, secondo te?» 
«Se l'incantesimo funziona, allora la maledizione dovrebbe sparire subi-

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to». 

«Meno male!» Mi concedo un po' di entusiasmo. Forse dopotutto questa 

notte folle è valsa la pena. «Ma come farò a sapere se la maledizione non 
c'è più?» 

«È ovvio» risponde lei. «Non sarai più così maldestro e la tua famiglia 

vedrà interrompersi la serie di disgrazie». 

Arriviamo alla strada e Kate mi accompagna alla bici. Ora c'è molta più 

luce, le nubi si sono aperte e la luna brilla indisturbata. Spengo la torcia. Il 
piccolo cofanetto sotto il braccio di Kate mi fa tornare in mente quello che 
abbiamo appena fatto. All'improvviso mi sento a disagio. Come si fa a 
ringraziare una strega per aver fatto un incantesimo che forse ti ha tolto un 
anatema vecchio di secoli? 

«Senti» comincio. «Per stanotte, io... ehm... insomma, grazie per il tuo 

aiuto». 

Lei sorride ed è carina da morire. «Potrebbe non funzionare, sai. Sono 

solo una novizia, e lo stregone che ha creato la maledizione doveva essere 
un potente alchimista». Distoglie brevemente lo sguardo, poi aggiunge, 
piano: «Ricorda che non era magia antica, Jarrod». 

«Quindi?» 
«Abbiamo a che fare con una maledizione generata da una magia di qua-

si mille anni fa. Allora c'era un senso diverso nelle cose, un'altra intensità. 
Ora è tutto molto diverso, più commerciale. E questo porta a una specie 
di... sì, di debolezza. Jillian è capace di operare la magia antica, ma non ce 
ne sono molti come lei». 

«Be', comunque tu ci hai provato e hai avuto dei problemi a causa mia». 
Si stringe nelle spalle. «Nessun problema. Non ho molte occasioni di fa-

re incantesimi. Qui in giro non ci sono abbastanza volontari. A parte Han-
nah forse, ma certe pratiche sono un po' troppo pericolose per provarle 
sulla tua migliore amica». 

Sta scherzando, glielo leggo negli occhi ridenti, però mi fa capire quanto 

seriamente sia coinvolta in queste faccende di magia. Io ho ancora i miei 
dubbi, ma devo ammettere che Kate ha dei talenti bizzarri, come creare la 
luce dal buio, e quelle candele accese che non si consumano. Ora che il 
mio cervello funziona di nuovo normalmente, mi domando come faccia. 

Punto la torcia sul mio orologio ma non riesco a vedere le cifre. 
«Sono le quattro» dice lei. 
Sono sbalordito. Siamo davvero rimasti quattro ore nella foresta? «Devo 

andare» dico. «È tardi». 

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«Sì, direi di sì». 
Sembra riluttante, esattamente come me. Anche se la temperatura qui 

fuori dev'essere scesa a meno cinque, non ho fretta. Potrei restare qui tutto 
il resto della notte, finché c'è Kate. Questo pensiero mi colpisce come una 
martellata. Meglio che risalga sulla bici prima di fare una figura da idiota 
totale. «Ci vediamo. Grazie ancora». 

Lei annuisce, ma il suo sorriso è velato. Per un attimo il suo viso è un li-

bro aperto. Si sta domandando se lunedì, a scuola, farò finta che non esista. 
La saluto con un cenno e comincio a pedalare, con davanti agli occhi l'im-
magine di Tasha e Jessica, Bicipite, Ryan e Pete. Sapere che mi hanno 
accettato mi tranquillizza, l'attrazione è forte. 

Vorrei non essere un tale codardo. Mi odio. Kate si merita di meglio. Lei 

è forte, molto più forte di me. Ha bellezza e talento, tutti e due di un genere 
unico. Questo la rende diversa, oggetto delle offese di quella cricca e del-
l'indifferenza di tutti gli altri. 

E io? 
Be'... non sono certo migliore. 
 

Kate 

 
Non funziona. L'incantesimo non funziona. Me ne rendo conto subito 

lunedì mattina, quando Jarrod arriva tardi a lezione e spiega al professore 
di storia, Dyson, che ha forato con la bici su una bottiglia rotta; quando poi 
è tornato indietro per farsi accompagnare da sua madre, la macchina non 
ne ha voluto sapere di partire. 

«Stamattina c'era anche molta brina» spiega il professore. Non è arrab-

biato, per fortuna di Jarrod, che pare già abbastanza avvilito. «Di' ai tuoi di 
usare l'antigelo, probabilmente è stata solo colpa del freddo. D'altra parte 
le previsioni dicono che questo sarà un inverno particolarmente rigido». 

Non credo che Jarrod capisca che l'incantesimo è andato male fino all'o-

ra di ginnastica. I ragazzi devono formare una piramide umana. Jarrod, che 
è tutto tranne che forzuto come Bicipite, non viene assegnato alla base. 
Dopo una lunga serie di sbuffamenti e grugniti da macho, Bicipite prende 
posto e la base è pronta. Poi salgono Callum e Todd, e lasciano il posto al 
centro a Jarrod. Quando comincia ad arrampicarsi sento qualche risatina. 
Non è cattiveria, è solo la sua reputazione che lo precede. È maldestro, lo 
sanno tutti. Perde continuamente le cose, inciampa. Ora non porta nemme-
no gli occhiali, ma anche se li avesse non farebbe molta differenza. 

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È in piedi sulle spalle di Bicipite e Ryan, e finora va tutto bene. La clas-

se fischia e fa il tifo, e lui abbassa la testa con un sorriso imbarazzato. La 
professoressa Milan dice a tutti di calmarsi, ma ride anche lei. Lo fa senza 
malizia, e l'atmosfera in palestra è molto rilassata. 

Ben Moffat è il sedicenne più piccolo che abbia mai visto. Da bambino 

ha avuto la leucemia, e la chemio e la radioterapia gli hanno rallentato la 
crescita. È minuto, ma comunque in forma, e per lui non è un problema 
arrampicarsi al primo livello. È solo quando cerca di bilanciarsi sulle spal-
le di Todd e Jarrod che quest'ultimo perde per un istante l'equilibrio e fa un 
brusco scarto di lato. Ben Moffat cade all'indietro e la piramide crolla con 
un effetto domino; così Ben si ritrova sommerso da una valanga umana. La 
professoressa spinge via tutti in fretta e lo raggiunge. È quasi sicura che si 
sia solo storto una caviglia, ma vuole mandarlo a fare una lastra, per sicu-
rezza. La sua preoccupazione principale è la possibilità di una costola rot-
ta. 

Jarrod è ancora sui grossi materassi blu, la testa fra le mani. Guarda len-

tamente in su e incrocia i miei occhi. Nei suoi c'è consapevolezza, e un 
amaro disappunto. Sorrido e mi stringo nelle spalle. Perlomeno ci abbiamo 
provato. Lui pare talmente depresso che vorrei dire qualcosa di carino. Mi 
guardo bene dal farlo, è ovvio. Dio sa come reagirebbe, davanti a tutti gli 
altri. Finora non mi ha neanche avvicinata. 

Tasha, invece, non esita un secondo e corre subito ad aiutarlo. Lui sorri-

de e ringrazia. Digrigno i denti. La scena è talmente disgustosa che mi ro-
vina il resto della giornata. 

Più tardi, all'uscita, Jarrod mi raggiunge sulla via di casa. Camminiamo 

in silenzio per un po', ma non c'è un secondo in cui non sia consapevole 
della sua presenza. Mi rende nervosa e, anche se mi sono ripromessa di 
non farlo più, devo sapere cosa sta provando, perciò con molta cautela gli 
sondo la mente. 

Con mia grande sorpresa stavolta non incontro resistenza e, cosa ancora 

più strana, non ci sono muri, perché è lui a non volerli. C'è amarezza, una 
grande preoccupazione e confusione. Ci sono molti dubbi e capisco che la 
sua fiducia nella magia è diminuita ulteriormente. L'incantesimo ha solo 
peggiorato le cose. 

Sa che sono lì, eppure non mi ferma. Vuole che io legga i suoi sentimen-

ti, capisca quello che prova. Per lui è più facile in questo modo, piuttosto 
che trovare le parole per spiegarsi. E questo mi fa saltare i nervi. Non rie-
sco a credere che non abbia neanche il coraggio di esprimere i suoi senti-

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menti. Ma cosa gli succede? 

La tensione cresce al punto che se non dico qualcosa esplodo. «Mi di-

spiace» borbotto, «che l'incantesimo non abbia funzionato». Si stringe nel-
le spalle, come se non gli importasse, e questo mi fa arrabbiare ancora di 
più. «Non è la fine del mondo, santo cielo!» 

Lui apre lo zaino e pesca una bottiglia d'acqua. «Ora che cosa suggeri-

sci?» Beve un lungo sorso. «Sacrifichiamo una vergine? E se invece la 
prossima volta facessi il bagno nell'acqua e mangiassi la melma? Oppure 
magari mi rapo a zero e offro i miei capelli da mangiare a una capra?» 

«Non c'è bisogno di fare il cretino». 
In risposta ottengo un sonoro lamento. «Lo so, Kate. Scusa. Tu non c'en-

tri niente». 

La sua capacità di commiserarsi è ributtante. Odio questo lato di lui. In 

qualche modo gli farò passare questo vizio. «Svegliati, Jarrod. Neanche tu 
c'entri niente!» 

Non mi crede. Fin dal momento in cui ha ammesso la possibilità della 

maledizione si è fatto completamente carico della colpa delle disgrazie di 
famiglia, assumendosi tutte le responsabilità passate e presenti. 

«Jarrod, stammi a sentire». Raggiungiamo il bivio. Da qui lui prende la 

strada asfaltata verso ovest, dove a circa due chilometri c'è casa sua. È la 
vecchia casa dei Wilson. Vic Wilson è morto circa cinque mesi fa e ha 
lasciato il suo patrimonio al figlio Stephen, che fa l'avvocato a Sydney. 
Stephen non aveva la minima intenzione di tornare ad Ashpeak, perciò ha 
deciso di vendere la casa. È malmessa, ma non inabitabile. «Ci sono anco-
ra un paio di cose che possiamo tentare». 

«Un altro incantesimo, Kate?» 
Quanto vorrei che la piantasse. «No, idiota. Jillian ha un'idea, ma è un 

po' inverosimile, perfino per me. Perciò per il momento non la prenderemo 
in considerazione». Anzi, speriamo di non arrivare mai a doverla prendere 
in considerazione. 

«E allora l'altra idea qual è?» 
«Sei tu». 
Di nuovo quello sguardo incredulo. Non mi abituerò mai. Perché non 

può accettare la realtà e basta? «In che senso?» 

«I tuoi poteri, è ovvio. Quando ammetterai che io potrei avere ragione?» 
Lui sbuffa e fa per avviarsi verso casa sua. «Kate, per l'amor del cielo, 

lascia stare». 

Lo afferro per il braccio e tiro forte. «No che non lascio stare. Senti, non 

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tutto rientra nel tuo semplice libro delle regole. Ci sono cose nella vita che 
non si possono spiegare. Il paranormale è una di queste. Con l'aiuto del tuo 
dono, Jarrod, possiamo combattere questa cosa». 

«Tu sei confusa, Kate. Io non ho nessun 'dono'. Le cose che mi capitano, 

casomai, e non posso credere che lo sto dicendo davvero, sono provocate 
da quella stupida maledizione, non da qualche represso potere soprannatu-
rale». 

«No, Jarrod, hai torto. Certo, gli incidenti e la sfortuna, le ossa rotte, la 

tua goffaggine, sono effetto della maledizione. Ma le tempeste, il vento 
improvviso, il terremoto! Sei tu a provocarli!» 

Lui resta in silenzio, spero a meditare sulle mie parole. Usare i suoi po-

teri è davvero la nostra unica chance. L'idea di Jillian non funzionerà, non 
può  funzionare. E poi è un'idea pazzesca, servirebbe solo a convincere 
Jarrod che siamo tutte e due pronte per un bell'incantesimo a base di psico-
farmaci. 

Ma lui si limita a scrollare le spalle e a rimettere la bottiglia vuota nello 

zaino. «Qual è l'altro modo? Quello che Jillian ha letto nel vecchio manua-
le?» 

Lo guardo, senza parole. 
«Cos'è, Kate?» 
La frustrazione mi fa quasi esplodere. Mi volto, in direzione di casa. 

«Lascia stare. Non lo vuoi sapere veramente». 

«Te l'ho chiesto, no?» dice lui, da lontano. 
Faccio il gesto di allontanarlo, non proprio convinta. «Vai a casa, Jar-

rod». 

Non ci va. Anzi, mi raggiunge di corsa. Lo guardo male. «Che cosa 

fai?» 

«Be', se non me lo dici tu, lo chiedo a Jillian». 
Mi pento all'istante di aver aperto la mia boccaccia. Dal giorno in cui Jil-

lian ha consultato gli antichi testi, è partita in quarta con la realizzazione 
del suo piano. A parte le cose essenziali, non sta facendo altro che correre 
in giro per frenetici preparativi, fino a cucire a mano i vestiti e a procurare 
autentici stivali di cuoio. Rabbrividisco al solo pensiero. Se Jarrod sapesse 
del suo piano si farebbe una risata, e oltretutto non credo che lo terrebbe 
per sé. Non mi fido di lui. Nel modo in cui qui si spargono i pettegolezzi, 
l'intera città sghignazzerebbe entro mezzanotte. Se lui chiede a Jillian, lei 
glielo dirà, ecco tutto. 

Ho una fiducia sconfinata in Jillian. Ho visto cosa è in grado di fare. 

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Come guaritrice, soprattutto di animali, è eccezionale. Non solo conosce le 
erbe, ma il potere è nel suo corpo, nella sua mente. Attinge a piene mani 
dalle sue antiche origini. È in grado di ascendere a un altro livello, e lì la 
sua magia è davvero ultraterrena. 

Ma quello che sta preparando adesso è diverso. Non rientra in nessuna 

categoria, né soprannaturale né di altro tipo. 

«Ascolta» comincio. «L'idea di Jillian è un po', come dire, sopra le ri-

ghe». 

«E qual è la novità?» 
Lo guardo malissimo, e devo forzarmi per non lanciargli qualche incan-

tesimo antipatico. Ricordando l'immagine del suo torace glabro, una cre-
scita incontrollata di peli, tipo vello, non ci starebbe male. Mi trattengo, 
ma a fatica. «Stammi a sentire» provo di nuovo, a denti stretti. «Sai cosa 
pensa la gente da queste parti. Se ti racconto del piano di Jillian, come fac-
cio a essere sicura che non andrai a raccontarlo in giro per tutta la monta-
gna?» 

Lui fa un'espressione veramente offesa, e si ferma. «Ma per chi mi pren-

di? Per amor del cielo, Kate, non lo farei mai. Jillian mi piace, non farei 
mai nulla per danneggiarla». 

Quando riprendiamo a camminare mormoro tra me: «Provaci e vedrai». 
«Cos'hai detto?» 
Comincio a mordermi il labbro inferiore, ma riesco a smettere subito. 

«Senti, non voglio che a Jillian capiti nulla. Lei è tutto per me. Chiaro?» 

Lui annuisce silenziosamente. 
Mi guardo le scarpe impolverate. «Lei non è solo mia nonna. Lei... mi 

vuole bene». 

«Questo si vede» approva lui, dolcemente. 
Devo aggiungere qualcos'altro, ma non so come. «Lei non...» 
«Cosa, Kate?» 
«Lei non mi ha abbandonato, va bene?» Spero che questo basti. Per tutto 

il resto della strada rimaniamo in silenzio. 

Tuttavia Jillian non è in casa e sulla porta del negozio c'è un cartello che 

dice 'temporaneamente chiuso'. Porto Jarrod sul retro, dove c'è l'orto delle 
erbe, sotto il glicine spoglio che si arrampica sul portico. Di solito qui da 
qualche parte c'è la chiave. Jillian è quasi sempre in casa. Immagino che la 
sua assenza abbia a vedere con il suo piano. Chiude la porta a chiave solo 
per via dei pezzi rari, dei libri antichi e insostituibili che si trovano nella 
sua stanza, non per i gingilli per turisti del negozio. 

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Alla fine trovo la chiave, ma Jarrod è seduto su un masso all'estremità 

della veranda che dà sulla foresta, e osserva la varietà di uccelli che ven-
gono a mangiare le briciole sparse da Jillian. Anche lei adora la foresta: è il 
nostro giardino, un posto dove gli uccelli sanno di poter sempre trovare 
cibo, acqua e riparo. 

Jarrod sembra così a suo agio, in pace con se stesso per una volta, che 

non mi va di rovinare la scena con l'incredibile piano di Jillian. Prendo uno 
sgabello e mi siedo di fronte a lui, godendomi il gioco del sole tra gli albe-
ri, le palme, le felci e gli eucalipti che caratterizzano questa zona della fo-
resta. 

«Sei così fortunata ad avere tutto questo, Kate» dice lui, piano. 
«Lo so». 
Distoglie lo sguardo dalla moltitudine di uccelli e lo posa su di me. «La 

tua sicurezza mi spaventa». 

«Solo perché tu non ne hai». 
«Lo ammetto, sono un codardo smidollato. Tu ti meriti molto di più». 
L'ultima affermazione mi sorprende. È come se ci avesse pensato, forse 

mi ha perfino presa in considerazione come sua potenziale ragazza. Mi 
sento solidale con lui, ma trovo veramente schifoso il modo in cui si com-
misera. «Se tu accettassi il tuo dono, Jarrod, la tua autostima salirebbe alle 
stelle». 

La sua espressione passa dalla meraviglia all'esasperazione. «Non vorrai 

ricominciare, vero?» 

È così frustrante che mi viene quasi da pestare i piedi. «Se solo trovassi 

il modo di dimostrartelo! Potrei farti arrabbiare al punto da farti esplodere, 
ma visto che non sai come gestire il potere entri in una specie di trance 
catatonica e non ricordi più nulla. Perciò, a che scopo distruggere casa mia 
e il lavoro di Jillian per una cosa che liquideresti in fretta con una delle tue 
ridicole spiegazioni?» 

«Sappiamo tutti e due che questa conversazione è senza uscita, Kate, 

perciò dimmi il piano di Jillian». 

«È folle» ammetto, in tutta onestà. 
«Okay, spara». 
Non riesco a guardarlo in faccia. Non voglio vedere quel sorrisetto che 

gli spunterà, lo so, perciò fingo di essere affascinata dai tacchini selvatici 
che litigano per qualche boccone prelibato. «Innanzitutto si tratta di bloc-
care la maledizione». Gli lancio una rapida occhiata. Ha gli occhi stretti, i 
gomiti appoggiati sulle ginocchia. Si sporge in avanti, attento a ogni mia 

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parola. 

«Secondo Jillian la maledizione ha creato un legame così forte da supe-

rare il tempo, lo spazio e la materia. Lei crede di poter generare un incan-
tesimo che ti possa riportare fisicamente nel luogo e nel momento in cui è 
stata creata. Più o meno». Decido di usare un linguaggio semplice, in mo-
do che lui afferri subito l'idea e io non mi debba ripetere. Anche perché sto 
perdendo la pazienza. «In parole povere, Jillian pensa di poterti riportare 
indietro nel tempo, nell'Inghilterra del medioevo, nello stesso luogo in cui 
vivevano i primi Thornton». 

Mi guarda, con un buffo piccolo sorriso che aleggia attorno alle labbra, 

come se volesse chiedere qualcosa ma temesse di alimentare ulteriori fol-
lie. A volte è lì, e un accenno di fossetta sulla guancia accompagna quella 
leggera sul mento; poi scompare, e lui alza gli occhi al cielo. «Ti dispiace-
rebbe ripetere?» 

Non mi crede. E di cosa mi stupisco? Non ci credo nemmeno io, eppure 

ho visto Jillian all'opera. Emetto un piccolo grugnito. «La prima famiglia 
elencata sul tuo albero genealogico è segnata dalle disgrazie: rapimenti, 
tradimenti, figli illegittimi, tutto. Perfino stregoneria. Dev'essere contro di 
loro che la maledizione è stata generata. Anche Jillian lo pensa. Ha studia-
to il libro di tuo padre giorno e notte». 

Jarrod fa un gesto vago con le dita. «Non parlavo di questo» dice, come 

se si rivolgesse a una bambina stupida. «Ma di quella follia sul tempo, lo 
spazio e la materia». 

Non ho intenzione di ripetere quello che per lui è evidentemente un'as-

surdità. Anche se io stessa non credo alla teoria di Jillian, mi metto subito 
sulla difensiva. «Come fai a dire che è una follia? Quali altre idee brillanti 
hai avuto, a parte il suicidio? Sei sempre così ingrato con chi cerca di aiu-
tarti?» 

«Vacci piano, Kate. Non ti rendi conto di quant'è ridicolo? Non mi me-

raviglia che ti preoccupi di quello che può pensare la gente. Ma sta' tran-
quilla, non lo dirò a nessuno. So benissimo che, se lo facessi, due letti a te 
e Jillian all'ospedale psichiatrico non li toglierebbe nessuno». 

È una tale cattiveria che mi viene voglia di picchiarlo. «Stronzo». 
«Va bene, allora spiegami come farà Jillian a compiere questo miracolo. 

La sua teoria contempla anche un viaggio di ritorno, o cosa?» 

«Non mi va di sprecare il fiato». 
Lui si stringe nelle spalle. «Fai come ti pare». 
«Senti, tu non capisci. Anche Jillian ha il dono. E il suo viene da molto 

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lontano. È magia antica, Jarrod. È diversa, e molto potente». 

«Spiegami il piano, Kate. Poi decido io». 
Decido, contro ogni ragionevolezza, di tentare. Al diavolo! Le cose non 

possono andare peggio di così. Lui pensa già che Jillian e io siamo matte, 
che altri danni posso fare? E poi forse, solo forse, con qualche spiegazione 
in più potrebbe cominciare a credere... «Ha a che vedere con gli alberi». 

«Come?» 
«È una questione di legami». 
«Non ho capito». 
«Secondo Jillian tu sei legato al passato dalla maledizione. E, visto che 

quella è ancora attiva, rimandarti indietro sarà facile. Il difficile sarà farti 
tornare». 

Lui annuisce, così continuo, anche se non entro in dettagli. «Sta lavo-

rando su un amuleto i cui componenti creeranno un legame tra te e la fore-
sta. La sua magia, vecchia quanto il tempo, ti rimanderà indietro, e l'amu-
leto, che possiede un fortissimo legame con la foresta, ti farà tornare». 

«Che cosa c'è nell'amuleto?» 
«Ha a che fare con gli alberi, i più antichi e i più nuovi». Lo sto perden-

do di nuovo, lo vedo dalla sua espressione dubbiosa, perciò taglio corto. 
«Non importa come, tu devi solo fidarti». 

Jarrod scoppia a ridere. «Se non ci credi tu, perché dovrei crederci io?» 
Touché. Mi mordo di nuovo il labbro, pensando a cosa rispondere. 
Lui scuote la testa. «Lascia stare, non lo voglio sentire. In realtà non vo-

glio sentire più una sola parola di queste follie». 

Non ho la possibilità di replicare perché sento la macchina di Jillian en-

trare nel garage. Restiamo tutti e due in silenzio mentre lei apre la porta del 
negozio, cantando un motivo scozzese. Mi domando dove lo abbia pesca-
to. 

«È tornata Jillian» mormoro, anche se lui l'ha sentita come me. All'im-

provviso vorrei essere in qualsiasi altro posto, perfino nella stanza da letto 
di Bicipite. «Spero che almeno ti comporterai in modo civile» sibilo tra i 
denti. 

Lei esce quasi volando dalla porta sul retro, con le mani piene di briciole 

di pane mischiate a mangime per uccelli. Ci chiniamo per evitare il lancio 
di briciole, ma lei ci vede troppo tardi. «Ooops, e voi due da dove saltate 
fuori?» Per la sorpresa sbaglia la mira e ci tira tutto addosso. «Ooh, mi 
dispiace. Guarda che disastro. Scuotetevelo di dosso prima di entrare, o gli 
uccelli vi seguiranno». 

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Non sarebbe la prima volta. 
Ci alziamo e cominciamo a scuoterci via le briciole dai capelli e dai ve-

stiti. «Figurati, Jillian» dice Jarrod. «Niente di grave». 

Lo guardo di traverso, impressionata. Gli piace davvero, Jillian. È calmo 

e controllato. 

«Be', a questo punto, il minimo che possa fare è offrirvi qualcosa da be-

re». 

La seguiamo in cucina e ci sediamo al tavolo, mentre lei versa in tre bic-

chieri acqua ghiacciata e succo di lime fresco. Intanto la tensione nella 
stanza sale, in un silenzio imbarazzato. Jillian chiede a Jarrod come sta 
Casey e tra quanto potrà tornare a scuola. 

Jarrod risponde gentilmente, ma capisco che è a disagio. Preferirebbe 

anche lui essere altrove, piuttosto che star qui seduto a fingere cortesia. 

Non ci vuole molto perché Jillian capisca. Le sue dita accarezzano il 

bicchiere e i suoi occhi si fissano, tranquilli, sul volto aggrottato di Jarrod. 
«Vedo che Kate ti ha spiegato la mia teoria». 

Lui deglutisce, a fatica. Il suo pomo d'Adamo fa su e giù. Mi domando 

se riuscirà a mantenere a lungo quel contegno pacato e tranquillo. «Non 
credo che sia possibile, Jillian» dice. 

Be', almeno non le ha detto che è una povera pazza. 
Lei sorride e annuisce, comprensiva. «Non ci credi molto, eh, Jarrod?» 
Lui si mette sulla difensiva. «Vedi, io credo che Kate abbia certe capaci-

tà, è innegabile. A volte la sento nella mia testa...» 

Jillian mi lancia uno sguardo di rimprovero. «Lo sai che non devi, Kate. 

Io non ti ho insegnato questo». 

«Hai ragione, scusa» mormoro. 
«È una cosa invadente, tesoro». 
«Lo so. Ma non lo faccio spesso. Davvero» aggiungo, in risposta al suo 

sguardo scettico. 

«Non ti preoccupare, Jillian» dice Jarrod, calmo. «Il più delle volte non 

m'importa. Non fa mica male. E poi posso tenerla fuori, se voglio». 

«Sul serio?» domanda Jillian. «Notevole. La maggior parte delle persone 

non si accorge nemmeno che lei lo sta facendo, figuriamoci riuscire a im-
pedirglielo». 

Jarrod stringe le labbra. Sembra indispettito, come se si sentisse indotto 

ad ammettere qualcosa. L'acqua nei nostri bicchieri comincia a ribollire. 
Jillian lo nota e mi lancia un'occhiata significativa. 

«Non cominciare anche tu, Jillian. Ho appena spiegato a Kate che non 

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deve insistere con quella stronzata del dono». 

«Non c'è bisogno di diventare cafoni, Jarrod» sbotto. 
Lui si alza e la sua sedia cade all'indietro con un tonfo. «Be', ora ne ho 

abbastanza. Scordatevi i vostri... piani. Io non ne voglio sapere». Si volta e 
rimette a posto la sedia, poi cerca il mio sguardo. Quando lo trova dice 
piano, come per assicurarsi che io capisca esattamente cosa intende: «Ho 
ascoltato le tue teorie, Kate. Diavolo, ho perfino cominciato a crederci. E 
ora non ci capisco più niente». Si passa bruscamente una mano tra i capel-
li. «Ma questa storia del viaggio nel tempo è troppo. Non voglio averci 
niente a che fare. Ora me ne vado e non mi rivedrai, Kate. Mai più!» 

Trattengo il respiro. Il pensiero che lui non mi parli più, che non passi 

più di qui mi spezza il cuore. Non ha bisogno di spiegarsi meglio, quello 
che mi sta dicendo è chiaro: se mi avvicino, lui mi ignorerà, farà finta di 
non conoscermi. Lo odio. Ho voglia di piangere, ma Jillian mi sta guar-
dando e io detesto la compassione. Perciò rimango calma, e cercando di 
controllare il tono di voce rispondo: «Per me va bene. La porta, sai dov'è». 

Lui si volta ed esce. 
Nell'attimo in cui la porta si chiude, il contenuto dei bicchieri salta fuori 

e si versa sulla tovaglia. 

 

Kate 

 
Il giorno dopo Jarrod non viene a scuola. Non so cosa pensare, spero so-

lo che non sia successo niente. Sulle prime cerco di ripetermi che non 
m'importa, ma con il passare delle ore il presentimento si fa così forte che 
mi è impossibile non pensarci. Alla fine della giornata il senso della di-
sgrazia incombente è così netto che non riesco a concentrarmi. Mi sento 
male. Perfino Hannah mi sta alla larga. 

Sulla via di casa, arrivata al bivio, lotto con me stessa per non imboccare 

la strada asfaltata che porta da Jarrod. Dopotutto potrei avere torto marcio 
e Jarrod potrebbe aver saltato la scuola per un milione di motivi. Magari ha 
il raffreddore, o il mal di testa o chissà cosa. Se arrivo alla sua porta e non 
è successo nulla farò la figura dell'idiota totale, o peggio: penserà che ho 
una fissazione per lui. Il suo messaggio di ieri era di una chiarezza umi-
liante: stammi alla larga

Perciò vado a casa e decido di chiedere a Jillian se lei per caso ha sentito 

qualcosa. 

Non ne sa nulla, ma dice che è tutto il giorno che pensa a Jarrod e alla 

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sua famiglia, anche lei con presentimenti poco positivi. Cerca di imputare 
tutto alla spiacevole scenata di ieri in cucina, ma ammette di non avere 
molto spesso sensazioni così forti. 

Non c'è nulla che possiamo fare, perciò Jillian finisce di cucire gli abiti 

medievali a cui sta lavorando, visto che dopotutto possiamo anche esporli 
in vetrina. «Magari qualcuno li comprerà per la festa in maschera». 

«Giusto» mormoro, ma non riesco a manifestare un grande entusiasmo, 

non in questo stato d'animo. 

Mentre Jillian finisce di cucire, preparo una pasta con verdure. Siamo 

entrambe vegetariane e mangiamo spesso insalate, ma oggi ha cominciato 
a fare davvero freddo e un piatto caldo ci sta bene. E poi pulire e tagliare le 
verdure serve a distrarmi. Qualsiasi cosa pur di non pensare a Jarrod. 

Sono sul punto di chiamarlo più di una volta, ma poi non lo faccio. Non 

mi vuole nella sua vita, devo accettarlo. Poco dopo le nove, però, convinco 
Jillian a chiamare. Se lo fa lei non è un problema. Deve solo informarsi 
sulla salute di Casey. 

Jillian chiama, ma nessuno risponde. 
«Per favore, fallo squillare ancora». 
«L'ho fatto, Kate. Non c'è nessuno». 
«A quest'ora della notte?» 
Jillian guarda l'orologio sulla parete. «Sono solo le nove e venti, tesoro. 

Magari sono andati al cinema». 

«Non è venerdì». 
Lei mi dà una pacca sulla spalla e comincia a sparecchiare. 
«Lascia stare» dico bruscamente. Ho bisogno di darmi da fare per occu-

pare il tempo. 

Lavare i piatti per due mi prende ben dodici minuti, anche pulendo tre 

volte il tavolo. Non mi resta che andare a letto. Di fare i compiti non se ne 
parla nemmeno, non riuscirei a concentrarmi. Do la buonanotte a Jillian e 
vado in camera mia. 

Sento i colpi alla porta non appena arrivo in cima alle scale. Mi precipito 

giù, gridando: «Vado io!» 

È Jarrod, lo so. Spalanco la porta, col cuore incastrato da qualche parte 

nelle vicinanze delle tonsille. Quando lo vedo ha l'aria così sconvolta che 
non riesco a trattenere una specie di urlo strozzato. È come se fosse appena 
stato all'inferno, e l'unica uscita possibile fosse stata attraverso una fogna-
tura. «Jarrod, che è successo?» 

Non riesce quasi a parlare. Gli occhi sono sprofondati nelle orbite e cir-

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condati da occhiaie nere, la pelle è grigiastra. Non dice granché, tranne: 
«Papà ha tentato di uccidersi». 

«Oh dio, è...?» 
«All'ospedale». 
Lo tiro dentro. Sta tremando, non si è nemmeno messo la giacca. Con 

questo tempo, è impensabile. «Come?» 

«Overdose di antidepressivi». 
Ricordo che mi ha raccontato di quanto suo padre fosse stato depresso 

dopo l'incidente, e come fosse proprio questo il motivo per cui erano venu-
ti quassù, perché si riprendesse. «Quanto mi dispiace. Che cosa dicono i 
medici?» 

Respira affannosamente. «Guarirà. Ma deve essere curato. Hanno paura 

che possa riprovarci, parlano di rinchiuderlo». 

Senza rendermene conto, rimango a bocca aperta. Se succede davvero, le 

cose per loro saranno ancora più difficili. Sono una famiglia così unita, ne 
hanno già passate tante. Tremo al pensiero delle conseguenze sulla loro 
psiche. «Tua madre come reagisce?» 

«Resiste. Come ha sempre fatto. Non è giusto, Kate. Perché?» 
Non mi pare il momento giusto per parlare di maledizioni, perciò mi 

stringo appena nelle spalle, con un sorriso mite. «Vieni a sederti accanto 
alla stufa». In soggiorno abbiamo una di quelle grandi stufe a legna, che 
spande il calore fino su alla mia stanza. 

Ma lui non si muove. Getta la testa all'indietro e chiude gli occhi, cer-

cando di respirare a fondo per non singhiozzare. Aspetto in silenzio che si 
riprenda. Quando riapre gli occhi e mi guarda, mormora: «Voglio tentare il 
piano di Jillian». 

Il mio stomaco fa un triplo salto mortale. «Certo» dico, improvvisamen-

te molto nervosa. È disperato. E se il piano di Jillian non funziona? È con-
tro le leggi della probabilità. Contro quelle della logica. Io stessa non credo 
che sia possibile tornare indietro nel tempo. In quel caso, fin dove arrive-
rebbe la delusione di Jarrod? «Certo» ripeto, prendendo tempo. 

Jillian aspetta in silenzio. Ora fa un passo verso di noi. «Jarrod, mi di-

spiace tanto per tuo padre». 

Lui annuisce, in segno di ringraziamento, ma chiede subito: «Dove lo 

facciamo?» 

Parla già del piano, ma solo a guardarlo mi sento nervosa. E, se anche 

funziona, sarà una cosa complicata. Non abbiamo nemmeno discusso dei 
dettagli, di quello che può andare storto, di che cosa fare una volta là. Se ci 

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arriviamo, là. 

«Stanotte va bene?» chiede Jarrod. 
Mi volto verso mia nonna. «Guarda in che condizioni è, Jillian. Non ha 

bisogno di essere nel pieno delle forze, per una cosa del genere?» 

Jillian storce la bocca, riflettendo. «La forza conta molto certamente, 

Kate, ma anche le emozioni, e le sue sono al limite. In questo stato potreb-
be essere molto più ricettivo». 

«Che cosa stai dicendo? Che dovremmo farlo ora?» 
«Be', è tutto pronto». 
Li guardo, prima lui, poi lei. Le cose stanno precipitando. Di sicuro bi-

sognava riflettere di più su una decisione del genere. 

«Sono pronto, Jillian» mormora Jarrod. I suoi profondi occhi verdi tro-

vano i miei e restano fermi, determinati, con una traccia di sfida, come per 
smentire la mia opinione che lui sia sì un prodigio, ma senza fegato né 
spina dorsale. 

«Avverto tua madre che resti qui per stanotte». 
Jillian va a telefonare alla signora Thornton e io colgo l'occasione per 

dirgli che secondo me dovrebbe aspettare, almeno un altro giorno. Ma lui 
respinge ogni obiezione. Anche quando suggerisco che sua madre potrebbe 
aver bisogno di lui, mentre suo padre è in ospedale. 

«Potrebbe succedere qualcos'altro, Kate» mi spiega. «Se c'è qualcosa 

che posso fare adesso, per fermare questa follia, allora devo tentare. A 
qualsiasi costo». 

So cosa intende. Parla della propria morte. Se non riesce a spezzare la 

maledizione e muore nel tentativo, perlomeno la sua famiglia sarà libera in 
questa generazione. Ovviamente non sta pensando al fatto che i suoi sa-
rebbero distrutti se lo perdessero. Perciò gli ricordo quanto hanno bisogno 
di lui a casa, quante ne hanno già passate; ma lui pensa solo al fatto che, se 
pure dovesse fallire, almeno la sua famiglia avrebbe tregua. 

È così determinato che alla fine non posso fare altro che dichiararmi 

d'accordo e sostenere la sua decisione. Gli consegno gli abiti medievali 
cuciti da Jillian e gli spiego come indossarli. Non è difficile, sono un paio 
di calzoni attillati di lana, una camicia di lino, una lunga tunica con le spal-
le imbottite stretta in vita da una cintura e morbidi stivali di cuoio. Lui 
annuisce e io lascio la stanza mentre si veste. 

Anch'io vado a cambiarmi. Jarrod ancora non lo sa, ma il piano di Jillian 

include pure me. È l'unico modo per essere sicure di riportare Jarrod a casa 
sano e salvo. Potrebbe farlo da solo se accettasse la sua natura e le sue ca-

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pacità, ma ancora non l'ha fatto, e forse non lo farà mai. Perciò non si può 
rischiare. 

Mi infilo le calze di lana, che mi fanno venire immediatamente voglia di 

grattarmi. Forse potrei farne a meno... Ma no, per riuscire bene bisogna 
curare tutti i dettagli. Poi è la volta della sottoveste, morbida e lunga fino a 
terra, con le maniche abbottonate dal gomito al polso. Sopra indosso una 
veste lunga, piuttosto attillata sino ai fianchi, dove si apre con due piccoli 
spacchi per poter sollevare la sottoveste e non inciamparci. Ha trentasei 
noiosissimi bottoni sulla schiena e maniche svasate, lunghe fino al gomito 
ma ampie fin quasi a terra. Porto anch'io stivali di cuoio, anche se sotto 
tutta quella roba è impossibile vederli. Per finire mi pettino i capelli in due 
trecce avvolgendole sopra le orecchie. 

Mi esercito a tirar su le gonne attraverso gli spacchi mentre scendo le 

scale. Sono talmente concentrata nel tentativo di non cadere che arrivo in 
cucina senza alzare gli occhi, e solo allora mi accorgo della presenza di 
Jillian e Jarrod. 

La prima cosa che noto, in realtà, è il silenzio di tomba. Mi guardano 

tutti e due e, mentre Jillian inspira forte, Jarrod resta semplicemente a boc-
ca aperta, squadrandomi dalla pettinatura all'abito beige. «Stai benissimo» 
dice piano; poi aggiunge: «Ma perché ti sei vestita così?» 

È ora di dirglielo. Evidentemente Jillian non l'ha fatto e gliene sono gra-

ta. Faccio due passi avanti, pienamente cosciente dell'ondeggiare delle 
gonne. «Non te l'ho detto? Non mi sono mai tolta il vizio di mascherarmi» 
scherzo, tanto per alleggerire un po' l'atmosfera. Lui non dice niente e si 
limita a fissarmi. «Io vengo con te, è ovvio». 

Lui si sporge in avanti, afferrandomi saldamente il polso. «No». 
Lancio un'occhiata di supplica a Jillian e Jarrod si volta verso di lei. 

«Non credi che io possa farcela senza Kate?» 

Sbuffo e libero il polso. Tipico atteggiamento da maschio. «Guarda che 

non è per sminuire la tua virilità». 

Lui mi guarda, offesissimo. «Non pensavo a quello. Pensavo a te, ai pe-

ricoli». 

La luce del lampadario comincia a tremolare. «Calma» gli raccomando. 

«Chiedo scusa». 

Pare soddisfatto e lo sguardo si addolcisce. 
Ora è Jillian a parlare. «Tu pensi che io voglia mandare Kate in questo 

viaggio?» 

Lui aggrotta la fronte. Ora finalmente capirà con chi ha a che fare. 

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«Lei non è solo mia nipote, Jarrod. Kate è mia figlia, sotto tutti i punti di 

vista. Sua madre ci ha abbandonate entrambe, anni fa, e Kate mi è molto 
cara. Ma tengo anche a te e, per quanto tu faccia fatica a capirlo, sento che 
c'è qualcosa di molto speciale in te. Voglio aiutarti a liberarti della maledi-
zione in modo che tu riesca a essere la persona che meriti». 

Sospira e gli posa una mano sulla spalla, guardandolo negli occhi. A 

questo punto so che non ha nessuna possibilità di resisterle. «Jarrod, Kate 
ti aiuterà nella tua ricerca, e avrai bisogno delle sue capacità per tornare a 
casa. Ricorda, affrontare un potente alchimista è una grande prova. Se non 
prendi coscienza dei tuoi poteri, non hai altra scelta che accettare la gene-
rosa offerta di Kate». 

Lui diventa più docile. «Mi dispiace. È solo che non voglio che altri si 

facciano male al posto mio». 

«Kate sa badare a se stessa. Mi fido ciecamente di lei». 
Ho le lacrime agli occhi. Abbraccio Jillian e indugio nel suo calore. 

«Grazie». Poi mi rivolgo a Jarrod. «Potrebbero volerci le forze di tutti e 
due per sconfiggere questa cosa. E poi» mi stringo nelle spalle, scatenando 
il panico in quel cumulo di stoffa, «come potrei perdermi un'occasione 
come questa? Se la magia di Jillian funziona potrò sperimentare di persona 
la vita nel medioevo. È eccitante da morire, non ti pare? E poi quel periodo 
storico mi è sempre piaciuto». 

«Non condivido il tuo entusiasmo» risponde lui, cinico. «Non riesco 

quasi a immaginare niente di peggio. Anche a me piace la storia, è la mia 
materia preferita. Ma viverla? Sarò contento se torniamo tutti interi». 

Cerco di sollevargli il morale. «Non essere morboso, Jarrod. Guarda che 

non dobbiamo mica metterci alla testa di un esercito e invadere un paese. 
Potremmo perfino divertirci... se la magia funziona, è ovvio» concludo, 
dando voce ai miei dubbi. 

«Be'» dice Jillian, aprendo la porta sul retro e lasciando entrare una fola-

ta di vento freddo, «se non ci proviamo non lo sapremo mai, giusto?» 

La seguiamo nella foresta. Lei punta dritta verso il ruscello, so esatta-

mente dove. È il mio posto preferito, dove ho tentato l'incantesimo purifi-
catore su Jarrod. È anche il punto dove sono stata concepita, perciò il mio 
legame con questo luogo della foresta è molto forte, e Jillian lo sa. L'ha 
scelto apposta. 

Non portiamo nulla con noi, tranne le vesti medievali che indossiamo e 

la scatola di Jillian. Mi domando che tipo di incantesimo farà. 

Devo sollevare le gonne per non impigliarmi nelle liane e nelle radici 

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degli alberi. Quando arriviamo Jillian ci fa sedere su un tronco caduto 
mentre prepara la zona. È buio, quindi usiamo una torcia, ma non per mol-
to. Jillian dispone con cura cento piccole candele bianche in un cerchio 
grande abbastanza per due. Quando il cerchio è completo si rialza, chiude 
gli occhi e si concentra. Stende le mani ed emette un sordo mormorio a 
bocca chiusa. Con la coda dell'occhio osservo la reazione di Jarrod. Ho 
visto Jillian fare questo centinaia di volte, ma è sempre emozionante. Jar-
rod è incantato. Sa che sta per succedere qualcosa di molto speciale. 

Jillian inizia a recitare una litania in latino, e anche se è buio la vediamo 

benissimo. Brilla di una luce morbida, la sua pelle ha una tinta dorata che 
sembra provenire da dentro di lei. All'improvviso la litania s'interrompe, i 
suoi occhi si aprono e Jarrod emette un suono strozzato. Sono rossi e lu-
centi. 

«Kate?» sussurra lui, nel panico. 
«Rilassati» gli dico. 
E poi accade. Le cento candele si accendono simultaneamente. Non c'è 

fumo, solo fiammelle blu che subito diventano dorate. L'aria è elettrica. 

Completato il piccolo incantesimo, creato e protetto il cerchio, gli occhi 

di Jillian tornano del solito colore azzurro scuro e lei si volta verso di noi. 
«Ci sono alcune cose importanti che dovete ricordare». Dalla scatola tira 
fuori due ciondoli appesi a laccetti di cuoio e ce li mette al collo, uno per 
ciascuno. «Proteggeteli a costo della vita. Il loro potere combinato vi ripor-
terà a casa». 

Jarrod annuisce e mi guarda, ricordando la mia breve ma insufficiente 

spiegazione. «Che cosa sono esattamente?» 

«Gli amuleti sono una combinazione di elementi della foresta. Sono sta-

ta molto fortunata a trovare i feti abortiti di due cuccioli di marsupiale. La 
madre è stata investita da una macchina l'altra notte. Me l'hanno portata, 
ma era già morta. Non c'era modo di salvare i piccoli, e allora mi è venuta 
l'idea. Erano stati concepiti nella foresta e privati del loro diritto di viverci, 
ma la loro nascita mancata non sarà un sacrificio vano. Uno è stato forgia-
to con la linfa dell'albero più vecchio, l'altro con quella del più giovane. 
Ora sono entrambi racchiusi nell'ambra. Non dubitate della loro forza». 

Chiudo le dita attorno all'amuleto, con reverenza. Jarrod fissa il suo, co-

me se cercasse di distinguere la sagoma nell'ambra. Ma è impossibile, gli 
embrioni erano troppo piccoli. Alla fine li nascondiamo sotto i vestiti, a 
contatto con la pelle. 

«Non portate via da questo mondo nulla che non sia strettamente neces-

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sario» ci ammonisce Jillian, indicando l'orologio da polso di Jarrod. Lui se 
lo toglie subito, e fa lo stesso con gli occhiali. 

«Di questi sentirò la mancanza» commenta. 
Mi domando perché si affidi tanto a quelle lenti. So che ne ha bisogno 

per leggere, ma dubito che quando saremo nel passato sarà un problema. 
E, anche se li porta molto spesso, l'ho anche visto andare tranquillamente 
in giro senza. 

Jarrod si passa una mano sulla tunica. «E questi vestiti? Sembrano au-

tentici, ma...» 

«Andranno bene» dice Jillian, con tono sicuro. «Sono cuciti a mano e 

tinti nel modo in cui si usava allora». Poi la sua voce si fa più dura. «Ma 
ricordate: se costruirete qualcosa di moderno per aiutarvi, distruggetelo 
prima di venire via. In pubblico non dovrete mostrare di possedere più 
conoscenza degli altri. Mi fido di te, Kate, tu hai studiato molto a fondo 
quell'epoca, e quindi capirai cosa è adatto e cosa non lo è. Avete capito 
bene?» 

Annuiamo: dobbiamo portare a termine un compito, non trasferire nel 

passato tecnologie moderne. Bisognerà stare molto attenti. 

Jillian torna a pescare nella scatola e ne estrae un anello per ciascuno, da 

mettere all'anulare. Il mio è un rubino incastonato in oro antico, quello di 
Jarrod consiste di tre bande d'oro intrecciate, senza gemme. «Valgono mol-
to, ma se doveste aver bisogno di denaro usateli pure». 

Guardo le nostre mani: la mia trema, quella di Jarrod è salda. Sembra 

che quello che stiamo facendo non abbia effetto su di lui, il che è piuttosto 
strano. Immagino che l'angoscia per la sua famiglia abbia superato la sua 
naturale riluttanza a credere. Questo intendeva Jillian, quando ha detto che 
stanotte era il momento giusto. Domani, magari, lui sarebbe tornato a esse-
re scettico come sempre. 

«Ancora una cosa» continua Jillian, seria. «Jarrod, tu vieni da una fami-

glia ricca, come minimo di cavalieri del re. Gli abiti che indossate sono 
adeguati alla vostra condizione. Ma non so dove arriverete, quanto sarete 
distanti da casa. I contadini potrebbero essere ostili. Se arrivate in un vil-
laggio, un villaggio povero, dovrete stare molto attenti e trovare gli abiti 
giusti per passare inosservati». 

Ci sono molte cose da ricordare. Spero che durante il trasferimento non 

ci scorderemo nulla. 

«E la lingua? Come faremo a comunicare?» domanda Jarrod. 
Jillian sorride. Sta pensando alla sua lettura impeccabile dell'antico ma-

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noscritto. Mentre questa notte diventa spaventosamente reale, sono conten-
ta di essermi presa la briga di imparare quell'antico idioma. «Non ti preoc-
cupare, stanotte c'è magia sufficiente da rinfrescare le tue conoscenze lin-
guistiche». 

Jarrod però non sembra convinto. «Non lo so, Jillian. Come farai? 

All'improvviso mi farai imparare una lingua sconosciuta?» 

«Se sono in grado di esercitare una magia così forte da riportarti indietro 

nel tempo, questa sarà anche abbastanza forte da risvegliare la conoscenza 
che è già dentro di te, non credi? Questa magia, Jarrod, rafforzerà il tuo 
legame col passato, comprese le capacità che già possiedi. Fidati di me, e 
fidati di te stesso: tutto andrà bene». 

Ci abbracciamo e compaiono lacrime nei suoi occhi, ma lei le caccia su-

bito via. Poi ci indica il cerchio e ci spiega come entrarvi, possibilmente 
senza bruciarci i vestiti. Ma Jarrod ha altre domande. «Come funziona? 
Sentiremo qualcosa?» 

«Richiamerò gli elementi della terra e della natura per attivare il legame 

già creato dalla maledizione». 

«Non devo cospargermi di polvere o bere il ruscello, vero?» chiede lui, 

sgradevole. 

Jillian mi guarda, allarmata. Io mi sento arrossire dalla testa ai piedi. 

«Hai tentato un incantesimo purificatore, Kate?» 

Io giocherello con una piega del vestito. «Sempre meglio che pensare al 

suicidio». 

Le sopracciglia di Jillian raggiungono quasi la radice dei capelli mentre 

si volta a guardare Jarrod. 

«Lasciamo stare» mormora lui. 
«Avete altre domande?» chiede Jillian. Noi scuotiamo la testa. «Allora 

cominciate a imparare le parole che dovrete recitare per tornare a casa. 
Non dovrebbero essere difficili da ricordare». Respira profondamente e 
dice: «Ad silvam redire». 

È latino. 
«Significa solo 'Ritornare alla foresta'» spiega Jillian. «Ma gli amuleti 

dovranno essere insieme, o non funzionerà». 

Ripetiamo la formula più volte, finché Jillian non si convince che ce la 

siamo stampata in mente. 

«Bene» dice, compiaciuta dei nostri progressi. «Ora voglio che comin-

ciate a respirare piano e a fondo». 

Noi restiamo fermi, in silenzio, respirando come ha detto Jillian. Jarrod 

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mi prende la mano, la sua è fredda. «Ci vediamo al confine tra Scozia e 
Inghilterra» sussurra. «Speriamo che gli scozzesi siano gentili». 

Annuisco, cercando di non pensare a guerre di confine e via dicendo. In-

consciamente, muovo le labbra seguendo le parole di Jillian. Sta invocando 
i singoli elementi, a cominciare dall'aria e dalla terra, per finire con il fuo-
co che ci circonda. Nella sua voce c'è molta emozione, e molto potere. 

A questo fa seguire alcune antiche parole. Mentre mormora l'incantesi-

mo, le piccole candele esplodono in fiamme blu alte quanto noi. Sento 
l'energia scorrermi attraverso, danzare dentro di me e combattere con ogni 
cellula del mio corpo. 

Mi stringo a Jarrod, mentre le fiamme volteggiano attorno a noi. È arri-

vato il momento. 

Sento che qualcosa nella mia testa si lacera. Le mie mani cominciano a 

tremare incontrollabilmente, e con loro tutto il resto. Anche Jarrod sta tre-
mando, e la sua presa sul mio braccio fa male. Gli affondo le unghie nella 
schiena. 

Succede tutto molto in fretta. Ho l'impressione che la testa mi stia per 

esplodere. Mi rannicchio contro il petto di Jarrod, e lui posa la testa sulla 
mia, tremando. Poi mi sento tirare, dapprima piano, come se il mio corpo 
fosse diventato liquido e qualcuno lo stesse risucchiando verso l'alto, in un 
abisso colorato. Il ritmo accelera, e anche i colori. Diventano vividi, quasi 
accecanti, composti in un disegno misterioso. I colori diventano il mio 
mondo, sono ovunque. Fluttuano, turbinano, vibrano. Mi sembra che il 
mio corpo si allunghi oltre le possibilità date da sangue, ossa e tessuti. Mi 
viene da pensare che non sopravviverò a questo, e la cosa mi rattrista. 

È l'ultimo mio pensiero. 
 

Parte Seconda 

Il viaggio 

 

Kate 

 
Venti leghe a sud del confine tra Scozia e Inghilterra 
Villaggio di Thorntyne, 1252
 
 
Ho male dappertutto. Dalle dita dei piedi alla radice dei capelli. In parti-

colare, sento la mia testa come se fosse esplosa e poi fosse stata rimessa a 
posto in fretta... solo che non tutti i pezzi combaciano. Sono distesa supina, 

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con dei simpatici sassi sotto la schiena e le gonne tirate su. Sbalordita, mi 
passo le dita sul viso per vedere se c'è tutto. Pare di sì. 

«K-Kate?» 
Nella mia mente ancora addormentata sento la voce di Jarrod lontana, da 

qualche parte nella nebbia. Alzo la testa e apro gli occhi. Sta calando la 
notte, o almeno credo. Sono completamente disorientata. 

Ora ricordo cos'è successo. Jillian, sfruttando il legame della maledizio-

ne, ci ha rimandati indietro nel passato. Per un attimo il mio cuore smette 
di battere. Ha funzionato! 

Mi siedo e mi guardo intorno. Non ci posso credere. Tanto per comincia-

re, la foresta pluviale è sparita

Sono seduta su una strada che è poco più di un sentiero polveroso. Poco 

più in là la strada sparisce nel folto di un bosco, ma in lontananza la vedo 
proseguire dove comincia un promontorio. Edifici che potrebbero essere di 
pietra sembrano occupare tutta la vetta. Accidenti, ma è un castello

Distinguo due picchi e, al di là, l'oceano. Ne sento l'odore. Si sta alzando 

una nebbiolina salata. Il secondo picco di questo strano paesaggio si esten-
de fino a un secondo promontorio, anche quello dominato da un edificio, 
ma è troppo buio per vederlo bene. 

Se quei due edifici sono fortezze di pietra - cioè castelli! - allora la ma-

gia di Jillian ha funzionato. 

Nel frattempo il mio corpo pare tornato in sé e provo ad alzarmi con 

cautela, con la testa ancora pulsante, e cerco Jarrod. Dobbiamo esserci 
separati in qualche modo durante il salto. Però è vivo, ho sentito la sua 
voce. 

«Jarrod?» Mi guardo intorno. Ci sono campi divisi in larghe strisce. Al-

cune sono state arate di recente, altre rozzamente mietute. 

Mentre osservo, Jarrod mi raggiunge, cercando di scuotersi via la terra 

dai vestiti. «Dove pensi che siamo?» 

Lo guardo male. Come al solito il suo atteggiamento negativo mi spiaz-

za. La sua tunica grigia è sporca di terra fino al collo. Lo aiuto a toglierse-
ne un po'. 

«Non è incredibile?» dico, mentre l'eccitazione prende il posto dello 

smarrimento. «Ci siamo, Jarrod! Nell'Inghilterra medievale! Dove, se no?» 

Lui alza la testa, si guarda intorno strizzando gli occhi, indugiando sugli 

edifici lontani. «Non ne ho idea. Potremmo essere ovunque». 

«Dai, Jarrod, abbi un po' di fiducia». Comincia a girarmi la testa, non 

per il dolore ma per l'adrenalina. Sono così su di giri che inizio a ridere e a 

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far piroette, reggendomi le gonne. «È fantastico! Sono la ragazza più for-
tunata del mondo!» 

Jarrod aggrotta la fronte, gli occhi impassibili e privi di emozione. Vor-

rei sondargli la mente, ma non ce n'è bisogno. Il tentativo di suicidio di suo 
padre l'ha sconvolto e ha paura per la sua famiglia. Ma ora è qui e presto 
troveremo la causa della maledizione e in qualche modo la fermeremo. 
Perlomeno questo è il piano. Mi aggiusto le sottane e sorrido, incoraggian-
te. «Forza, uomo di pochissima fede, troviamo un riparo prima che faccia 
buio». Passo il braccio sotto il suo, felice di avere abbastanza entusiasmo 
per due. 

Partiamo in direzione dei due picchi. Naturalmente i due edifici sono 

troppo lontani per raggiungerli prima che sia notte, ma con un po' di fortu-
na troveremo una casa, un fienile o qualche altro riparo lungo la strada. A 
giudicare dall'aria fresca, la notte sarà gelida. 

Proseguiamo mentre nuvole nere si inseguono in cielo, portando via o-

gni traccia di luce. L'aria si fa più fredda, e senza cappotti iniziamo a tre-
mare. Ma finalmente udiamo dei rumori e un brusio di voci. 

La strada porta dritto a un villaggetto, poco più di un gruppo di capanne 

in una macchia di alberi. La prima cosa che noto è il fumo. Sembra quasi 
che le case stiano andando a fuoco. Il fumo esce da buchi nel tetto e si ri-
versa fuori dalle finestre. Non ci sono camini. 

Restiamo sopraffatti. È evidente: siamo proprio ai margini di un villag-

gio nell'antica Inghilterra. Non è possibile stabilire una data, guardando le 
case. Il nostro legame con il passato è stabilito dalla maledizione. Non 
sappiamo per certo quando essa è stata generata, il momento potrebbe es-
sere trascorso da anni o magari deve ancora venire, anche se Jillian non 
dovrebbe essersi allontanata di molto dal tempo esatto. 

Il pensiero che sto davvero vivendo la storia mi rende euforica, ma devo 

frenare l'entusiasmo. Questo non è un gioco, se non stiamo attenti po-
tremmo correre seri pericoli. 

Guardo Jarrod. È rimasto a bocca aperta, i suoi grandi occhi verdi sem-

brano ancora più enormi. È quasi sotto choc. «Dovremmo trovare un ripa-
ro» dico, additando la terza casa sulla sinistra della strada. «È l'unica senza 
fumo. Che ne pensi?» 

Segue con lo sguardo il mio dito e scopro con piacere che ha ancora una 

voce. «Potrebbe essere una trappola». 

Lo guardo dritto negli occhi. «Non essere ridicolo. Non ci aspetta nessu-

no». 

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«Sì, è vero» ammette, un po' imbarazzato. «Immagino che non ci sia 

nessuno». 

Decidiamo di provare, ma andare dritti al centro del paese non ci pare 

molto furbo. Probabilmente ci sentirebbero e ci vedrebbero. Un cane ab-
baia dall'interno di una casa, e si sentono voci soffocate di persone e ani-
mali. Aggiriamo in silenzio le piccole costruzioni. 

C'è molta vita all'interno. È incredibile pensare che queste persone non 

sanno nulla di elettricità, acqua corrente o fognature, eppure vivono, e resi-
stono. 

Superiamo il retro della prima casupola senza problemi. C'è solo una fi-

nestra, chiusa da ante di legno, ma la evitiamo. Mentre ci avviciniamo al 
retro della seconda, sentiamo una voce maschile, brusca e troppo vicina. 

Non siamo ancora pronti a fare la nostra prima apparizione, quindi ci na-

scondiamo dietro il tronco di un enorme olmo che sta rapidamente perden-
do le foglie. Alla voce maschile si aggiungono altri suoni, passi accelerati 
e grugniti. La polvere e l'odore della terra umida mi fa venire voglia di 
starnutire. Un uomo basso e tarchiato, con le spalle curve e la barba taglia-
ta rozzamente, appare all'improvviso, ansimando e bestemmiando contro 
una dozzina di maiali. A quanto pare, sta tentando di spingerli all'interno 
della capanna, servendosi di un bastone curvo. Purtroppo per lui i maiali 
non ne vogliono sapere e decidono di restare fuori. Rapidissimi, arrivati 
quasi alla porta, tornano indietro. 

Io smetto di respirare, per evitare che il minimo rumore possa tradirci. 

Ma il nostro nascondiglio alla fine si dimostra inutile, visto che un maiale 
particolarmente svampito decide di fare di testa sua e, presa la rincorsa, dà 
una capocciata al nostro albero. L'impatto ci fa sobbalzare e l'uomo si vol-
ta, all'erta. Raddrizza per quanto possibile le spalle curve, e il suo bastone 
assomiglia sempre di più a un'arma letale. 

«Chi è là?» grida. 
Ma noi non apriamo bocca. 
«Fatevi vedere». L'uomo si avvicina e i maiali, non più inseguiti, si ra-

dunano attorno alle sue gambe in un concerto di grugniti. «Fa freddo, ed è 
tardi per stare fuori, sempre che non siate una coppia di amanti che si go-
dono il chiar di luna». L'uomo guarda in su, verso i pesanti banchi di nuvo-
le che oscurano il cielo. «Ah, per piovere, pioverà di sicuro». 

A questo punto ci ha quasi raggiunto. Il suo respiro, ora che non corre 

più, rallenta, cosa che lo aiuterebbe nel caso si dovesse difendere. 

Afferro la mano di Jarrod e prendo l'iniziativa. Nascondersi come ladri o 

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amanti farà solo aumentare i sospetti dell'uomo. Usciamo insieme da dietro 
l'albero. «Siamo viaggiatori stanchi, veniamo da molto lontano». Jarrod si 
volta a guardarmi, sorpreso di quanto parli bene la lingua. 

L'uomo ha in mano una torcia accesa. Si avvicina, tenendola sollevata. I 

suoi occhi stretti e astuti ci squadrano da capo a piedi. Credo di avere le 
pulsazioni a duemila, mentre la mano di Jarrod nella mia è gelida. 

«E dove siete diretti? Certo non in questo villaggio, a guardare i vostri 

bei vestiti». 

«Cerchiamo la fortezza dei Thornton». 
L'uomo indica con un brusco cenno della testa il promontorio a due pic-

chi, con gli occhi praticamente fuori dalle orbite. «Lo sapevo» mormora, 
con la voce carica di disprezzo. Con una mossa improvvisa che ci coglie 
completamente di sorpresa, ci prende le mani unite. «Guarda qua». 

E noi guardiamo, allarmati, temendo che le nostre mani possano tradirci. 

Quanto possono essere cambiate le mani in ottocento anni? 

L'uomo aggiunge: «Neanche un giorno di lavoro». Poi le lascia andare, 

come se le dita callose gli stessero bruciando. «Che commerci avete con 
sua signoria?» 

Sua signoria? Restiamo meravigliati un secondo, poi ricordo che Jillian 

ci aveva avvertiti. La famiglia di Jarrod è ricca e i villici potrebbero non 
averci in simpatia. 

«Se cercate denaro, avrete più fortuna col diavolo in persona». 
Jarrod tira istintivamente la testa indietro. Non posso dargli torto. Non 

solo il tipo ha il fiato rancido, ma trasuda odio; però dobbiamo pur avere 
qualche indicazione su dove trovare gli antenati di Jarrod. «Potete dirci 
dove trovare Lord Thornton? Siamo suoi lontani parenti». 

«Parenti!»  sbotta lui, come se avesse appena ingoiato del veleno. Co-

mincia a piovere, gocce leggere e gelide. I maiali grugniscono e ricomin-
ciano a scorrazzare. L'uomo impreca contro di loro, ma giurerei che invece 
si rivolge a noi. Vorrei tanto non aver detto di essere una parente. 

Il porcaio agita il bastone verso uno dei maiali, poi si avvicina a Jarrod e 

lo guarda negli occhi, anche se è molto più basso di lui. «È vero, tu gli 
assomigli» sibila, con rabbia. E poi gli sputa un bel po' di saliva in faccia. 

Sono completamente basita. Il porcaio sposta lo sguardo su di me, e io di 

riflesso mi copro la faccia. Non voglio che quell'individuo mi sputi addos-
so. Ma lui non lo fa e si limita a fissarmi. «Thorntyne Keep è sul picco 
sud. Badate, il picco nord non è per i forestieri». 

Anche se alla fine ci ha dato le informazioni che ci servono, sto ribol-

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lendo dalla rabbia e dalla voglia di prendere a pugni quel troglodita. Que-
sto però metterebbe a rischio i nostri piani. Non vedo l'ora di allontanarmi 
da lui e dal suo fiato puzzolente. Jarrod si sta ancora ripulendo la faccia 
con la manica. Mi viene da vomitare solo al pensiero, e sono contenta che 
Jarrod non sia andato in collera, anche se una parte di me avrebbe deside-
rato che si fosse lasciato andare e avesse scagliato quel tizio da qualche 
parte, magari insieme a tutti i suoi preziosi maiali. 

Il porcaio si volta per andarsene, poi ci ripensa. «Se non aveste sangue 

Thorntyne, vi inviterei al mio focolare. Ma non siete i benvenuti. Io ci spu-
to, su tutti voi». 

Con queste affettuose parole ci lascia e va a radunare i maiali; stavolta 

l'impresa gli riesce quasi subito. 

Do uno strattone al braccio di Jarrod. È immobile e non si preoccupa di 

ripararsi dalla pioggia che gli cade sul viso. Sta tremando. «Ehi!» dico. 
«Stai bene?» 

«Quell'uomo» dice lui, piano. «L'hai sentito?» 
«Be', era difficile non sentirlo». 
«Odia i miei antenati. Li detesta». 
«Ma davvero? E da cosa l'hai capito?» 
«Non è divertente, Kate». 
«Lo so. Ma non preoccuparti così tanto. Quello odia i Thornton, e allo-

ra? Almeno ci ha detto dove trovarli. E poi abbiamo anche imparato come 
si pronuncia qui il tuo cognome. Ti dirò, sono piuttosto soddisfatta. Magari 
non gli siamo piaciuti, ma non ha messo in dubbio chi eravamo. E questo è 
un punto a nostro favore». 

La pioggia s'infittisce. Prendo Jarrod per il braccio e mi avvio verso la 

casa senza fumo. «Cerchiamo un riparo, chissà dove dormiremo domani 
notte». 

 

Jarrod 

 
Kate ha ragione. Il porcaio ha ovviamente un conto in sospeso con i miei 

antenati. Questo mi porta a chiedermi che tipo di persone siano. L'ha 
chiamato sua signoria, il che significa che la gente del villaggio si spacca 
la schiena dall'alba al tramonto a lavorare nei suoi campi, mentre lui sta nel 
castello a farsi servire da gente probabilmente malnutrita. Certo, probabil-
mente fa anche lui la sua parte di feudatario: in caso di necessità, interverrà 
con un esercito di cavalieri. Visto che ci troviamo accanto al confine con la 

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Scozia, credo che la necessità si presenti con una certa frequenza. Spero 
che non capiti proprio ora. 

L'anno scorso ho fatto una tesina sul medioevo, a scuola. L'ho trovata 

un'epoca affascinante, con tutte quelle storie d'amor cortese e cavalleria, 
ma non immaginavo tanta povertà come in questo villaggio. Qui tocchia-
mo il fondo. Di amor cortese non se ne parla, né tantomeno di cavalleria. E 
tutto puzza in modo nauseante, di sudore, fumo e fogna. 

Il fatto che mi trovi davvero qui, nel passato, a sgattaiolare tra le capan-

ne, conferma se non altro una cosa: la natura della nonna di Kate. È davve-
ro una strega. Una di quelle vere. Una di quelle che fanno magie, sul serio. 
Tuttavia devo stare attento a non ammettere troppe cose. Kate penserebbe 
subito che io creda anche di avere qualche potere nascosto. Aspetta, com'è 
che lo chiama? Il dono. Probabilmente ha ragione riguardo alla maledizio-
ne, ma questo è il massimo a cui posso arrivare. Ma un dono... Io? Assur-
do. 

Spero soltanto che riusciremo a concludere la nostra impresa al più pre-

sto e che torneremo subito a casa. Una volta spezzata la maledizione, spa-
rirà anche il nostro legame con questo posto. In un improvviso moto di 
panico mi cerco addosso l'amuleto di Jillian. Lei ci ha ripetuto all'infinito 
quant'è importante, è il nostro biglietto di ritorno a casa. Quando sarà il 
momento dovremo romperli uno contro l'altro, mischiando la linfa dell'al-
bero antico con quella dell'albero nuovo. Sento il piccolo cristallo sotto le 
dita. Grazie al cielo non l'ho perso durante il salto. 

Nella casa c'è vita, ma non umana. Una mucca, una mezza dozzina di 

maiali grufolanti e qualche gallina sono rudemente confinati da una parte. 
Non che l'ambiente sia grande a sufficienza per animali e persone. È solo 
una stanza. Le uniche luci vengono da alcune candele, come le chiama 
Kate. Cerco di ricordare come le facevano: stoppa intinta nel grasso di 
animale. Mandano un odore tremendo, ma Kate dice che presto i nostri 
sensi si abitueranno. Al centro della stanza c'è un focolare con un paiolo di 
ferro appeso sopra. 

Dopo aver passato in rassegna gli animali, Kate spiega che nel paiolo le 

donne preparano da mangiare, e che di solito nella bella stagione questo 
avviene fuori; quindi dobbiamo essere prossimi all'inverno. Lei è davvero 
interessata a quest'epoca, sa tantissime cose. Gli occhi le brillano: l'entu-
siasmo per il fatto di essere qui la manda in estasi. Mi domando se non le 
piaccia un po' troppo. 

Nella stanza aleggia solo il pallido fumo delle candele. Qui il fuoco non 

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è acceso, come nelle altre capanne, e l'umidità è insopportabile. Sto ancora 
tremando per la pioggia di fuori e un bel fuocherello non mi dispiacerebbe. 

Mi guardo intorno. Sorvolando sugli animali, inquieti e maleodoranti, mi 

rendo conto che la casa ha una sola finestra. Chiudo le imposte di legno 
per arginare il freddo. Le pareti sono nere di fumo, e ci sono ben pochi 
mobili. In un angolo c'è un mucchio di paglia e un paio di sporche pelli di 
animali; probabilmente gli abitanti dormono lì. Poi due rozzi sgabelli, un 
tavolo con sopra un pezzo di pane nero raffermo che pare un mattone, 
qualche piatto di legno; e una cassa piena di abiti che sembrano stracci. 

L'entusiasmo di Kate è davvero inquietante. Non ha paura di niente e 

contempla con ammirazione tutto ciò che vede, carezzando con aria ado-
rante anche l'oggetto più insulso. Niente sfugge alla sua attenzione devota. 

Anche se mi sono divertito a fare quella tesina, non condivido tutta que-

sta passione. L'idea stessa di essere qui, non solo da intruso in casa d'altri, 
ma anche nell'epoca d'altri... 

«È incredibile, Jarrod!» 
La guardo. «No, è puzzolente». 
Lei si limita a ridere, scuotendo la testa come chi tollera i capricci di un 

bambino idiota. 

Comincia a piovere forte. Mentre mi domando se c'è il rischio che l'ac-

qua filtri dal tetto, piove già dentro. Nello stesso momento sentiamo dei 
passi affrettati fuori, sulla strada già ridotta a un pantano. Vengono proprio 
da questa parte. Tempo un secondo, e ci scopriranno. 

«Di qua». Kate mi afferra la mano. 
Scavalchiamo il recinto e scateniamo il panico tra gli animali mentre ci 

dirigiamo nell'angolo più remoto e più buio della stanza. Ci acquattiamo, 
stringendoci le ginocchia al petto e cercando di calmare i polli. Un maiale 
viene ad annusarci. Il suo muso è a due centimetri dalla mia faccia. Cerco 
di guardare altrove e rallentare il ritmo del mio respiro. 

Due donne con cinque bambini piccoli entrano di corsa. I bambini co-

minciano a rincorrersi per la stanza, tranne il piccolo che è in braccio alla 
donna più anziana, con i capelli grigi che le sfuggono da sotto una cuffia 
bianca inzuppata. «Dici davvero, Edwina?» 

La donna chiamata Edwina dimostra al massimo vent'anni ed è magris-

sima. Tende le braccia a uno dei bambini, un maschio, che subito le salta 
in collo. «Ogni parola». 

Sono ancora accanto alla porta mentre la pioggia si fa sempre più fitta, 

di pari passo con lo sgocciolio dal tetto. «È un uomo crudele, non c'è dub-

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bio, ma questo...» La più anziana scuote la testa, incredula, e con la mano 
libera si toglie la cuffia bagnata. «Può farlo davvero? Ti può buttare fuori 
di casa, toglierti la terra?» 

Edwina ricaccia le lacrime. C'è una specie di orgoglio doloroso nei suoi 

occhi. «Per sua signoria una donna senza marito non serve, pace all'anima 
del povero William. Chi lavorerà la terra? Chi lavorerà nei campi di sua 
signoria?» 

«Non c'è gentilezza nell'anima di quell'uomo. Dovrebbe farti stare al ca-

stello, ecco». 

«Dice di no. Di servi pigri ne ha già abbastanza, dice». 
La donna anziana storce la bocca in una smorfia disgustata. «Che cosa 

farai?» 

«Domani andremo verso sud, a Londra. Spero di trovare un posto come 

serva. Altrimenti farò qualsiasi cosa per sopravvivere. Ho i miei piccoli a 
cui pensare, anche a costo di chiedere l'elemosina». 

L'altra si guarda intorno con gli occhi lucidi, e per un secondo giurerei 

che si sofferma sul nostro angolo buio. Chiudo gli occhi, come se questo 
servisse a farmi sparire. Un lunghissimo istante dopo sento rumore di pas-
si. L'attenzione della donna è stata attratta da uno dei bambini più grandi, 
che le ha abbracciato la gamba. Lei gli liscia i capelli rossi. «La casa è 
troppo fredda, Edwina. Non hai fuoco stasera, e con questa pioggia sarà 
difficile accenderlo. Vieni da me, berremo in barba alle tue disgrazie. 
Thomas ha birra abbastanza fino a domani. Non temere, arriverà anche 
l'ora del barone Thorntyne. E allora io sarò lì a sputare sulla sua tomba». 

«Mi raccomando, sputa anche per me». Ridono insieme e poi passano a 

parlare dei bambini. 

Alla fine la pioggia diminuisce e le donne, con i bambini attaccati alle 

lunghe gonne, se ne vanno. 

Siamo finalmente soli ma sembra che né io né Kate abbiamo voglia di 

fare o dire nulla. Non so Kate, ma io sto ancora digerendo la conversazio-
ne. Il quadro comincia a delinearsi. Il mio antenato, Lord Thorntyne, sta 
gettando in mezzo alla strada un'intera famiglia perché l'uomo di casa è 
morto e non può più lavorare nei campi. Che cosa disgustosa. 

«Quel tuo parente è un mostro». 
«Di sicuro non vincerebbe l'oscar della popolarità». Ci aiutiamo a vicen-

da ad alzarci, attenti a tenere le vesti lontane dal letame che insudicia que-
sta parte della stanza. Visto che la ragazza e i suoi figli non torneranno 
stanotte, possiamo uscire dal nascondiglio. Il resto della stanza è più puli-

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to, anche se è impossibile sfuggire al puzzo degli animali bagnati e dei loro 
escrementi. 

Kate, con mani esperte, prepara un letto con la paglia. «Che gentile, E-

dwina, a lasciarci la casa per la notte». 

Mi sdraio accanto a lei. «Stupendo». Mi rannicchio sotto le coperte puz-

zolenti e mi domando con quali insetti passerò la notte. La temperatura si è 
abbassata parecchio. Presto si fa completamente buio e le candele si esau-
riscono. Anche gli animali dormono. A parte il puzzo, non c'è che silenzio, 
profondo e vuoto. 

Malgrado la stanchezza non riesco a dormire. Comincio a pensare 

all'impresa immane che ci aspetta. «Come diavolo faremo a trovare il re-
sponsabile della maledizione?» domando a Kate. «Credi ancora che sia il 
fratellastro illegittimo?» 

Lei risponde con voce sonnolenta: «Lo riconosceremo quando lo vedre-

mo, Jarrod. Sono abbastanza sicura che non ci vorrà molto». 

«E la gente del villaggio? Odiano così tanto i Thornton che forse sono 

stati loro. Siamo qui solo da poche ore e già abbiamo tre sospetti». 

«Eh? Ma che dici? Questi poveri contadini non hanno la minima idea di 

come si fa una maledizione». 

La sento rabbrividire e stringersi a me in cerca di calore. Ci vuole tutta la 

mia concentrazione per ricordarmi di cosa stavo parlando. Kate rannicchia-
ta contro di me provoca strani effetti ai miei sensi, tutti quanti. China la 
testa umida sul mio petto e mi circonda la vita col braccio. Tempo due 
secondi e si addormenta. Lo capisco dal respiro lento e regolare. 

In questa posizione, con Kate addormentata fra le mie braccia, perfino il 

puzzo degli animali si attenua. Le passo le dita tra i capelli. Il fermaglio c'è 
ancora, ma le trecce si sono sciolte. Proprio come immaginavo, sembrano 
di seta. 

Il sonno si avvicina, inesorabile come se avessi preso un sonnifero; ep-

pure cerco di resistere per godermi il più possibile il calore del corpo di 
Kate accanto al mio. Ma la giornata e i suoi incredibili eventi hanno pro-
sciugato le mie energie. 

Mi lascio scivolare nella pace offerta dal sonno. L'alba, e tutte le com-

plicazioni che porterà, arriveranno presto. 

Almeno per il momento, però, siamo al sicuro. 
 

Kate 

 

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Qualcosa mi sveglia. Fuori c'è movimento. Non è ancora l'alba, ma il 

cielo comincia a cambiare. Sento il calore del corpo di Jarrod accanto al 
mio. Mi sposto, svegliandolo all'istante, anche se poi rimane stordito per 
un po'. Questo mi dà il tempo di strisciare via. Gesù, ma come siamo finiti 
in quella posizione, con le gambe intrecciate e le sue dita tra i miei capelli? 

Mi alzo a sedere e mi aggiusto i vestiti, che sono un disastro; e io pure. 

Ho bisogno di acqua per togliermi la sensazione di ovatta dalla bocca. De-
vo anche andare in bagno, ma per quello temo di dover aspettare di essere 
fuori, sulla strada. Vorrei tanto anche uno specchio, un pettine e soprattutto 
uno spazzolino. 

Sappiamo tutti e due, per istinto, che dobbiamo lasciare la casa prima 

che il resto del villaggio cominci a svegliarsi. Abbiamo saputo dal porcaio 
dove vivono i Thorntyne, sul picco sud che abbiamo visto ieri. Dovremmo 
arrivarci in mezza giornata di cammino. 

Senza dire una parola, per paura che ci sentano nel silenzio immobile 

dell'alba, Jarrod e io ci avventuriamo fuori, costeggiando il villaggio per 
evitare i mattinieri. Abbiamo tutta la discrezione che ci serve perché una 
nebbia fitta e umida arriva dall'oceano. Fa un effetto curioso, come un len-
zuolo bianco di vapore che nasconde ogni cosa. 

Per fortuna la strada pare proseguire dritta fino all'oceano. Eppure man 

mano che avanziamo il bosco intorno si fa più fitto, e stiamo ben attenti a 
non deviare per non perderci. La strada è dura e gelida, con pozzanghere 
ghiacciate e scivolose. Le suole degli stivali non proteggono abbastanza e 
in questo momento vorrei tanto le mie scarpe da ginnastica. 

Ci siamo messi in cammino da poco quando Jarrod va praticamente a 

sbattere contro un abbeveratoio sul ciglio della strada, forse usato dal be-
stiame e dai cavalli dei viandanti. 

Lo guardiamo, cercando di valutare quanta sete abbiamo. 
Jarrod ha le labbra secche. «Io ho davvero bisogno d'acqua, ma...» 
«Ha piovuto, quindi dovrebbe essere abbastanza pulita» dico io. 
Jarrod mi guarda, dubbioso. «E la peste bubbonica?» 
Scoppio a ridere, allentando un po' la tensione. «Oddio, quanto sei nega-

tivo!» Gli do un colpetto sul braccio. «Se Jillian ci ha azzeccato, dovrem-
mo essere arrivati almeno cent'anni prima della Morte Nera. Mi sembra un 
buon margine, no?» 

A parte le battute, però, anch'io esito. Ma la sete, alla fine, è più forte. 

«Non mi pare che abbiamo molta scelta». 

Jarrod cerca qualcosa per rompere la superficie ghiacciata e alla fine ri-

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media un sasso. Tuffo le mani nell'acqua gelida e bevo. Non è poi tanto 
male. 

Dopo che anche Jarrod ha bevuto ci rimettiamo in marcia, un po' più di-

sinvolti. Decido di ignorare il brontolio del mio stomaco; il cibo è un'altra 
di quelle cose per cui dovremo aspettare. Speriamo di essere i benvenuti, a 
Thorntyne Keep. Non voglio nemmeno pensare a quanto potrebbe andarci 
male. Mentre camminiamo ripassiamo il piano, diamo voce ai dubbi, ri-
controlliamo i dettagli. Abbiamo una sola possibilità: se non ci credono 
subito non resteranno certo lì buoni buoni mentre noi elaboriamo una ver-
sione più plausibile. 

Finalmente la nebbia si alza e permette al sole di scaldarci un po'. Prose-

guiamo il cammino, sulla strada che ora va decisamente in salita. È già 
quasi mezzogiorno quando arriviamo ai piedi del ripido promontorio. Ci 
fermiamo, nasi in su, a guardare il castello. 

«È tutto vero» mormora Jarrod, come se solo ora si rendesse conto di 

dove siamo, e quando. 

«Ma certo. Te l'avevo detto che Jillian è brava». 
Restiamo in silenzio per un minuto. Io mi lascio sfuggire un sospiro di 

meraviglia e penso a tutto il lavoro che ci è voluto per costruirlo. Sta in 
cima all'altura, e dall'angolo posteriore si erge una torre quadrata che svetta 
verso il cielo. Quanta fatica dev'essere costato ai contadini issare le pietre 
sul promontorio. Devono aver impiegato anni. «Uau» non posso fare a 
meno di dire. «È magnifico. Guarda le mura, e i bastioni. Ci sono dei sol-
dati lassù, che probabilmente ci stanno osservando». 

Jarrod mi guarda malissimo. «Grazie, proprio quello che avevo voglia di 

sentire». 

Decidiamo di riposare un momento e ci appoggiamo a un albero. L'erba 

è ancora inzuppata per via della pioggia, ma non ha senso preoccuparsi 
dello stato dei miei vestiti. Sono già infangata fino alle ginocchia. 

Guardo Jarrod e percepisco i suoi dubbi senza nemmeno provarci. «At-

tieniti alla nostra storia e tutto andrà bene». 

«E se non se la bevono?» 
«Piantala di essere così catastrofico. Possiamo sempre tornare a casa». 
Lui tenta un sorriso, ma senza successo. Tornare a casa prima di aver ri-

solto la faccenda della maledizione significherebbe che tutto è stato solo 
una perdita di tempo, e il problema di Jarrod rimarrebbe irrisolto. 

«Senti» comincio, cercando di tirarlo su. Se vogliamo riuscire, Jarrod 

dev'essere il più disinvolto possibile con i suoi antenati. «Certamente non 

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si aspettano visitatori da un'altra epoca. Non capirebbero nemmeno il con-
cetto. E grazie a Jillian siamo abbigliati e ingioiellati nel modo giusto». 
Tendo la mano, con le dita aperte, e l'anello d'oro brilla come in segno di 
assenso. «Che importa se il nostro accento è un po' strano? In fondo ve-
niamo da un paese lontano, non ricordi? Te lo giuro, Jarrod, non sospette-
ranno nulla. E poi il porcaio ha detto che assomigli a loro, no?» 

Jarrod mi guarda, con un barlume di speranza negli occhi. «Hai ragione. 

Anche se forse è solo una coincidenza». 

Mi rialzo, ansiosa di concludere questo primo incontro. «Coincidenza o 

ereditarietà, non fa differenza. A noi basta che se la bevano». 

Siamo stanchi, abbiamo camminato tutta la mattina senza cibo e con po-

ca acqua. Ma siamo quasi arrivati, e questo ci dà energia. Non parliamo 
molto, restiamo in compagnia dei nostri pensieri e dei nostri dubbi. E poi 
la salita è talmente ripida che parlare diventa subito difficile, soprattutto 
per me che devo combattere con le gonne infangate. 

Man mano che ci avviciniamo alla vetta, i dettagli del castello si preci-

sano. Intravedo una saracinesca formata da una grossa grata di ferro e, di 
fronte, un ponte levatoio. Sulla cima, una piccola costruzione di pietra, che 
dev'essere il posto di guardia. Ci sono infatti dei soldati, cavalieri forse, e 
giurerei che sono gli stessi che ci stavano osservando. È irritante sapere 
che sono lì a guardarci, armati di tutto punto. Mi volto. Da qui c'è una vi-
suale perfetta della strada, giù fino al villaggio. Ora capisco perché hanno 
costruito il castello così in alto, e così vicino all'oceano. È strategicamente 
perfetto, difendibile da qualsiasi invasore. 

Il panorama è spettacolare. Un lato della fortezza è a strapiombo sul ma-

re verdeazzurro, che sembra non finire mai. Verso nord, sul picco gemello, 
c'è un'altra fortezza, che ha un'aria inquietante e sinistra. Il punto più alto è 
una torre circolare altissima, con nuvole nere e rumoreggianti che sembra-
no volerla oscurare. 

Mi fa venire la pelle d'oca. «Mi domando chi viva lì». 
Jarrod dà un'occhiata e scrolla le spalle. «Boh?» 
«È tetro, dà i brividi. Il porcaio non ci ha detto di starne alla larga? Se-

condo te perché?» 

Jarrod mi guarda perplesso, poi accenna con la testa al castello, così vi-

cino che possiamo sentire l'odore stagnante del fossato. «Perché, secondo 
te Thorntyne Keep invece ha un'aria invitante? L'hai guardato bene?» 

Ha ragione, nessuno dei due edifici ha un aspetto molto accogliente. E 

anche se Jarrod porta il loro nome, i suoi abitanti sono dei perfetti scono-

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sciuti. Ma bisogna evitare i pensieri cupi. «Sono sempre tuoi parenti» gli 
ricordo. 

Lui fa una smorfietta sarcastica. «Sì, certo. Cugini di ottocentesimo gra-

do». 

Scherzi a parte, non riesco a liberarmi della sensazione innaturale che 

viene dal castello vicino. Mi fa paura. 

Quando raggiungiamo il cancello, una profonda voce maschile ci chiede 

cosa vogliamo. 

«Siamo viandanti stanchi da un paese lontano, e siamo dei Thorntyne» 

annuncia Jarrod con una calma che so essere solo simulata. Ma abbiamo 
provato quella frase diverse volte, e se la cava bene. 

«Thorntyne! Chi siete voi per rivendicare il nome dei Thorntyne?» 
«Il mio nome è Jarrod, e sono il figlio del fratello maggiore del Signore 

di Thorntyne» risponde Jarrod. Anche questa abbiamo dovuto provarla 
svariate volte. 

L'uomo impreca. Segue una lunga discussione tra le guardie. Comincio a 

sentirmi come se migliaia di formiche stessero giocando a rincorrersi su di 
me. Alla fine i soldati si allontanano dai bastioni per guardare meglio il 
ragazzo che dice di essere il figlio del Thorntyne perduto. 

Vedo chiaramente il capo. È massiccio, con spalle larghe e una massa di 

capelli di un rosso pallido che stanno diventando grigi. Ai suoi tempi de-
v'essere stato un tipo notevole, e lo è ancora, anche se probabilmente ades-
so ha più o meno quarantacinque, cinquant'anni. Le sue gambe sono fa-
sciate di cuoio; sopra indossa una tunica beige lunga fino alle ginocchia e 
un mantello, appuntato sulla spalla destra. Lui non porta cotta di maglia, 
ma gli altri sì, e nell'insieme sono uno spettacolo. Vorrei solo non essere 
tanto nervosa. 

Dev'essere un cavaliere di qualche alto ordine. A un certo punto torna 

indietro e comincia a scendere la scala interna, sempre con quel piglio 
formidabile. Ha preso una decisione. 

Un ordine riecheggia sui bastioni e, mentre il ponte levatoio si abbassa, 

la grata si solleva. Il cavaliere è accompagnato da due soldati, uno giovane 
e uno molto più anziano. Resto a guardarli mentre attraversano il ponte e si 
dirigono verso Jarrod, a poca distanza da me. Il cuore mi batte all'impazza-
ta, mi sudano le mani e sono contenta di aver intravisto l'altro castello, e di 
sapere che questo è meglio. Spero che Jarrod segua il nostro piano. Ha 
l'aria spaventata, non riesce a smettere di asciugarsi le palme delle mani 
sulla tunica e di lanciarmi brevi occhiate preoccupate. Sembra un cavallo 

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selvaggio pronto a imbizzarrirsi e scappare. 

Il cavaliere si ferma davanti a Jarrod e lo studia attentamente, stringendo 

gli occhi. È sospettoso e osserva ogni dettaglio, dal color rame dei capelli 
alla sua pelle chiarissima. Ma sono i suoi occhi che il cavaliere scruta più a 
lungo. E ci sorprende quando sono i suoi stessi occhi a inumidirsi, e un 
largo sorriso gli apre quasi a metà la faccia segnata. Si volta a guardare i 
due soldati per un secondo, sorridendo e annuendo. Poi spalanca le braccia 
con un'esclamazione e stritola Jarrod in un abbraccio che lo solleva di peso 
da terra. 

Dopo avergli fatto fare un paio di giri in aria, l'omone lo rimette a ma-

lincuore a terra, poi comincia a dargli grandi pacche sulle spalle, ridendo 
forte. Jarrod cerca disperatamente di mantenere l'equilibrio. «Benvenuto, 
nipote. Benvenuto!» annuncia l'uomo tra una pacca e l'altra. «Sapevo che 
questo giorno sarebbe arrivato. L'ho sognato molte volte da quando tuo 
padre è partito». 

La parola nipote mi colpisce come una botta in testa. Quest'uomo non è 

solo un cavaliere, o uno dei soldati del signore del castello, è il barone di 
Thorntyne in persona. E ha accettato la spiegazione di Jarrod dopo una 
sola occhiata. Mentre mi domando quanto Jarrod assomigli davvero ai suoi 
antenati, penso che se si fidano così tanto della somiglianza fisica, il resto 
della nostra storiella è appena andato in fumo. È troppo tardi per trovare 
un'alternativa, e il cuore comincia a martellarmi in petto. 

Guardo di nuovo il barone di Thorntyne, signore del castello e di quelli 

che ci vivono. Il calore con cui ha accolto Jarrod non è proprio quello che 
mi aspettavo, dopo aver sentito cosa dicono di lui gli abitanti del villaggio. 

Anche gli altri due soldati danno il benvenuto a Jarrod. Uno dei due, pe-

rò, resta piuttosto freddo. Il barone lo presenta come Malcolm, suo figlio, 
di vent'anni, ma non si accorge del suo tiepido entusiasmo. L'altro soldato 
si chiama Thomas e a quanto pare è un vecchio amico del 'padre' di Jarrod. 
Infatti non gli stacca gli occhi di dosso e continua a scuotere la testa e a 
stringergli la spalla, sorridendo. 

Una donna vestita elegantemente si fa strada tra la piccola folla che si è 

radunata al cancello. «Richard» dice, rivolta al barone. «Che succede? Vi 
abbiamo sentito fin dal salone...» 

«Isabel, mia cara» dice Lord Richard eccitato, passando un braccio at-

torno alla vita sottile della donna. «Questo è il figlio di Lionel, ritornato 
qui da noi da un paese lontano». 

Isabel spalanca gli occhi, all'erta, mentre diffidenza e ospitalità si con-

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tendono i suoi lineamenti delicati. Scruta Jarrod più da vicino. «In fede 
mia, certamente assomiglia a un Thorntyne, ma non direi a Lionel». 

Ahi. Se non somiglia a Lionel, il fratello disperso, a chi allora? 
«Geoffrey» decide lei. 
«Geoffrey?» domanda educatamente Jarrod. Abbiamo deciso che se ab-

biamo bisogno di informazioni su nomi o cose del genere dobbiamo chie-
derle con l'aria più naturale possibile. Jarrod è perfetto. 

Isabel, apparentemente soddisfatta di aver inquadrato la parentela di Jar-

rod, lo prende sottobraccio e spiega: «Naturalmente non puoi conoscerlo, e 
tuo padre, che dio lo benedica, avrebbe dovuto raccontarti di lui. Geoffrey 
era tuo nonno. È morto molto prima che tu nascessi, caro». Lo guarda an-
cora, con molta attenzione. «Ma tu sei troppo giovane per essere il primo-
genito di Lionel». 

Jarrod si affretta a spiegare. «Oh no. Ho un fratello maggiore». Sta an-

dando bene. Sospiro di sollievo. Ma lo spettacolo non è finito, manca la 
parte più difficile: io. 

«Lui sta bene, ma io desideravo grandemente vedere la mia terra» conti-

nua Jarrod, con calma. 

Dobbiamo fare molta attenzione a non dare informazioni di cui non sia-

mo sicuri, e questo è veramente tutto quello che sappiamo. Jillian ci ha 
ammonito a non interferire con i destini futuri, a non fare né dire nulla che 
possa modificare la storia. Sappiamo che un giorno il primogenito di Lio-
nel tornerà a reclamare la sua legittima eredità. 

Altre persone ci raggiungono. C'è una ragazza più o meno della mia età, 

che ci viene presentata come una cugina di Jarrod, Emmeline, che non 
riesce a staccare gli occhi dal nuovo arrivato e gli sorride con un misto di 
malizia e timidezza. Non mi piace per niente. E poi un bambino di sei o 
sette anni, attaccato alla gamba di una donna, che risulta essere il figlio più 
piccolo di Isabel e Lord Richard, John. La donna che lo accudisce è la da-
migella di Isabel, non degna di presentazione, a quanto pare. 

Durante tutto questo passaggio sembra che si siano dimenticati di me. 

Meglio così, mi dà il tempo di riflettere. Se non fosse stato per la straordi-
naria somiglianza di Jarrod con i suoi antenati dubito che questo primo 
incontro sarebbe andato così liscio. Ma il problema sono io, e la mia pre-
senza deve ancora essere spiegata. Come abbiamo fatto a essere così stupi-
di? 

Stanno per avviarsi lungo il ponte levatoio verso la corte interna quando 

Jarrod si volta verso di me, ma non fa in tempo a parlare. Lord Richard 

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comincia a farfugliare scuse per la propria rozzezza. 

Mi mette un braccio intorno alle spalle, spingendomi in avanti. Una vol-

ta entrati nel castello ci fermiamo, perché nel frattempo si è radunato un 
folto capannello di curiosi. Richard presenta Jarrod alla folla come se fosse 
tornato il figliol prodigo in persona. Tutti esultano e Jarrod viene quasi 
soffocato dal loro entusiasmo. 

In quella confusione Lord Richard piega la testa verso di me e dice: 

«Chi è questa graziosa dama?» E la folla ammutolisce. 

Jarrod a questo punto dovrebbe presentarmi come sua sorella, secondo il 

nostro piano originario. Mi guarda ansioso. Ora che dirà? 

Isabel mi osserva aggrottando la fronte e dice: «Di certo non è una 

Thorntyne. Guarda la sua pelle chiara e i capelli neri come l'ebano, e que-
gli occhi, così chiari eppure di un azzurro così intenso... e di una forma 
così inusuale». 

«Sembrano occhi di gatto» s'intromette Malcolm. 
Cerco di non guardarlo, anche se non mi dispiacerebbe trasformarlo in 

un gatto all'istante. 

Isabel si rivolge a me. «Mia cara, da quali terre provenite?» 
La guardo stupidamente. 
Lord Richard, che ancora stringe la mia spalla, lancia un'occhiata impa-

ziente a Jarrod. Evidentemente non è un uomo abituato ad aspettare. 

So esattamente quando quell'idea lo colpisce. Le sue dita si irrigidiscono 

e affondano nel mio braccio, non tanto da far male, ma abbastanza da far-
mi capire che è irritato. Entro subito in agitazione. Che cosa può pensare 
ora? Qualcosa di offensivo, ci giurerei. Non oso sondare la sua mente, Jil-
lian mi ha messo in guardia. Questa gente convive con la magia, ma in 
modo timoroso, senza comprenderla. Se dovessero pensare che pratico la 
stregoneria, mi ammazzerebbero di sicuro. 

Il barone esclama: «Di certo, Jarrod, questa esotica creatura non viaggia 

con te senza un'accompagnatrice!» 

Jarrod è completamente disorientato da questa svolta imprevista. Porca 

miseria, avremmo dovuto studiare una storia migliore. È ovvio, sono tanto 
diversa da loro, ho perfino gli occhi a mandorla. Avremmo dovuto pensar-
ci prima, ora è troppo tardi: tutti aspettano una spiegazione da Jarrod, e 
solo da lui. Di certo la storia della sorella non se la berrebbero, ora. 

«Jarrod! Chi è questa dama?» 
«Lei, ehm...» comincia Jarrod. «Si chiama Kate...» 
«Katherine» dico in fretta. Quel diminutivo non si usa ancora, di questi 

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tempi. 

Ma non è una spiegazione sufficiente e la folla aspetta altro. Le dita di 

Lord Richard si stringono ancora attorno alla mia spalla, i suoi pensieri 
corrono di nuovo. Si volta bruscamente verso Jarrod. «Dimmi che non hai 
strappato a Lady Katherine la sua innocenza e ne hai fatto la tua concubi-
na!» La sua voce sale di tono e la folla si accalca attorno a noi. «Tuo pa-
dre, il mio diletto fratello» continua lui, scuotendo la testa, «non perdone-
rebbe mai un'azione del genere, se lo sapesse». 

Non mi piace quello che sta succedendo. In un istante il benvenuto è di-

ventato una trappola. All'improvviso mi immagino le segrete del castello. 
Certo, sarei curiosa di vedere anche quelle, ma non da inquilina, grazie. 
Tutti gli occhi sono puntati su di me. Mi sento il viso in fiamme. Jarrod, di' 
qualcosa, qualsiasi cosa. 

E infatti dice: «Katherine viene da... un'isola, molto lontana da qui. Lei 

è...» Inspira profondamente. «È mia moglie». 

Dalla folla arriva un sospiro di sollievo, e la stretta del barone sulla mia 

spalla si allenta. Mi lascia il braccio e solleva la mia mano, come in cerca 
di qualcosa. Quando lo trova, tiene alta la mia mano, in modo che tutti 
vedano. È l'anello, quello con il rubino, che attira l'attenzione. 

«È vero, dunque» annuncia Isabel, e viene ad abbracciarmi. «Che gioia, 

mia cara. Venite, dovete essere affamati». Poi guarda i miei abiti infangati 
e i capelli in disordine. «E quando vi sarete rifocillati, farò preparare bagni 
caldi e un letto comodo». A questo punto guarda suo marito, inarcando un 
sottile sopracciglio. Dev'essere un esempio di comunicazione familiare 
muta, perché hanno appena preso una decisione, e Isabel dice: «Non pos-
siamo certo farvi dormire nella sala, con i servi. Dormirete nella camera 
della torre. Non è stata più usata da quando Lionel ha sposato la sua gio-
vane moglie». 

Una stanza tutta per noi. Questo è un buon risultato. A quanto pare, a 

parte il barone e la baronessa, gli altri dormono più o meno tutti insieme 
sui pagliericci. 

Lo sguardo di Isabel si posa su Jarrod, e la sua voce diventa un sussurro. 

«È la loro camera. Tuo padre l'aveva fatta costruire apposta per Eloise, 
come dono di nozze. È la camera in cui i tuoi genitori dormivano quando 
vivevano qui, prima che...» Le sue parole cadono in un silenzio elettrico. 
L'aria è carica di tensione. Anche se Jillian mi ha severamente ammonito, 
devo farlo, solo una volta. Isabel sta nascondendo qualcosa. Se riesco a 
decifrare alcune delle sue paure, potrei forse capirne la ragione. Anche 

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perché l'idea di dormire nella torre improvvisamente sembra molto poco 
attraente. Perciò sondo, con molta cautela, la mente di Isabel. Quello che 
trovo mi scuote un po'. Questa donna, così apparentemente forte e control-
lata, ha paura. Sappiamo dal libro di famiglia di Jarrod che la giovane spo-
sa è stata rapita. Ma, da quanto ho capito, era stata restituita poche ore do-
po. La vendetta di un innamorato respinto, forse. Eppure su quelle facce è 
dipinta la paura. Qualcosa di oscuro e sinistro è accaduto a quella giovane 
coppia, i presunti 'genitori' di Jarrod. Anche se sono passati più di vent'an-
ni, quel fatto tormenta ancora quelli che ricordano, e pure i loro figli. Ed è 
successo nella torre, questo è chiaro. 

All'improvviso mi pervade una sensazione di gelo. Il pensiero di dormire 

lassù ora mi dà i brividi. Mi ritiro dalla mente di Isabel, ma la paura rima-
ne, troppo forte per essere ignorata. 

 

Jarrod 

 
Lord Richard insiste per farci visitare il castello, e questo occupa il resto 

di un pomeriggio comunque breve. È incredibile quanta gente ci vive. Ci 
sono capanne lungo le mura, con soldati di guardia sui bastioni, mentre 
servi e artigiani con le loro famiglie, e perfino preti, si affaccendano in 
giro. Ci sono anche animali: galline, cani, maiali. 

Kate si sta divertendo da pazzi, anche se devo ricordarmi di chiamarla 

Katherine. È assolutamente incantata. 

Ceniamo nel salone. Il focolare fa tanto fumo che sono lieto di non sof-

frire di asma. Come fanno a vivere in queste condizioni? Il fuoco è neces-
sario, altrimenti il salone, e l'intero castello, sarebbero una ghiacciaia; ma 
non c'è modo di far uscire il fumo. Le finestre, poco più che feritoie ad 
arco, sono molto in alto, e il fumo ci mette una vita ad arrivare lassù. 

Kate e io siamo seduti a un lungo tavolo sistemato su una pedana di le-

gno. Tutti quelli che vivono o lavorano al castello cenano qui, ma servi e 
soldati hanno tavoli separati, dall'altra parte del salone. Il cibo è servito su 
grosse fette di pane scuro e raffermo. Ci sono coltelli e cucchiai di legno, 
niente forchette, e tutti mangiano con le mani. Kate quasi vomita alla vista 
del cibo, specialmente quando ci viene presentata con orgoglio un'intera 
testa di maiale. Sono sicuro che l'unica cosa che la trattiene è la pancia 
vuota. 

Il cibo è costituito quasi esclusivamente da carne sotto sale. C'è un pa-

sticcio di anguilla, salse piccanti e pane nero e denso. Non c'è acqua, ma 

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una gran quantità di vino rosso. Purtroppo è robaccia. Non che io sia un 
intenditore, ma ogni tanto a casa lo compriamo. Papà ne beve un po' per 
dormire. Questo è veramente tremendo, però non c'è altro per togliere la 
sete. Non riesco nemmeno a mangiare molto, il mio stomaco si rifiuta. 
Kate pilucca qualche mela cotta. Per non offendere Lord Richard lamen-
tiamo entrambi un'immensa stanchezza e i postumi di un avvelenamento 
da cibo. 

È buffo, però. Non direi che questa gente sia stupida, ma si sono bevuti 

la nostra storia senza battere ciglio. Sono avidi di ogni dettaglio del nostro 
presunto viaggio. Immagino che qui non arrivino spesso notizie dai viag-
giatori. Dobbiamo stare bene attenti a non dire troppo. In questo Kate è più 
brava, e quindi lascio a lei la responsabilità della conversazione. 

Lei racconta di come abbiamo perso tutto ciò che avevamo, cavalli com-

presi, a Londra. Questo spiega perché siamo arrivati a piedi, con solo i 
vestiti sporchi che avevamo indosso. 

«Ero lì la scorsa primavera» conferma subito Richard, con un cenno di 

assenso e gli occhi sgranati. A giudicare dal rossore sulle guance, direi che 
il vino sta cominciando a fare effetto. «Quella città brulica di mendicanti e 
ladri». 

Il pensiero mi torna alla ragazza di nome Edwina, che lui sta per gettare 

in mezzo alla strada semplicemente perché ha perso il marito e non può più 
lavorare nei campi. Lord Richard è un uomo contraddittorio: con noi, che 
crede parenti, non sarebbe potuto essere più ospitale, mentre verso i suoi 
sudditi è crudele e ingiusto. 

La cena finisce e Isabel afferra una torcia accesa da un supporto sul mu-

ro e ordina alle fantesche di preparare per noi due bagni caldi nella stanza 
della torre. I miei pensieri prendono la fuga. Pare proprio che Kate e io 
divideremo la stanza, che probabilmente contiene un letto e poco altro. 
L'idea di stare in un letto vero con Kate mi fa decisamente sudare le mani. 

Seguiamo Isabel su per una buia scala a chiocciola che sembra non finire 

mai, e arriviamo in cima alla torre, dove c'è un'unica stanza. Immagino che 
di giorno sia bene illuminata, visto che ha delle vere finestre su due lati, 
ma il sole è sparito molto tempo fa, lasciando il posto a un freddo gelido. 

Prima di andarsene Isabel ordina alle domestiche di accendere fuoco e 

candele e procurarci degli abiti appropriati. Le vasche sono già quasi pie-
ne, e secchi di acqua calda continuano ad arrivare ogni pochi minuti. 

Le ragazze eseguono, e subito la stanza si riempie di calore e di una luce 

morbida, anche se un po' fumosa. Kate è in piedi accanto a una delle alte 

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finestre ad arco, quella rivolta a nord. La raggiungo e vedo che sta guar-
dando il castello sul picco nord, la cui sagoma si staglia nel buio grazie a 
un'unica luce che splende in cima alla torre più alta. 

«Chi abita laggiù?» chiede a una delle fantesche, quella che Isabel ci ha 

assegnato come cameriera personale, Morgana. L'altra, un po' più matura e 
più massiccia, si chiama Glenys. 

Morgana, che sta sistemando un'altra torcia nel supporto a muro, si fer-

ma di colpo, il volto rannuvolato. «Si chiama Rhauk, mia signora. Il suo 
castello si chiama Blacklands». 

Kate non ha bisogno di dire nulla, so cosa sta facendo a Morgana. Ha 

percepito la sua paura e ora sta sondando la sua mente. Spero che non esa-
geri, perché dobbiamo stare molto attenti. Ma è più forte di lei, dubito che 
riesca a vivere senza sondare menti, ogni tanto. 

«Perché hai paura di questo Rhauk?» 
Morgana va dritta all'enorme letto a baldacchino e comincia a sprimac-

ciare i cuscini. «Tutti ne hanno paura, mia signora. Anche sua signoria». 

«Perché?» insiste Kate. 
Morgana fa una pausa, con il cuscino in mano. Quando rialza la testa ha 

gli occhi velati. «Dicono che discenda dal diavolo, e che padre e figlio si 
parlino spesso». 

«Tu credi a queste voci?» 
È l'altra ragazza, Glenys, a rispondere. «Non sappiamo nulla, mia signo-

ra. Niente è accaduto da che siamo nate. Sono solo storie, esagerate appo-
sta per far andare a letto i bambini». 

Sorrido, il buon senso di Glenys mi piace subito, e guardo Kate. Non in-

siste, ma vedo che è ancora turbata. 

L'ultimo secchio di acqua fumante va a riempire le due vasche di legno 

affiancate nel mezzo della stanza. Morgana finisce di stendere sul letto le 
nostre camicie da notte, lunghe e bianche. Glenys batte sul bordo di una 
delle vasche. «Io pulirò i vostri abiti e Morgana vi aiuterà con il bagno». 

Intende dire a toglierci i vestiti. Ora. Ed entrare nelle vasche. Morgana 

inizia subito a lavorare sui bottoni del vestito di Kate. Lei si fa da parte e 
mi guarda. A quanto pare, le ragazze rimarranno qui mentre Kate e io fac-
ciamo il bagno. 

Osservo i suoi occhi, calmo. Non c'è bisogno di nessun cosiddetto dono 

per avvertire il suo imbarazzo. I suoi occhi sgranati mi stanno pregando di 
dire qualcosa, ma onestamente l'idea non mi dispiace, e una volta tanto non 
è male vedere Kate a disagio. La sua pelle chiara arrossisce violentemente. 

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La cosa difficile è non ridere. 

«Jarrod!» sibila tra i denti. Vede che mi sto divertendo e si imbestiali-

sce. «Fai qualcosa!» 

Scrollo le spalle e mi sfilo la tunica. 
Lei sibila. Davvero, proprio come un serpente. Sono sicuro che sta pen-

sando a qualche incantesimo disgustoso tutto per me. 

È un sollievo liberarsi da quegli stivali infangati. Kate nel frattempo sta 

creando problemi a Morgana. 

«Mia signora» dice dolcemente la ragazza, «sarebbe più semplice se mi 

permetteste di spogliarvi». 

Devo dargliene atto. Dopo aver inspirato a fondo, Kate sfoggia un sorri-

so fantastico e dice, calma: «Se non ti dispiace, Morgana, Jarrod e io pen-
seremo da soli al nostro bagno». 

Sono sicura che Kate non è preparata alla reazione di Morgana, o alla 

sua ferrea determinazione. La ragazza praticamente squittisce e c'è paura 
autentica nella sua voce. «Oh no, mia signora. Non possiamo lasciarvi sen-
za aiuto. Sua signoria ci batterebbe fino a toglierci la pelle». 

Da quello che abbiamo sentito nel villaggio non ne dubito nemmeno per 

un secondo. Neanche Kate, ma fa un ultimo tentativo. Mette il braccio at-
torno alle piccole spalle della ragazza e la guida verso la porta. «Non pre-
occupatevi, nessuna delle due» dice, includendo con lo sguardo anche 
Glenys. «Assicurerò personalmente Lord Richard di che meravigliose da-
migelle siete e di come avete provveduto a tutte le nostre necessità. Avete 
la mia parola». 

Morgana guarda Glenys, in cerca di un consiglio. Ma l'altra scuote la te-

sta. «Voi non conoscete il barone, mia signora. Se scopre che nessuno vi 
ha aiutato durante il bagno, saranno le nostre schiene a portare il segno 
della sua ira». 

La pazienza di Kate va in pezzi. È la prima volta che la vedo quasi in 

preda al panico. Dev'essere esausta quanto me. E, anche se la scena è di-
vertente, decido che non è il caso di rischiare tutto per una sciocchezza. 
Perciò prendo la questione da un altro lato. «Glenys» comincio, visto che è 
ovviamente lei quella che decide. «La ragione per cui la mia sposa è così 
prossima a battervi lei stessa, è che ama provvedere al mio bagno perso-
nalmente  
e, be'... privatamente».  Sorrido, incrocio gli occhi sgranati di 
Kate e aggiungo: «Dopotutto ci siamo appena sposati». 

Morgana ha la grazia di arrossire, ridacchiando dietro la mano. Glenys 

sbuffa, ma alla fine acconsente a lasciarci, promettendo di tornare per spe-

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gnere le luci e riprendere i nostri abiti sporchi. 

Se ne vanno e Kate si volta verso di me. «Ti sei divertito, eh?» 
Scoppio a ridere e le lancio un ruvido asciugamano. «Permettimi di farti 

da cavaliere. Dopo di te». 

Lei mi guarda fisso a lungo, aspettando. 
«Che c'è?» 
Il gesto che mi fa con la mano è inequivocabile, perciò mi volto, e la 

guardo di nuovo solo quando sento l'acqua cadere sul pavimento. Ora è 
immersa fino al collo, e stringe in mano l'amuleto. La capisco, anch'io l'ho 
cercato spesso durante la giornata. È il nostro biglietto di ritorno a casa, e 
dobbiamo proteggerlo a qualsiasi costo. 

Mentre Kate fa il bagno io osservo l'oceano attraverso la finestra aperta. 

Le onde s'infrangono contro la parete di roccia, giù in basso. Mi ricorda di 
quando abbiamo vissuto in un caravan parcheggiato lungo la costa del 
Nuovo Galles del Sud. Papà aveva un amico che gestiva un'azienda ittica e 
che gli aveva offerto un lavoro. Dal nostro caravan l'oceano non si vedeva, 
ma di notte era l'unica cosa che si sentiva. Mamma era incinta di Casey, e 
papà era fuori ogni notte. Ma il lavoro durò solo un paio di mesi, dato che 
non si era mai visto periodo di pesca peggiore nella storia e l'amico di mio 
padre dovette vendere l'azienda. 

Stanotte non c'è luna, almeno non ancora, ma si vedono lo stesso le pic-

cole creste bianche delle onde, simili a minuscole vele. La familiarità del 
suono, del profumo, perfino del sapore di sale dell'aria è confortante. Fi-
nalmente Kate finisce, si asciuga e si mette a letto, ravviandosi i capelli 
con le dita. 

Mi spoglio dietro la vasca, che mi arriva fino alla vita. Kate ci ha messo 

così tanto che ormai l'acqua è appena tiepida. Va bene lo stesso: chissà 
quando ci concederemo il lusso di un altro bagno. Mi sa che questa gente 
non deve lavarsi spesso, forse neanche una volta al mese. Non c'è sapone, 
perciò devo grattarmi via il fango con le unghie. 

Finisco di lavarmi e m'infilo la lunga camicia da notte. Ho le gambe 

stanche e doloranti, e il letto sembra comodo e invitante, specialmente con 
Kate dentro. Il pensiero, anche dopo questa giornata incredibile, mi fa gira-
re la testa. All'improvviso tutta la spavalderia che mostravo poco fa svani-
sce. Non mi dispiacerebbe, per cambiare, sondare la mente di Kate, per 
vedere, sentire quello che sente lei. Ma non posso, e quindi non mi resta 
che tirare a indovinare. L'istinto mi dice che non disdegnerebbe se tentassi 
di baciarla, ma si comporta in modo così riservato che non so cosa pensa-

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re. 

Con un tempismo perfetto, non appena mi metto sotto le coperte riap-

paiono Glenys e Morgana con due domestici maschi. Ci mettono un po', 
ma alla fine svuotano le vasche e le portano via. Le ragazze portano via i 
nostri vestiti e li sostituiscono con altri. Prima di andarsene attizzano il 
fuoco e spengono le torce. 

Finalmente siamo soli. Completamente. Soprattutto considerato che ci 

troviamo in cima alla torre. Guardo Kate. È rannicchiata sul suo lato del 
letto, il più lontano possibile. «Kate». 

«Voglio dormire!» sbotta lei. 
Rimango di sasso. Ehi, ma che si è messa in testa? Che io avrei... che i-

o... Cosa? Cercato di...? 

Infastidito, rotolo al lato opposto. Ma, anche se sono stanco e dolorante, 

e mentalmente esaurito, il sonno non arriva subito. 

Non riesco a smettere di pensare a Kate. 
 

Kate 

 
Non so cosa possa pensare Jarrod di me ora. Che idiota. Mi sono messa 

a fare la vergine terrorizzata. Non è colpa sua, sono io. E dove ci troviamo, 
poi. A letto insieme! I miei sentimenti per Jarrod sono abbastanza intensi, 
ma non credo che lui li ricambi. Almeno non ancora. Perciò esito a fare il 
primo passo. Se ci baciassimo o cose del genere, finirebbe lì? Non mi fido 
molto di me stessa, considerato che siamo soli quassù e, be', che facciamo 
finta di essere sposati. E ora, qui, non sarebbe giusto. 

E poi non mi va di diventare un'altra ragazza madre. Mia mamma lo era 

e non ha saputo cavarsela. E se non ce la facessi neanch'io? 

Perciò faccio finta di dormire, ma non dura molto. Sono comunque tesa. 

Siamo nella torre dove dormivano Lionel ed Eloise. Qui è successo qual-
cosa di sinistro, e sento una strana energia pulsare da quel castello tetro 
chiamato Blacklands. È come un battito, lento e pesante, sincronizzato 
completamente con il mio cuore. Sono abbastanza sicura che non lo avver-
te nessun altro, certamente non Jarrod. Mi fa impazzire. Chi ci abita, lag-
giù? Morgana dice che è un uomo di nome Rhauk. Potrebbe essere lui il 
fratellastro illegittimo con poteri di stregone? 

Alla fine, immagino di essermi addormentata. Mi sveglio alle prime luci 

dell'alba. Capisco confusamente che a svegliarmi è stato un forte suono 
gracchiante. Mi stropiccio gli occhi e vedo un grosso corvo nero sul da-

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vanzale della finestra, che guarda me e Jarrod rannicchiati ai due lati del 
letto. Giurerei che il corvo abbia un ghigno compiaciuto negli occhi neri, 
troppo umani, intelligenti come gli occhi di un corvo non dovrebbero mai 
essere. 

Decido che la notte insonne mi ha dato alla testa. Un uccello, in qualsia-

si secolo, è e resta solo un uccello. «Che cavolo guardi?» sbotto. Lui grac-
chia e vola via. 

Jarrod si volta, assonnato. «Eh? Con chi stai parlando?» 
«Con un corvo». 
«Cosa?» 
Scendo dal letto e comincio a rivestirmi: prima di tutto le calze pesanti. 

Durante la notte il fuoco si è spento e ora quassù si gela. «Lascia perdere. 
Siamo così in alto che gli uccelli credono che sia casa loro». 

Finisco di vestirmi senza mai voltarmi a guardare cosa fa Jarrod. La not-

tataccia mi ha messo di malumore, sento ancora l'effetto delle strane vibra-
zioni di ieri. Jarrod e io siamo qui per un motivo preciso; prima terminia-
mo il nostro compito e meglio è. Non che mi dispiaccia poter sperimentare 
la vita nel passato; anzi, è una cosa che mi affascina moltissimo. 

La colazione viene servita nel salone. Anche se sto morendo di fame du-

bito che riuscirò a mangiare. Ieri sera il cibo sembrava così... poco igieni-
co. E poi, essendo vegetariana, mi resta ben poca scelta. 

Mentre ci avviamo giù per la scala a chiocciola, ogni pensiero sul cibo 

svanisce. Qualcuno sta urlando, una voce di donna talmente terrorizzata 
che echeggia nei corridoi di pietra come le urla di uno spettro tormentato. 
Non possiamo fare altro che correre dritti verso il salone. 

È Morgana, la più giovane e la più minuta delle due ragazze che ci han-

no preparato la stanza ieri. Jarrod e io ci scambiamo rapidamente un'oc-
chiata, chiedendoci se è colpa nostra. Ricordiamo tutti e due quanto fosse 
spaventata al pensiero che Lord Richard potesse venire a sapere del nostro 
bagno solitario. 

«Che cosa succede?» chiedo. «Che cosa ha fatto questa poverina?» 
Sono pronta a prendermi la colpa, a spiegare che è stata una mia scelta 

non permettere alle domestiche di lavarci ieri sera. La povera ragazza è 
piegata in due dal dolore, e Lord Richard in persona la sta colpendo col 
dorso della mano. Morgana è così piccola che ogni colpo la manda a sbat-
tere contro la parete; le guance rosse già cominciano a gonfiarsi. Ci sono 
anche gli altri: Isabel; la nipote Emmeline; Malcolm, con una certa aria di 
compiacimento negli occhi verde scuro; Thomas, il più fedele dei cavalieri 

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e degli amici di Richard; ma tutti osservano la scena con un interesse solo 
casuale. Picchiare i servitori, a quanto pare, è un'attività di routine. Mal-
colm incrocia il mio sguardo e solleva un sopracciglio, quasi divertito dalla 
mia espressione scioccata. Emmeline, la cugina, appare del tutto indiffe-
rente. Il suo sguardo si posa su Jarrod e ci resta, con un chiaro intento. Ec-
co chi mi ricorda, Tasha Daniels. La mia solita fortuna. 

Lord Richard si accorge finalmente della mia preoccupazione. «Stupida 

ragazzina» mormora rabbiosamente, ancora con la mano alzata pronta a 
colpire. «Guardate la mia tunica» e indica una macchia bagnata che si 
spande lentamente sul davanti della veste e tinge quello che senz'altro è lo 
stemma di famiglia: due colombe bianche chine su una rosa rossa all'inter-
no di un rombo cremisi. «Mi ha buttato la birra addosso». La guarda di 
nuovo, furente, e Morgana si fa ancora più piccola. «Glielo insegno io a 
essere così sbadata». Ciò detto la colpisce di nuovo, facendola cadere 
all'indietro. 

«Mio signore!» Non posso fare a meno di intervenire. Non resisto di 

fronte a tanta ingiustizia. «Vi chiedo di mettere questa fantesca al mio ser-
vizio. Non danneggiatela al punto che non possa più servire alle mie ne-
cessità». 

Lui si volta verso di me, e per un attimo temo di aver passato il limite. 

Ma il suo viso si addolcisce, e abbassa la mano. «Avete ragione, Lady Ka-
therine. Direi che la disgraziata ha imparato la lezione». E con questo la-
scia andare Morgana, che mi lancia uno sguardo di gratitudine prima di 
scappare via. 

Dopo quest'incidente non ho proprio lo stomaco per mangiare. Facciamo 

il giro del tavolo e Jarrod urta contro lo spigolo. Lo prendo per il gomito. 
A parte la sua abituale goffaggine, è anche senza occhiali. Prendo mental-
mente nota di stare attenta a ostacoli che potrebbe non vedere. 

Jarrod mi sussurra un grazie. Ci sediamo e lui mi passa una fetta di pane 

nero, che accetto a malincuore, conscia del fatto che dobbiamo tenerci in 
forze. 

E anche la marmellata tutto sommato non sembra male. Perlomeno a 

giudicare dall'odore e dall'assenza di muffa. La frutta fresca sarebbe andata 
ancora meglio, ma come abbiamo appreso ieri mancano poche settimane 
all'inverno e di frutta e verdura è rimasto poco o niente; quella che c'è è 
stata seccata o conservata o, peggio, talmente riempita di sale da essere 
velenosa solo a guardarla. 

Anche il sapore in fondo è buono, e la spalmo generosamente sul pane. 

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Devo comunque concentrarmi per non vedere gli altri, che si lanciano sul 
cibo con la grazia di lupi affamati, azzannando cosce di pollo con le mani 
unte e sbrodolandosi di birra. 

E mentre mangiamo, Lord Richard si vanta della propria crudeltà nei 

confronti dei contadini che lavorano le sue terre. Thomas e Malcolm sorri-
dono e annuiscono, e lo stesso fanno i soldati agli altri tavoli, che trovano 
divertenti le bravate del loro padrone. Il mio appetito svanisce di colpo 
quando cominciano a sghignazzare sulla sorte di una contadina che ha per-
so il marito durante una battaglia, combattuta per impedire che la fortezza 
cadesse nelle mani di un signore scozzese rivale. A quanto pare quell'uomo 
era un gran lavoratore, e la moglie non è altri che Edwina, che ora vorrei 
non aver mai conosciuto. E quelli discutono come se niente fosse di come 
ormai lei sia condannata a una vita di ruberie, di elemosina o prostituzione. 

Quasi mi strozzo con il cibo che non ne vuole sapere di andar giù. Jarrod 

mi guarda, solidale, ma sa come me che non c'è assolutamente nulla che 
possiamo fare per quella donna e la sua famiglia. Dobbiamo lasciar perde-
re. Se solo potessi usare un po' di magia... 

E proprio mentre penso alla magia un trambusto fuori del salone attira 

l'attenzione di tutti. A quanto pare Lord Richard ha un ospite inatteso: un 
uomo alto, dall'aspetto autorevole, completamente vestito di nero. Asso-
miglia a Jarrod in modo ancora più impressionante di Richard, a parte il 
fatto che è più alto e robusto. Ha anche il colore dei capelli di Jarrod, 
biondo scuro con riflessi ramati; solo i suoi occhi sono diversi, neri come 
la pece. E capisco con un sussulto da dove viene quella strana pulsazione. 

Perciò so chi è ancora prima che Lord Richard dica il suo nome. Solo un 

mago potente può emanare tanta energia. E ricevere un'accoglienza così 
poco calorosa. «Com'è possibile, Rhauk» protesta Richard con voce fredda 
e ostile, «che tu riesca sempre a passare davanti alle mie guardie senza che 
nessuno ti veda?» 

L'uomo di nome Rhauk si limita a sorridere. Lentamente. Si dirige verso 

Richard. «È questo il modo di trattare tuo fratello, Richard?» 

«Bah!» sbotta il barone. «Tu non sei mio fratello. Mio padre non ti ha 

mai riconosciuto come figlio. Mai, nemmeno sul letto di morte». 

«Forse, ma non l'ha mai neanche negato. Ma non voglio parlare di que-

sto, oggi» risponde lui, con aria annoiata. «Ho cose più importanti da fa-
re». 

«Ebbene, che vuoi stavolta?» 
Ignorando Lord Richard, come se non fosse alla sua altezza, Rhauk si 

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volta di lato, in cerca di qualcosa, finché i suoi occhi non trovano i miei. 
«Eloise» sussurra. Un brivido mi scuote da capo a piedi. 

Tanto per cominciare, non posso somigliare a Eloise; queste persone se 

ne sarebbero accorte e avrebbero reagito diversamente. Non somiglio in 
nulla a nessuno di loro e, visto che non viaggiano, non possono aver mai 
visto una come me, così bruna e con tanto di occhi a mandorla. 

Rhauk sembra riprendere il suo contegno e sorride di nuovo. Un sorriso 

astuto, stavolta. Fa un cenno della testa verso di me, come ad ammettere 
che è per me che è venuto. «Che creatura squisita» dice, facendo le fusa 
come un felino. «Presentaci, Richard». 

Lord Richard è palesemente a disagio e si schiarisce la gola, immagino 

per prendere tempo. La reazione di Rhauk lo confonde. «Ehm, questa no-
bile dama è Lady Katherine. Ha viaggiato a lungo per essere qui con noi. 
Non ha nulla a che fare con te, quindi levale gli occhi di dosso e stanne 
alla larga». 

Mentre parlano di me sento un'altra energia pulsare nella stanza. All'ini-

zio non la riconosco, finché non si leva un vento quasi familiare, che di-
venta subito gelido. È Jarrod, che guarda Rhauk con occhi di ghiaccio. 

«Calma, Jarrod» dico dolcemente, riconoscendo al volo il grosso pro-

blema che ci sta di fronte. Abbiamo trovato l'istigatore della maledizione, 
ma Jarrod non ha ancora né ammesso né tantomeno imparato a controllare 
i propri poteri. 

Anche Rhauk sente che c'è un'altra forza nella stanza. Le sue narici fre-

mono, alza la testa e stringe gli occhi neri in due fessure. Lentamente si 
volta verso Jarrod, e di nuovo esibisce quello snervante sorriso. 

I loro occhi si incontrano, e il vento nel salone diventa un tifone. Ora c'è 

un altro potere a muoverlo, quello di Rhauk. Emmeline grida, ma la sento 
a malapena con il vento che aumenta di intensità. Si aggrappa a Isabel, che 
chiede spiegazioni, ma il suo Richard non ne ha. Per ora tenta di rimanere 
in piedi. Né Jarrod né Rhauk si muovono; continuano a fissarsi. 

Il vento travolge tutto. Tavoli, sgabelli, tappeti volano per la stanza. O-

vunque regna il caos. 

Finalmente Rhauk rompe l'incantesimo e Jarrod cade in ginocchio, con 

la testa fra le mani. Richard pretende di sapere cosa è accaduto, ma Rhauk 
lo ignora. Invece parla con me: «Blacklands è sul picco nord, Lady Kathe-
rine». Fa una pausa, per darmi il tempo di capire bene. «Dalla torre lo ve-
dete molto chiaramente». 

Sbarro gli occhi dalla sorpresa. Sa che ho dormito nella torre stanotte. 

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Questo mi dà i brividi. Lui mi dà i brividi. È esattamente quello che vuole: 
farmi sapere quanto è potente. Perciò tento di restare calma e dico: «Avete 
notato le torce accese, dunque. Che spirito di osservazione». 

La sua risata è sarcastica. «Ragazza intelligente. Mi piace il vostro spiri-

to. Volete unirvi a me per cena, questa sera al crepuscolo?» 

Prima che abbia il tempo di replicare, Richard ci interrompe. «Scordate-

lo, Rhauk. Non puoi mettere gli artigli su di lei. Lady Katherine è già spo-
sata». 

Rhauk inarca le sopracciglia. Guarda Jarrod e scoppia in una risata bef-

farda. «Con voi!» E ride, come se fosse una battuta che capisce solo lui. 
«Oh be', immagino che dobbiate venire anche voi, allora». 

Se ne va, lasciando dietro di sé una scia di devastazione e discorsi agita-

ti. Aiuto Jarrod a rialzarsi, ma è ancora malfermo e confuso. Prendo una 
sedia e lo faccio sedere. 

Mentre i domestici cominciano a rassettare il caos penso a Rhauk. Ha 

percepito i poteri di Jarrod e ha fatto una piccola esibizione dei propri. Ma 
stava solo giocando, per mettere alla prova le sue forze. 

E non gli ci è voluto molto a capire che Jarrod è tutt'altro che una mi-

naccia per lui. 

 

Jarrod 

 
Lo sguardo negli occhi di Rhauk quando ha visto per la prima volta Kate 

resterà con me per sempre, inciso nella mia memoria. È come se avesse 
trovato un tesoro, qualcosa che aveva cercato per tutta la vita. 

Dunque, vuole Kate. Ma perché? Che sta succedendo? Non è solo un'at-

trazione folgorante, è qualcosa di più profondo. E questo non va. 

Quel tipo strano dev'essere la persona che stiamo cercando, quello che 

ha maledetto la mia famiglia. C'è una forza notevole in lui, a giudicare 
dallo stato pietoso del salone. Richard corre su e giù come un pollo senza 
testa, mentre servitori e soldati rassettano il disastro. Per quanto mi riguar-
da, la mobilia può andare all'inferno, in questo momento mi interessano 
solo le motivazioni di Rhauk. Ha parlato a Richard in nome di un legame 
di sangue; una parte della storia la so già, ma è comunque un buon punto 
di partenza. 

«Perché Rhauk dice di essere tuo fratello?» domando a Richard. 
Lui smette per un attimo di dare ordini, e mi guarda. «Sfortunatamente, 

nipote, è una sua errata convinzione». 

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«È per questo che è così rancoroso?» domanda Kate posandomi una ma-

no sulla spalla e incoraggiando questa linea di conversazione. 

Richard inspira a fondo, trattiene il fiato per un momento e poi crolla a 

sedere nel suo scranno. «Io ho qualcosa che lui ritiene sia suo». 

«E cosa sarebbe?» insisto, visto che lui non continua. 
«Il castello, naturalmente» risponde Isabel. «E le nostre terre e le nostre 

ricchezze». 

«Rhauk è forse il primogenito?» domanda Kate. 
«No!» grida Richard battendo il pugno sul tavolo, appena rimesso in 

piedi. «Rhauk può anche sostenere di essere il primogenito di Geoffrey, 
ma la sua nascita non è mai stata riconosciuta da mio padre». 

Kate aggrotta la fronte. «Non sembra abbastanza vecchio da...» Ma la 

sua voce svanisce. 

Richard si volta verso di lei, e il suo tono è stranamente roco. «È la sua 

magia, mia cara. Si dice che la madre di Rhauk fosse un'autentica strega». 

È chiaro cosa sta pensando Kate: questo spiegherebbe i poteri straordi-

nari di Rhauk, la sua capacità di lanciare maledizioni sulla famiglia che 
l'ha rifiutato. E Richard è un uomo duro, crudele, che non cederebbe mai la 
proprietà del castello e delle terre. 

«La madre di Rhauk non potrebbe confermare la sua storia?» domanda 

Kate. 

«Aha!» Richard getta una breve occhiata a Isabel, che è in piedi accanto 

a lui, con una mano sul suo braccio. Lei è la sua roccia, e quell'omone non 
si vergogna affatto di appoggiarsi a lei. Un altro aspetto della sua pittore-
sca personalità. 

«I genitori di lei morirono in un incendio. Lei venne a Blacklands in cer-

ca di cibo e riparo. Le suore le dettero asilo, ma lei era già incinta. Le voci 
dicevano che era stata sedotta dal diavolo in persona» sibila Isabel. «Rima-
se a Blacklands fino al parto. Le suore sapevano delle sue stregonerie e 
tentarono di purificarla, ma nemmeno la sua stessa magia bastò a salvarle 
la vita». 

«Dunque morì?» chiedo. 
«Sì, di parto». 
Kate impreca piano, tra i denti. Sia Richard che Isabel si voltano a guar-

darla. Non sono abituati a sentire certe parole da una dama. Per fortuna 
Kate si riprende subito e aggiunge: «Che sventura. Per il bambino, intendo. 
Nascere già senza una madre. Chi lo ha allevato?» 

Richard risponde: «Ah, quello è un altro mistero». 

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È di nuovo Isabel a dare spiegazioni. «Qualcuno dice che sono stati i 

corvi che volano intorno a Blacklands, ma naturalmente questa è una 
sciocchezza. Altri credono che lo abbiano allevato le suore, prima che lui 
uscisse di senno e le uccidesse quando era ancora ragazzo, impossessando-
si del loro convento». 

Propendo per la storia delle suore, anche se entrambe le versioni mi 

paiono un po' esagerate. È molto superstiziosa, questa gente. Sono così 
isolati quassù che credono a qualsiasi cosa, e il resto probabilmente lo in-
ventano per passare il tempo. 

«Come è possibile che non conosciate la verità?» chiedo. «Dopotutto i 

due castelli sono vicini». 

«Le suore provvedevano per se stesse e vivevano ritirate. Potevano pas-

sare anni prima che si avessero loro notizie» spiega Isabel. 

«Una cosa è certa» interviene Richard in tono molto serio. «Rhauk è po-

tente e malvagio. Vi raccomando caldamente di non accettare il suo invito 
a cena. Non vuole solo le nostre terre e il reddito che ricaviamo da esse, 
ma anche vendicarsi della nostra famiglia». 

Ora sì che ragioniamo. 
Mentre Richard racconta, il salone si fa silenzioso. Parla rivolto a me: 

«Tuo padre ti ha mai raccontato perché se n'è andato, cedendo il suo titolo 
e i suoi beni a me?» 

Scuoto la testa, ansioso di sentire. «Tua madre, Eloise, era una bellissi-

ma giovane. Molti la desideravano, ma nessuno quanto tuo padre... e 
Rhauk». 

Kate trova un'altra sedia e si accomoda accanto a me. 
«Entrambi la corteggiavano, ed era chiaro che lei provava dell'affetto per 

tutti e due, ma quando le fu chiesto di prendere una decisione, scelse tuo 
padre. Rhauk non riuscì ad accettarlo, e la notte delle nozze tuo padre disse 
che lui aveva rapito la sua sposa ancora illibata. Nessuno vide Rhauk. Io 
stesso ero di guardia quella notte e non vidi nulla. Nessuno oltrepassò le 
nostre difese. Eppure tuo padre ne rimase sconvolto, e raccontò per giorni 
una storia folle a proposito degli occhi di Rhauk. Parole senza senso che 
nessuno capì. Alle prime luci dell'alba Eloise era tornata, ma restò confusa 
e quasi incosciente per giorni». 

Gli occhi di Richard si fanno lucidi, e Isabel gli passa il braccio intorno 

alle spalle. Le lacrime lasciano intravedere che in lui c'è anche un punto 
debole. Verso i membri della sua famiglia è leale e devoto, e sono sicuro 
che porta un peso sulla coscienza per quello che è successo durante la pri-

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ma notte di nozze del fratello, visto che era di guardia. Forse pensa che 
avrebbe dovuto proteggerli di più. Forse, visto che era stato un giorno di 
festeggiamenti, Richard era ubriaco, quella sera. E ora è lui  il signore di 
Thorntyne, mentre suo fratello si nasconde in una terra straniera. 

«Si disse che Rhauk avesse ingravidato Eloise, perché il bambino che 

nacque nove mesi dopo gli assomigliava molto. La voce si sparse ovunque 
e Lionel portò via la sua famiglia, lontano». Gli occhi di Richard tornano 
limpidi e fissano i miei. «Come sta tuo fratello?» 

Mio 'fratello' è colui che tornerà a reclamare il suo legittimo titolo prima 

o poi, a quanto diceva il libro, addirittura con le armi, perciò almeno so 
che è vivo. «Sta bene». 

«Hai visto Rhauk. A chi assomiglia tuo fratello, ora che è un uomo?» 
Bella domanda. Non ne ho la minima idea. Scrollo le spalle, come se 

non m'importasse. «Per me, lui è solo mio fratello». 

La risposta sembra soddisfare Richard, che all'improvviso pare stanco 

della conversazione. Si guarda intorno, nota la quiete nella stanza e rico-
mincia ad abbaiare ordini. 

Kate e io andiamo fuori, sulle mura. Dobbiamo parlare di quello che ab-

biamo saputo. Rhauk è ovviamente il nostro uomo, e il tempismo di Jillian 
è stato perfetto. Ma dobbiamo parlare della prossima mossa. Come riusci-
remo a fermarlo? 

Una cosa è certa: malgrado le raccomandazioni di Richard, dobbiamo 

andare a quella cena. 

Blacklands e i suoi misteri ci aspettano. 
 

Kate 

 
Richard organizza per noi una scorta di dodici tra i suoi migliori cavalie-

ri. I cavalli stanno di fronte a noi, enormi e irrequieti. Dovremmo essere 
cavallerizzi provetti, ma io non sono mai andata a cavallo in vita mia, e 
dall'espressione degli occhi sgranati di Jarrod direi che non l'ha fatto nean-
che lui, o perlomeno non con successo. Ma questa gente crede che siamo 
venuti a cavallo fin da Londra, e che abbiamo passato in sella almeno metà 
della vita. 

Per me la cosa risulta più facile, visto che uno dei cavalieri più forti mi 

solleva facilmente per la vita e mi sistema in sella. A quanto pare nessuno 
si aspetta la perfezione da una donna. Non devo fare altro che stare seduta 
in un modo strano, con le gambe da un solo lato dell'animale, e tenere le 

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briglie senza cadere. Appunto. 

La faccenda è meno semplice per Jarrod. Tanto per cominciare senza 

occhiali vede tutto piuttosto sfocato, senza contare la sua abituale goffag-
gine. E gli è stato dato uno stallone! È una splendida creatura bianca e gri-
gia. Nelle intenzioni doveva essere senz'altro un complimento, ma non 
credo che Jarrod la veda così. Quando prova a montare in sella cade diret-
tamente dalla parte opposta. Atterra accanto alla zampa anteriore del caval-
lo, rendendolo subito nervoso. E mi pare che abbia anche battuto mala-
mente una spalla, poveretto. 

Per rispetto verso il loro signore, i cavalieri cercano come possono di 

non ridere del nipote imbranato, ma li sento ridacchiare comunque. Solo 
Malcolm fa un commento maligno sull'incompetenza di Jarrod. Mi fa ri-
cordare un certo bullo della scuola, parecchio lontano da qui. Certe cose 
non cambiano mai. 

Malcolm mi guarda e mi viene la pelle d'oca. E, anche se so che non do-

vrei, ma proprio perché sento di stare guardando in faccia un nemico, de-
cido di sondare la sua mente. 

Malcolm è pieno di risentimento, invidia e, cosa sorprendente, anche 

paura. Ma certo. Malcolm è il figlio maggiore di Richard, ed è destinato a 
ereditare castello, terre e titolo. Ed ecco che spunta Jarrod, figlio del Thor-
ntyne maggiore, e potrebbe reclamare il titolo per sé. Così, per Malcolm, 
Jarrod rappresenta una minaccia. 

Dovremo guardarci da lui. 
I suoi occhi si stringono mentre mi osserva. Sto bene attenta a non in-

crociare il suo sguardo, specie mentre sono ancora nella sua testa. Non che 
possa sentirmi, ma mi metterebbe a disagio. Crea troppa intimità. 

Il secondo tentativo di Jarrod è ancora patetico, ma almeno stavolta non 

cade. Si afferra alle redini come se ne andasse della sua vita, il viso colora-
to di varie sfumature di rosso. Finalmente, dopo molti sbuffi e grugniti, 
riesce a raddrizzare la schiena. Se fossimo a scuola partirebbe un'ovazione. 

Arriviamo a Blacklands al tramonto, come da invito. I cavalieri restano 

fuori dai cancelli, chiaramente agitati dalla vicinanza con le nere mura del 
castello. Solo Malcolm pare calmo e rilassato. 

I cancelli si aprono all'improvviso, anche se intorno non si vede nessuno. 

Jarrod e io smontiamo, lasciando i cavalli con Malcolm e gli altri, e ci av-
viamo da soli all'interno delle mura. Nessuno ci viene incontro o ci indica 
la strada. Il castello ha una struttura intricata, con molti edifici comunicanti 
e non è costituito, come molti castelli dell'epoca, da un'unica fortezza. È 

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costruito per la maggior parte in legno, intonaco e tetti di tegole. È giusto, 
una volta era un convento. Ora è solo desolato e inquietante. 

Si apre la porta del primo edificio e vediamo Rhauk, in piedi sotto un 

grande arco di pietra. È sempre vestito di nero, in calzamaglia, camicia 
chiusa fino alla gola, tunica e stivali. S'intravedono ricami d'oro sull'orlo 
del colletto della camicia, e anche alla cintura, chiusa da una fibbia d'oro 
massiccio, che attira la mia attenzione. Man mano che mi avvicino la vedo 
chiaramente, e il cuore mi salta in gola. La fibbia è un groviglio di serpi, 
decine di serpi, dai corpi attorcigliati in modo che solo teste e occhi spor-
gano. 

Ricordo la visione di Jillian, dei serpenti che avvolgevano Jarrod, e 

quanto lui li detesti. Infatti alla vista della fibbia pare a disagio. Forse an-
che lui ricorda la visione di Jillian. 

Seguiamo Rhauk lungo un viale lastricato e su per una scala a chioccio-

la, in una sala scarsamente ammobiliata, a parte un magnifico tavolo di 
legno a un'estremità. Al centro della sala c'è un focolare che dà calore e 
luce. Noto che il fumo è meno molesto che a Thorntyne Keep, perciò lo 
seguo con lo sguardo. Ci sono delle prese d'aria, lunghe fessure verticali 
nel tetto sormontate da una piccola torre, in modo che il fumo esca, ma che 
non entri la pioggia. 

Rhauk mi guarda. Mi dà decisamente i brividi. Anche mentre dispone 

sulla tavola vassoi di cibo, i suoi occhi non lasciano i miei. Sta flirtando, 
sfacciato e indifferente. E non è facile ricordare che ha almeno il doppio 
degli anni che dimostra. Le sua pelle è liscia, senza rughe, i capelli di un 
biondo ramato ancora lucente, la figura snella e giovanile. Ogni tanto i 
suoi occhi neri guardano Jarrod, che cerca come può di non perdere la pa-
zienza. L'ho avvisato: stasera siamo qui per raccogliere informazioni, qual-
siasi indizio che ci possa aiutare a risolvere la faccenda della maledizione. 
Forse osservare Rhauk nel suo ambiente ci darà una dritta. Perdere il con-
trollo vorrebbe dire rovinare tutto. Ma Rhauk lo sta prendendo in giro. 
Spero solo che Jarrod non ci caschi. 

Sediamo per cenare, e io sgrano gli occhi alla vista del cibo. Pare che 

Rhauk sia solo nel castello, eppure ha preparato un banchetto sontuoso. 
Soprattutto cibi freschi, mirtilli e uva, pere, mele, perfino pane bianco. C'è 
anche molto da bere, sidro e vino rosso dolce, non rozzo e aspro come 
quello di Thorntyne Keep. Dev'essere quasi impossibile coltivare queste 
cose in questo periodo dell'anno. Il profumo è forte e invitante. Muoio di 
fame ma sono scettica. E chi non lo sarebbe? 

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«Il cibo non è di vostro gradimento?» chiede Rhauk, aggrottando la 

fronte. 

«È solo che... be'» mormoro, poi opto per un approccio diretto. Lui non 

mi rispetterebbe, altrimenti. «È quasi inverno. Non c'è molta frutta fresca 
in questa stagione». 

Lui sorride. «Niente è impossibile a Blacklands. Ho i miei orti. Vorreste 

vederli, Lady Katherine?» 

La sua voce è come velluto, morbida e sensuale. Lancio un'occhiata a 

Jarrod per osservare la sua reazione all'invito di Rhauk, che palesemente 
non includeva anche lui. Per fortuna, anche se infastidito, mantiene il con-
trollo. Torno a guardare Rhauk. «Potremmo gradirlo più tardi, grazie». 

Rhauk ha l'aria compiaciuta e divertita. Sta giocando con noi. Be', so 

giocare anch'io. Vorrei solo che le regole, e la posta, fossero chiare. 

Rhauk taglia una faraona e depone qualche fetta del petto sul piatto di 

Jarrod. Sul mio e sul suo posa invece una fetta di pasticcio ai mirtilli. Mi 
guarda con aria di sfida. Sa che sono vegetariana, o perlomeno che preferi-
sco gli ortaggi alla carne. Ma come fa a saperlo? 

«Come sta il mio caro fratello?» 
Jarrod e io alziamo la testa. Ma di che sta parlando, esattamente? Calma, 

stiamo diventando paranoici. 

«Tuo padre». Il tono è canzonatorio. «O forse il lungo viaggio ha otte-

nebrato il ricordo dell'uomo che ti ha allevato?» 

Dolcemente, per fortuna senza raccogliere la provocazione, Jarrod ri-

sponde: «Sta bene». 

«E la tua bella madre?» 
Jarrod lo guarda fisso, ma non sostiene a lungo il suo sguardo. Maledi-

zione. Non dargli indizi, penso tra me. Tieni un profilo basso. 

«Bene anche lei». 
«Hmm, bene, tu dici» dice Rhauk annoiato, poi aggiunge: «Ricordo E-

loise come una donna eccezionale, eppure... non tanto quanto voi, Kate». 

Resto sbalordita. Perché mi ha chiamata così? Come fa a sapere tante 

cose? È istinto o magia? I miei occhi incrociano i suoi, e sono in trappola. 
Sono bloccata tra le grinfie di qualcosa di stranamente forte, non di questo 
mondo. 

Jarrod percepisce la tensione, e la sua pazienza sta per finire. «Lasciala 

in pace». 

Lentamente lo sguardo di Rhauk lascia il mio e si sposta su Jarrod. «Per-

ché? La conversazione è di mio gusto». 

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La voce di Jarrod si fa più dura. «Katherine è mia moglie». 
Rhauk ride di cuore. «Sei un pessimo bugiardo». 
«Non sto mentendo» ribatte Jarrod, ma non è abbastanza convincente. 
Rhauk si sporge un po' in avanti, gli occhi neri ridotti a fessure. «I gio-

vani sposi non dormono ai lati opposti del letto» sibila. 

«Come...?» Ma per fortuna riesco a tenere il pensiero per me, lottando 

per non sembrare sorpresa e non tradire la vera natura del nostro stato civi-
le. Malgrado i suoi sospetti e la sua intelligenza, Rhauk può solo tirare a 
indovinare. Jarrod mi lancia un'occhiata preoccupata. 

Un forte suono gracchiante attira la nostra attenzione verso le feritoie. 

Appollaiato su un davanzale c'è un corvo nero. Lo osservo, chiedendomi 
se è lo stesso che ho visto questa mattina sulla nostra finestra. Rhauk lo 
chiama con un piccolo cenno della testa e il corvo arriva in volo, posandosi 
sul suo gomito. Rhauk gli parla emettendo un suono a bocca chiusa e il 
corvo risponde, reclinando la testa a forma di freccia in modo quasi affet-
tuoso. 

Non riesco a non guardarlo. Quello non è un uccello qualsiasi. Eppure 

non riesco ad accettare che sia stato lui a riferire a Rhauk di come dormi-
vamo. Non è possibile. 

Rhauk dà al corvo un pezzo di mela succosa e quello torna al suo davan-

zale, apparentemente soddisfatto. Ma non se ne va. Resta lì durante tutta la 
cena, a osservarci. 

Cala la notte e Rhauk accende altre torce lungo le pareti della grande sa-

la. Ho lo stomaco chiuso e voglio andarmene. Il buio a Blacklands fa pau-
ra. Ma ancora non abbiamo saputo granché, perciò decido di accelerare le 
cose. Rhauk comincia a servire i dolci. Quando si china verso di me of-
frendomi il vassoio dico: «Sappiamo del tuo piano di vendetta». 

Lui si ferma, resta immobile per un attimo. Mi viene la pelle d'oca. «Ma 

certo che lo sapete. È per questo che Jarrod ha affrontato un viaggio così 
lungo». 

Mi chiedo quanto sappia davvero di noi. Devo scoprirlo senza tradirmi 

troppo. «Perciò sai che siamo qui per fermarti». 

Lui si erge in tutta la sua statura. «Potete anche provarci, ma siamo se-

ri». Lancia un'occhiata a Jarrod, come se avesse visto una mosca fastidio-
sa. «Perderete solo il vostro tempo, e senza dubbio morirete nel tentativo». 
Ritorna al suo posto all'estremità del tavolo e mi guarda. «Mia cara Kate, 
per voi ho una visione». E si frega le mani, contento come un bambino. 

Jarrod si alza. «Tu non hai nulla a che spartire con Katherine». 

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Anche Rhauk si alza, guardandolo negli occhi. «Tu, Jarrod, sei venuto 

per proteggere la tua famiglia. È una cosa che rispetto, anche se tutto 
sommato il rispetto per me non significa nulla. E, anche se non ne sei con-
sapevole, hai portato qui Lady Katherine perché questo è il suo posto». 

«Cosa?» sibila Jarrod. 
«Molti anni fa tuo padre ha commesso un'ingiustizia verso di me. Mi ha 

portato via la mia dama, facendola schierare contro di me con subdole ca-
lunnie e oltraggiose bugie. La tua sposa sarà la mia ricompensa. Ciò che è 
stato rubato viene finalmente reso». Guarda nella mia direzione, con un 
sorriso raggelante. «Che magnifica presenza sarete a Blacklands, Lady 
Katherine. Proprio come lo sarebbe stata Eloise». 

«Ti sbagli» provo a dire, mentre il terrore mi attanaglia, «io non sono la 

sostituta di Eloise». 

«Ah, ora sei tu che sbagli» ribatte lui. «Tutto sta andando come doveva. 

Sapevo che questo giorno sarebbe venuto». 

«Katherine non rimarrà qui!» 
Jarrod sta perdendo rapidamente il controllo. Gli tocco il braccio e sus-

surro: «Non farlo, ti sta solo provocando. Vuole solo misurare i tuoi pote-
ri». 

Rhauk ride e ribatte, compiaciuto: «Giusto, Kate. Ma non del tutto». 
Trascino via Jarrod, via dall'energia che Rhauk emana. «È meglio che ce 

ne andiamo». 

Jarrod si calma un po' e annuisce. 
Ma Rhauk non ha ancora finito di giocare con noi. «Non abbiate tanta 

fretta. Non vi ho ancora spiegato i miei piani. Non è per questo che siete 
venuti?» 

Proprio come prevedeva, le sue parole ci fermano. Inspiro a fondo, cer-

cando di dominare i nervi. 

Certo di avere la nostra totale attenzione, Rhauk si spiega. «Le paure di 

Jarrod per la sua famiglia non sono certamente prive di fondamento. Pro-
prio in questo momento, nella torre, sto preparando uno spaventoso anate-
ma. Ogni settimo nato dei Thorntyne ne conoscerà la forza, d'ora innanzi e 
per l'eternità. Saranno degli sciocchi maldestri, e sventura e disgrazia col-
piranno ogni membro della loro famiglia». 

«Quindi» dico, cercando di capire meglio, «la maledizione di cui parli 

non è ancora completa?» 

Lui s'interrompe, gli occhi fissi nei miei, come se stesse decidendo cosa 

rispondere. «Ahimè, manca solo un ingrediente. La radice di un'erba in-

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vernale». 

Visto che l'autunno sta per finire abbiamo pochissimo tempo. Dovremo 

usarlo saggiamente, trovare il modo di salire nella torre, distruggere la po-
zione e fare in modo che Rhauk non ne faccia un'altra. Come ci riusciremo 
non lo so. Ma almeno ora abbiamo un punto di partenza. 

È tempo di andarsene. 
Anche Jarrod non vede l'ora. Mi prende la mano e se la porta alle labbra, 

mormorando: «Andiamocene via, presto». 

Facciamo per avviarci verso la scala a chiocciola, ma l'espressione di 

Rhauk ci ferma. Ha le pupille completamente dilatate. Mi domando cosa 
abbia causato questa reazione, e vedo i suoi occhi sbarrati scendere sulle 
nostre mani giunte. 

«Ce ne andiamo, Rhauk» dice Jarrod, glaciale. 
Rhauk sbatte le ciglia e sembra tornare in sé. «Oh, ma non potete andar-

vene senza un regalo d'addio». 

Mentre parla, una pesante porta di legno si chiude di schianto, bloccan-

doci la via d'uscita verso la scala. Il fragore riecheggia nei corridoi vuoti. 
Spaventati, ci voltiamo di nuovo verso di lui, giusto in tempo per vederlo 
lanciare in aria una scintillante sfera d'argento. La sfera esplode, e l'aria 
intorno a noi si riempie di sciami di minuscoli proiettili affilati, tutti diretti 
verso di noi. Cerco di proteggermi il viso con le braccia, ma gli aghi sono 
tanti e acuminati. 

Ci raggiungono e ci pungono attraverso i vestiti. «Jarrod, fai qualcosa!» 
«Cosa, Kate? Come faccio a combatterlo?» 
Mi riparo gli occhi e cerco di guardarlo, pregando che capisca il suo do-

no e lo usi. «Tu puoi fermarlo, Jarrod! Cerca dentro di te!» 

Lui mi guarda, a bocca aperta, scuotendo la testa. «Io non so come...» 
Non ce la fa. È proprio quello che Rhauk vuole: saggiare i poteri di Jar-

rod. 

Getto una rapida occhiata per vedere se la pioggia d'argento si esaurisce. 

Cerco di ripetermi che è solo un trucco, un'illusione, ma il sangue comin-
cia a macchiare la mia veste e a scendermi sulla fronte. C'è talmente tanta 
luce che la sala scintilla di un'energia innaturale. In questo momento mi 
rendo conto che Rhauk non si fermerà davanti a nulla pur di compiere la 
sua vendetta. La vendetta sul fratellastro che gli ha rubato la donna che 
amava, e sul padre che non ha mai riconosciuto il suo diritto ereditario. 
Non esiterà a ucciderci, se gli sbarreremo la strada. 

Lo odio. E non posso stare qui senza fare nulla, lasciare che le cose va-

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dano come vuole lui. Jarrod forse non è nelle condizioni di usare il suo 
dono, ma io sì. Perciò, senza pensare ai rischi di esporre le mie capacità a 
quell'uomo pericoloso, raddrizzo la schiena e abbasso lentamente le brac-
cia. Mi concentro, rallentando il respiro per non sentire il dolore. Nella mia 
mente vedo i proiettili d'argento trasformarsi in oggetti innocui, le loro 
punte acuminate incurvarsi, addolcirsi, fondersi. 

Ancora prima di rendermi conto che ha funzionato, sento l'esclamazione 

di meraviglia di Jarrod. Apro gli occhi e tendo le mani, e non posso fare a 
meno di sorridere nel vedere, al posto degli aghi, centinaia di piume bian-
che fluttuare intorno a me e posarsi sulle mie mani. 

Ma subito dopo mi rendo conto di aver appena commesso un errore fata-

le. Ho mostrato a Rhauk i miei poteri e vedo la gioia dipingersi sul suo 
volto. Comincia a battere le mani, estasiato, con un'espressione ammirata. 

Poi avanza verso di me, sorridendo, con gli occhi che brillano. «Saremo 

una coppia formidabile tu e io, Katherine». 

Scuoto la testa, senza parlare, e faccio un passo indietro, evitando il suo 

sguardo. 

Lui scoppia a ridere. «Ma sì. Immagina, i tuoi poteri e i miei! Il mondo 

sarà nostro. Chi mai oserebbe contrastarci? Nessuno ci supererà!» 

Jarrod aggrotta la fronte, con rabbia. «Lei non resterà con te!» 
Rhauk lo guarda. «Alla fine sarà lei a scegliere. A essere onesti, Jarrod, 

Kate deve avere un'idea di ciò che potrebbe essere suo, di ciò che potrei 
darle. Deve poter vedere entrambi i mondi». Riporta velocemente lo 
sguardo su di me, catturando i miei occhi prima che abbia il tempo di 
guardare altrove. La sua voce è di nuovo vellutata, ipnotica. «Resterai, 
Lady Katherine? Kate? Qui, con me, a Blacklands?» 

Jarrod mi guarda, attonito. Si chiede perché non rispondo. Perché non 

oppongo un secco 'no' all'oltraggiosa proposta di Rhauk. Non capisce che 
quando lo sguardo ipnotico di Rhauk cattura i miei occhi, quando la sua 
energia stordisce i miei sensi, non è facile per me liberarmi dalla sua presa. 
E in questo momento la pressione è molto intensa. Sbatto rapidamente le 
ciglia, mi aiuta a liberarmi. Finalmente mi lascia andare. 

Con la mente svuotata guardo Jarrod e mormoro: «Portami a casa». 
Lui mi afferra per il gomito per sostenermi. «L'hai sentita, Rhauk. Facci 

uscire». 

Mentre il pesante portone di legno si apre, il corvo si leva in volo e 

sfreccia tra di noi, costringendoci a piegarci di lato, e atterrando poi sul 
braccio di Rhauk. È strano: sembra che ci guardi con dispetto. Ma non ho 

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tempo di pensarci, voglio solo uscire. La scala buia si apre davanti a noi, 
offrendoci una via di fuga. Stiamo per raggiungerla quando la voce di 
Rhauk ci precede, raggelante: «Non mi lasci scelta, mia cara...» 

Continuo a camminare, anche se nulla può fermare le sue parole che ci 

inseguono giù per le scale. «Dovrò venirti a prendere». Comincio a trema-
re. «Guardati dall'oscurità, perché io sarò l'ombra che viene per te». E infi-
ne, una specie di sussurro: «Dormi bene, mia cara». 

Dio mio. Solo il pensiero di passare la notte a Blacklands mi terrorizza. 

Almeno sulle mura non sento più le sue parole, ma l'immagine dei suoi 
occhi piccoli, neri e freddi resta impressa nella mia mente. Mi domando se 
riuscirò mai più a dormire. 

 

Jarrod 

 
La cena a Blacklands con Rhauk ha lasciato Kate veramente sconvolta. 

Siamo sulla via del ritorno a Thorntyne Keep e lei è silenziosa, gli occhi 
sgranati. Trema tutta, e tiene le mani giunte nel tentativo di fermare il tre-
mito, ma non ci riesce. 

Lord Richard ci accoglie sui bastioni e ci accompagna alla torre, mentre 

il resto del castello dorme. Dopo aver ascoltato un breve resoconto della 
cena con Rhauk, felice di ritrovarci sani e salvi, ci dà la buonanotte. I do-
mestici hanno preparato la stanza, riscaldata da un bel fuoco. 

Kate sembra stordita. Si siede meccanicamente sul letto e nasconde il vi-

so nella camicia da notte, aspirandone il profumo. Poi mi guarda. «Lo sai, 
vero, che dovrai combattere con lui?» 

Con Rhauk, ovviamente. Decido che sta scherzando. «Sei matta?» 
Lei sospira, con una specie di stanco disappunto. «Io non vedo altre so-

luzioni». 

«Davvero? E come dovrei fare, esattamente?» Lei sa quanto sono inca-

pace di affrontare chiunque, figuriamoci poi Rhauk con la sua magia. Rab-
brividisco al ricordo dell'esibizione con gli aghi, poco prima. «A saperlo 
prima, mi portavo una bella mitraglietta semiautomatica». 

«Non sto scherzando, Jarrod». 
Il mio tono è pungente. «Lo so». Ma non è con lei che ce l'ho, è con me 

stesso. Dopotutto lei è qui per me, e io invece l'ho appena delusa. «È che 
non so cosa ti aspetti da me». 

Lei sbuffa e sprofonda di nuovo il viso nella camicia da notte, aspirando. 

Fa sempre questo tipo di cose, con i pesanti tendaggi, con gli arazzi sulle 

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pareti, perfino con i candelieri. Oggi l'ho vista annusare una bacinella per 
l'acqua! Lei adora quest'epoca, ed è felice di essere qui. Io credo che non si 
tratti solo dell'opportunità di vivere la storia: il punto forse è che lei una 
sua storia non ce l'ha. Niente madre, niente padre. 

Kate mette giù la camicia e ne sfiora i ricami con le dita. «Tu devi rico-

noscere il tuo dono». Mi guarda negli occhi e il suo tono s'indurisce. «Per-
ché devi usarlo per sconfiggerlo!» 

«Kate, non cominciare...» 
Lei getta rabbiosamente la camicia sul letto. «Ma come puoi non creder-

ci, dopo tutto quello che è successo? Ma guarda dove siamo! In un castello 
nell'Inghilterra medioevale! Non ti dice niente? Ora non puoi non ammet-
tere che Jillian è una vera maga e che, sì, c'è una maledizione su di te. Sei 
appena stato a cena con colui che l'ha creata!» Fa una pausa, mentre io 
registro l'informazione. «Pensaci, Jarrod. Permetti a te stesso di credere. 
Fino a questo momento ho avuto ragione. Magari ce l'ho anche su di te!» 

Cerco di fare come mi dice, di permettere a me stesso di credere. Ma è 

difficile. La mia vita è stata una serie di batoste una dietro l'altra. Come 
posso ora, all'improvviso, cominciare a credere di essere dotato di incredi-
bili poteri magici? L'idea è troppo pazzesca. 

«Senti» riprova lei. «Potresti anche aver ereditato i poteri di Rhauk». 
La guardo, incredulo. Ma che sta dicendo? 
«Questo ti renderebbe potente almeno quanto lui, se non di più. C'è que-

sta possibilità». 

«Perché Rhauk?» 
Lei fa una faccia esasperata. «Ricordi il libro di tuo padre? Tu discendi 

direttamente da questa gente. Se Rhauk ha davvero rapito la moglie di 
Lionel e l'ha sedotta, o violentata...» lascia in sospeso il resto della frase, 
ma capisco ugualmente cosa intende. Nella mia linea di nascita c'è la stre-
goneria. L'ho vista stasera, con i miei occhi. «Dio, potresti avere ragione». 

Lei sorride e mi fa cenno di voltarmi mentre si cambia. Quando la guar-

do di nuovo è già a letto. Il fuoco si sta esaurendo e l'aria si sta facendo 
fredda. Mi cambio in fretta e mi metto a letto anch'io. 

Stavolta è diverso. Lei non si ritira, né si rifugia sul lato opposto del let-

to. Rhauk l'ha veramente scossa. E, se è di compagnia che ha bisogno, di 
qualcuno che la conforti quando il fuoco si sarà spento e le ombre si allun-
gheranno, per me va benissimo. 

Perciò ci sediamo con la schiena contro la testiera magnificamente intar-

siata del letto, molto a nostro agio. «Se davvero ho questi poteri, come 

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faccio a... ehm, usarli?» 

Lei mi prende una mano tra le sue. Sono calde. «Non devi fare altro che 

concentrarti». 

«Fin qui sembra facile». 
Kate storce un pochino la bocca. «Be', mica tanto. Ci vuole tempo e 

molta pratica. Ti devi esercitare. Parecchio». 

Sembra ragionevole. Ma mi domando quanto tempo abbiamo. 
Sento che lei entra nella mia mente, per sondare le mie emozioni. Non 

sarà difficile percepire dubbi e paure. A un certo punto mi viene voglia di 
bloccarla, e quest'idea mi colpisce: l'ho già fatto prima, e Jillian ha detto 
che la maggior parte della gente non si rende nemmeno conto che Kate è 
nella loro testa. Io non solo lo so, ma riesco anche a impedirglielo, se vo-
glio. È la prova che possiedo delle capacità fuori dalla norma? 

La guardo negli occhi e sento che va più a fondo. Lei non distoglie lo 

sguardo, e la sensazione diventa molto intensa. È straordinario avere Kate 
nella mia testa, condividere le mie emozioni con lei e guardarla negli oc-
chi. È come essere nudi, esposti l'uno all'altra. Restiamo così, senza dire 
una parola, e l'intensità cresce. 

Alla fine lei parla, con voce roca. «È meglio che mi baci». 
Annuisco e cerco di mandare giù il groppo che ho in gola. 
Ci baciamo e scivoliamo lungo i cuscini, senza smettere, dimenticando 

tutto: dove siamo, quando, e perché. Kate è meravigliosa. So che siamo 
fatti l'uno per l'altra. 

«Jarrod» mormora lei. 
«Hmm?» 
«Ho paura». 
Queste parole mi lasciano interdetto. Tanto per cominciare, stonano con 

lei. Kate ha sempre tutto sotto controllo, anche quando è sconvolta o ar-
rabbiata. Non perde mai la testa. Dev'essere davvero preoccupata, allora. 
Sta ripensando alle parole di congedo di Rhauk. Vorrei poter dire qualcosa 
che la faccia sentire meglio, più al sicuro. La guardo. I suoi begli occhi 
limpidi sono grandi e spaventati. Mi ricorda un puledro appena nato, non 
ancora saldo sulle gambe. La sua pelle chiara è ancora più chiara del solito, 
quasi risplende al debole chiarore del fuoco che si spegne. Sfioro legger-
mente con le labbra le sue palpebre, le sue guance, sopraffatto dal deside-
rio di proteggerla. 

«Ho bisogno che tu mi tenga stretta» dice piano. «Tutta la notte...» 
Glielo prometto con lo sguardo, perché non mi fido molto della mia vo-

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ce. 

«Prometti di non lasciarmi neanche un secondo, Jarrod?» 
Le sue parole mi colpiscono come mai prima. Mi chino su di lei e la ba-

cio sulle labbra. «Prometto» sussurro, e dico sul serio. 

Un gracchiare lontano riecheggia nella notte silenziosa, ma nessuno dei 

due riconosce subito il pericolo. Da qualche parte, nei recessi della mia 
mente, registro il suono, ma è solo quando questo proviene da dentro  la 
nostra stanza, pochi momenti dopo, che capisco. È il corvo di Rhauk. Ci 
guarda dal davanzale della finestra ed emette suoni rabbiosi per attirare la 
nostra attenzione. 

Alzo lo sguardo sull'intruso. «Kate, è il corvo di Rhauk». 
Quello piega la testa da un lato, come se ascoltasse, e capisse, la nostra 

conversazione. 

«No» sussurra Kate, «non mi sembra...» 
Il corvo si avvicina. 
«Hai mai visto una bestia così grossa?» 
Kate continua a guardarlo. «Gli occhi...» mormora. 
Il fuoco è quasi spento, perciò c'è pochissima luce nella torre, eppure 

non è possibile non notare gli occhi del corvo. Perché non sono affatto 
occhi di corvo, ma umani. Sono gli occhi di Rhauk, neri e gelidi. 

Prima che possiamo fare una qualsiasi mossa, il corvo si lancia. Mi getto 

su Kate. Gli artigli del corvo affondano nella mia schiena nel tentativo di 
spostarmi. Cerco di scuoterlo via senza allontanarmi da Kate, ma quello mi 
colpisce con gli artigli e con le ali, sempre stridendo e gracchiando. Anche 
l'odore non è di animale, è l'odore della vendetta. Sento il sangue che co-
mincia a scorrermi sulla schiena, dove sono penetrati gli artigli. Lo colpi-
sco con i gomiti, con la testa, con i talloni, provo di tutto per scacciarlo. 
Siamo così in alto che mi domando se qualcuno può sentire cosa sta suc-
cedendo e venire ad aiutarci. 

Si leva un vento forte. All'inizio credo che sia proprio quello di cui ab-

biamo bisogno, ma mi accorgo subito che non ha effetto sul corvo. Anzi, 
sembra aizzarlo. 

Kate urla sotto di me, cerca di colpire con i pugni quella cosa mostruosa 

sulla mia schiena. La bestia sembra ghignare, come se i nostri tentativi la 
divertissero, e poi scaglia un attacco più deciso, puntando con il becco a 
un'arteria sul mio collo. Non sfiora nemmeno Kate, ed è ovvio il perché: la 
vuole.
 

Il sangue comincia a uscirmi dalla gola, colando sulla camicia di Kate. 

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Lei grida: «Jarrod, stai sanguinando!» 

«Non è niente! Non ti muovere, non lascerò che ti prenda!» 
«Vuole me, e non gli importerà di uccidere te. Fai qualcosa!» 
«Cosa, per l'amor del cielo?» 
«Usa il tuo dono!» 
«Non so come!» 
Il panico non mi sarà di aiuto. Cerco di liberarmi con il braccio e la spal-

la, mentre il sangue zampilla dalla ferita alla gola. Il corvo si solleva per 
un attimo, dandomi il tempo di respirare, ma poi si rituffa su di noi, fa leva 
sotto la mia spalla, e con una spinta poderosa mi butta a terra. 

So di aver perso. Ho perso Kate. Il corvo enorme prende il mio posto. 

Mi lancio su di lui con tutto il mio peso, ma non funziona. È come se lui 
fosse d'acciaio e io di piume. Kate urla, e il suono riecheggia nella mia 
testa come l'eco di mille campane. Il vento aumenta d'intensità, diventa un 
ciclone che si muove contro di me. Devo combatterlo per rialzarmi. Il cor-
vo avvolge Kate con le ali e la solleva. Indugia per un attimo, con i neri 
occhi fissi nei miei. Poi, con un movimento aggraziato, spicca il volo at-
traverso la finestra che guarda a nord, portandosi via Kate tra le ali. 

Corro alla finestra e mi sporgo per afferrarla, rischiando di precipitare. 

Per un secondo riesco a toccarle i piedi, ma le mie dita scivolano. Le sue 
grida svaniscono man mano che il corvo si allontana in direzione di Bla-
cklands. 

Mi lascio scivolare a terra, in preda alla più nera disperazione. La porta 

si apre di schianto e Richard, Isabel, Morgana, Malcolm, Thomas ed Em-
meline, tutti sommariamente vestiti, entrano nella stanza. Hanno sentito le 
urla di Kate, spiega Isabel, e tentato di raggiungere la torre, ma sulle scale 
sono stati bloccati da una quantità di pipistrelli. 

È la magia di Rhauk, ovviamente. «Ha preso Kate... Katherine» riesco a 

dire, raggiungendo il letto. C'è talmente tanto sangue su quello che resta 
della mia camicia, sia davanti che dietro, che non so più da dove provenga. 

«Com'è potuto accadere?» grida Isabel. «Abbiamo raddoppiato la guar-

dia, stanotte». 

Indebolito dall'emorragia, raggiungo una delle colonne del baldacchino e 

cerco di tirarmi su. «Era lui, il corvo». 

«Allora è vero» mormora Richard, facendosi il segno della croce e vol-

gendo lo sguardo verso Blacklands. «Da molti anni sappiamo quanto è 
malvagio». Si rivolge di nuovo a me. «La notte che rapì tua madre, Lionel 
disse che era stato un corvo. Nero, con gli occhi di Rhauk. Nessuno gli 

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credette, e pensammo che avesse temporaneamente perso il senno. Ma che 
razza di fratello sono? Avrei dovuto dare la mia vita e la mia anima per 
proteggerli. E ora mio nipote subisce lo stesso destino». 

Scuoto la testa, ma non riesco a condividere il suo senso di colpa. I miei 

pensieri sono con Kate, alla mercé di un pazzo pericoloso. 

Morgana mi si avvicina con acqua e bende, e tenta di pulire le ferite. La 

allontano, incapace di pensare ad altro che al dolore che provo, un dolore 
che lei non può curare in nessun modo. «Come faccio a pensare a me stes-
so quando Katherine è nelle mani di Rhauk?» 

«Devi lasciare che ti curiamo le ferite, Jarrod» dice una flautata voce 

femminile, quella di Emmeline. «Morgana sa cosa fare. Lei è la migliore 
guaritrice di queste terre. E non puoi affrontare Rhauk se muori dissangua-
to. Come potresti aiutare Katherine, allora? Avrai bisogno di tutte le tue 
forze per salvarla». 

La ragazza ha ragione, anche se la sua voce suona davvero falsa. Mi tor-

na in mente, all'improvviso, la forza di quel vento. Ora è svanito, perciò 
provo a concentrarmi, come mi ha consigliato Kate. E quello ricomincia, 
piano all'inizio, ma abbastanza forte perché io capisca... il vento è mio

Lo ha creato una forza interiore, che però non riesco ancora a inquadra-

re. 

Mi concentro ancora di più. In pochi secondi cresce di intensità, fino a 

diventare un uragano. Niente resta al suo posto, gli arazzi si strappano, il 
corpo esile di Morgana vola dall'altra parte della stanza, vasi e suppellettili 
si schiantano ovunque, lo posso farlo davvero! La consapevolezza è una 
cosa incredibile, che rafforza la mia concentrazione, e l'intensità del vento. 

«Che cosa succede?» urla Richard, afferrandosi al baldacchino per non 

essere scagliato via come gli altri. 

Dovrò dirglielo, visto che ho bisogno del loro aiuto, ma non voglio spa-

ventarli. E non ho né la pazienza né la conoscenza necessarie a spiegare 
cose che nemmeno io capisco bene. Dovrò pensare a un modo per non 
metterli troppo in allarme. Ma ora c'è un unico pensiero nella mia mente: 
riprendermi Kate. 

Camminando controvento raggiungo la finestra a nord. «La riporterò a 

casa!» grido nell'oscurità. 

So che Rhauk mi sta ascoltando. 
 

Kate 

 

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Ancora prima di aprire gli occhi so che è mattina. Il sole splende, anche 

se debolmente, vista la stagione. L'aria ha un forte sapore di sale, e il suo-
no delle onde che s'infrangono rimbomba nella mia testa. Se solo quello di 
ieri notte fosse stato un sogno, un incubo... In quel caso ci potrei stare. Ma 
quando costringo i miei occhi ad aprirsi vedo che non sono nella torre di 
Thorntyne Keep, e Jarrod non c'è. 

È ovvio che non è stato un sogno. Chi voglio prendere in giro? I segni 

della lotta con il corvo sono ben evidenti sul mio braccio e su una guancia, 
gonfi e arrossati. Il davanti della mia camicia è sporco di sangue. Il sangue 
di Jarrod. 

La stanza dove mi trovo, però, è davvero bella. Il letto è coperto di raso 

bianco. Ci sono tende blu alle finestre, e un arazzo enorme con una scena 
di caccia: cavalli, cani e un cavaliere nero in pompa magna in sella a un 
enorme stallone nero. Occupa quasi tutta la parete di fronte. A terra, a lato 
del magnifico letto a baldacchino, ci sono un tappeto e un tavolino su cui è 
posata una bacinella di ceramica con una brocca. 

Corro alla finestra per vedere se in qualche modo sia possibile scendere 

o saltare giù. Ma è uno strapiombo, alto circa tre piani, che termina su una 
scogliera frastagliata. L'oceano, di un intenso verdeazzurro, s'infrange con-
tro le rocce aguzze. 

Percepisco la presenza di Rhauk, e la sensazione mi spaventa. Ma perché 

sono così consapevole di lui? Percepisco che sa che sono sveglia e che è 
ugualmente conscio della mia presenza. I brividi che sento non hanno nulla 
a che vedere con il fatto che indosso solo la camicia da notte, e siamo in 
autunno. 

Mi volto al suono dei suoi passi sul legno liscio del pavimento. In cia-

scuna mano porta un calice di peltro. Beve un sorso da uno - e una goccia 
color rubino indugia per un attimo sul suo labbro inferiore - e mi porge 
l'altro. «Un brindisi per festeggiare» dice, in tono disgustosamente com-
piaciuto. 

Incrocio le braccia sul petto. «Vai all'inferno». 
Inarca le sopracciglia e si avvicina, in modo che io possa prendere il ca-

lice e sentire il suo fiato pungente. «Mai senza di te, mia cara». 

La sua determinazione è ferrea. Per un secondo mi torna in mente il por-

caio e la sua accoglienza non proprio calorosa verso i parenti di Lord Ri-
chard. Prendo il calice, bevo una sorsata del dolce vino rosso di Rhauk e 
glielo sputo in faccia. 

Per un istante lui sembra sorpreso e infuriato. Penso che stia per colpir-

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mi, cosa che in questo momento non mi preoccupa particolarmente. Mi 
sento così carica che sono pronta a ricambiare, lì dove fa più male, più 
forte che posso. 

Ma la sua reazione è imprevedibile. Scoppia a ridere, una risata di cuore, 

estrae un fazzoletto di raso nero e si asciuga il viso senza smettere di sorri-
dere. «Tu e io saremo una coppia formidabile, mia cara». 

«Non pensarci nemmeno. Non resterò a Blacklands. Qualsiasi cosa tu mi 

faccia, troverò il modo di batterti». 

«Non ne dubito». 
Per un istante la sua risposta mi spiazza. Sta forse accettando la sconfit-

ta? Ora sono io a dubitare. È evidente che ha un altro piano. Attraversa la 
stanza, posa il calice sul tavolino, contempla la brocca di ceramica con tale 
intensità che si direbbe stia guardando una foto della mamma, poi i suoi 
occhi penetranti tornano su di me. «C'è solo un modo in cui Jarrod può 
impedirmi di mettere in atto la mia efficacissima maledizione». 

«Sarebbe?» chiedo, scettica. 
«È molto semplice. Un piccolo scambio». 
Il terrore mi chiude all'istante le vie respiratorie. «Che tipo di scambio?» 
Un sorriso astuto gli si forma lentamente sulle labbra. «Te, in cambio 

della maledizione». 

«No». 
«Ti consiglio di pensarci meglio, mia diletta». 
«Non ho bisogno di pensarci. E non chiamarmi in quel modo». 
Lui ride. «Io ti chiamo come più mi aggrada. Non puoi impedirmi nulla, 

tu appartieni a me ora». 

Si avvicina, sfiora la mia guancia con un dito gelido. Tiro indietro la te-

sta. «Stai lontano da me». 

«Oh, per ora lo farò. Vedi, devo ancora riprendermi dalla delusione. Al-

l'inizio avrei giurato che eri vergine. Proprio come la mia Eloise». 

Mi costringo a non reagire, a non smentire l'illusione. Rhauk ha un intui-

to superiore, ma non dovrà mai scoprire che Jarrod e io non siamo sposati, 
né tantomeno amanti. «E ora che sai la verità, mi vuoi ancora? Perché non 
prendere qualche innocente ragazza del villaggio?» 

«È semplice, mia cara. Ne ho avute a dozzine e mi annoiano. Ma tu, ora 

che ho avuto un assaggio dei tuoi talenti, sei un'altra cosa. Sarai perfetta 
come Regina di Blacklands». 

La sua sfacciataggine mi snerva. «Q-q-quanto dovrei restare con te?» 
Il sorriso diventa un ghigno. «Non ti facevo così ingenua, Lady Kate. La 

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maledizione è per l'eternità. Io invece ti voglio solo per il resto della tua 
vita». I suoi occhi neri fissano i miei. «Mi sembra equo, non ti pare?» 

Sbuffo sonoramente. «E se rifiuto?» 
Lui scrolla le spalle. «Oh, be', allora Jarrod morirà». 
Riesco a malapena a respirare. Il petto mi fa male. Dio, quanto odio que-

st'uomo. Non rappresenta solo il male, è il male stesso. Forse le voci su di 
lui sono vere, forse nelle sue vene scorre davvero il sangue del diavolo. 

«Verrà a riprenderti» continua lui, sempre più compiaciuto. «Ci sarà una 

sfida formale. È già stato qui a far chiasso fuori dai cancelli. Ma è troppo 
debole, sia nel fisico sia, ecco... nella mente». 

«Jarrod è stato qui?» 
Assume un'aria annoiata. «Ha capito subito che i suoi patetici tentativi 

erano inutili, senza qualcosa di più forte di un pugno di soldati. La sua 
magia è ignota alla sua volontà e alla sua mente. L'inesperienza sarà causa 
della sua rovina. Questo, naturalmente, se tiene a te al punto da sfidarmi a 
duello. Altrimenti, c'è sempre la sua deliziosa cugina a intrattenerlo». 

Emmeline. Un altro dei giochetti di Rhauk. Cerco di ignorare il com-

mento e taccio. 

Allunga la mano e mi afferra il mento. «Una sfida formale è l'unico mo-

do per attirarmi fuori dal mio castello». Le sue dita sono come artigli di 
ghiaccio. «Se accetti la mia offerta, cara, questo ragazzo che gioca a fare 
l'uomo sarà libero di tornare a casa illeso. È una seccatura, non lo voglio 
qui. Ma di certo se ne potrà andare unicamente senza di te». 

Il calice di peltro trema incontrollabilmente, e lo afferro con entrambe le 

mani. Rhauk allontana la mano dal mio viso, in modo che possa risponde-
re. «Come faccio a sapere che non scaglierai ugualmente la maledizione, 
che io rimanga o meno?» 

«Sarai qui per sincerartene». Mentre rifletto, lui prosegue: «Naturalmen-

te, quello sciocco ragazzo potrebbe decidere di sfidarmi, anche dopo che tu 
l'avrai convinto che desideri restare a Blacklands. In entrambi i casi avrò il 
mio tornaconto. Non scaglierò la maledizione se tu rimarrai; starà a te con-
vincere Jarrod a non sfidarmi. Se lui persevera, ebbene, non mi resterà 
altra scelta che ucciderlo». 

Lo guardo, senza parole. Mi sta chiedendo troppo. La mia vita sacrifica-

ta a un pazzo furioso, in cambio della salvezza per la famiglia di Jarrod. E 
comunque Jarrod potrebbe morire. Non è giusto. Rhauk mi guarda atten-
tamente. 

«Voglio la tua risposta entro il tramonto. Nel frattempo, vieni» dice, of-

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frendomi il braccio. «Lascia che renda la tua decisione più semplice. Ti 
mostrerò Blacklands, le sue meraviglie, il potere che può essere nostro». 

Rifiuto il suo braccio e bevo una lunga sorsata di vino, dopodiché sca-

glio a terra il calice vuoto. 

Lui sembra soddisfatto, e un sorriso compiaciuto gli compare sulla fac-

cia. «Ah, che spirito. Sarai la mia più grande sfida, mia cara. Ma sarai 
mia». 

Ora lo odio ancora di più, se possibile. Però, visto che ho tutto il giorno 

per pensare, decido che è meglio approfittare dell'occasione. Forse, più 
cose vedrò di Blacklands, più possibilità avrò di scoprirne le debolezze. 
«Mostrami la maledizione». 

«Vieni» sussurra lui, deliziato. 
Lo seguo lungo un lungo corridoio buio fino a una scala a chiocciola che 

porta all'incirca a metà del cielo. La torre è circolare, cosa insolita in que-
sto periodo, e luminosa, anche se fredda e ventosa. Ci sono molte finestre 
aperte. Comincio a tremare nella mia sottile camicia da notte, la brezza 
gelida mi penetra nelle ossa. Rhauk sembra non curarsi del freddo. 

La mia conoscenza piumata, il corvo, nella versione più piccola stavolta, 

sta appollaiato su una barra sospesa al soffitto per mezzo di catene. Rhauk 
pesca qualcosa dalla tunica. Il corvo la becca avidamente e poi reclina la 
testa per ricevere la carezza del padrone, a mo' di ringraziamento. 

Mi guardo intorno nella stanza, meravigliata dal disordine caotico che vi 

regna. È stipata di panche, tavoli e scaffali disposti a casaccio, contenitori 
pieni di polveri, cristalli e pietre multicolori, dal nero a tutte le possibili 
sfumature del rosso, al blu elettrico. Ci sono liquidi di strani colori e stru-
menti da mago: campane, bacchette, una daga dalla lama insolitamente 
lunga. E naturalmente il manuale classico, Il Libro delle Ombre. Noto an-
che un assortimento di rozzi apparecchi di distillazione, e immagino che di 
questi tempi siano il massimo della tecnologia. Il pavimento presenta pic-
coli buchi e bruciature provocati dalla caduta di composti chimici durante i 
tanti esperimenti di Rhauk. 

Un calderone in particolare mi interessa; mi sento stranamente attratta. 

Gli occhi di Rhauk mi seguono. Sento di avere la maledizione a portata di 
mano e mi chiedo quanto sia difficile distillare, che tipo di ingredienti usa-
re. Jillian lo saprebbe. 

Mi avvicino al calderone per guardare meglio. All'inizio resto delusa. Mi 

volto verso Rhauk. «Dov'è la pozione? Hai detto che la stavi distillando». 

«La stai guardando, mia cara». 

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Indico il paiolo. «Questo è vino rosso». 
«Oh, certamente». 
Aggrotto la fronte davanti al suo sorriso soddisfatto. Poi guardo di nuo-

vo il vino, e resto attonita. «Mio dio, è il vino. Hai distillato la maledizione 
nel vino». 

Lui scoppia a ridere con entusiasmo quasi infantile. «Sei intelligente, ca-

ra, ma mai quanto me. Questo vino estinguerà la sete dei Thorntyne per 
generazioni. È una questione di qualità, vedi» spiega, con gioia maligna. 
«Aah, è così soave, così dolce che solo Lord Richard in persona, i suoi 
parenti più stretti e forse qualche stimato ospite avranno l'onore di berlo». 

So che il piano funzionerà. Dopotutto, questa è la maledizione che per-

seguita i Thorntyne da ottocento anni. Superba, nella sua semplicità. Il 
vino a Thorntyne Keep è molto rozzo. Lord Richard apprezzerà questo, e 
lo riserverà per sé e le uniche altre persone che ama, cioè i suoi familiari. 
C'è solo una cosa che voglio sapere. «Cosa ti fa pensare che Lord Richard 
accetterà questo vino da te? Non avrà dei sospetti?» 

«Quell'idiota del mio fratellastro crederà che si tratti di un dono del re». 
«Hai previsto tutto, non è vero?» 
Lui inarca un sopracciglio, reclinando appena la testa verso di me. «Tut-

to». 

Include anche me. Mi volto verso una delle tante finestre, quella che 

guarda a sud verso Thorntyne Keep. Mi domando cosa stia facendo ora 
Jarrod, che cosa pensi. Era qui questa mattina presto, fuori dalle mura. 
Allungo il collo per guardare giù, ma non c'è nessuno, nessuno sulla lunga 
strada che porta al castello e s'immette nel bosco. Tento di sondare la sua 
mente, ho bisogno di sentire la sua forza, di sapere come sta, ma la distan-
za mi rende cieca. Mi viene in mente che forse è morto, le ferite inferte dal 
corvo erano troppo gravi. Potrebbero essersi infettate e averlo avvelenato. 
In un moto di panico mi balzano agli occhi le macchie di sangue sulla mia 
camicia. Automaticamente, le mie dita le sfiorano. 

«È vivo» dice Rhauk all'improvviso, facendomi sobbalzare. Per un se-

condo penso che possa leggermi nel pensiero. Ma poi capisco che la mia 
espressione mentre guardo Thorntyne Keep è più che eloquente. Mi volto 
verso Rhauk, guardandolo con occhi pieni di odio. Lui mi ignora. «Ma 
quello sciocco ragazzo ha sprecato le sue energie venendo qui questa mat-
tina, dopo aver perso tanto sangue ieri. Richard avrebbe dovuto avvertirlo 
che non c'è modo di entrare a Blacklands senza invito». 

Mi sento ribollire dalla rabbia. «Tu gli hai fatto questo!» 

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«Ha ha» cantilena lui, accarezzando la testa del corvo. «Non ero io, mia 

adorata, ma il corvo. Possibile che non lo ricordi?» 

«Quel corvo eri tu!» 
Lui finge di restare a bocca aperta per lo choc. «Stai scherzando». 
«Come ci riesci?» Mi vengono i brividi. Solo i maghi più potenti, quelli 

leggendari, hanno questa capacità. Anche se sono cresciuta con la magia, il 
solo pensiero dell'arte di mutare la forma mi terrorizza. Non è umano. 
«Come fai ad assumere la forma di un corvo?» 

I suoi occhi neri scintillano in modo strano. «Resta con me, Kate, e te lo 

mostrerò. No! Te lo insegnerò». 

La sola idea mi dà il voltastomaco. «Non ho voglia di trasformarmi in un 

uccello, né niente del genere, grazie». 

«Ah be', alla fine la scelta è tua». Si volta e prende qualcosa da uno dei 

tavoli. È un mantello marrone, lungo. Me lo lancia. «Hai tempo fino al 
tramonto per prendere una decisione. Fino ad allora» s'inchina, stendendo 
il braccio in un gesto ipocrita di reverenza, «sei la mia ospite d'onore. An-
diamo dunque a fare colazione, poi ti mostrerò il resto di Blacklands». 

Lo seguo meccanicamente, gettandomi il mantello sulle spalle, rinfran-

cata da quel po' di calore e protezione. 

Solo molto più tardi mi ritrovo da sola nella mia stanza. Ci sono degli 

abiti sul letto, una semplice veste blu, molto elegante, di stoffa morbida e 
setosa. C'è anche della biancheria, e stivali di cuoio. Sono riluttante a in-
dossare cose di proprietà di Rhauk, ma i vestiti mi servono, se non altro 
per essere meno a disagio in sua presenza. 

Mi cambio e mi stendo sul letto, esausta. Trascorro le ultime ore del 

giorno a riflettere su quello che ho visto e su ciò che Rhauk ha detto. Non 
è solo un mago di talento, è fuori di senno. Le prove della sua magia sono 
ovunque, non posso negarlo. I suoi giardini sono incredibili, lunghe file di 
piante da frutto esotiche e verdure, molte delle quali crescono fuori stagio-
ne, e altre che non avrebbero nessuna possibilità di maturare sotto il freddo 
sole britannico. E che astuta, la trovata del vino stregato. Un dolce vino per 
un signore crudele; e sarà proprio l'avidità di Richard la causa della rovina 
della sua famiglia. I Thorntyne berranno quel vino per il resto della loro 
vita, ignari del fatto che agirà sui loro geni, che renderà maldestre e sfortu-
nate tutte le loro generazioni future. Ma il vero potere è quello di restare 
latente fino al settimo nato. Questa è la vera magia, e la sventura che ac-
compagna quel figlio e i membri della sua famiglia. 

È questa la ragione per cui Jarrod e io siamo qui. Ma qual è il prezzo da 

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pagare per interrompere la maledizione? Le nostre vite? Jarrod non so-
pravviverebbe mai a una sfida con Rhauk. E quanto a me, la mia vita sa-
rebbe un inferno. Non potrei più tornare a casa, rivedere Jillian. Il solo 
pensiero di vivere il resto della mia vita a Blacklands, con Rhauk, è così 
insopportabile che mi vengono le lacrime agli occhi. Le ricaccio a fatica. 

Il sole sta rapidamente scomparendo dietro un orizzonte dorato. Rhauk 

verrà molto presto a sentire la mia risposta. Devo fare una scelta, ma ne ho 
una? Nel profondo so che devo solo convincere Jarrod a tornare a casa da 
Jillian... senza di me. Almeno in questo modo la maledizione verrà fermata 
e uno di noi potrà continuare a vivere la sua vita. 

Una parte di me muore nel momento in cui formulo questo pensiero. Ma 

come altro possiamo fare? Rhauk è troppo potente per Jarrod e me. Se 
scelgo di restare qui potrà soddisfare la sua sete di vendetta. 

Non consegnerà quel vino in dono. 
Il prezzo per la libertà di Jarrod sarà la mia prigionia. 
 

Jarrod 

 
Richard ha ragione. Mi aveva avvertito che Blacklands è protetta dalla 

magia di Rhauk. Eppure mi ha accompagnato lo stesso questa mattina, 
insieme a Malcolm, Thomas e a una dozzina dei suoi migliori cavalieri. È 
stata una spedizione inutile, però. I cancelli di Blacklands non si aprono se 
Rhauk non vuole, le mura sono protette da un incantesimo. 

Sulla via del ritorno a Thorntyne Keep, Richard mi convince a fare cola-

zione nel salone. Non ho fame,  ma  so  che  la  battaglia  di  ieri  sera  mi  ha 
indebolito. Morgana ha ricucito la ferita alla gola, dove il Rhauk-Corvo ha 
affondato il becco, e ha applicato un disinfettante vegetale sui graffi lascia-
ti dagli artigli. 

Sono così preoccupato per Kate che il mio stomaco è annodato. Non rie-

sco a pensare ad altro che a riportarla qui. Il cibo sembra di cartone, ma mi 
costringo a mangiare per recuperare le forze. Naturalmente so che non 
basterà a riavere Kate; ho bisogno della forza del mio dono. E dovrà essere 
qualcosa di più che la capacità di scatenare un tifone. Ho bisogno di magi-
a.
 

Kate crede che io la possegga. È arrivato il momento di affrontare la re-

altà, accettare la mia natura ed esercitarmi. E per questo ho bisogno 
dell'appoggio di Richard. Queste persone diffidano profondamente del 
paranormale, è anche per questo che odiano tanto Rhauk. A parte il fatto 

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che lui vuole le loro terre, sanno che è padrone delle arti magiche, e questo 
li terrorizza. Io non ho voglia di finire in qualche segreta, o peggio ancora 
sottoterra, lasciando Kate a Blacklands per sempre. 

Perciò procedo cautamente. «Devo sfidare Rhauk». 
Richard batte il pugno sul tavolo, stringendo ancora in mano il cosciotto 

che stava addentando. «Impossibile! Credi che non abbiamo mai tentato?» 

Sento che è preoccupato per me. Faccio parte della famiglia, e questo si-

gnifica molto per lui. Spero che se lo ricorderà, dopo che gli avrò spiegato. 
«Con il tuo aiuto, mio signore, posso batterlo sul suo stesso terreno». 

«Rhauk è uno stregone!» esclama Malcolm, seduto accanto al padre. 

«Come pensi di superare le sue astuzie, cugino?» 

È l'aggancio che mi serve. «Con la sua stessa medicina. La magia». 
Sulla tavolata cade un silenzio di tomba. Perfino Isabel, che si unisce di 

tanto in tanto alla nostra conversazione, sobbalza. «Senza dubbio stai 
scherzando». 

Li guardo entrambi, Richard e Isabel. Anche se è lui il padrone, si affida 

alla moglie per prendere molte decisioni. «Non voglio spaventare nessuno. 
Capisco solo ora i miei talenti e non vi farei mai del male. Voglio solo 
combattere Rhauk e riprendere Katherine». 

Malcolm si alza da tavola e mi guarda con occhi di fuoco, puntandomi il 

dito contro. «Stregone! Sei tu che hai provocato le tempeste! Una volta 
qui, e ieri notte nella torre!» 

«Sì» ammetto, affrettandomi a spiegare prima che Malcolm mi procuri 

dei guai. «Ma allora non capivo i miei poteri. Ora invece sì. Vi prego, ho 
bisogno del vostro aiuto. Voglio distruggere Rhauk, devo distruggerlo». 

«E noi con lui!» Ora Malcolm ha l'attenzione di tutti. 
«No! Io voglio soltanto Rhauk». 
Malcolm porta velocemente la mano alla spada, e solo una rapida mossa 

di Richard gli impedisce di estrarla. «Basta, Malcolm. Come tuo padre e 
tuo signore, te lo ordino!» 

Malcolm si ferma; il suo sguardo è come una lama color smeraldo. 
Richard si rivolge a me, pensoso. «Di cosa sei capace?» 
Scrollo le spalle. «Non ne sono sicuro, questo è il problema. Devo sco-

prirlo. Ma non voglio spaventare nessuno. Se voi capirete che ciò che fac-
cio non ha intenzioni malvagie, allora potrò esercitarmi». 

«Io posso aiutarti». 
«Cosa? Padre, sei impazzito?» 
«Fai silenzio, Malcolm! Ho vissuto tutta la vita nell'ombra di Rhauk, e 

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un giorno, come signore di queste terre, toccherà a te. Solo un altro adepto 
delle arti oscure può avere la possibilità di sfidare quel demonio». 

Ho le pulsazioni a duemila, ma il sostegno di Richard è incoraggiante. 
«Che cosa ne dici, mia cara?» domanda a sua moglie. 
Lei resta pensierosa a lungo, guardandomi con la fronte aggrottata. «Io 

sono arrivata ad avere fiducia nei modi e nella fedeltà di Jarrod. Credo che 
tu debba offrirgli tutto il sostegno di cui necessita». 

Sorrido, con gratitudine e sollievo. 
«Mia signora, è un oltraggio!» urla Malcolm alla madre. «State conse-

gnando a quest'eretico l'eredità su un piatto d'argento! Se aiutiamo questo 
scellerato, e lui diventa potente, forse anche più di Rhauk, chi gli impedirà 
di prendersi Thorntyne Keep?» 

Isabel e Richard aspettano ansiosamente la mia replica. Cerco di mante-

nere un tono calmo e sicuro. «Avete la mia parola» dico. «La parola di un 
Thorntyne». 

Speriamo che basti. 
 

Kate 

 
Parto per Thorntyne Keep all'alba del giorno seguente, in sella allo stal-

lone nero di Rhauk, Ebony Prince. È una bestia enorme, ma sorprendente-
mente facile da governare. Ha un dorso poderoso, però è tranquillo e stabi-
le. Come se fosse stato programmato, sa esattamente dove andare, e mi 
porta dritto alle mura del castello. 

Malcolm è di guardia, con molti altri soldati compreso Thomas, che non 

nasconde il suo sollievo nel vedermi sana e salva. Un Malcolm molto teso 
mi annuncia che mi condurrà da Jarrod. Lo seguo in un cortile privato do-
ve lui, nudo fino alla cintola, osserva i petali di una rosa rossa. 

Trattengo il respiro alla vista delle ferite sulla schiena e alla lunga fila di 

punti sul collo. Sembrano lesioni molto serie e devo resistere alla tentazio-
ne di corrergli incontro. Mi dico che le ferite sono recenti e che probabil-
mente il loro brutto aspetto è normale. Perlomeno sono state curate da una 
persona capace, e di questo sono felice. Le dita corrono meccanicamente 
all'amuleto sotto i miei abiti, e la sensazione mi conforta. Mi dispiacerà 
separarmene. 

Malcolm si schiarisce la gola e Jarrod si volta. L'amuleto di Jillian riflet-

te la luce del sole. «Kate!» 

È solo una parola, ma esprime tante cose: sorpresa, sollievo, passione. 

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Devo sforzarmi di assumere un'espressione che simuli calma, controllo, 
perfino disinteresse. «Jarrod, spero che le tue ferite stiano guarendo». 

«Morgana è una guaritrice molto dotata. A tua nonna farebbe piacere 

conoscerla». 

La mia espressione frena il suo impulso di corrermi incontro e stringer-

mi. Lo vedo, lo sento, che è quello che vorrebbe. Mantengo le spalle rigi-
de, il mento su, cercando di apparire superiore. È difficile, ma Jarrod dovrà 
credere a ogni parola. Malcolm si congeda con un cenno della testa. 

«Ti ha fatto del male?» mi chiede Jarrod, facendo un passo verso di me. 
«Assolutamente no, è stato molto affascinante con me» mento, e mento, 

e mento. 

«Davvero? Be', la tua faccia è piena di graffi». 
Sto per portarmi le dita alle guance, ma mi trattengo. «È stato il corvo». 
«È stato Rhauk!» 
A fatica, cerco di ignorare il suo tono ostile. «È un uomo molto intelli-

gente». 

«È malvagio». 
Sono perfettamente d'accordo, ma non devo dimostrarlo. «A dire il vero, 

Jarrod, la sua magia m'intriga». 

Lui inarca un sopracciglio. «Cosa? E quanto t'intriga?» 
Ecco, è il momento. «Al punto che ho deciso di restare con lui». 
Lui mi guarda, immobile. Poi, quando temo di crollare sotto il suo 

sguardo, dice: «Stai mentendo». 

Certo, ma lui non deve saperlo. La sua libertà e la sua vita dipendono da 

quanto riesco a essere convincente. Perciò mi volto, fingendo interesse per 
il cespuglio di rose appena potato e domandandomi da dove venisse, allo-
ra, quella rosa sbocciata. So che i miei occhi sono la chiave d'accesso alla 
mia anima. «Mi ha offerto di fare di me la sua regina. Vuole condividere i 
suoi poteri con me, insegnarmi quello che sa. E un'opportunità che non 
posso...» 

«Sono stronzate, Kate! Sono tutte bugie! Come hai potuto cascarci? Ti 

sta solo usando!» 

«No, non è vero. Lui mi desidera». 
Parla pianissimo, ma sento ogni parola. «Anche io ti desidero». 
Stringo le labbra, ricacciando il groppo in gola. «Be'» dico voltandomi 

verso di lui, decisa ad andare sino in fondo. «Io voglio lui». E prima di 
andare in pezzi, mi sfilo l'amuleto e lo metto in fretta nelle sue mani. «Ne 
hai bisogno per tornare a casa. Ricordati le parole». 

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Lui mi guarda scuotendo la testa, incredulo. «Non puoi dire sul serio». 
«Invece sì, Jarrod. Sono mortalmente seria». È vero. Mi sento già morta, 

dentro. 

«E cosa ti ha promesso Rhauk in cambio? La fine della maledizione?» 
Mi sforzo di non mostrare sorpresa, di mantenere la mia faccia impassi-

bile e quasi annoiata. «È uno scambio equo». 

«La tua vita, Kate, è più importante di uno scambio di promesse che non 

sai se lui manterrà!» 

«Le manterrà, Jarrod. Io sarò lì ad assicurarmene». 
«È per questo che rimani?» 
«No!» Dio, è così vicino alla verità. «Resto perché lo voglio». 
«Stai mentendo». 
Stavolta devo convincerlo sul serio. «Senti, lo so che è difficile da accet-

tare, specie dopo... be', dopo l'altra notte». Mi sento avvampare al ricordo 
del tocco delle sue mani. «Finalmente ho trovato il mio posto in questo 
mondo, con Rhauk. Tu sai che nell'altro io sono un'emarginata. Non posso 
praticare la magia. Non ho nessuna libertà, nulla di paragonabile a quello 
che avrei qui con lui. È un maestro, Jarrod. E sono stufa del modo in cui 
mi trattano dall'altra parte. Voglio vivere dove sono la benvenuta, dove 
sono accettata. Sono sicura che capirai». 

E so che farà male, ma devo. Cerco di far vibrare la mia voce di odio. «E 

tu sei stato peggiore degli altri, con il tuo finto interesse. Pensavo che fossi 
mio amico, ma l'hai mai dimostrato in pubblico?» 

Mi si stringe il cuore alla vista dell'espressione desolata sulla sua faccia. 
«Non voglio vivere in quel modo, Jarrod. Qui, con Rhauk, non ho impe-

dimenti. Posso praticare la mia magia e imparare da un vero mago». 

«Lo sfiderò lo stesso». 
«Ma allora non mi ascolti?» Mi prende il panico. «Non devi, sei libero. 

Usa gli amuleti, di' le parole che Jillian ci ha insegnato. Sarai a casa in un 
minuto, e tutto sarà diverso. La tua famiglia vivrà una vita normale, senza 
più disastri. Non si meritano questa possibilità? E tu? Pensaci, Jarrod: puoi 
tornare da Tasha, Jessica, Bicipite e Ryan, e goderti la vita che ti meriti». 

«Mi credi davvero così superficiale, Kate? Come potrei tornare sapendo 

che ti ho lasciata qui con quel mostro? Al posto mio?» 

«Io lo voglio. Non voglio quello che tu mi offri». 
Stavolta le mie parole hanno l'effetto sperato. Ma poi i suoi occhi torna-

no increduli e sento che i suoi dubbi riaffiorano. «Voglio sfidarlo lo stes-
so» ripete, testardo. 

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Dio, ma perché è così difficile? Cerco di impedirmi di urlare. «Per l'a-

mor del cielo, Jarrod, non mi stai ascoltando!» 

Lui stringe gli occhi, mi guarda con espressione astuta. «Come mai sei 

tanto nervosa? Perché è tanto importante che io torni a casa?» 

Perché sarà tutto inutile se muori! Mi prendo un momento per inventare 

qualcosa che lo faccia allontanare senza rimorsi. Ecco, ora lo so. Mi volto 
e lo guardo dritto negli occhi. «Ho paura che possa accadere qualcosa di 
male a qualcuno». 

Il suo viso si distende e accenna un sorriso, e la sua mano fa per toccar-

mi. 

Lo ignoro. «Ora che hai coscienza dei tuoi poteri, è possibile che tu pos-

sa fargli del male». 

Lui si blocca. «A lui?» 
Annuisco. È come se in bocca avessi la sabbia del deserto. 
La sua mano ricade, si stringe in un pugno bianco. 
«Rhauk! Stai proteggendo lui!» 
Cerco di inumidirmi il palato. «Certo. Chi altri?» 
Lui sbarra gli occhi, spalanca la bocca. Poi si ricompone. «Lo ami?» 
Di nuovo, mi si stringe il cuore. Deglutisco. «Lui è la mia vita, ora. Non 

voglio nessun altro». 

Non c'è altro da dire. Non posso restare qui e guardare l'espressione sul 

suo viso nemmeno per un secondo senza crollare e dirgli tutto. Giro sui 
tacchi e me ne vado. Torno da Ebony Prince, da Rhauk. Ma non dimenti-
cherò mai quello sguardo. 

Era devastato. E furioso. Spero che lo diventi ancora di più, al punto che 

afferrerà quegli amuleti, li spaccherà e dirà le parole latine impresse nelle 
nostre menti, prima di fermarsi a pensare. 

Ho bisogno che lui lo faccia, per dare un senso al mio sacrificio. 
 

Jarrod 

 
Non posso crederci. Kate è tornata. Avrei voluto stringerla per sempre, 

non riesco neanche a dare un nome a quello che sentivo. Malcolm, ancora 
risentito e ostile, l'ha portata da me. L'ho ignorato, perché ho sentito subito 
che in Kate c'era qualcosa di strano. Malcolm ci ha lasciati soli, ma co-
munque non ho potuto avvicinarmi. Lei aveva quella faccia che diceva 
'non toccarmi, non ci pensare nemmeno'. All'inizio ho pensato che Rhauk 
le avesse fatto del male, in senso fisico, o emotivo, o tutti e due. Perciò 

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sono stato attento a non saltarle addosso. Ma poi, a quanto pare, lui non le 
ha fatto nulla, almeno a quanto dice lei. 

È difficile crederle, ma è stata così convincente. 
Ora se ne sta andando. Ho voglia di correrle dietro, di riportarla qui, ma 

le mie gambe non si muovono. Mi sento a pezzi. Vorrei odiarla. Vorrei 
metterle le mani alla gola e scuoterla finché non torna in sé. Stringo forte il 
pugno attorno all'amuleto di Kate. Mi sfilo il mio e li stringo insieme. Una 
pressione un po' più forte e il cristallo si romperà. Potrei essere a casa in un 
secondo. 

Ma non posso. Non ora, perlomeno. Non finché non sono sicuro delle 

motivazioni di Kate. Se lei non amasse tanto quest'epoca, se non amasse 
tanto la sua magia, direi per certo che lo sta facendo per me. Come faccio a 
dire qual è la verità? Lei è stata molto convincente. Eppure, anche se esiste 
una sola remota possibilità che lei stia sacrificando la sua vita per me, non 
posso voltarle le spalle. Piuttosto morirò. 

E non è improbabile che accada, se decido di sfidare Rhauk. Ma non so-

no tanto stupido da tentare senza fare prima un po' di addestramento. Il 
poco che ho imparato basta appena a controllare il flusso di energia che si 
libera quando perdo la calma. I venti, che spesso si sono trasformati in 
tempeste e cicloni, non si levano più, a meno che io non lo voglia. È un 
piccolo risultato, ma mi dà la sicurezza di poter educare il mio dono. Que-
sta mattina ho giocato con il giardino di Isabel, che aveva appena potato le 
rose. Ho creato un bocciolo e l'ho guardato fiorire e appassire nel giro di 
pochi secondi. 

«Jarrod?» 
È Emmeline. Oh no, ancora. La ragazza si annoia a morte. La capisco, 

chi resisterebbe a ricamare arazzi tutto il giorno? Sfortunatamente non c'è 
nulla che possa fare per aiutarla. E mi sa che un videogame tascabile è 
fuori questione. «Emmeline, che c'è stavolta?» 

Lei siede su una panchina di pietra, raccogliendo le lunghe gonne color 

malva attorno alle caviglie. Così facendo riesce a mostrare, come per caso, 
non solo le caviglie ma anche una porzione dei bianchissimi polpacci. Mi 
viene da ridere, mentre una fugace visione di ragazze stese a prendere il 
sole in bikini ridottissimi mi attraversa la mente. 

«Una piccola richiesta» mormora lei, facendo il broncio. 
Mi siedo accanto a lei, cercando di non sbuffare troppo forte. «Dai, dim-

mi». 

«Quando te ne andrai di qui, voglio che mi porti con te». 

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«Ma...» 
Lei alza una mano per zittirmi. «Aspetta, Jarrod. Stammi a sentire, per 

favore. Tu non sai com'è la vita qui. Io voglio viaggiare, vedere il mondo. 
Il tuo mondo». 

«Cosa ti fa pensare che da dove vengo io sia meglio di qui?» 
«Per forza dev'esserlo. Guardati. Sei così istruito, sai tante cose». 
«Mi dispiace, Emmeline. Quando Katherine e io ce ne andremo di qui, 

non saremo diretti dove pensi tu». 

«Non andrete a casa?» 
Non voglio mentire, ma neanche posso dirle la verità. «Non esattamen-

te». 

Lei emette un sospiro drammatico. «Non importa dove mi porterete. Io 

non sopporto più di vivere qui. Sto diventando pazza, poco a poco. E tu 
avrai bisogno di compagnia durante il viaggio, Jarrod. Qualcuno che ti 
tenga caldo di notte». 

La guardo. Questa ragazza vive decisamente nell'epoca sbagliata. Pur-

troppo le è andata male. «Ho già Katherine». 

Lei fa una smorfietta. «Oh, certo. Chissà cosa mi era venuto in mente?» 

Si alza, rassettandosi le gonne. 

«Io la riporterò a casa, Emmeline». 
«Hmm, forse la vita a Blacklands comincia già a piacerle. Nel villaggio 

circolano molte voci, le ragazze dicono che Rhauk non manca di fascino». 

Mi alzo anch'io, col desiderio impellente di strangolarla. Mi domando se 

questo cambierebbe il corso della storia. Ma lei non batte ciglio, si limita a 
passarmi le unghie sulla spalla, in modo che lascino piccoli segni rossi, e a 
sorridere in modo provocatorio. Il messaggio è molto chiaro, peccato che 
mi faccia venire voglia di vomitare. 

«Forse dovresti andarci tu, da lui» suggerisco. 
In quel momento arriva Malcolm, e osserva con molto interesse la sce-

netta. Anche Emmeline lo vede, e fa un cenno con la mano. A me rivolge 
un sorriso astuto che non coinvolge anche i suoi occhi. Poi ride, una breve 
risata cinica. Mi dà l'impressione che di Rhauk lei sappia già tutto. 

«Che è successo?» domanda Malcolm. 
«Si annoia. Dovresti portarla a caccia». 
Lui ride. «Trova che cavalcare sia di pessimo gusto. È la vita di corte 

quella più adatta a quella sfacciata». 

«Se ne vuole andare». 
«Quando comanderò io lo farà, non prima. Mio padre è al corrente delle 

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mie intenzioni quanto io lo sono delle arti di seduzione di lei. Le ha prova-
te anche con me, Jarrod». Poi, a voce bassa: «Stai attento, cercherà di met-
tere zizzania fra te e Katherine». 

Aggrotto la fronte. Magari ci fosse qualcosa da mettere, tra me e Kate. Il 

suo accenno al fatto di diventare il signore del castello mi fa pensare che ci 
sono delle cose di cui dobbiamo discutere. Malcolm mi è ostile perché mi 
vede come un concorrente. «Sarai tu il signore di Thorntyne un giorno, 
Malcolm». 

«Non se tu ti intrometterai, cugino». 
Gli poso la mano sulla spalla, cercando di rassicurarlo sulla sincerità del-

le mie parole. «Io non voglio Thorntyne Keep». 

Lui scrolla via la mia mano. «Ah, sì? E per quale altro motivo saresti 

qui, allora?» 

Se mentissi se ne accorgerebbe, quindi evito le bugie. «È difficile spie-

gare le mie ragioni. Posso dirti che da dove vengo ho saputo di Rhauk e 
della sua malvagità». 

Lui inarca le sopracciglia. «La sua reputazione si è dunque sparsa». 
«E visto che anche io possiedo... strane capacità...» 
«Stregoneria, vuoi dire!» 
«In un certo senso sì» ammetto, con riluttanza. «È stato deciso che io 

cercassi di aiutare i miei parenti a liberarsi dei poteri malefici di Rhauk». 

Noto con sollievo che Malcolm sta prendendo in considerazione le mie 

parole. Ho bisogno di lui come alleato. «C'è della ragionevolezza in quello 
che dici». 

Respiro, e proseguo nel mio tentativo di persuasione. «C'è anche un'altra 

cosa che dovresti sapere. Riguarda mio fratello». 

Mi guarda, accigliato. 
«Un giorno ti sfiderà. Non so dirti quando, ma so che questa è la sua in-

tenzione». 

«Sta forse radunando un'armata ora, mentre parliamo?» 
Questo non lo so. Ma so che al momento della battaglia, che sarà dura, 

Malcolm vincerà. Vorrei poterglielo dire, ma questo potrebbe fargli pren-
dere la questione sottogamba e impedirgli di prepararsi a dovere. E se per 
questo perdesse la battaglia, la storia dei Thorntyne cambierebbe. Ricordo 
l'ammonimento di Jillian a non interferire. «Lui è molto forte. Dovrai esse-
re pronto, e stare sempre all'erta». 

I suoi occhi verdi brillano di gratitudine. Credo di essermi appena fatto 

un amico. 

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Le due settimane successive passano come avvolte nella nebbia. La 

mancanza di notizie di Kate mi rende spasmodicamente teso. Lei è a Bla-
cklands con Rhauk. E ora io lo sento, sento la sua energia, la sua aura; cosa 
che fino a poco fa per me era impossibile anche solo immaginare. Sta di-
ventando nervoso, immagino perché sente crescere i miei poteri. La cosa lo 
mette a disagio. 

Mi alleno tutti i giorni. Richard e Malcolm mi aiutano a raggiungere 

nuove zone della mia magia man mano che ne divento cosciente. Anche 
Morgana mi aiuta, visto che possiede anche lei un dono: la sua è una ma-
gia calda, dolce, è il potere di guarire con le erbe. E grazie a lei le mie feri-
te stanno guarendo in fretta. Proprio questa mattina mi ha tolto i punti sul 
collo, ed è stata felice quanto me di notare che non c'è più segno di infe-
zione. 

Sfortunatamente tra i miei spettatori fissi c'è anche Emmeline, sempre 

pronta a trovare una scusa per starmi vicino. Cerco di ignorare i suoi ap-
procci. Non voglio urtare i suoi sentimenti, ma più la conosco e più mi 
sembra che non ne abbia, a parte il culto della propria bellezza e dei propri 
appetiti sessuali. 

Mi sento sempre più vicino a Richard e Isabel, specie ora che accettano 

l'evidenza della mia 'stregoneria'. Loro ricambiano i miei sentimenti. Se c'è 
una cosa a cui Richard è leale fino in fondo è la famiglia; escluso natural-
mente Rhauk, con cui nega recisamente ogni legame di sangue. Ammetter-
lo, d'altra parte, significherebbe perdere Thorntyne Keep, che passerebbe 
di diritto a Rhauk in quanto figlio maggiore. Richard non lo permetterà 
mai: l'amore per le sue terre, per il castello e la famiglia è il motore di ogni 
sua azione. 

A volte provo a farlo riflettere sulla lealtà verso il villaggio, verso i con-

tadini e gli artigiani che ci vivono. Ma lui scoppia in una risata beffarda e 
io ricordo che non devo interferire. Per Richard il confine tra nobili e resto 
del popolo è netto. Ai suoi occhi i contadini sono più o meno feccia. 

Quanto a me, pare che io non sia in grado di fare incantesimi come Kate, 

la mia magia è tutta nella mia testa. È una specie di proiezione del pensie-
ro, che però trasforma davvero le cose. La natura è la cosa più semplice 
con cui lavorare. Ho fatto fiorire le preziose rose di Isabel due volte più 
grosse del normale, e fatto avvizzire il suo orto con uno sguardo. Lei mi ha 
rimbrottato, ma con affetto, e mi ha abbracciato quando l'ho fatto rivivere. 

Ho ancora molta strada da fare, ma sento che Rhauk si fa sempre più ir-

requieto. Spero solo che riesca a trattenere la propria ira finché avrò impa-

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rato abbastanza da superarlo. È anche possibile che questo non succeda; 
ma l'idea non basta a distogliermi dal proposito di sfidarlo. È diventata più 
di una battaglia per salvare la mia famiglia da una orribile maledizione. 
Ora è una questione personale, tra me e lui. 

Per Kate. 
E ogni giorno che passa senza sue notizie mi fa diventare pazzo. Di pari 

passo con le mie abilità paranormali, devo sviluppare quelle fisiche. Devo 
saper maneggiare una spada, e combattere corpo a corpo, se necessario. 
Per aiutarmi in questo ho tutti i volontari che mi servono. Oggi per esem-
pio tocca a Malcolm. Mentre schivo i suoi colpi, arriviamo a parlare delle 
mie paure per Kate. 

«Su questo ho un'idea» dice, e me la spiega. 
È un buon piano. Ne soppeso i pregi. E, dopo una lunga discussione, riu-

sciamo ad affinarlo e ad attuarlo. 

Metterà alla prova l'amicizia di Malcolm. 
 

Kate 

 
Sono passate quasi tre settimane e Jarrod non è tornato a casa. Rhauk si 

rifiuta di insegnarmi alcunché finché non si sarà liberato di Jarrod, in un 
modo o nell'altro; è ben consapevole della sua presenza. Perciò so per cer-
to che Jarrod è ancora a Thorntyne Keep. Ogni giorno l'inquietudine di 
Rhauk cresce. È costantemente di umore schifoso. Basta che io nomini 
Jarrod per vederlo andare fuori di testa, perciò preferisco tenere la bocca 
chiusa. Quasi sempre. Ma a volte il mio lato perverso gode nel vedere 
Rhauk perdere il controllo. 

Il tempo passa lentissimo, è un'agonia. Non ho quasi niente da fare. Per-

lopiù resto confinata nella mia stanza, a contemplare l'oceano ostile. Tra-
scorro ore e ore a pensare quanto sarebbe facile sporgersi dalla finestra 
quel tanto che basta a perdere l'equilibrio. Le mie sofferenze finirebbero, 
ma cos'altro risolverei? Non resterebbe nessuno a sorvegliare Rhauk, a 
badare che mantenga la sua promessa. 

Irrompe nella mia stanza in un accesso d'ira, il peggiore che abbia visto 

finora. Come al solito è vestito di nero, solo un bordo argentato orna l'orlo 
della tunica. «Non mi lascia altra scelta, signora!» 

Mi allontano dal davanzale e lo fronteggio. «Di che cosa parli? Chi non 

ti lascia altra scelta?» 

Lui fa un gesto vago in direzione di Thorntyne Keep. Una pioggia di 

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scintille dorate s'infrange contro la parete alla mia sinistra. «Il tuo aman-
te!» 

Non lo correggo, lasciandogli la sua illusione. Fintantoché crede che Jar-

rod e io siamo amanti mi lascia in pace, almeno dal punto di vista sessuale. 
E oltretutto l'idea lo infastidisce molto, cosa che mi dà un piacere immen-
so. 

«Che sta facendo Jarrod per inquietarti così tanto?» 
I suoi occhi neri si stringono, ma lui tace. Non me lo dirà. Eppure, qual-

siasi cosa sia, lo mette davvero in agitazione. Con un'intuizione improvvisa 
che quasi mi stende, capisco. Apro la bocca, e non riesco a impedirmi di 
sorridere. «Si sta esercitando, non è così?» Rhauk non risponde, non ne ha 
bisogno. Posso sentire l'odore della sua disapprovazione. Quindi sa che il 
talento di Jarrod è davvero immenso, e il fatto che ora sappia usarlo rende 
Rhauk molto nervoso. Il cuore comincia a battermi forte. «Jarrod sta di-
ventando sempre più forte, giusto?» 

Silenzio. 
«Mio dio, il suo potere è diventato così grande che ti spaventa». 
«Zitta, sgualdrina!» 
Il suo tono gelido non mi spaventa come forse dovrebbe. Sono troppo 

eccitata dalla novità: Jarrod in questo periodo ha accettato il suo dono e sta 
imparando a controllare i suoi poteri. «Hai paura di lui!» oso. «Te la fai 
sotto!» 

In un batter d'occhio lui attraversa la stanza e mi colpisce. Se avessi pre-

stato più attenzione al suo stato d'animo, avrei potuto evitarlo; invece, mi 
prendo il suo pugno proprio sulla mascella. Un dolore acuto si irradia dal-
l'orecchio al mento. Qualcosa mi cade sulla lingua, qualcosa di piccolo e 
solido. Lo sputo. È un dente. E c'è sangue, naturalmente. Che bastardo. 

Potrei scagliare un incantesimo veloce, ma non ha senso. Lui si diverti-

rebbe. Quelli che ho provato nelle ultime settimane si sono rivelati inutili. 
Lui è consapevole di ogni mia mossa, e mi precede. Lo odio. 

Si avvia verso la porta, ma poi si volta. «Jarrod deve andarsene entro 

domani mattina. Ora vado a raccogliere la mia dolcissima erba e a ricavare 
l'essenza che mi serve per finire quella dannata pozione. Con l'inverno così 
vicino la forza del suo veleno sarà sufficiente, e non cambierà il dolce gu-
sto del mio vino». 

«Romperesti dunque la promessa?» 
Lui scoppia in una risata volgare. «Mia cara, pensavi davvero che l'avrei 

mantenuta?» 

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«Ma... hai detto... che se fossi rimasta...» 
«Ho mentito». 
«Perché? Io ho tenuto fede ai patti. Sono tornata da te!» 
«E io ti ho dato ciò che volevi: la libertà per il tuo amante di tornare là 

da dove è venuto. È colpa tua se non è partito. È ovvio che non hai fatto 
abbastanza per convincerlo». 

La nausea mi assale. Vacillo e mi aggrappo alla sponda del letto. «Ma 

avevi promesso di distruggere la pozione. Faceva parte dei patti!» 

«Se non avessi promesso, avresti scelto lo stesso me?» 
La domanda non richiede risposta. Sa benissimo che non lo avrei mai 

fatto, e questo spiega il perché delle sue bugie. Mi ha ingannata, proprio 
come secondo lui Eloise era stata indotta con l'inganno a scegliere Lionel 
invece di lui, tanti anni prima. E Jarrod probabilmente morirà lo stesso, e 
io resterò intrappolata in questo buco gelido in compagnia di un pazzo 
pericoloso per il resto della vita. È stato tutto inutile. La maledizione andrà 
avanti, e non c'è modo di far partire Jarrod entro l'alba. Non rivedrò mai 
più Jillian... 

Devo tentare qualcosa, o il panico mi soffocherà. Come è potuto succe-

dere tutto questo? Guardo Rhauk che se ne va furente. «Se rompi la tua 
promessa e finisci la pozione, salterò giù dalla finestra e saranno le rocce a 
decidere del mio destino». 

Questo attira la sua attenzione. Inarca le sopracciglia, gli occhi neri cor-

rono veloci all'unica finestra sullo strapiombo mentre valuta il peso della 
mia minaccia. Lo farei sul serio? Quando torna a guardarmi cerca i miei 
occhi, e li aggancia. Troppo in fretta, l'effetto è ipnotico. «In questo caso, 
mia cara, non mi lasci altra scelta che controllare la tua mente fin d'ora». 

«Cosa?» 
Non si cura di dare spiegazioni. Sento immediatamente un flusso d'ener-

gia. Lui si avvicina e l'energia all'improvviso cambia, si contorce, affonda 
come una lama nella mia mente. È così intensa da far male, e ci vuole tutta 
la mia concentrazione per evitare che penetri così a fondo da provocare, ne 
sono certa, un danno cerebrale. 

Cerco di liberarmi, ma è inutile. Le gambe vorrebbero muoversi, ma la 

punizione di Rhauk mi paralizza. L'energia cresce e l'elettricità attraversa il 
mio corpo in scariche successive. 

Poi, a un certo momento, quel poco controllo cui mi aggrappo svanisce. 

Comincio a scongiurarlo, con il pensiero. Non so se mi senta, o se la cosa 
lo inciti a fare di peggio, ma so che, se non mi lascia andare ora, la mia 

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mente non sarà più la stessa. Mai più. 

Mi accascio a terra, la connessione è rotta. Non so perché mi abbia la-

sciata andare, forse perché non mi vuole ridotta a un vegetale. Quali che 
siano le sue ragioni, sono troppo esausta per pensarci ora. 

Però lo sento, mentre scivolo nell'incoscienza. «Non mi sfuggirai mai, 

Lady Katherine. Questo era solo un assaggio di ciò che ti attende. Quando 
avrò finito con il tuo amante, e dopo che avrò consegnato il vino a quel 
traditore di mio fratello, mi occuperò del tuo addestramento. E tu sarai 
mia, completamente». 

Fa per andarsene, ma sulla soglia si gira verso di me. «Avrei voluto lo 

stesso per Eloise, ma la sua mente non era forte come la tua». Mi lancia 
un'ultima occhiata. «Quando avrò finito con te, mia cara, allora sì che ap-
prezzerai la bellezza di Blacklands, e ti piacerà essere la mia regina». 

 

Jarrod 

 
So esattamente quando il mio tempo è scaduto. Rhauk sta facendo qual-

cosa a Kate. C'è un'energia così forte che la sento quasi nella mia testa, 
come se qualcuno mi ficcasse un cacciavite nel cranio. Per un istante mi 
domando se lei sopravviverà. Sento il suo cuore battere lento, troppo lento. 
Ma è viva. Per ora, non ho altro. 

Quindi devo smettere di allenarmi e lanciare la sfida. Domani all'alba in-

contrerò Rhauk in duello. 

«Jarrod, cosa succede?» 
La voce di Richard è preoccupata. Irrompe nella mia immagine di Kate 

prossima alla morte. Gli spiego la mia sensazione. «È arrivata l'ora, mio 
signore». 

La sua espressione si fa allarmata. Percepisco i suoi pensieri, leggo i 

suoi dubbi. Sappiamo entrambi che mi sono allenato duramente, e che con 
il suo aiuto, quello di Malcolm e naturalmente quello della piccola Morga-
na riesco a fare cose incredibili, ora. Cose che non avrei mai creduto pos-
sibili. Eppure Richard si chiede ancora se sono abbastanza forte per scon-
trarmi con Rhauk, e batterlo. 

Gli metto un braccio attorno alle spalle. «Sarà meglio che lo sia, zio» di-

co, sorprendendolo per l'esattezza con cui ho letto i suoi pensieri. «Rhauk 
non mi darà una seconda possibilità». 

 

Kate 

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Quando rinvengo sono ancora sul pavimento. Lentamente mi trascino 

verso il letto e mi siedo, con la testa fra le mani. È come se fosse piena di 
piombo. Cerco di ricordarmi cosa è successo e come sono finita in questo 
stato, ma sento delle voci in lontananza. Durante tutto il tempo passato a 
Blacklands non ho mai sentito Rhauk conversare con nessuno a parte il suo 
corvo. Ma stavolta sento davvero due voci, entrambe maschili. Una è sicu-
ramente quella di Rhauk. L'altra... non riesco a inquadrarla, ma suona va-
gamente familiare. 

Barcollo fino alla porta. Non è chiusa a chiave. D'altra parte non avrebbe 

senso, nessuno può entrare o uscire da Blacklands senza invito. Il castello 
è incantato, i cancelli rispondono al comando di Rhauk. Solo gli uccelli 
sono liberi di volare dentro e fuori. 

Grazie a dio la mente si comincia a schiarire, e metto insieme la forza 

sufficiente a scoprire chi è il visitatore di Rhauk. Forse potrebbe aiutarmi a 
fuggire. Quest'idea mi dà una notevole scarica di adrenalina. Percorro il 
corridoio a piedi scalzi, seguendo le voci. 

Li trovo alla fine nel refettorio, che una volta le suore usavano anche 

come aula di studio. Ci sono ancora i tavoli e le panche. Resto dietro la 
porta accostata, col cuore in gola al punto che mi sembra di doverlo ingo-
iare. 

Almeno ora distinguo le parole. All'inizio credo che sia finalmente arri-

vato l'aiuto di cui ho bisogno, se non altro per portare un messaggio di 
avvertimento a Jarrod. L'altra voce è quella di Malcolm, il figlio di Lord 
Richard. 

Solo quando li sento ridere capisco che in quella scena c'è qualcosa di 

orribilmente sbagliato. Sembrano troppo cordiali. E come ha fatto Mal-
colm a entrare a Blacklands? Su invito di Rhauk? O è stato Malcolm a 
richiedere l'incontro? Conoscendo Rhauk, qualsiasi richiesta costerà a 
Malcolm un ben caro prezzo. 

Resto in ascolto, attenta a non sondare in alcun modo i pensieri, o Rhauk 

saprà immediatamente che sono qui. 

«E così...» La voce vellutata di Rhauk riecheggia nella sala vuota. «Le 

vostre informazioni non sono prive d'interesse. La nostra conoscenza ha 
fatto passi avanti nelle ultime settimane... sebbene non al punto da supe-
rarmi». 

«Naturalmente no». 
Segue una pausa, poi ancora la voce  di Rhauk. «Abbiamo dunque gli 

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stessi obiettivi?» 

Senza esitare Malcolm risponde: «Sapete che tengo a Thorntyne Keep 

tanto quanto voi tenete a Blacklands». 

Malcolm non può essere tanto ingenuo. Rhauk vuole sia Thorntyne Ke-

ep che Blacklands, se non altro per soddisfare la sua sete di vendetta. 

«Le vostre confidenze non mancheranno di procurarvi una ricompensa» 

dice Rhauk. 

«Sono già lieto di poter essere d'aiuto. Prima ci libereremo di quella ca-

naglia, meglio sarà per tutti. Ma...» C'è una pausa significativa, e mi sem-
bra che il mio cuore si fermi. «Se avete in mente una piccola ricompensa... 
forse una notte con la dolce signora? Immagino che sia ancora in vostra 
compagnia». 

Quasi cado all'indietro per lo choc. Mio dio! Malcolm parla di me! 

Rhauk scoppia in una risata sarcastica. «Oh sì, e la sua compagnia è quan-
to mai intrigante. Non temete, amico mio, la vostra ricompensa sarà ben 
dolce». 

Immagino cosa voglia dire. Non appena liquidata la questione Jarrod, 

Rhauk probabilmente ucciderà Malcolm, che considera senza dubbio 
un'ulteriore minaccia alla sua eredità. Come fa Malcolm a non capirlo? 
Ovviamente la sua paura che Jarrod possa avanzare pretese sul titolo gli 
impedisce di vedere altri pericoli. Quell'uomo non solo è un traditore, che 
passa a Rhauk informazioni di prima mano sui nuovi poteri di Jarrod e sui 
suoi eventuali punti deboli, è anche uno stupido. Sicuramente la sua ri-
compensa sarà una morte violenta. 

Be', se lo sarà meritato. 
L'incontro finisce, e in una stretta di panico mi dico che devo sparire. 

Ma non torno nella mia stanza, non posso. In qualche modo devo avvertire 
Jarrod che c'è un traditore tra i suoi. Perciò decido di fare ancora un tenta-
tivo di fuggire. Vado alle scuderie. Ebony Prince è lì, nella sua stalla, in-
quieto. Anche gli altri cavalli si agitano un po' quando passo, ma devo ri-
schiare. I cavalli sono l'unica via che ancora non ho tentato. Non mi si è 
mai presentata un'occasione come questa. E se Ebony Prince mi ha portato 
a Thorntyne Keep una volta, forse posso convincerlo a farlo di nuovo. Ba-
sta solo che un paio di cose vadano per il verso giusto. Prima di tutto i 
cancelli: non si aprono se Rhauk non vuole, ma dovrà pure far uscire Mal-
colm. 

Sento dei rumori alle mie spalle e sobbalzo. È Malcolm, da solo. È il 

momento giusto. Scivolo nella stalla di Ebony Prince e salgo sulla sua nu-

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da groppa, sussurrando parole tranquillizzanti, creando un po' di confusio-
ne nei suoi pensieri con una piccola sonda mentale. Non l'ho mai provata 
su un animale, è una strana esperienza. Almeno mi lascia salire, scuotendo 
la testa in modo curioso; è la sonda che sta funzionando. 

Sento i cancelli aprirsi e, senza pensare un secondo di più a come sto in 

groppa, con le gonne praticamente sollevate fino a metà coscia, affondo le 
ginocchia nei fianchi muscolosi del cavallo. Lui si lancia fuori come un 
fulmine e, grazie a una ulteriore piccola pressione mentale, si dirige verso i 
cancelli aperti. 

Malcolm sente il galoppo furioso e scarta di lato per non essere travolto. 

Quello che non mi aspettavo, però, è che si riprendesse così presto. È un 
cavaliere esperto, dopotutto. Balza in groppa al suo cavallo e si lancia al 
mio inseguimento nei boschi. 

Rami bassi, spine, arbusti s'impigliano nei miei vestiti, nei capelli, mi 

graffiano ovunque. Cavalco china in avanti, stringendo il collo del cavallo, 
spronandolo ad andare più in fretta. Il rumore degli zoccoli dietro di me si 
fa troppo vicino per i miei gusti. Malcolm guadagna terreno in fretta. 

Anche se è ancora giorno, diventa sempre più difficile vedere dove sto 

andando. Cerco di convincere Ebony Prince a dirigersi verso Thorntyne 
Keep, ma il bosco intorno a me è fitto e non saprei dire se la sonda mentale 
funziona ancora. 

Malcolm è così vicino che sento il suo cavallo ansimare alle mie spalle. 
Vedo il tronco caduto solo un secondo prima che Ebony Prince salti. 

Non avendo altro che il collo del cavallo cui aggrapparmi, non sono sor-
presa di volare via. Atterro sulla schiena, per fortuna su un prato. 

Momentaneamente stordita, non posso fare altro che stare a guardare 

Malcolm che fa fermare il cavallo a pochi centimetri dalla mia faccia. 
«Bene, bene. Che stile interessante hai nel cavalcare, mia signora». 

Non ancora pronta ad accettare la sconfitta, cerco di rialzarmi per fuggi-

re a piedi. Ma Malcolm mi è addosso in un momento. Immagino che i suoi 
riflessi rapidi siano frutto dell'addestramento da cavaliere. Ricado a sedere 
sull'erba e lo guardo negli occhi. 

«Ucciderà anche te!» grido, sperando che capisca. 
«Non preoccuparti per me, Lady Katherine. So quello che faccio». 
«No, tu non lo conosci come me. Lui mente, fa promesse che non ha in-

tenzione di mantenere. Ti sta usando, come ha usato me. Mi ha convinto 
con l'inganno a restare qui, e ora sta ingannando te. Solo quando avrà il 
completo controllo di Thorntyne Keep il suo desiderio di vendetta sarà 

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soddisfatto». Cerco di riprendere fiato. «Non ha nessuna ricompensa in 
mente per te, Malcolm, tranne la morte. E forse in un certo senso lo è dav-
vero, una ricompensa. Meglio morire che passare il resto della vita schiavi 
del potere di Rhauk. Credimi». 

Lui mi fissa stringendo gli occhi verdi, pensieroso. Tra noi cade un si-

lenzio impacciato, poi Malcolm getta una rapida occhiata alle proprie spal-
le. Infine mi tende una mano e mi aiuta a rialzarmi. Intravedo un barlume 
di speranza, e provo a fare leva su quello. 

«L'avete trovata. Ben fatto!» 
Oh, no. È Rhauk, in sella a uno degli altri cavalli. Stavolta ne ha scelto 

uno grigio, e si è anche preso il disturbo di sellarlo. La sua arroganza mi fa 
uscire di senno. 

Malcolm mi tira su con più forza del necessario, storcendomi il braccio 

dietro la schiena. Mi sforzo di non gridare, e lui mi spinge verso Rhauk. 
Vado a sbattere contro il cavallo grigio, che non ne è molto felice. «Credo, 
Rhauk, che per tenere buona questa ragazzina ci vogliano i ceppi». 

Rhauk si china e mi tira a sedere sulla sella davanti a sé. Averlo così vi-

cino mi fa risalire la bile. 

Rhauk fa un cenno di saluto a Malcolm e un fischio a Ebony Prince, che 

trotterella docilmente, anche se un po' disorientato, accanto a noi. Stiamo 
tornando a Blacklands. Mi volto. Malcolm non si è mosso. È rimasto lì a 
guardarci, con un'espressione curiosa sul viso. 

Strano, per un traditore. 
 

Kate 

 
La sfida viene consegnata da una colomba bianca poco prima del tra-

monto. Sono con Rhauk nella torre, con i polsi incatenati come suggerito 
da Malcolm, e lo guardo con orrore mentre finisce di preparare il suo vino 
maledetto. Ha trovato l'ultimo ingrediente e dalle sue radici ha estratto 
un'essenza. Mentre la mescola nel vino, la sua faccia è il ritratto del com-
piacimento. Nel momento in cui si volta verso di me con un sorriso nause-
ante, compare la colomba. 

Attira immediatamente la sua attenzione. «E questa cos'è?» 
La guardiamo entrambi mentre si libra sul davanzale della finestra, rilut-

tante a posarsi. Il corvo, appollaiato sul solito trespolo, gracchia minaccio-
so, ma un gesto di Rhauk lo zittisce. 

Finalmente la colomba si posa. Rhauk la solleva e la esamina. Ha un 

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messaggio legato a una zampetta; Rhauk lo prende e lascia cadere l'anima-
le, che sbatte le ali per recuperare l'equilibrio, perde un paio di piume e 
vola via. 

Guardo gli occhi di Rhauk mentre legge la minuscola pergamena. Sono 

pieni di sorpresa, rimpiazzata subito da un entusiasmo infantile. Neanche 
un vago accenno di paura. E perché dovrebbe averne, ora che c'è anche 
Malcolm a guardargli le spalle? Il suo sguardo incontra il mio. «Quello 
sciocco ragazzo osa sfidarmi». 

L'orrore e il disgusto mi pervadono. È impossibile. Come potrà Jarrod 

battere questo psicopatico? È solo un ragazzo goffo e maldestro che ha 
persino bisogno degli occhiali. Mi chiedo chi l'abbia aiutato a stilare il 
testo della sfida; dubito che i suoi occhi riuscirebbero a leggere quei carat-
teri così piccoli. E, anche se si è allenato nelle ultime settimane, per Rhauk 
esercitare la magia è facile come respirare. Che possibilità avrebbe Jarrod? 
Se solo le condizioni fossero più eque - se solo potessi essere lì ad aiutar-
lo... forse, i nostri talenti combinati... forse, se cogliessimo Rhauk di sor-
presa... 

Lui interrompe i miei pensieri. «Richiede un duello». 
«Un duello?» 
«Alla spada, su terreno neutrale». 
Notizia ancora più terribile. Le spade sono pesantissime, ci vogliono an-

ni per riuscire a maneggiarle. 

«E poiché Jarrod ha scelto l'arma, tocca a me scegliere il terreno». Guar-

da fuori, pensoso. «Minneret Cliffs, direi». 

Sgrano gli occhi. Minneret Cliffs è un tratto di costa molto pericoloso a 

metà strada tra i due picchi, Blacklands e Thorntyne. Non c'è sabbia, solo 
incredibili scogli bianchi a strapiombo. 

«Domani all'alba». 
«No» esclamo, «non può essere». 
«Ah, invece sì, mia diletta». 
Decido che la supplica è l'unica cosa che non ho mai tentato. «Ti prego, 

Rhauk, pensaci. Hai tutto quello che vuoi. Lascia andare Jarrod». 

Lui storce le labbra. «Oh sì. Ho te, e la maledizione. Ma non è colpa mia 

se quel ragazzo manca di lungimiranza. Non riesce a vedere la sua morte 
che si approssima. Gliela mostrerò io, in tutta la sua vivida realtà». 

«Voglio esserci anch'io». 
«Ma certo che ci sarai. Non potrei mai privarti dello spettacolo». Stringe 

gli occhi, mi esamina. «Però, dovrò fare qualcosa per impedirti di interferi-

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re». 

«Nooo!» Dio, è sempre un passo avanti a me. Come si fa a rompere que-

sto circolo vizioso? 

Resto a guardare, sempre più nauseata, mentre Rhauk raccoglie vari og-

getti in giro. Un'erba, una fiala di liquido blu, un misto di polveri. 

Io scuoto furiosamente la testa mentre lui, sogghignando, mi si avvicina 

con un'ampolla di liquido fumante. Dev'essere una droga. 

«Qualcosa per prosciugare le tue energie. Non è male, come sapore». 
«No, io non...» 
«Bastano poche gocce». Mi afferra il mento con la mano libera, con la 

forza di una morsa d'acciaio, senza più sorridere. 

«No!» grido, agitando le mani inutili e appesantite dalle catene. Chiudo 

la bocca, determinata a non far toccare alle mie labbra neanche una goccia 
di quella roba. 

Ma non sono preparata alla tattica di Rhauk. Toglie la mano dal mio 

mento, la chiude a pugno e senza tanti complimenti mi sferra un colpo 
sotto le costole. Apro la bocca in cerca d'aria, annichilita dal dolore e dalla 
sorpresa, ed è allora che mi getta il liquido in bocca. Mi soffoca, brucia. 
Mi piego in due, apparentemente per alleviare il dolore allo stomaco, e 
così ne sputo fuori il più possibile. 

Rhauk si allontana soddisfatto e comincia a mescolare il vino avvelena-

to. «Dopo la sfida lo travaserò in una bottiglia. Tra qualche giorno Richard 
riceverà il prezioso dono del re». 

Respiro a fondo molte volte, cerco di raddrizzarmi e di alleviare il dolore 

del pugno nello stomaco. Mi asciugo la bocca contro la spalla. L'effetto 
della droga è immediato. La stanza comincia a ondeggiarmi intorno. Cado 
all'indietro, contro un tavolo. 

Questo distrae Rhauk. «Mia cara, faresti meglio ad andare a letto, poiché 

stanotte la morte ti farà compagnia. Non allarmarti, tuttavia. Non sarà lì 
per te, ma per la tua forza». Portandomi giù per la scala a chiocciola Rhauk 
ride, sicuro di se stesso più che mai. 

Mi lascia cadere sul letto, e io mi rannicchio. Rhauk fa un passo indietro 

e reclina la testa, in modo da potermi guardare in viso. «Sì» sussurra con 
voce vellutata. «Non sarai di alcuna utilità a quello sciocco, privata della 
tua magia. Privata quasi della vita, direi» aggiunge. 

Mentre si allontana dal letto i miei occhi si chiudono, pesanti come 

piombo. Mi sento sprofondare giù, in una spirale senza fine. È buio, ho 
paura, ma continuo a precipitare. Sento l'odore della morte, che sorride e 

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affila i denti e mi attira sempre più in basso. 

La voce di Rhauk si allontana, si fa indistinta. Ma anche nei recessi del 

baratro in cui sto sprofondando sento le sue parole di commiato. «E Jarrod 
sarà sufficientemente distratto vedendo la sua amante così sottomessa al 
mio controllo». 

Allora capisco perché mi ha drogata. Non solo per impedirmi di aiutare 

Jarrod con la magia, ma anche per distrarlo, per fargli perdere concentra-
zione durante il duello. Mi sta usando come strumento per battere Jarrod. 
Ironico, no? I miei tentativi di aiutare Jarrod ora serviranno a ucciderlo. 

Gli occhi mi si riempiono di lacrime, e non m'importa se Rhauk o il dia-

volo in persona mi vedono. Sono troppo stanca per nasconderle. 

Rhauk mi lascia con l'amaro sapore dell'odio in bocca, e la Morte per 

compagna. 

 

Kate 

 
Mi veste come una regina, in cremisi e oro, i capelli raccolti in una croc-

chia alta sulla testa. Al collo mi mette una pesante catena d'oro fatta di 
piccoli serpenti attorcigliati. Lui è come sempre in nero, con la fibbia dei 
serpenti alla cintura. Ha un aspetto potente, affascinante. Io invece sono 
ridotta a una specie di bambola di pezza, con braccia e gambe pesanti e i 
ricordi di una notte piena di incubi che lentamente, grazie al cielo, stanno 
svanendo. 

Non è ancora spuntata l'alba quando arriviamo, in sella a Ebony Prince. 

Minneret Cliffs si stende minaccioso davanti a noi, bianco e frastagliato 
alla pallida luce grigiorosata dell'alba. Rhauk mi trascina verso il punto più 
estremo dello strapiombo, dove basterebbe il respiro di un gabbiano a far-
mi cadere. Frammenti di roccia simile a gesso si sbriciolano sotto i miei 
piedi. Faticosamente cerco di allontanarmi dal baratro. 

Oltre alle mani, Rhauk mi ha incatenato le caviglie. Mi domando perché: 

drogata come sono, non rappresento una minaccia per nessuno. Trovo dif-
ficile anche solo concentrarmi. Riesco a malapena a muovermi, figuriamo-
ci a fare incantesimi. Resto lì, semisdraiata, cosciente degli spruzzi salati 
che arrivano dal cupo oceano là sotto il cui cuore pulsa al solito, eterno 
ritmo. 

Aspettiamo, ma non per molto. Non appéna il sole spunta all'orizzonte 

sentiamo un rumore di zoccoli provenire dal sentiero che scende da Thor-
ntyne Keep; Jarrod è il primo ad apparire. 

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È stupendo, e il mio cuore intorpidito riesce perfino a battere un po' più 

forte. È vestito in oro, con lo stemma dei Thorntyne che splende sul davan-
ti della tunica. C'è una pesante catena d'oro attorno alla sua vita sottile. 
Non porta armatura né, cosa ancor più allarmante, spada. È accompagnato 
da Richard, Isabel, Morgana, Thomas alla testa di una mezza dozzina di 
cavalieri, Emmeline, e Malcolm il traditore, che se ne sta un po' in dispar-
te, la testa bassa come sotto il peso della colpa. Quando guarda in su vedo 
che ha gli occhi arrossati. Mi domando perché e cerco segnali di rimorso, 
qualsiasi indizio che mi dica che è tornato in sé. 

Ma in fondo non fa alcuna differenza. Nessuno, per quanto forte, armato 

o preparato, potrà aiutare Jarrod. È solo contro Rhauk. Solo che Rhauk è in 
vantaggio, grazie alle informazioni di Malcolm. Perfino i migliori cavalieri 
di Richard non potranno essere d'aiuto in questo duello di magia. 

Jarrod sta in sella allo stallone bianco e grigio come se ci fosse nato so-

pra. Appare calmo e sicuro di sé. Non c'è traccia del ragazzo goffo e im-
pacciato che conoscevo. I riflessi ramati dei suoi capelli brillano al sole 
nascente. Smonta da cavallo con grazia. I suoi occhi mi studiano a lungo, 
immagino in cerca di segni di maltrattamento; e infatti diventano duri e 
rabbiosi alla vista della mia mascella gonfia e livida. 

Mi guarda ancora un momento, credo nel tentativo di trasmettermi un 

po' della sua forza, ma la mia mente narcotizzata non riceve nulla. Lui lo 
capisce, e la cosa lo fa infuriare ancora di più. Con il pensiero lo scongiuro 
di non badare a me. Sono solo un'esca, vorrei dirgli. 

«Ecco che arriva mio nipote» dice Rhauk in tono indifferente, col solito 

sorriso compiaciuto. «Una sfida folle, che non porterà ad altro che alla tua 
morte. Guarda il sole, Jarrod. Un'alba magnifica. Peccato che per te sarà 
l'ultima». 

«Che parole audaci» risponde Jarrod con una sicurezza che mi coglie di 

sorpresa. Perfino nel mio stato di narcosi, mi fa osare una speranza. «So-
prattutto, dette da un uomo che ha bisogno di usare una donna per distrarre 
l'avversario». 

L'insulto coglie nel segno. Gli occhi neri di Rhauk diventano, se possibi-

le, ancora più neri. Tutti restano immobili, come se trattenessero il respiro. 
Rhauk riprende la concentrazione. «La distrazione è solo uno strumento, 
ragazzo mio. Questo, invece, per esempio...» 

Solleva la mano che tiene alla cintura, aperta. Tutti aspettano, in ansia. 

Poi comincia. All'inizio si vede solo un accenno di movimento. Guardo 
intensamente Jarrod. No, non può essere... Oh, dio, no. Sbatto le palpebre, 

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ma invece di svanire la visione si fa più chiara. Le forme semoventi diven-
tano più definite. Vorrei portarmi una mano alla bocca, ma le catene sono 
troppo pesanti per le mie braccia. Resto a guardare, orripilata. 

Serpenti. Decine di serpenti si attorcigliano e ondeggiano, sibilando, at-

torno al busto di Jarrod. Alcuni si fanno strada verso la gola, altri tra i ca-
pelli, altri scivolano lungo le braccia. Sono ovunque, lo ricoprono comple-
tamente. 

Ricordo la terribile visione di Jillian. Dunque era questo che aveva pre-

visto. Mi domando se avrò mai modo di raccontarglielo. Ricordo anche la 
repulsione di Jarrod, il suo terrore per i serpenti. 

Mi aspetterei di sentirlo urlare, addirittura correre verso l'abisso nel ten-

tativo di liberarsi. Probabilmente era quella l'intenzione di Rhauk, di farlo 
gettare di sua volontà nell'oceano gelido. Ma questo nuovo Jarrod è calmo, 
anche se i suoi occhi verdi si fanno più scuri e profondi. 

Sono io che quasi mi faccio prendere dal panico, dalla tentazione di ur-

largli di fare qualcosa. Morgana in effetti urla, ma Isabel le sibila qualcosa 
mentre Richard alza una mano minacciosa. La ragazza tace, ma il terrore è 
dipinto sui volti di ciascuno. Perfino di Emmeline, che osserva la scena 
con gli occhi sbarrati. Questa però è la battaglia di Jarrod. 

Ma non può restare lì fermo! Il morso di una di quelle creature viscide lo 

ucciderebbe senz'altro; i serpenti di Rhauk sono sicuramente pieni di vele-
no. 

Jarrod comincia a sudare, le gocce si formano sulla sua fronte e scendo-

no giù per le guance; i serpenti continuano a ondeggiare e sibilare. Uno si 
inarca in fuori, sollevando la testa a forma di diamante per guardare Jarrod 
dritto negli occhi, i denti velenosi sfoderati. 

Tra un secondo o due quell'essere malvagio colpirà. Mi concentro a tal 

punto su quell'unico serpente da non vedere più gli altri. Il viso di Jarrod 
diventa di un rosso cupo, e il sudore continua a gocciolare. I serpenti co-
minciano a scivolargli giù lungo le gambe, in fretta, come se non vedesse-
ro l'ora di lasciarlo. Perfino quello che lo guardava negli occhi all'improv-
viso fugge a terra, lontano da lui. 

Quasi svengo dal sollievo, maledicendo la droga di Rhauk. Jarrod, ora 

libero da quelle dannate serpi, scrolla le spalle, come a voler rassettare i 
vestiti. Anche il colorito torna normale. 

Ha vinto il primo round, ma c'è poco da rallegrarsi. Ha aumentato la 

propria temperatura corporea al punto da renderla insopportabile perfino 
per i serpenti; ma ora Rhauk è furibondo per aver fatto la figura dello stu-

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pido. 

«Hai intenzione di giocare per tutta la mattina?» lo sfotte Jarrod. 
Gli occhi di Rhauk si stringono, le labbra diventano una linea dura. «Vi-

sto che hai tanta fretta di morire, Jarrod» risponde, con un inchino formale, 
«ti accontenterò con molto piacere». 

E con questo alza le spalle e, anche se non ha la spada, si porta una ma-

no al fianco con gesto teatrale e poi stende il braccio, accompagnandolo 
con l'altro, come se dovesse sollevare un peso. 

Gli occhi di tutti sono su di lui. E adesso? mi domando, allarmata. Dalle 

sue mani giunte si sprigiona all'improvviso un lampo argenteo: un'esplo-
sione di energia, luce e calore, come una fiammata da una fornace. Mi 
prende in pieno e mi sbilancia all'indietro. Le rocce mi franano sotto i pie-
di. Con quel che resta delle mie forze evito di franare con esse. 

Rhauk ha portato una spada di sua invenzione. Appare affilata e lucente, 

e ondeggia in modo quasi seducente lasciando una scia rossa. È una spada 
di fuoco. 

Mi rendo conto, con angoscia, che Jarrod non sta guardando la spada. I 

suoi occhi, sbarrati dalla paura, sono fissi su di me. Quando si rende conto 
che sono incolume il suo viso si rilassa, e la sua attenzione torna all'avver-
sario. 

Rhauk approfitta del vantaggio. La preoccupazione di Jarrod per me lo 

ha fatto esitare troppo. Non ha prodotto alcuna arma, e ora Rhauk gli sta 
puntando contro la sua. 

«Jarrod!» esclama un coro di voci. Richard, Isabel, Emmeline e perfino 

Malcolm, anche se con meno convinzione. Il loro sostegno è incoraggian-
te. 

Jarrod si getta a terra, giusto in tempo per evitare la punta della spada. 

Le scintille volano mentre Rhauk fa un giro su se stesso, con un verso rab-
bioso. Si sprigiona un fuoco nero, e l'acciaio rovente fa capolino tra le 
fiamme. 

Anche Jarrod gira su se stesso. 
«Questo non è un combattimento leale» protesta una voce. 
«Io non sono leale, mia signora» risponde Rhauk, compiaciuto. Si sta 

divertendo, lui. 

«Non temete, Lady Isabel» dice Jarrod. E con queste parole alza le mani 

e le congiunge, come se stesse puntando una pistola. Ma una pistola, anche 
se senza dubbio gli darebbe un grande vantaggio, è fuori questione, e lui lo 
sa. Non possiamo introdurre oggetti che non verranno inventati ancora per 

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qualche centinaio di anni. Cambieremmo il corso della storia, e questo è 
proibito. Già la nostra presenza qui suscita una serie di interrogativi ai qua-
li rifiutiamo anche solo di pensare. Che effetto avrà la nostra permanenza 
qui sul futuro? E se morissimo in quest'epoca, nasceremmo di nuovo nella 
nostra? Nessuno sa per certo cosa potrebbe succedere. Possiamo solo 
prendere le precauzioni che ci sembrano ovvie. 

Perciò so che Jarrod non caverà fuori una pistola. Lancia una rapida oc-

chiata di avvertimento nella mia direzione, e mi preparo meglio che posso 
all'effetto. Sta creando la sua spada. Esplode come un fulmine, una massa 
di calore bruciante e di energia. Nascondo la faccia nella polvere, mi ag-
grappo al suolo con le unghie. 

Un'ondata di calore intenso mi investe. Quando passa, guardo in alto e 

vedo Jarrod brandire una lucente spada d'argento, circondata da fiamme 
blu. 

S'incontrano al centro dello spiazzo. Le spade cozzano, le scintille vola-

no. Qualcuna atterra accanto a me, una anche sul mio vestito. Mi rotolo per 
terra per spegnerle. Mentre loro duellano, spada contro spada, fuoco contro 
fuoco, le scintille incendiano l'erba secca circostante. La leggera brezza del 
mattino alimenta il fuoco, che ora crepita in modo allarmante, corrodendo 
come acido le sterpaglie. 

Man mano che l'incendio si estende e lambisce i boschi, i cavalli si agi-

tano sempre più. Richard ordina che siano liberati. Malcolm, Thomas e gli 
altri cavalieri si danno da fare per spegnere il fuoco. Usano tutto, anche le 
loro stesse tuniche. Nessuno si aspettava una cosa del genere. 

Nel frattempo Jarrod e Rhauk continuano a duellare, ignari, a quanto 

sembra, degli incendi provocati da ogni scontro delle loro lame. 

Io non posso fare altro che guardare, impotente e in preda a una patetica 

frustrazione. «Alle tue spalle!» grido, dando fondo alle mie esigue energie. 
Rhauk butta a terra Jarrod e si prepara a colpirlo da dietro. 

Jarrod rotola via, mentre l'altro lancia l'affondo con un grido. 
Nella mia mente vedo tutto al rallentatore. Jarrod a terra, Rhauk che as-

sapora la vittoria e si lancia in avanti, a spada tratta. Gli avrebbe trapassato 
il cuore se Jarrod non si fosse scansato. Ma non è stato abbastanza veloce 
da evitare completamente la lama, che gli penetra nel fianco. A fondo. 
Quando la tira fuori, è rossa di sangue. 

Non ho tempo di chiedermi quanto sia profonda la ferita di Jarrod per-

ché, cosa ancora peggiore, ora è avvolto dalle fiamme. Tutto il lato destro 
della sua tunica sta andando a fuoco, si sente l'odore nauseante della carne 

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bruciata. 

«Nooo!»  grido inutilmente, sentendo le fiamme come se stessero attac-

cando me. «Qualcuno lo aiuti!» 

Lui si rotola a terra, e così facendo le spegne. Richard corre a soccorrer-

lo. Io maledico ancora e ancora queste stupide catene ai polsi e alle cavi-
glie. 

Ora Jarrod è disteso a terra, immobile, e Richard è in ginocchio accanto 

a lui. «Vieni qui, ragazza, svelta!» grida a Morgana. 

La piccola Morgana quasi vola. Scosta con delicatezza il tessuto brucia-

to. «La ferita è profonda, peggiore della bruciatura. Dovrò cucire». Scuote 
la testa. «E anche allora, dipenderà da quanto sangue ha perso». 

«Allontanatevi da lui!» Rhauk si fa avanti. «Non ho ancora finito». 
«È finita, Rhauk, il ragazzo ha perso» sbotta Richard. «Vattene, ora». 
«La sfida non sarà conclusa» tuona la sonora e potente voce di Rhauk, 

«finché quello sciocco ragazzo non sarà morto». 

Cerco di alzarmi, ma ricado nella polvere. Anche solo appoggiarmi sui 

gomiti è una fatica immane. «Lascialo!» scongiuro, con le lacrime che 
ormai scorrono incontrollabili sul viso. Non posso accettare che Jarrod 
muoia. Sarebbe tutta colpa mia. Io l'ho portato qui, in questo posto e in 
quest'epoca, a combattere contro uno stregone che nessuno può sconfigge-
re. Jarrod non ha mai avuto una chance. 

«No!» 
È la voce di Jarrod. Spinge da parte Richard e Morgana e si rialza a fati-

ca, evidentemente in preda a un dolore lancinante. Si afferra il fianco feri-
to. «Io non ho ancora perso. Combattiamo all'ultimo sangue». 

Lo guardo. Dov'è finito il goffo ragazzo senza fegato che impallidiva al-

la vista del sangue e scappava di fronte alle cose che le sue bizzarre regole 
non contemplavano? 

Rhauk sorride lentamente, assaporando di nuovo la vittoria. Agita la 

spada verso Richard e Morgana, che indietreggiano davanti alle fiamme. 
«Non ci vorrà molto, ragazzo» lo schernisce, spietato, e affonda la spada. 

Jarrod, pur a fatica, riesce a schivare il colpo. E con mia sorpresa, ma 

più ancora con sorpresa di Rhauk, passa a un deciso contrattacco. Altri 
colpi, altre scintille e altre fiamme esplodono sulla scogliera, già avvolta 
dal fuoco che ora si dirige verso i picchi a sud e a nord. All'improvviso mi 
rendo conto che sia Blacklands che Thorntyne Keep sono sulla linea del 
fuoco. Penso a tutte quelle capanne di legno all'interno delle mura, alle 
case dei domestici, dei mercanti, dei soldati, alla cappella, alle scuderie. 

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Non avranno scampo, il fossato non è abbastanza largo per fermare la for-
za distruttiva di quel fuoco. 

I soldati di Richard, Isabel, Emmeline e Malcolm ritornano dalla loro 

battaglia contro le fiamme, i visi esausti e arrossati. 

«Non c'è speranza» grida Isabel. «Thorntyne Keep è perduta». 
«E anche Blacklands!» ribatto io rivolta a Rhauk, ricordando i lucidi pa-

vimenti di legno, i tetti di paglia dell'antico convento, le pareti, le panche, 
le porte, tutto quello che non è di pietra e che brucerà in un istante. 

Rhauk getta una rapida occhiata al di sopra della spalle in direzione della 

sua amata Blacklands e impallidisce visibilmente. «La mia torre!» 

«Brucerà» dico con gioia maligna, pensando all'immenso assortimento 

di erbe ed essenze. Penso alla pozione maledetta. «Con tutto quello che c'è 
dentro!» 

Il sangue sgorga dalla ferita di Jarrod, le forze lo abbandonano. Non può 

resistere ancora a lungo. Non so come faccia, ma riesce a cogliere Rhauk 
di sorpresa. Forse la preoccupazione per la sua preziosa Blacklands provo-
ca un vuoto nella sua concentrazione; Jarrod lo percepisce e se ne avvan-
taggia. In una incredibile esibizione di abilità cavalleresca lo disarma. La 
spada di Rhauk vola via ed esplode non appena tocca terra. 

Ora Rhauk è a terra, con il ginocchio di Jarrod puntato sul petto, e la 

punta fiammeggiante della spada sospesa proprio sulla gola. Jarrod non 
deve fare altro che affondare, e sarà finita. Mi domando se possa davvero 
farlo. Dovrà, o il nostro viaggio fin qui sarà stato senza senso. È la sua 
estrema prova di coraggio. 

Rhauk cerca di scuotere via Jarrod, ma lui sta attingendo a una forza in-

teriore che va al di là di questo mondo. Con un urlo possente, solleva la 
spada con entrambe le mani, e affonda. 

Rhauk grida, e segue una confusione totale. La spada di Jarrod esplode, 

mandandolo a cadere lontano per il contraccolpo. Ricade pesantemente, 
per fortuna lontano dal fuoco, mentre il fianco gli sanguina copiosamente. 
Mi volto verso Rhauk, ma non c'è più. Al suo posto c'è lo sbattere d'ali di 
un corvo enorme. Vola verso Jarrod e lo colpisce crudelmente sul fianco 
ferito. Lo getta a terra, bloccandolo. Jarrod prova a strisciare via, ma il 
corvo è troppo vicino. Ricordo quando faceva lo stesso con me, e capisco 
le sue intenzioni. 

«No!» grido, agitando debolmente il pugno in aria. «Sta cercando di por-

tarti via!» 

Jarrod non mi sente, stordito da quel potente rumore d'ali. Gli occhi di 

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Emmeline vagano tra me e Jarrod, confusi, mentre quelli verdi di Malcolm 
sono rabbiosi. Lo vedo afferrare la spada e il panico mi attanaglia al pen-
siero delle intenzioni di quel traditore, ma non posso muovermi. 

«Jarrod!» urla lui. 
Jarrod si volta, al suono di quella voce forte. 
«Prendi!» 
Malcolm lancia la sua spada. Jarrod l'afferra con la mano tesa e in una 

mossa fulminea l'affonda nel petto del Rhauk-Corvo. 

L'animale grida, in tono quasi incredulo. Dopo un patetico tentativo di 

volare via, ricade a terra nella sua forma umana, con la spada di Malcolm 
ancora conficcata profondamente nel cuore. 

«Eloise!» è l'ultima parola che esala, in un roco e sinistro sussurro. 
Jarrod striscia via da sotto il corpo senza vita di Rhauk. È morto, final-

mente. Come per assicurarsene, Lord Richard, a bocca aperta dalla mera-
viglia, si avvicina, si fa il segno della croce per proteggersi dalla malvagità 
del fratellastro e poi gli rovescia la testa all'indietro, tirandolo per i capelli. 
Gli occhi neri di Rhauk sono vuoti. Solo allora Richard annuisce, soddi-
sfatto. 

Jarrod è sfinito. È così frustrante stargli tanto vicino e non riuscire ad 

andare da lui. All'improvvisio qualcuno grida, un cavaliere è avvolto dalle 
fiamme. Altri corrono in suo aiuto. Mi guardo intorno e mi rendo conto 
che abbiamo formato una specie di circolo: lo strapiombo alle mie spalle, 
Richard e gli altri riuniti ai due lati. Le fiamme ci sbarrano completamente 
la strada. 

Jarrod si muove lentamente, il suo fianco destro è insanguinato fino alla 

gamba. «Il fuoco ci circonda». La sua voce è spenta, stanca. 

«Ma Rhauk è morto» dico. 
I nostri sguardi si incrociano e lui si avvicina, con molta fatica. «Che co-

sa ti ha fatto?» 

«Mi ha drogata. Non mi sento più braccia e gambe». Guardo intensa-

mente Malcolm. «Lui ti ha venduto, Jarrod. Quell'uomo è un traditore». 

«Forse, ma non per me» risponde Jarrod, piano. 
«Che vorresti dire?» 
«Mi ha raccontato come hai tentato di fuggire». 
«Ti ha anche detto che mi ha catturata e riportata da Rhauk?» 
Malcolm s'inginocchia davanti a me, a disagio. «Volevo aiutarti, mia si-

gnora, ma sapevo che Rhauk sorvegliava ogni tua mossa. Per un momento 
ho pensato che avremmo potuto farcela, ma poi è apparso lui. Non avevo 

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altra scelta che riconsegnarti». 

La mano di Jarrod trova la mia, le nostre dita si intrecciano. «Lasciami 

spiegare» dice a Malcolm, e poi si rivolge a me. «All'inizio Malcolm pen-
sava che io volessi qualcosa di più della morte di Rhauk, che volessi Thor-
ntyne Keep per me. Ma poi sono riuscito a convincerlo che non era così, e 
lui mi ha aiutato ad allenarmi per questo duello. Mi ha insegnato tutto 
quello che poteva nel poco tempo che avevamo. E poi, vedendo quanto ero 
preoccupato per te, ha elaborato un piano: dare a Rhauk false informazioni 
sui miei punti di forza e di debolezza, in cambio di una piccola ricompen-
sa. Se non l'avesse chiesta, Rhauk avrebbe sospettato altre motivazioni». 
Guarda Malcolm, che inarca un sopracciglio e accenna un sorrisetto. «Da 
quello che ho visto, ha recitato così bene la sua parte che Rhauk non ha 
avuto il minimo dubbio». 

«Perché non me ne hai parlato ieri nel bosco?» domando a Malcolm. 
«Grazie alla sua stregoneria, Rhauk avrebbe potuto ascoltare la nostra 

conversazione. Non potevo rischiare. Dovevo salvare il piano di Jarrod». 

«Che piano?» 
Jarrod lo interrompe, imbarazzato, e mi sembra di rivedere il ragazzo di 

una volta. «Ne parliamo più tardi». 

«No!» Sono troppo curiosa per lasciar perdere. «Che altro, Malcolm? 

Qual era il piano?» 

Malcolm lancia una rapida occhiata a Jarrod e sorride. «Dovevo salvarti 

nel caso fosse accaduto qualcosa a lui. Almeno, con la scusa della ricom-
pensa, avevo un motivo per tornare a Blacklands, a riprenderti». 

Annuisco. Ora è tutto chiaro. Il tradimento di Malcolm era un piano di 

riserva nel caso la sorte fosse stata avversa a Jarrod. «Hai rischiato la vita». 

«Non più di quanto abbia fatto Jarrod per te e per la mia terra». 
Meno male che Malcolm non è un traditore. Mi domando che avremmo 

fatto se lo fosse stato. Malcolm erediterà Thorntyne Keep, un giorno, e 
combatterà per tenersela. Gli auguro ogni bene. 

Jarrod mi prende i polsi tra le mani, poi chiude gli occhi e si concentra 

sui ceppi di ferro. Quelli si aprono e cadono a terra. Dopo aver fatto lo 
stesso con le catene alle mie caviglie, mi prende in braccio e mi tiene stret-
ta. «I nostri guai non sono finiti, Kate». 

«Mettimi giù, Jarrod. Sei ferito». 
Lui stringe ancora più forte. 
Morgana grida. Il fuoco, a causa di un cambiamento nel vento, si avvici-

na a noi, spingendoci verso l'unica via d'uscita, la scogliera. Sbircio giù da 

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sopra la spalla di Jarrod e mi vengono le vertigini. Nessuno può sopravvi-
vere a un salto simile. Figuriamoci poi Jarrod, con quella ferita nel fianco 
che ancora sanguina, oppure io nel mio stato letargico. Oltretutto c'è la 
possibilità di schiantarsi sulle rocce frastagliate. «Siamo in trappola». 

«Moriremo tutti!» grida Morgana. 
Isabel si volta verso di lei. «Zitta, ragazza!» 
«Io non so nuotare» mormora Richard, guardando giù. 
«Nemmeno io» aggiunge Emmeline. 
«È così che finirà, Jarrod?» chiedo, visto che lui è l'unico tra noi che sia 

in grado di fare qualcosa. «Non hai più forze?» 

La cosa migliore che possa fare è dimenticarsi di me, di tutti noi, e sal-

varsi, penso. Ora solo lui ha il dono della magia. Ovviamente potrebbe 
usare gli amuleti e riportarci entrambi da Jillian, ma vorrebbe dire vivere il 
resto della vita con il rimorso di aver abbandonato i suoi antenati a morire 
tra le fiamme o a schiantarsi nel baratro. E non è così che la loro vita deve 
finire. 

Mi guarda negli occhi, come se leggesse i miei pensieri. «Non potrei mai 

abbandonare la mia famiglia, Kate». 

Resto di sasso. Li ha letti davvero, i miei pensieri! La sua magia dev'es-

sere immensa! E allora usa qualsiasi potere tu abbia, Jarrod, penso. «Sal-
vaci». 

Lui sorride e annuisce. «Ci posso provare». 
Non so cosa abbia in mente, ma dovrà fare in fretta. Chiude gli occhi, e 

quasi istantaneamente si leva il vento. Diventa subito forte, e soffia da 
nord, non solo lontano da noi ma anche da Thorntyne Keep. E, cosa mi-
gliore, porta con sé enormi nuvole nere, che corrono verso di noi a velocità 
pazzesca. Morgana inizia a gemere, sopraffatta. Il fuoco si fa sempre più 
vicino. Il fumo ci invade i polmoni, ci soffoca. I cavalieri sono caduti in 
ginocchio, tossendo e recitando mute preghiere. 

«Presto, Jarrod» dico piano, rannicchiandomi contro il suo petto, senten-

do arrivare una morte orribile. «Portaci la pioggia». 

Ed ecco che all'improvviso cade a scrosci torrenziali, spinta da un vento 

gagliardo. Il cielo si fa scuro, sembra quasi notte mentre la pioggia spegne 
il fuoco ai nostri piedi e lungo la strada verso Thorntyne Keep. Sentiamo 
grida di vittoria in lontananza, la cittadella è salva. 

È finita, e noi siamo vivi. Il sollievo è incredibile. Isabel, Emmeline e 

Morgana piangono a dirotto. Perfino Richard ha gli occhi lucidi, e non solo 
per via della pioggia. 

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«Guardate!» Malcolm indica il picco nord, Blacklands. Là non sta pio-

vendo. Il cielo è azzurro, e il fuoco ha avvolto completamente il castello. 
Anche la torre sta bruciando. 

Guardo Jarrod, che mi tiene ancora stretta. Ha evitato di proposito che la 

pioggia cadesse su Blacklands. In questo modo anche la maledizione mori-
rà. «Grandioso» mormoro. Lui sorride. «Io mica volevo vivere con Rhauk 
sul serio, sai» gli dico, con un'ansia improvvisa. 

Lui annuisce. «Lo so». 
Non deve dire altro. Sorrido anch'io, e sento che una parte della mia nar-

cosi svanisce. Le forze stanno lentamente tornando. Ricaccio le lacrime. 

«Un altro corvo!» esclama Morgana, indicando in direzione di Bla-

cklands. 

Non è Rhauk, ma il suo fedele compagno. 
Guardiamo tutti, con un misto di sbalordimento e orrore. Il corvo è av-

volto dalle fiamme. 

«Oh!» mi copro la bocca con la mano. 
«Brucia» mormora Jarrod. 
La pioggia finisce, le nubi si disperdono. Ci faccio appena caso. Fissia-

mo tutti, come ipnotizzati, il corvo che gracchia, reso folle dal dolore. Alla 
fine cade a terra con un tonfo, e il suo corpo si consuma in fretta. 

«Oh, no» dico, tristemente. In fondo era solo un corvo. 
Un'esplosione attira di nuovo la nostra attenzione su Blacklands. La tor-

re è saltata in aria, e quindi anche il laboratorio di Rhauk, con il vino ma-
ledetto. Restiamo a guardare come in trance, mentre frammenti di legno, 
pietre, strumenti preziosi e di tutto ciò che non è già bruciato ricadono a 
pioggia tutt'intorno. 

Passa molto tempo prima che il frastuono dell'esplosione si esaurisca, e 

torni il silenzio. 

 

Kate 

 
Richard proclama un giorno di festeggiamenti per Thorntyne Keep. Gio-

colieri, giullari, poeti e musici si preparano a intrattenerci nel grande salo-
ne. Con la morte di Rhauk è svanita anche ogni altra pretesa al titolo, e 
questo è un buon motivo per festeggiare. 

Jarrod e io non vediamo l'ora di tornare a casa da Jillian, al nostro mon-

do; ma le ferite di Jarrod richiedono cure immediate. Osservo Morgana 
all'opera. Ricuce la ferita con molta cura, lavorando abilmente sui muscoli 

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lacerati, alleviando l'ustione con un unguento a base di erbe anestetiche. 
Tuttavia, vorrei che anche Jillian ci desse un'occhiata. Un vero medico è 
l'ultima risorsa, farebbe troppe domande. 

Emmeline ci segue dappertutto, senza lasciarci un minuto di privacy. È 

nervosa, tollera a malapena la mia presenza, ma non molla mai Jarrod. 
Comincio a pensare che non sia per niente contenta che io sia tornata inco-
lume, e la cosa non mi piace. Ne parlo a Jarrod, ma lui non se ne preoccu-
pa affatto. «È solo nata un migliaio d'anni troppo presto» spiega. «È an-
noiata e frustrata. Malcolm dice che sta cercando di convincere suo padre a 
mandarla a corte». 

A metà pomeriggio inizia la festa. Sediamo al tavolo principale con Ri-

chard e Isabel, godendoci la loro compagnia per l'ultima volta. Emmeline è 
seduta accanto a Jarrod, imbronciata e cupa; nei suoi occhi c'è un'immensa 
delusione, come se i suoi sogni fossero stati appena infranti. È uno strano 
contrasto con gli altri, che invece sono tutti felici. Malcolm ha ragione: 
prima Emmeline sarà mandata a corte e meglio sarà, per il suo bene. Lord 
Richard, dal canto suo, festeggia alla grande. Ha le guance rosa e gli occhi 
lucidi. È incredibilmente allegro, e credo che molto del merito sia di quel 
vinaccio rosso. 

«Un brindisi» annuncia a un certo punto, alzandosi da tavola. Con passo 

malfermo si avvicina a Jarrod e a me. Quando ottiene l'attenzione di tutti i 
presenti, alza il calice con una mano, posando l'altra sulla spalla di Jarrod. 
«A mio nipote e a Lady Katherine. Possano tutti i loro figli nascere qui nel 
mio castello prima che io muoia, in modo che possa vedere i loro visi alle-
gri e sapere che sono al sicuro». 

Il salone esplode in applausi e ovazioni. Non condivido il loro entusia-

smo, sono troppo occupata ad arrossire. 

«Un immenso grazie a Jarrod per aver distrutto il nostro peggior nemico, 

un uomo che ci ha portato più guai degli inquieti scozzesi al nostro confi-
ne». 

Altre ovazioni. Richard beve una gran sorsata dal calice, come se fosse 

nettare divino. Poi sia lui che Isabel ci guardano, in attesa. Riluttante, mi 
porto anch'io il calice alle labbra e bevo. 

Per un secondo penso davvero che il mondo si sia rovesciato. In un lam-

po ho la pelle d'oca ovunque. Bevo un altro sorso, per essere sicura. 

Il vino è dolce, soave, corposo. Niente di simile alla solita robaccia di 

Richard, si direbbe piuttosto... Oh, no...! 

Richard si risiede, china educatamente la testa verso di me. Sta cercando 

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di sentire cosa farfuglio. Alla fine riesco a chiedere: «Da... da dove viene 
questo vino?» 

La sua faccia s'illumina. «Dalla cantina, mia cara. Non è spettacolare? 

Lo serviamo solo in occasioni speciali come questa, o un matrimonio, o 
altre feste importanti». Scrolla le spalle. 

Io quasi mi strozzo. Non può essere... «Chi... ve lo ha dato?» 
«Cielo, il re in persona, per gli ottimi servigi resi. Le nostre vittorie sugli 

scozzesi sono leggendarie. Solo gli abili servi del re potevano distillare un 
vino così eccellente. Ed è riservato ai membri della famiglia, per ordine del 
re». 

Lo guardo, senza parole. 
Lui pensa che io non capisca. «È un dono del re» ripete, scandendo le 

parole. 

«Da... da quanto tempo?» balbetto. 
«Oh, saranno vent'anni circa». Ci pensa su, chiede conferma con lo 

sguardo a Isabel. 

Lei dice: «Le prime botti sono arrivate non molto tempo dopo la parten-

za del padre di Jarrod. Lo ricordo bene, perché fu come se avesse riportato 
la vita nella nostra famiglia. Avevamo ancora motivo di festeggiare». 

Guardo Jarrod. Ha il calice in mano, ed è stato momentaneamente di-

stratto dalla conversazione fra me e Richard. Ora guarda il calice come se 
lo vedesse per la prima volta. «È dolce, quindi» mormora, quasi più a se 
stesso, e si porta il bicchiere alle labbra. 

In un momento di panico glielo faccio saltare di mano. Emmeline grida 

quando vede il vino finire sul bel vestito blu. Salta su dalla sedia, il suo 
tetro malumore esplode in una serie di frasi sconnesse. La sua rabbia sem-
bra un tantino esagerata, e credo che ci sia dell'altro oltre alla noia descritta 
da Jarrod. Ci sto proprio pensando quando con la coda dell'occhio la vedo 
sollevare un vassoio di carne sotto sale. 

Per fortuna la vede anche Malcolm. Troppo tardi, però, per impedirle di 

tirarmi il vassoio. Malcolm mi spinge da parte e afferra la cugina, mentre 
Isabel si arrabbia moltissimo. Lord Richard diventa rosso fuoco, e si alza a 
fatica. «Che ha quella ragazzina? Insomma, che vada a corte, Malcolm, 
come hai suggerito tu. Fai predisporre tutto subito». 

Non ho né il tempo né la voglia di pensare ai problemi di Emmeline, ma 

lo chiederò più tardi a Jarrod. Ora ne ho abbastanza dei miei, di problemi. 

Jarrod, allibito, guarda alternativamente me ed Emmeline, poi di nuovo 

me. Questo momento di distrazione mi serve per sgattaiolare via. 

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«Mi dispiace per il vino» mormoro, trascinando via Jarrod per il gomito. 

Non lo mollo finché non siamo fuori dal salone fumoso, sui bastioni. 

Ci sono due cavalieri di sentinella sulle mura, ma dalle loro risa direi che 

non stanno sorvegliando granché; però a me serve un posto tranquillo e 
isolato, e trascino Jarrod nel cortile che ospita il giardino privato di Isabel. 

«Che succede? Perché mi hai fatto cadere il bicchiere?» 
Respiro a fondo, cercando di mettere ordine nei miei pensieri. Mi siedo 

sulla panca più vicina e tiro Jarrod accanto a me. Ma sono troppo agitata, 
così mi alzo e comincio a camminare su e giù davanti a lui. 

«Kate, ti vuoi calmare? Mi spieghi cos'è successo?» 
«È il vino». 
Mi guarda attonito. Non capisce, e così continuo: «Ricordi quando ab-

biamo cenato a Blacklands e Rhauk ci ha detto che stava distillando la po-
zione nella torre?» 

Lui annuisce e io cerco di sedermi. Gli racconto di come la pozione do-

veva finire nel vino, e di come Rhauk avrebbe ingannato il suo fratellastro 
facendogli credere che quel vino, di qualità sopraffina rispetto al suo, era 
un dono del re. 

«Stai scherzando». 
«Ho la faccia di una che scherza?» 
Lui finalmente capisce. Se c'è uno scherzo qui, siamo noi a esserci ca-

scati. Jarrod alza la testa, riflettendo. I suoi occhi scrutano il cielo del cre-
puscolo, è come se fosse incantato dalle prime stelle. Alla fine mi guarda. 
«Jillian ha sbagliato di vent'anni». 

Scrollo le spalle. «Nessuno è perfetto». 
«Ma allora perché Rhauk ci ha detto che stava ancora preparando la po-

zione quando invece l'aveva finita da vent'anni?» 

Ci penso su a lungo, poi credo di capire. «Era uno dei suoi trucchi. Ha 

mentito per ottenere quello che voleva». 

«Voleva te». 
«Sì, per sostituire Eloise. E voleva vendicarsi. La maledizione era la sua 

vendetta, ma fintantoché noi avessimo pensato che non era terminata, lui 
avrebbe potuto manipolarci per seguire il suo piano». 

«E avere te» finisce Jarrod. 
«Aveva promesso di non completare la maledizione se restavo con lui. I 

patti erano questi». 

«E allora cos'era quel vino nella torre?» 
Ora è tutto chiaro. «Altro vino avvelenato, certo. Probabilmente forniva 

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a Richard nuovo vino ogni anno, per mantenere viva la storia del dono del 
re». 

Jarrod raddrizza la schiena e geme. «E allora che significa tutto questo, 

Kate? Che è stato tutto inutile?» 

Scuoto la testa. «No, non ci posso credere». E poi mi tornano in mente le 

parole dell'antico manoscritto. «'Per porre fine alla maledizione dovrà 
distruggere il negromante'
». 

«Cosa?» 
Ricomincio a camminare su e giù, eccitata. «Fermiamoci a pensare un 

momento. L'antico testo diceva che dovevi mettere fine alla vita del ne-
gromante. È proprio quello che hai fatto, Jarrod, hai ucciso Rhauk». 

«Il che significa...?» 
All'improvviso tutto si chiarisce. «La maledizione è finita, Jarrod. Al-

meno per te. Proprio da questo momento». 

Lui mi guarda, con un barlume di speranza negli occhi. 
«Non dico da questo momento nel medioevo. Per i tuoi antenati non 

cambierà nulla, la maledizione farà il suo corso. Dopotutto, bevono quel 
vino da vent'anni. Io parlo del nostro tempo». 

«Spero che tu abbia ragione, Kate». 
Sorrido, raggiante. Io ce l'ho sempre, non posso fare a meno di pensare. 
Lui si alza e mi guarda dritto negli occhi, con le sopracciglia inarcate. 

Troppo tardi, mi viene in mente che lui può leggere i miei pensieri più in-
timi! 

Arrossisco violentemente, e vorrei tanto che fosse più buio. Mi domando 

come farò con lui, che sa sempre cosa penso. Potrei cercare di bloccarlo, 
ma i miei poteri non sono ancora tornati. Spero che la mia magia non abbia 
subito danni permanenti. Non potrei sopportarlo. 

All'improvviso sentiamo un grido dai bastioni. «Scozzesi!» 
La parola passa velocissima di bocca in bocca. Scoppia il caos, ma è un 

caos con un certo criterio. Questa gente sa già cosa fare, ha già difeso la 
propria casa e la propria terra, ed è pronta a farlo di nuovo. Gli abitanti del 
villaggio corrono dentro le mura, Isabel prende il controllo della situazione 
e assegna un posto a tutti, mentre Richard indossa la cotta di maglia e dà 
ordini ai suoi cavalieri. 

È una scena fantastica, e mi sento privilegiata a potervi assistere. Ma, 

per quanto mi piacerebbe restare e prendere parte alla battaglia, so che non 
ci sarà un solo angolo sicuro in questo posto. 

Jarrod è dello stesso avviso. «Andiamocene di qui». 

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Annuisco e cerco un posto tranquillo nel caos. 
 

Parte Terza 

Il ritorno 

 

Jarrod 

 
Lei mi fa promettere che mai, in nessun caso, leggerò i suoi pensieri. 

Comunque non vorrei mai farlo, perciò non è una promessa difficile da 
mantenere. Avremmo un bel problema di privacy, altrimenti. Questo ac-
cordo rende tutto più semplice. 

Torniamo nello stesso punto da cui siamo partiti, presso il ruscello. Jil-

lian è ancora lì dove l'abbiamo lasciata, silenziosa vedetta nella foresta 
pluviale, a vigilare sul cerchio di fuoco. Ci dice che siamo stati via solo 
poche ore, anche se a Thorntyne Keep è passato più di un mese. Mi resti-
tuisce orologio e occhiali. La ringrazio, sono felice di riaverli. 

Fa buio subito quando le candele si spengono, ma non ci faccio quasi ca-

so. Siamo entrambi esausti, il viaggio di ritorno ci ha esaurito. Soprattutto 
Kate, che non si è ancora ripresa dagli effetti delle droghe di Rhauk. Jillian 
e io dobbiamo aiutarla a camminare. 

A casa, Jillian ci fa sedere al tavolo di cucina e prepara per Kate un infu-

so di erbe che ha un profumo vagamente familiare. Dopo essersi assicurata 
che Kate ne abbia bevuto più di metà, comincia a tempestarci di domande. 
Ore dopo stiamo ancora raccontando. Jillian vuole sapere tutto. Le diciamo 
il più possibile, senza necessariamente scendere in dettagli, tipo la camera 
da letto. I suoi occhi non ci lasciano mai. Assapora ogni parola, e ride 
quando Kate le dice della 'cotta' di Emmeline per me e di come sia quasi 
riuscita a venire via con noi, arrivando di soppiatto proprio mentre stava-
mo per pronunciare la formula in latino. 

«Per fortuna ho potuto confondere la sua mente abbastanza a lungo da 

permetterci di andarcene» spiego. 

Jillian conviene che sarebbe stato un disastro se Emmeline avesse lascia-

to il suo mondo. «Il libro di tuo padre è molto chiaro sul suo destino» ci 
dice. «Viene mandata a vivere a corte, dove diventa l'amante del conte di 
Drysdon e gli dà tre figli illegittimi. Ma non sarà mai felice, perché la mo-
glie del conte le renderà la vita impossibile». 

L'informazione ci lascia attoniti. All'improvviso mi dispiace per mia, 

ehm, 'cugina'. 

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Kate comincia a raccontare a Jillian della battaglia con Rhauk, e subito 

Jillian vuole vedere le mie ferite. «La sutura è ben fatta, domani ti medi-
cherò di nuovo». 

Presto la testa di Kate comincia a ciondolare dal sonno e Jillian la manda 

a letto. Quando Kate se ne va, cerco di ringraziare Jillian per tutto quello 
che ha fatto, ma so che le parole non bastano. Le do i miei vestiti, e lei 
impazzisce di gioia. Non sono quelli che aveva cucito per noi, ma valgono 
ancora di più perché sono originali. 

Alla fine mi addormento su un materasso che lei mi prepara in soggior-

no, e dormo per due giorni interi. Ci svegliamo tutti e due venerdì mattina. 
I due giorni di scuola saltati non ci preoccupano più di tanto, Jillian ci ha 
coperto con i professori e con i miei. Sono loro che mi preoccupano, inve-
ce, è ora che li chiami. 

Uso il telefono del negozio di Jillian. La voce di mia madre è incredibi-

le, sembra davvero felice, e non la si sente spesso così. Mi dice che nelle 
ultime quarantotto ore mio padre è migliorato in modo notevole, sia men-
talmente che fisicamente. La gamba non gli fa quasi più male, e ora cam-
mina solo con un bastone. «È un miracolo, Jarrod» dice, fra le lacrime. 
«Voglio vederti, quando torni?» 

«Prestissimo, mamma» la rassicuro. Lei continua a raccontarmi di come 

lo stato d'animo di mio padre sia molto migliore, forse perché non deve più 
sopportare il dolore. Pare che gli psichiatri siano strabiliati, e che parlino 
addirittura di dimetterlo presto. Riattacco con un groppo in gola grosso 
come un'anguria. 

È il primo segno che la nostra sorte sta cambiando, in meglio. 
«Buone notizie, eh?» 
Annuisco, incapace di parlare senza scoppiare in lacrime. Attiro Kate a 

me e chino la testa sulla sua spalla. Dopo un paio di minuti lei si tira indie-
tro, vedendo Jillian in paziente attesa sulla soglia. Racconto a entrambe le 
novità sulla salute di mio padre. 

«È meraviglioso, Jarrod» commenta Jillian, asciugandosi rapidamente 

una lacrima. Mi abbraccia e io la ringrazio ancora. 

«Oh, no» dice lei, agitando una mano. «Hai fatto tutto da solo». 
Poi va in cucina a farsi un tè e Kate torna fra le mie braccia. «Sono così 

felice per te» dice. Ma nella sua voce c'è una nota triste. 

«Che c'è?» domando. 
Lei scrolla le spalle. «Niente, è solo... La mia magia. Non è ancora tor-

nata». 

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«Probabilmente ha solo bisogno di una spintarella per liberarsi dalla pre-

sa di Rhauk». 

Lei stringe gli occhi. «E come faccio a darle la spintarella se non ho più 

poteri?» 

«Hmm, hai ragione. Ma non ti preoccupare, Kate, io ho magia a suffi-

cienza per tutti e due». 

«Io sono felice per te ma, senza offesa, non mi va di vivere con l'idea 

che tu sarai sempre più forte di me. Rivoglio i miei poteri, così potremo 
essere alla pari. Jarrod, io ho vissuto tutta la vita così, e ora mi sembra di 
aver perso un braccio o, peggio ancora, una parte della mia anima». 

Vedo chiaramente che le viene un'idea. «Certo, i tuoi poteri ora sono tali 

che ci dev'essere qualcosa che puoi fare. Hai battuto Rhauk una volta, for-
se puoi farlo di nuovo, visto che è colpa della sua droga se sto così». 

«Pensi che io possa riportarti la tua magia?» 
«Perché no? Vale la pena di provare». 
Usciamo fuori e camminiamo per qualche minuto mentre pensiamo a 

come fare. 

«Un incantesimo?» suggerisce lei. 
«No, la mia magia non funziona in quel modo». 
«Ah». 
All'improvviso mi viene un'idea e le poso una mano sulla spalla, in mo-

do che si volti verso di me. «Quanto potere vuoi, Kate? Cosa ti renderebbe 
felice?» 

Lei ci pensa su, e per stavolta ignoro il nostro patto sulla lettura della 

mente. Lei pensa al clima, e a come ha sempre desiderato di poterlo in-
fluenzare. Ma non me lo dice, si limita a scrollare le spalle. 

Comincia a piovere, nevischio gelido. Rabbrividisco. Non sono ancora 

abituato a questo clima di montagna, ma mi rendo conto che questa piog-
gia è anche più fredda del dovuto. Kate alza le mani, con le palme in su. 
«Jarrod, è nevischio». Anche lei rabbrividisce. «Ci congeliamo qua fuori, 
torniamo dentro». 

Fa per muoversi, ma io la fermo. «Solo un minuto». 
«Per fare cosa?» 
«Chiudi gli occhi e pensa al caldo». 
Lei ride appena, come se la stessi prendendo in giro. 
«Concentrati» le dico, e inizio a sondare i suoi pensieri, in cerca dei resti 

della magia di Rhauk. 

«Che stai facendo?» squittisce lei. «Fa il solletico». 

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«Tieni gli occhi chiusi e concentrati su una cosa che desideri davvero. 

Segui il cuore, Kate» dico dolcemente. 

Lei smette di ridacchiare e pensa al calore. 
«Di più, più convinta». 
All'improvviso smette di piovere e l'aria si fa più calda. Talmente calda 

che penso quasi di togliermi il maglione. 

Kate si guarda intorno, a bocca aperta e occhi sgranati. «Che succede?» 
Seguo il suo sguardo sbalordito. Nevica ovunque tranne qui, sopra di 

noi, come se fossimo protetti da una specie di cupola invisibile. «Grazie, 
Kate. È fantastico». 

«Perché ringrazi me?» 
Sorrido, senza dire una parola. 
«Che c'è?» 
«Non l'ho fatto io, questo» dico. 
«Non fare lo scemo, Jarrod». C'è un lampo nei suoi occhi, poi la sento 

sondare la mia mente. Le dico, col pensiero, che è stata lei a fermare la 
neve e a riscaldare l'aria. 

In un lampo di comprensione esce dalla mia testa. «Oh, dio!» sussurra. 

«Sei stato tu» mi dice, «tu mi hai fatto qualcosa, mi hai dato il potere». 

Alzo le spalle. «Non ti ho dato nulla che già non avessi fin dalla nascita. 

Ti ho solo messo in contatto con la tua vera natura». 

Lei ride e fa una piroetta. «Uau! È stupendo! Ho riscaldato l'aria!» 
Si ferma di botto al suono di una macchina che sale lungo la strada. «E 

adesso?» chiede, preoccupata. 

«L'hai fatto tu» dico. «Ora rimetti tutto a posto». 
Lei annuisce e chiude gli occhi. In un secondo il nevischio ricomincia a 

cadere anche su di noi. Ritorniamo in fretta nel negozio di Jillian, al cal-
duccio. 

Poco dopo la porta si apre col solito scampanellio. E fra tutte le persone 

possibili, ecco entrare Tasha Daniels, Jessica Palmer, e i fedeli Ryan e Bi-
cipite. 

«Ciao, bello». Bicipite mi molla una sonora pacca sulla spalla. «Come 

sta tuo padre? Ho sentito che è all'ospedale». 

«Meglio, grazie». 
Tasha mi sfiora il gomito con le lunghe dita. Jillian non si vede da nes-

suna parte e Kate fa per ritirarsi, istintivamente alla ricerca di un angolo in 
disparte. Cerco di incrociare i suoi occhi, ma lei mi evita. E anche senza 
invadere la sua mente so cosa sta pensando. Siamo tornati, e rieccoci alla 

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solita routine. Tutto quello che abbiamo condiviso in quell'altra epoca sarà 
dimenticato, come un sogno. Tasha e gli altri torneranno nella mia vita e 
come al solito avranno la priorità su di lei. 

«Hai saltato due giorni di scuola» gorgheggia Tasha. «Stavo comincian-

do a preoccuparmi». 

«Ehm, no, sto bene, grazie». 
«Allora, che ci fai di nuovo qui?» Lancia un'occhiata di sfuggita a Kate, 

ma poi la cancella subito dai suoi pensieri. «Cerchi un costume?» 

Per un secondo mi spiazza. Ma che dice? Poi ricordo. La festa d'inizio 

inverno di Ryan, l'evento dell'anno. Ed è domani. «No, ce l'ho già». 

Kate si allontana ancora, visto che nessuno dei quattro mostra di aver re-

gistrato la sua presenza. Eppure devono averla vista, entrando. 

«A che ora mi vieni a prendere?» ordina Tasha. 
Mi libero dalla sua presa, faccio un passo indietro e afferro la mano di 

Kate, tirandola verso di me. Con riluttanza, lei avanza al centro del nostro 
circolo. «Io non ti vengo a prendere, Tasha». 

Tasha guarda per una frazione di secondo Kate, poi i suoi occhi tornano 

su di me, duri e spalancati. «Cosa? E perché no?» 

Attiro Kate davanti a me e le circondo la vita con le braccia. 
Molto possessivo, lo so. 
«Be', è ovvio. Vedi, ci porto Kate». 
 

FINE