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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

 

Cenni biografici 

 

Dolindo  Ruotolo  nacque  a  Napoli  il  6  ottobre  1882  da  Raffaele 
Ruotolo, ingegnere e matematico, e da Silvia Valle, discendente della 
nobiltà napoletana e spagnola. La famiglia era numerosa e le entrate 
alquanto  scarse,  questo  faceva  sì  che  spesso  nella  sua  casa  si 
soffrisse  la  fame  e  mancassero  persino  vestiario  e  scarpe.  Don 
Dolindo descriveva il padre come una persona molto rigida; Raffaele 
tra l‟altro non mandò i figli a scuola, ma volle insegnargli egli stesso 
a leggere e scrivere, per cui la loro educazione fu molto sommaria. 
 
Nel  1896,  Dolindo  e  il  fratello  Elio  vennero  messi  dai  genitori  nella 
Scuola Apostolica dei Preti della Missione. Nel 1899, Dolindo venne 

ammesso  al  noviziato.  Il  1°  giugno  1901,  fece  i  voti  religiosi  e  il  24  giugno  1905  venne 
ordinato  sacerdote.  Successivamente  venne  nominato  maestro  di  canto  gregoriano  e 
professore dei chierici della Scuola Apostolica. 
 
La vita da sacerdote Vincenziano fu intessuta da tanti episodi dolorosi. Dal 3 settembre 
1907,  fu  vittima  di  una  serie  di  errori  e  incomprensioni  che  lo  portarono  al  giudizio 
dell‟allora  Sant‟Uffizio.  Venne  sospeso  dai  sacramenti  e  fu  sottoposto  anche  a  perizia 
psichiatrica,  dove  risultò  sano  di  mente.  Ridatigli  i  sacramenti,  fu  inviato  di  nuovo  a 
Napoli  dove  fu  espulso  dalla  sua  Comunità.  Seguirono  anni  pieni  di  tormenti  di  ogni 
genere. Dovette accettare di essere esorcizzato e, considerato pazzo, fu oggetto di dolorosi 
attacchi da parte della stampa. 
 
Nella  sua  solitudine  cominciò  ad  avere  delle  comunicazioni  soprannaturali,  per  cui 
scriveva quanto gli veniva rivelato, specie da santa Gemma Galgani. Il 22 dicembre 1909 
Gesù  gli  parlò  solennemente  dall‟Eucarestia.  Durante  la  celebrazione  eucaristica 
percepiva la presenza della Madonna, dei Santi e degli Angeli custodi degli astanti. 
 
Si  trasferì  a  Rossano  in  Calabria  e  da  lì  partì  la  richiesta  di  revisione,  grazie  anche 
all‟aiuto di prelati amici, alcuni dei quali anche testimoni dei suoi doni soprannaturali. 
Nel 1910 venne finalmente riabilitato, dopo due anni e mezzo di sospensione, ma le sue 
tribolazioni  non  erano  finite.  Nel  dicembre  1911,  Don  Dolindo  venne  nuovamente 
convocato  dal  Sant‟Uffizio  a  Roma  e  nel  1921  subirà  anche  un  processo,  dove  verrà 
condannato ed esiliato. Venne definitivamente riabilitato nel 1937. 
 
Pur  fra  continui  dolori  ed  incomprensioni,  la  sua  vita  di  sacerdote,  ormai  diocesano, 
proseguì  a  Napoli.  Fu  l‟ideatore  dell‟  “Opera  di  Dio”,  il  cui  scopo  era  principalmente 
quello  di  promuovere  una  rinnovata  vita  eucaristica.  Intorno  a  lui  si  radunavano  tanti 
giovani, tutti di cultura elevata, che in seguito formarono l‟Opera “Apostolato Stampa”. 
 
L‟Opera, attraverso la stampa degli scritti di Don Dolindo, riuscì a far conoscere ovunque 
il suo insegnamento. 
 
Don Dolindo non amava le delicatezze del cibo e del vestiario, sopportava il freddo e la 
fame  e  fu  visto  camminare  nella  neve  senza  calzini  ai  piedi.  Riceveva  tutti,  per  tutti 
pregava, per tutti soffriva. Si avvicinava ai malati più infetti e li carezzava, li baciava e là 
dove il ribrezzo avrebbe in altri estinto la compassione in lui suscitava la pietà. 
 

 

Dolindo Ruotolo 

 

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Padre Ruotolo fu uno scrittore estremamente prolifico, i suoi scritti più importanti vanno 
dal  monumentale  “Commento  alla  Sacra  Scrittura”,  in  33  volumi,  alle  tante  opere  di 
teologia,  ascetica  e  mistica.  Di  lui  ci  sono  rimasti  interi  volumi  di  epistolario,  scritti 
autobiografici  e  di  dottrina  cristiana.  Raccontò  la  sua  vita  in  una  poderosa 
“Autobiografia”  oggi  stampata  in  due  volumi,  con  il  titolo  “Fui  chiamato  Dolindo,  che 
significa dolore”. 
 
Nel  1960  iniziava  un  altro  calvario  per  padre  Dolindo,  un  ictus  gli  immobilizzò  il  lato 
sinistro, ma non riuscì a fermarlo. Dal suo tavolino continuava a scrivere alle sue “Figlie 
spirituali”‟ sparse un po‟ dovunque. 
 
Don  Dolindo  Ruotolo  si  spense  il  19  novembre  1970  all‟età  di  88  anni  a  causa  di  una 
broncopolmonite. Poco prima della sua morte, nel generale raccoglimento attorno al suo 
letto di morte, si era diffuso nell'aria un profumo di gigli, sentito dai presenti e accolto 
come stigma ultimo della sua santità. 
 

Servo di Dio Dolindo Ruotolo Sacerdote, teologo 

 

 

Napoli, 6 ottobre 1882 – 19 novembre 1970 

 
“Fui chiamato Dolindo, che significa dolore…” sono sue parole per spiegare il significato 
di  questo  strano  nome,  elaborato  ed  impostagli  dal  padre  al  battesimo.  Fu  tutto  un 
programma  di  vita,  che  inconsapevolmente  il  genitore  predestinò  al  quinto  dei  suoi  11 
figli. 
 
Dolindo nacque a Napoli il 6 ottobre 1882 da Raffaele Ruotolo, ingegnere e matematico e 
da Silvia Valle discendente della nobiltà napoletana e spagnola; il dolore effettivamente si 
presentò nella sua vita prestissimo, a 11 mesi subì una operazione chirurgica sul dorso 
delle mani, per un osso cariato, poi un altro intervento per un tumore sotto la guancia 
che interessò anche le ghiandole.  
 
La numerosa famiglia, le scarse entrate, la quasi avarizia del padre, facevano si che nella 
sua  casa  si  soffrisse  la  fame,  con  mancanza  di  vestiario  e  scarpe.  La  sua  vita  l‟ha 
raccontata in una poderosa „Autobiografia‟ oggi stampata in due volumi, con il titolo “Fui 
chiamato  Dolindo,  che  significa  dolore”;  egli  racconta  che  in  casa  vigeva  la  eccessiva 
rigidità  del  padre,  che  fra  l‟altro  non  li  mandava  a  scuola,  dando  loro  personalmente 
sommarie lezioni di leggere e scrivere. 
 
Nel  1896,  i  coniugi Ruotolo  troppo  diversi  nel  carattere,  si  separarono  e  Dolindo  con  il 
fratello Elio, venne messo nella Scuola Apostolica dei Preti della Missione in via Vergini. 
Dopo  tre  anni,  a  fine  1899,  venne  ammesso  al  noviziato  e  nel  maggio  1901  passò  allo 
Studentato dei Preti della Missione che durò quattro anni fino al 1905. 
 
Nel 1903 fece domanda di andare in Cina come missionario; il Visitatore dell‟Ordine gli 
rispose: “Dio le dà questo desiderio per  prepararla alle sofferenze e all‟Apostolato. Sarà 
martire, ma di cuore, non di sangue. Rimanga qui e non ne parli più". 
 
Il  1°  giugno  1901,  fece  i  voti  religiosi  e  il  24  giugno  1905  venne  ordinato  sacerdote, 
celebrò  la  Prima  Messa  il  giorno  seguente,  assistito  dal  fratello  Elio  già  sacerdote;  fu 
nominato maestro di canto gregoriano e professore dei chierici della Scuola Apostolica. 
 
La  vita  da  sacerdote  „Vincenziano‟,  fu  intessuta  da  tanti  episodi  dolorosi,  che 
mortificarono  padre  Dolindo,  dandogli  però  quella  forza  di  sopportare  tutto  senza 

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ribellarsi,  prendendo  tutto  ciò  come  manifestazione  della  particolare  attenzione  di  Dio 
nei suoi confronti e che lo forgiava a ciò che era destinato in seguito. 
 
Fu a Taranto insieme ad un altro sacerdote, che purtroppo usò con lui atteggiamenti di 
scarsa carità e considerazione, riprendendolo spesso davanti agli alunni di quel collegio, 
che già aveva tanti problemi di disciplina. Tutto ciò portò nel 1907 al suo trasferimento 
da  Taranto  a  Molfetta  come  insegnante  nel  seminario  e  maestro  di  canto  gregoriano, 
trascorse  in  questo  luogo  sei  mesi,  risollevandosi  nello  spirito,  ma  rammaricandosi  di 
non  avere  più  ogni  giorno,  quelle  mortificazioni  divenute  necessarie  per  la  sua  anima, 
tutta protesa verso il Cristo sofferente. 
 
Ma dal 3 settembre 1907, le forze dell‟incomprensione e del dolore si scagliarono contro 
padre Dolindo Ruotolo; fu chiamato da p. Volpe che era stato trasferito a Catania, a dare 
un  giudizio  su  una  giovane  donna  di  nome  Serafina,  sembrava  che  avesse  doti  di 
veggente e che aveva avuto già un parere positivo dallo stesso padre Volpe. 
 
Giunta la donna a Giovinazzo vicino Molfetta, padre Dolindo ebbe modo di confessarla e 
controllarla personalmente per otto giorni, sentendola parlare anche in estasi; il parere 
fu  positivo  da  parte  sua,  anche  se  la  supposta  veggente  asseriva  di  assistere  alla 
„manifestazione dello Spirito Santo in forma di bambino‟.  
 
La sua relazione fu travisata dal Visitatore (Superiore Generale) di Napoli, per cui ciò che 
era  l‟affermazione  di  una  „visione‟  fu  distorta  e  divenne  una  „incarnazione  dello  Spirito 
Santo‟, per padre Ruotolo fu la fine, ogni chiarimento e delucidazione sulla relazione fu 
inutile, il Visitatore rimase convinto che lui sostenesse questa eresia. 
 
Il 29 ottobre 1907 fu richiamato a Napoli, intimato di non interessarsi più di questi fatti 
straordinari,  della  supposta  veggente  di  Catania  e  lo  sospese  dalla  celebrazione  della 
Messa. Anche il padre Volpe era stato richiamato da Catania e sospeso; tutti nella Casa 
dei Vergini lo sfuggivano come uno scomunicato, il 4 dicembre 1907, partì per Roma per 
sottoporsi  al  giudizio  dell‟allora  Sant‟Uffizio,  stette  in  esame  circa  quattro  mesi,  ma  lui 
non tornò indietro su quanto aveva relazionato, perché visto e sentito con i suoi occhi e 
quindi non tolse la sua solidarietà al suo superiore padre Volpe. 
 
Sospeso dai sacramenti, fu sottoposto anche a perizia psichiatrica, dove risultò sano di 
mente.  Ridatigli  i  sacramenti,  fu  inviato  di  nuovo  a  Napoli  con  l‟espulsione  dalla 
Comunità e il 15 maggio 1908 con la morte nel cuore, ritornò nella sua casa. Seguono 
anni di tormenti di ogni genere, dovette accettare di essere esorcizzato, considerato come 
un pazzo, i fatti furono riportati negativamente sulla stampa e travisati, per cui sia lui 
che p. Volpe si trovarono completamente emarginati. 
 
Nella  sua  solitudine  cominciò  ad  avere  delle  comunicazioni  soprannaturali,  per  cui 
scriveva quanto gli veniva rivelato, specie da santa Gemma Galgani; il 22 dicembre 1909 
Gesù gli parlò solennemente dall‟eucarestia. Si spostò a Rossano in Calabria e da lì parte 
la  richiesta  di  revisione,  con  l‟aiuto  di  prelati  amici  e  certi  della  sua  dottrina  e  alcuni 
anche testimoni dei suoi doni soprannaturali; l‟8 agosto del 1910 viene riabilitato dopo 
due anni e mezzo di sospensione. 
 
Ma  una  seconda  volta  nel  dicembre  1911,  padre  Dolindo  viene  convocato  a  Roma, 
alloggiando in una specie di carcere sacerdotale del Sant‟Uffizio e rimandato a Napoli nel 
1912.  A  questo  punto,  a  causa  dello  spazio,  non  si  può  proseguire  nel  descrivere  nei 
particolari  la  sua  vita;  egli  subirà  anche  un  processo  nel  1921,  verrà  condannato, 
esiliato di nuovo, il suo dolore è immenso, vengono messe in giudizio anche le locuzioni 

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con  Gesù  che  egli  riceveva,  la  critica  alle  sue  opere  letterarie  e  teologiche  erano  aspre. 
Venne  definitivamente  riabilitato  il  17  luglio  1937;  pur  ricevendo  ancora  dolori  ed 
incomprensioni, la sua vita di sacerdote ormai diocesano, prosegue a Napoli nella chiesa 
di  S.  Giuseppe  dei  Nudi,  di  cui  il  fratello  don  Elio  sarà  parroco.  Egli  è  l‟ideatore 
dell‟'Opera di Dio', il cui senso è una rinnovata vita eucaristica, cioè il contatto personale 
e consapevole dell‟uomo con Gesù vivo e vero, la disponibilità a lasciarsi trasformare in 
Lui, come rimedio ai tanti mali che affliggono l‟individuo e che si riflettono su scala più 
ampia sul mondo intero. 
 
Intorno  a  lui  si  radunarono  tante  giovani  donne  e  uomini,  tutti  di  cultura  elevata  o 
laureati,  che  formarono  l‟Opera  “Apostolato  Stampa”  che  diffusero  in  ogni  luogo 
l‟insegnamento di padre Dolindo, attraverso soprattutto la stampa dei suoi scritti e delle 
tante riedizioni. 
 
Certo  che  di  scritti  di  padre  Ruotolo  ce  ne  sono  parecchi,  vanno  dal  monumentale 
“Commento  alla  Sacra  Scrittura”  in  33  grossi  volumi,  alle  tante  opere  di  teologia, 
ascetica  e  mistica;  interi  volumi  di  epistolario,  scritti  autobiografici  e  di  dottrina 
cristiana. 
 
Nel  1960  inizia  un  altro  calvario  per  padre  Dolindo,  un  ictus  lo  immobilizza  il  lato 
sinistro, ma non lo ferma, dal suo tavolino continua a scrivere alle sue „Figlie spirituali‟ 
sparse un po‟ dovunque, finché dopo dieci anni di queste sofferenze fisiche, si spense il 
19 novembre 1970. 
 
Vera luce della spiritualità napoletana e della Chiesa cattolica; riposa nella chiesa di S. 
Giuseppe dei Nudi, dove è anche la tomba di suo fratello Elio. 
 
Le  „Figlie  spirituali‟  di  don  Dolindo,  tengono  vivo  il  suo  ricordo  ed  i  suoi  insegnamenti 
nella “Piccola Casa della Scrittura”. 
 
Antonio Borrelli 
 

Dolindo Ruotolo 

 

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. 

 
Dolindo  Ruotolo  (Napoli,  6  ottobre  1882  –  Napoli,  19  novembre  1970)  è  stato  un 
presbitero  italiano,  terziario  francescano,  venerato  come  servo  di  Dio  dalla  Chiesa 
cattolica. 
 
Quinto degli undici figli di Raffaele, ingegnere e matematico, e Silvia Valle, discendente 
della nobiltà napoletana e spagnola, ebbe un'infanzia difficile per problemi di salute e le 
ristrettezze economiche della famiglia. Nel 1896, con la separazione dei genitori, Dolindo 
(il cui nome si richiama al "dolore") fu avviato con il fratello Elio alla Scuola Apostolica 
dei Preti della Missione e tre anni dopo fu ammesso al noviziato. Prese i voti religiosi il 1º 
giugno  1901  e  due  anni  dopo  chiese  senza  successo  di  essere  inviato  in  Cina  come 
missionario. 
 
Dopo l'ordinazione presbiterale del 24 giugno 1905, fu nominato professore dei chierici 
della Scuola Apostolica e maestro di canto gregoriano. Per un breve periodo si trasferì a 
Taranto e poi al seminario di Molfetta dove insegnò e lavorò per la riforma del seminario 
stesso. 
 

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Il 29 ottobre 1907 fu richiamato a Napoli, intimato di non interessarsi più della faccenda 
e  fu  sospeso  a  divinis.  Accusato  d'essere  un  «eretico  formale  e  dogmatizzante»,  andò  a 
Roma per sottoporsi al giudizio del Sant'Uffizio: dopo quattro mesi di inchiesta, nei quali 
Ruotolo non ritrattò, fu sospeso a divinis e costretto a sottoporsi a perizia psichiatrica, 
dalla quale risultò sano di mente. Il 13 aprile 1908 fu convocato a Napoli dai superiori 
della congregazione, che lo espulsero e lo sottoposero a un esorcismo. 
 
Si  trasferì  a  Rossano,  in  Calabria;  l'8  agosto  1910  la  richiesta  di  revisione  della 
sospensione  ebbe  esito  positivo  e  fu  riabilitato,  dopo  due  anni  e  mezzo  di  sospensione. 
Per  la  seconda  volta,  nel  dicembre  1911,  venne  convocato  a  Roma  e  poi  rimandato  a 
Napoli nel 1912. Subì un processo nel 1921, fu condannato e nuovamente allontanato. 
Venne definitivamente riabilitato il 17 luglio 1937. 
 
La sua vita di sacerdote ormai diocesano proseguì a Napoli, nella chiesa di San Giuseppe 
dei  Nudi,  di  cui  il  fratello  Elio  fu  parroco.  Qui  Ruotolo  fu  l'ideatore  dell'Opera  di  Dio  e 
dell'Opera Apostolato Stampa. 
 
Ruotolo  lasciò  il  Commento  alla  Sacra  Scrittura  in  33  volumi,  molte  opere  di  teologia, 
ascetismo  e  mistica,  interi  volumi  di  epistolari,  scritti  autobiografici  e  di  dottrina 
cristiana. Il Commento alla Scrittura adottava un metodo esegetico tradizionale cercando 
di ricomporre nell'esegesi la frattura tra scienza e fede, combattuto allora dal Pontificio 
Istituto  Biblico  e  dalla  Pontificia  Commissione  Biblica,  guidati  rispettivamente  da 
Augustin  Bea  e  da  Eugène  Tisserant.  La  sua  opera  fu  condannata  dal  Sant'Uffizio  per 
l'intervento  di  padre  Alberto  Vaccari,  nonostante  la  difesa  di  Giovanni  Maria  Sanna, 
vescovo di Gravina e Irsina, e di Giuseppe Maria Palatucci, vescovo di Campagna. 
 
Nel 1960 un ictus gli immobilizzò il lato sinistro del corpo. Morì il 19 novembre 1970. Il 
suo corpo è tumulato nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi a Napoli. 
 
Ebbe  ancora  in  vita  fama  di  santità.  Di  lui  disse  San  Pio  da  Pietrelcina,  ai  fedeli 

napoletani  in  pellegrinaggio  da  lui:  «Perché  venite  qui,  se  avete  Don  Dolindo  a 
Napoli? Andate da lui, egli è un santo
». 
 
Il suo biografo Luca Sorrentino ne traccia questo ritratto: 
 
«Un  amanuense  dello  Spirito  Santo,  una  Sapienza  infusa  dall'alto,  un  taumaturgo  di  non 
minor  presenza  di  Padre  Pio  da  Pietrelcina,  uno  stigmatizzato  di  Cristo  già  nel  nome,  un 

figlio prediletto della Vergine iniziato alla sapienza delle Scritture, un servo fedele che volle 
essere il nulla del nulla in Dio e il tutto di Dio negli uomini
.» (Luca Sorrentino) 

 
Considerato da molti un maestro della spiritualità napoletana e della Chiesa cattolica[4], 
riposa nella chiesa di San Giuseppe dei Nudi, dove si trova anche la tomba di suo fratello 
Elio. 
 
Attualmente è in corso il processo di canonizzazione. 
 
Opere: 
 
Gesù, pensaci tu 

Chi morrà vedrà (sul Purgatorio e sul Paradiso) 

Commento alla Sacra Scrittura (in 33 volumi) 
Così ho visto l'Immacolata 

Dalla sorgente rivoli di luce 

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Don Dolindo e il Sant'Uffizio (lettere da Roma) 

Epistolari (lettere in 3 quaderni) 
Fui chiamato Dolindo, che significa dolore. Pagine di autobiografia, Sessa Aurunca-Napoli-

Riano, 1972 
Fuoco che non riposa 

I fioretti di Don Dolindo (raccolta di pensieri, aneddoti, parabole) 

Il piccone che scava brillanti 
La dottrina cattolica (catechismo) 

Maria... chi mai sei tu? 

Nei raggi della grandezza e della vita sacerdotale 
Opuscoli (raccolta di preghiere, sermoni, pensieri) 

Slanci di amore a Gesù e a Maria 
Una profonda riforma del cuore alla scuola di Maria 

Vieni, o Spirito Santo! 

 
 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

Selezione di brani tratti da  

"La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" 

di 

Don Dolindo Ruotolo

 

 

Pubblicato nel 1974 con Imprimatur  

di Mons. Vittorio. M. Costantini,  

Vescovo di Sessa Aurunca 

 

 

L'azione più grande Dio la compie sulle anime umili 

 

Maria SS., gloriosa città di Dio 

 

Filadelfia e Laodicea, prefigurazioni della Chiesa degli ultimi tempi (Apocalisse cap. 

3). 

 

L'imperialismo nel disegno di Dio (Apocalisse cap. 6) 

 

Le catastrofi: disegno di amorosa carità (Apocalisse cap. 7) 

 

Nelle tribolazioni l’uomo può smarrirsi... (Apocalisse cap. 8) 

 

L'ordine degli avvenimenti annunziati nell'Apocalisse (Apocalisse cap. 11) 

 

La misura del Santuario realizzerà il Regno di Dio nelle anime (Apocalisse cap. 11) 

 

I due ulivi (Apocalisse cap. 11) 

 

Il ruolo di Maria, Donna vestita di Sole, negli Ultimi Tempi (Apocalisse cap. 12) 

 

L'immagine e il marchio della Bestia (Apocalisse cap. 13) 

 

Le due bestie che sorgono dal mare e dalla terra (Apocalisse cap. 14) 

 

Il Signore ci chiama a penitenza (Apocalisse cap. 16) 

 

Il Regno dei "mille anni" (Apocalisse cap. 20) 

 

Il Giudizio di Dio che pesa sui corruttori della Scrittura (Apocalisse cap. 22) 

 

 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

L’azione più grande Dio la compie 

sulle anime umili 

  
Per la nostra vita spirituale. 
 
Voler tutto capire, voler tutto scrutare: quale tragica presunzione! 
 
Dio  vuole  da  noi  un  pieno  abbandono  in  Lui,  e  una  piena  fiducia  nelle  sue  arcane 
disposizioni. Non possiamo discutere, dobbiamo star quieti e attendere. La presunzione 
di voler tutto capire e di voler tutto scrutare è quello che molte volte uccide la nostra fede 
e  ci  priva  di  innumerevoli  grazie.  Lo  spirito  critico,  che  presume  ragionare  là  dove  può 
solo  adorare  è  il  meno  adatto  a  capire  la  profondità  di  certi  misteri.  Nel  presumere  di 
scrutarli ci si confonde e si rimane avvolti da più fitte tenebre. 
 
Dio lavora mirabilmente dal nulla e sul nulla, e la sua azione è più grande sulle anime 
che  per  l‟umiltà  si  avvicinano  quasi  ai  confini  del  nulla  e  vivono  nel  nulla  della  loro 
piccolezza. È questo un principio di vita soprannaturale così importante e fondamentale, 
che bisogna scolpirselo nell‟anima. È un principio cosi vitale per la nostra illuminazione 
e  santificazione,  che  Gesù  Cristo  ne  fece  un  particolare  ed  esplicito  ringraziamento  al 
Padre: Ti ringrazio che hai nascosto queste cose ai grandi e le hai rivelate ai piccoli (Luca 
Cap. X, 21; Matteo XI, 25). Perché questa predilezione per ciò che è piccolo e nulla? Non 
per  dominio,  non  per  superiorità,  non  per  il  giusto  distacco  tra  la  sua  grandezza  e  la 
nostra, perché Egli è infinito, ed ogni grandezza è nullità innanzi a Lui, ma per infinita 
signorilità e bontà. 
 
Dio  tratta  le  sue  creature  con  immensa  riverenza,  come  dice  Egli  stesso  dando  loro 
l‟essere  e  armonizzandole  nel  creato,  rispetta  quello  che  loro  ha  dato,  fino  alla  più 
signorile delicatezza [Se Egli fa tutto con perfettissima sapienza, è logico che rispetti ciò 
che ha fatto, avendolo già disposto con sapienza nell‟ordine delle cose. Per questo ogni 
nostro disordine esige la riparazione e l‟espiazione, ossia il ritorno all‟ordine stabilito dal 
Signore]. Nelle infinite possibilità di operare che Egli ha, e nell‟assoluta padronanza che 
Egli  può  avere  come  Creatore,  egli  rispetta  e  mantiene  anche  l‟entità  di  una  piccola 
ameba,  di  un  granello  di  sabbia  o  di  un  atomo.  Potrebbe  agire  a  suo  modo,  e  sembra 
quasi  dipendere  da  quella  creatura,  tanto  là  rispetta.  Nella  sua  divina,  ineffabile 
signorilità la riguarda quasi come se fosse un essere da sé. È ardito il dirlo, ma è cosi, 
poiché Egli stesso esclamò: Io l‟ho detto: Voi siete déi, et dixi: dii estis (Giov. X, 34-35). 
 
Meno la creatura presenta a Lui la propria entità, e più Egli le si effonde con generosa 
bontà;  più  la  creatura  si  attacca  alla  propria  entità,  e  meno  Egli  opera  in  lei,  per  non 
ledere menomamente quel diritto di vita che le ha dato. Sta in questo il concetto ultimo e 
profondo dell‟umiltà e dell‟orgoglio, dell‟elevazione e dell‟abbassamento delle anime. 
 
Oh,  se  capissimo,  faremmo  solo  lo  studio  di  impiccolirci  e  di  annientarci,  e 
impiegheremmo la vita a spogliarci di noi e a raccogliere dalla nostra entità di creature 
tutto quello che può farci più piccoli! Vivremmo in pieno la parola di Gesù: Rinneghi se 
stesso  (Marco  VIII,  34).  Noi  invece  facciamo  uno  studio  per  ingrandirci,  e  ci  poniamo 
innanzi a Dio con tale presunzione, da gonfiare il più che è possibile la nostra entità, fino 
a metterci alla pari con Lui, anzi sopra di Lui. Oltrepassiamo satana e gli Angeli ribelli, 

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che per voler essere pari a Lui decaddero e precipitarono negli abissi, sotto il peso della 
loro entità, nella quale concentrarono tutta la loro ammirazione e il loro torbido amore. 
 
Noi  crediamo  che  l‟infinita  calma  divina  si  sia  adirata  ed  abbia  esploso  contro  di  loro 
come contro rivali; neppure per ombra! Dio rispettò interamente la loro entità, e poiché 
essa si divideva dal suo amore, la lasciò a se stessa per signorilità. Lasciati a se stessi 
perché  lo  vollero,  irresistibilmente  lo  vollero,  furono  come  astri  spenti,  come  bolidi 
lanciati  nell‟abissale  vuoto  del  creato,  che  non  era  la  loro  sazietà  e  la  loro  meta,  e  si 
accesero  di  fiamme  consumatrici,  avvolti  dall‟infelicità  della  loro  vita  senza  respiro  di 
amore,  perché  concentrati  in  un  oggetto  sommamente  odioso:  in  se  stessi,  vuoti  di 
grazia, pieni di odio, colmi di ira, gonfi di orgoglio, anelanti alla distruzione, al disordine, 
all‟eccidio  [Per  questo  il  demonio  è  chiamato  omicida  fin  dal  principio.  C‟è  in  lui  e  nei 
suoi satelliti una furia devastatrice, perché egli odia la creazione; glorificazione di Dio, e 
questa  furia  egli  la  comunica  a  quegli  che  invasa,  come  si  vede  negl‟indemoniati,  nei 
pazzi,  nei  rivoluzionari  ecc.],  perché  disperati  nel  loro  furore!  Dio  lasciò  ad  essi  la  loro 
entità  naturale,  posto  che  avevano  rigettata.  la  grazia;  lasciò  quello  che  avevano  come 
spiriti, e che, benché entità decaduta, era formidabile [Questo ci faccia capire che cosa 
immensa è un Angelo glorioso]. 
 
Si direbbe che Dio abbia creato quasi timidamente quelli che dovevano occupare i seggi 
di  gloria  da  essi  abbandonati,  perché  pose  l‟uomo  là  dove  satana  aveva  la  sua  sfera  di 
azione  e  il  suo  tenebroso  regno,  quasi  avesse  voluto  da  lui  un  certo  consenso  a  quella 
sostituzione  che  pur  ripugnava  al  suo  creante  amore.  Egli  voleva  almeno  che  l‟uomo 
avesse  conteso  a  satana  il  regno,  e  meritandoselo  l‟avesse  lasciato  meno  agitato.  Sono 
misteri  ineffabili  dell‟Eterno  Amore,  dei  quali,  c‟è  dato,  per  grazia  di  Dio,  di  sollevare 
appena  il  velo  timidamente.  Essi  saranno  il  nostro  eterno  stupore,  e  ci  colmeranno  di 
riconoscente  e  sconfinato  amore  per  Colui  che  è  buono  e  la  cui  misericordia  è  eterna 
(Salmo 135, 1). 
 
Noi  vediamo  con  quanto  delicato  riserbo  Egli  ha  redento  l‟uomo,  che  nella  pur  facile 
giostra  con  satana  era  rimasto  soccombente.  Non  volle  ricolmare  di  grazia  un  uomo 
perché  avesse  conteso  a  satana  la  preda,  intervenendo  egli  stesso,  e  mandò  il  suo 
Figliuolo,  rivestendolo  di  umana  carne.  E  il  Figliuolo  suo  contese  con  satana  come 
Sansone  coi  Filistei,  facendosi  vincere,  quasi  volesse  lasciargli  la  soddisfazione,  per  un 
momento, di averlo vinto, pur di non schiacciare quell‟entità tenebrosa. 
  
In un agone stupendo di umiltà, il Verbo Incarnato ridusse alle corde Il superbo che 
aveva detto: sarò simile a Dio! 
 
Egli contese con lui riportando l‟uomo sui confini del nulla, fin là dove la grazia avrebbe 
potuto restaurarlo, e si umiliò, fatto obbediente sino alla morte ed alla morte di Croce. 
Ecclissò la sua divina grandezza e preferì farla rifulgere in Maria SS., quasi sole invisibile 
nella notte, che rifulge per la luna sulle umide e oscure valli. 
 
A  Maria  assegnò  il  mandato  di  schiacciare  il  capo  a  satana,  Egli  prese  per  Sé  un 
mandato più umile, e preferì quasi farsi schiacciare e soccombere. 
 
Solo in questo agone stupendo di umiltà Egli ridusse alle corde il tracotante che aveva 
dètto: Sarò simile all‟Altissimo! Scelse tutte le vie delle supreme umiliazioni, dopo delle 
quali non c‟era che il nulla; si esinanì in quelle umiliazioni, per ripresentare a Dio in se 
stesso l‟uomo in una forma più vile della creta, affinché di nuovo gli avesse spirato sul 
volto  lo  spiracolo  della  vita.  Ed  egli  glielo  spirò  e  glielo  spira  mandandogli  lo  Spirito 

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Santo:  Emitte  Spiritum  tuum  et  creabuntur.  È  un  mistero  ineffabile,...  l‟anima  ci  si 
perde adorando ed amando, e capisce un poco la preziosità dell‟umiltà. 
 
La  medesima  Regina  del  Cielo  fu  grande  per  l‟interiore  suo  annientamento;  Dio  ne 
misurò fin dai secoli eterni la profondità, unì quell‟umiltà agli annientamenti del Verbo 
che in Lei doveva incarnarsi, e vide che quell‟entità luminosa non gli opponeva nulla in 
quella  profonda  umiliazione...  Si  trovò  quasi  sull‟abisso  del  nulla,  sul  quale  soltanto 
l‟infinita  sua  signorilità  si  sente  padrona  di  effondersi  come  vuole  perché  non  urta 
neppure  con  un  atomo;  rifuse  in  Lei  un  torrente  di  grazie,  e  nel  concepirla  la  fece 
immacolata. 
 
Non era ancora, e Dio la possedette, perché in quell‟essere Egli sapeva che sarebbe stata 
l‟umiltà,  e  sull‟umiltà  umiliata  per  gli  annientamenti  del  Verbo  umiliato  fino  all‟umana 
carne e fino all‟immolazione, Egli, Dio, poteva da padrone cesellare il suo capolavoro. 
 
Oh,  i  misteri  soavissimi  dell‟umiltà!  Oh  quanto  godremmo  di  annientarci  ed  essere 
annientati se lo potessimo capire! Lo disse la Vergine stessa, riconoscendo la profondità 
di questo mistero: Egli guardò l‟umiltà, la piccolezza dalla sua serva, ed ecco perché da 
ora mi chiameranno beata tutte le genti (Luc. I, 48). 
 
Noi  intendiamo  perché  Dio  iniziò  la  creazione  creando  l‟atomo,  e  perché  la  sua 
onnipotenza  pose  a  base  di  tante  creature  la  più  piccola  delle  entità;  Egli  dotò  quel 
piccolo essere di formidabili forze e gli assegnò d‟allora miliardi di secoli perché si fosse 
sviluppato e composto. Quel piccolissimo essere gli lasciava più libertà d‟effondere la sua 
potenza, la sua sapienza e il suo, amore, ed Egli metteva in quel primo simbolo l‟ombra 
della grande legge dell‟umiltà. 
 
Se  non  ci  possiamo  ridurre  al  nulla  perché,  più  non  saremmo,  dobbiamo  ridurci 
all‟atomo  perché  la  grazia  ci  possegga  in  pieno,  invisibili  come  l‟atomo  per  il 
nascondimento  completo,  piccolissimi  come  l‟atomo  nella  nostra  estimazione,  polo 
negativo del nostro povero elettrone nel disprezzo di noi, polo positivo nell‟estimazione di 
Dio  solo  sopra  tutte  le  cose,  parte  armonica,  umile  parte  armonica  nella  compagine 
umana, per la carità, rifuggenti dalle lodi come rifugge il piccolo polo positivo dall‟energia 
positiva  che  le  si  vorrebbe  aggiungere,  e  se  ne  allontana  quasi  inorridito,  come  si 
allontana dalla verga elettrizzata l‟umile pallina di sambuco. 
  
Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 167-171 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 
 

** 

 

L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

Maria SS., gloriosa città di Dio 

  
La nuova Gerusalemme 
 
Di  questa  ammirabile  città  dobbiamo  far  parte  anche  noi,  con  l‟aiuto  della  divina 
misericordia, e perciò dobbiamo scolpirci nel cuore queste arcane parole: Non entrerà in 
essa  nulla  d’immondo,  o  chi  commette  abominazione  o  menzogna. 
Come  potremo 

barattare  tanta  felicità  e  tanta  gloria  per  un  vile  piacere  dei  sensi?  Come  potremo 
idolatrare questa putrida carne e vivere nella menzogna del mondo noi che cerchiamo la 
celeste città di Dio? 

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10 

 
Separiamoci recisamente dallo spirito del mondo, camminiamo nella santa umiltà della 
Croce,  seguiamo  Gesù  Cristo  al  Calvario  per  essere  un  giorno  glorificati  con  Lui 
eternamente.  Non  facciamo  noi  tanto  lavoro  per  procurarci  una  bella  casetta,  per 
adornarla,  per  farcene  un  nido  di  felicità?  Eppure  è  una  casa  che  passa  ed  anche 
quando è magnifica non è che la cella d‟una prigione o l‟angusto posto d‟una stazione di 
partenza. Stolti che siamo se c‟infanghiamo in questa vita, vivendo di abominazioni e di 
peccati!  Passerà  la  figura  di  questa  povera  terra,  sarà  tutto  bruciato  dal  fuoco,  e  non 
rimarrà  nulla  di  quello  che  avremo  edificato  a  scapito  dell‟anima  nostra;  rimarrà  solo 
come titolo di condanna e motivo di eterna infelicità quello che avrà occupato e consunto 
tutta la nostra vita. 
 
Viviamo santamente, anche a costo di dover contrastare continuamente questa corrotta 
natura che ci appesantisce e ci tira all‟abisso. Anche noi, nel nostro piccolo, dobbiamo 
essere  città  di  Dio,  abitazione  della  sua  gloria,  monumento  splendente  della  sua 
misericordia. Dobbiamo avere la chiarezza di Dio per la grazia, e la sua luce per la fede, 

la speranza e la carità. Dobbiamo essere separati dal mondo come da un grande muro, 
vivendo solo nella Chiesa sul saldo fondamento degli Apostoli. Tutto dev‟essere prezioso 
in noi, poiché la nostra vita deve essere soprannaturale in ogni suo atto, impiegata per la 
gloria  di  Dio,  immolata  per  Lui  e  per  la  carità.  Nulla  d‟immondo  può  entrare  in  noi,  e 
perciò custodiamo gelosamente la purità; non ci macchi l‟abominazione del mondo, non 
ci ottenebri la sua menzogna. 
 
Siamo redenti dal Sangue di Gesù Cristo e dobbiamo purificarci in quel Sangue Divino 
affinché  per  Lui  siamo  scritti  nel  libro  della  vita.  Viviamo  di  Lui  Sacramentato,  ed  Egli 
sarà lampada accesa in noi, che ci farà glorificare il Padre in ogni atto della nostra vita. 
Se  ci  scoraggia  la  nostra  debolezza  e  la  nostra  miseria,  guardiamo  Maria  SS.,  gloriosa 
città di Dio posta sui monti, elevata su tutti i Santi, splendente della chiarezza di Dio per 
la  pienezza  di  grazie,  tempio  vivo  dell‟Eterno  Amore  perché  sposa  dello  Spirito  Santo, 
illuminata dall‟Agnello Divino perché sua Madre, anticipatamente redenta dal Sangue di 
Lui e resa tutta bella nel candore immacolato. 
  
O  Maria,  tu  sei  la  Città  Santa  di  Dio:  la  Chiesa  militante  guarda  a  te  in  questi 
momenti di angoscia... 
 
Nello  stesso  modo  che  la  donna  vestita  di  sole  e  coronata  di  dodici  stelle,  la  Chiesa 
militante, è tutta incentrata in Maria SS. (cap. XII), cosi la città gloriosa di Dio, la Chiesa 
trionfante, raggiunge il suo massimo fulgore in Maria. Maria scende dal Cielo da Dio, per 
la sua elezione, primogenita e privilegiata tra tutte le creature, piena della chiarezza di 
Dio, rifulgente negli splendori dell‟eterna gloria come pietra preziosissima, limpida come 
cristallo per la sua ineffabile purezza. 
 
Separata da ogni influsso di male e custodita come da altissimo muro, Essa città santa 
della  divina  misericordia, che  ha  dodici  porte, tre  per  ogni  punto  cardinale,  perché 
accoglie tutte le genti, è rifugio di tutti i popoli della terra, ed è chiamata beata da tutte 
le generazioni. 
 
Se  gli  Apostoli  sono  il  fondamento  della  Chiesa,  Maria  ne  è  lo  splendore,  poiché  è 
innalzata al di sopra di essi nel fastigio della grazia, ed è tutta come purissimo oro nella 
ricchezza  delle  grazie  e  dei  privilegi  che  l‟arricchiscono. Le  genti  camminano  alla  sua 
luce, 
perché per Lei vengono agli uomini tutte le grazie, i Re della terra portano a Lei la 

gloria  e  l’onore, perché  Essa  è  Regina  dei  cieli,  e le  genti la  esalteranno  fino  alla 
consumazione dei secoli, chiamandola beata. Nel terreno pellegrinaggio Maria sia per noi 

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11 

la splendida città di Dio che c‟incoraggi ad amare la virtù, a sospirare all‟eterna gloria, a 
camminare per i sentieri che ad essa ci conducono. Innanzi alla sua purezza immacolata 
noi  intendiamo  che  nulla  d‟immondo  può  entrare  in  Cielo,  e  fuggiamo  le  abominazioni 
dei  sensi;  innanzi  al  suo  splendore,  che  è  candore  dell‟eterna  luce  e  dell‟eterna  verità, 
intendiamo che non possiamo vivere delle menzogne della vita presente; Essa, vincitrice 
di satana, può darci la vittoria sulle insidie del maligno, e può condurci all‟eterna vita. 
 
O Maria, o Maria, la Chiesa militante guarda a te in questi tempi di angoscia mortale, e 
da te aspetta il suo trionfo e il rinnovellamento di tutto in Gesù Cristo e per Gesù Cristo. 
La  tua  gloria  deve  rifulgere  di  nuovo  splendore  in  questo  mondo  desolato,  e  fra  queste 
macerie  ancora  fumanti  tu  devi  mostrarti  a  tutta  l‟umanità  come  mistica  Città  di 
Dio, visione di pace, luce di perfezione, splendore che ci attrae al Re pacifico. 
 
Nella  notte  del  pellegrinaggio  terreno  tu  sei  la  nostra  luce;  eletta  come  la  luna; 
splendente  immacolata  nei  raggi  dell‟Eterno  Sole,  tu  ti  levi  regina  sulla  nostra  povera 
valle di pianto. Traccia tu la via del Cielo ai poveri peccatori, rinnovella con la potenza 
della grazia di Dio questi poveri templi diroccati, fa risplendere novellamente su questa 
terra la luce del Signore. 
 
Tu  sei  donna  mirabile  vestita  di  sole  nel  tuo  concepimento  immacolato,  e  sei  città 
gloriosa di Dio nella tua assunzione alla gloria e nella tua materna regalità. 
 
Ti cinga il capo questa novella corona di gloria, e tutte le genti camminino nella tua luce 
ascendendo al trono dell‟Eterno Amore. 
 
Per te venga il regno di Dio nei nostri cuori, per te venga nel mondo o Regina, o Madre di 
misericordia, o vita, o dolcezza o speranza nostra. 
 
A  te  leviamo  la  voce,  noi  esuli  figli  di  Eva,  a  te  sospiriamo  gemendo  e  piangendo  in 
questa valle di lagrime. 
 
Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi, o nostra Avvocata, spandi su di noi i raggi delle 
grazie  delle  quali  sono  piene  le  tue  mani,  e  dopo  questo  esilio  mostraci  Gesù,  frutto 
benedetto del tuo seno, o clemente, o pia, o dolcissima Vergine Maria. 
  
Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 541-543 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 
 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

Filadelfia e Laodicea, prefigurazioni 

della Chiesa degli ultimi tempi 

  
Vi  proponiamo  un  brano  tratto  da  "La  Sacra  Scrittura  -  L'Apocalisse"  di  Don  Dolindo 

Ruotolo (pubblicato nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo 
di Sessa Aurunca), dove l'autore fa delle considerazioni molto interessanti sulle possibili 
analogie fra le chiese di Filadelfia e Laodicea, di cui si parla nell'Apocalisse, e la Chiesa 
degli  ultimi  tempi,  con  particolare  riferimento  alla  nostra  epoca  e  alla  futura  "Era  di 

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12 

Pace"  quando  -  per usare  le  parole  di  Don  Dolindo  -  Gesù  compirà  le  grandi  promesse 
del Suo Regno nel Suo trionfo e in quello della Chiesa. 

 

[...] Io  conosco  le  tue  opere, dice  Gesù  al  Vescovo  di  Filadelfia  [Ap  3,8],  e  difatti  le 
conosceva  e  le  valutava;  opere  buone  che  meritavano  solo  lode;  ma  Egli  guardava 
lontano  alle  opere  della  sua  Chiesa,  a  quel  risveglio  di  amore  di  poche  anime, che,  nel 
desiderio  del  suo  regno,  dovevano  aprire  il  varco  alle  divine  misericordie,  e 
soggiunge: Ecco,  t’ho  messo  davanti  una  porta  aperta  che  nessuno  può  chiudere,  perché 
hai poca forza, e tuttavia hai osservato la mia parola e non hai negato il mio nome.
 [...] 

Anche  al  Vescovo  di  Filadelfia  Egli aprì  una  porta, per  la  quale  egli  poteva  entrare, 
raccogliere  grazie  e  convertire  le  anime,  facendole  entrare  per  questa  porta  di 
misericordia nella Chiesa; anche a questo Vescovo dette aiuti straordinari, per sopperire 
alla sua poca forza, guardando la sua perfezione e la sua fede, ma l‟espressione di Gesù 
trascende immensamente la vita di una piccola diocesi, e riguarda la grande porta che 
avrebbe  aperto  alla  Chiesa  per  farvi  entrare  tutti  i  popoli,  e  per  potere  Egli  regnare  su 
tutte le genti; su tutti i popoli, anche sugli Ebrei, ridotti come sinagoga di satana per la 
loro  perversità  e  corruzione;  anche  sugli  Ebrei,  i  quali  verranno  ai  piedi  del  Papa 
dell‟amore,  e  saranno  conquisi  dall‟amore  che  Gesù  gli  ha  mostrato  arricchendolo  di 
singolari privilegi. 

Il  Vescovo  di  Filadelfia  avrebbe  avuto  la  gioia  di  vedere  molti  Ebrei  prostrarsi  ai  suoi 
piedi,  convertirsi  e  riconoscere  in  lui  il  prediletto  dell‟amore  di  Gesù;  questa  gioia 
l‟avrebbe avuta per aver serbato la parola della sua pazienza, cioè la parola dell‟Evangelo, 
e  in  generale  della  Sacra  Scrittura.  Per  questa  fedeltà  Gesù  gli  promette di  salvarlo 

nell’ora  della  tentazione  che  stava  per  sopravvenire  a  tutto  il  mondo,  per  provare  gli 
abitatori  della  terra. 
Ma  le  parole  rivolte  a  lui,  anche  nella  loro  espressione  letterale, 

trascendono la cerchia della diocesi di Filadelfia. 

È evidente che Gesù parla della conversione degli Ebrei, nel benedetto periodo nel quale 
Egli, da padrone e con effusione di straordinarie misericordie, chiamerà tutte le genti al 
suo Cuore e ai piedi del Pontefice dell‟Amore [il tempo 

dell‟Era di Pace

N.d.R.]. Egli parla 

chiaro della sorpresa che avranno tutti, e massime gli Ebrei, nel constatare l‟amore che 
gli  ha  portato,  soprattutto per  aver  serbato  la  parola  della  pazienza, cioè  del  Vangelo  e 

della Scrittura. 

Si tratta quindi di un Papa che contro le correnti malsane razionalistiche, scientificiste e 
protestanti  conserverà  la  purezza  delle  Sacre  Scritture,  chiamate parola  della 
pazienza. 
perché  tratta  dalle  oscure  tenebre  dove  il  mondo  moderno  l‟ha  gettata,  dalla 

pazienza dell‟indagine soprannaturale, e dalla sofferenza che tale indagine costerà a chi 
la farà. 

Nella  grande,  universale  tribolazione  conservi  il  popolo  di  Dio  la  pazienza  e  la 
fiducia in Dio 

Gesù soggiunge che per questa pazienza avuta nel ridonare alle anime la Parola di Dio e 
conservarla  nella  sua  purezza  in  mezzo  alle  aberrazioni  del  pensiero  umano, Egli  lo 

salverà nell’ora della tentazione che sta per sopravvenire a tutto il mondo, per provare gli 

abitatori della terra. Allude perciò ad una grande e universale tribolazione, e non ad una 
semplice  persecuzione,  come  suppongono  alcuni,  i  quali  credono  che  il  Sacro  Testo 
annunzi la persecuzione di Traiano. La tribolazione che desolerà il mondo e gli abitanti 
della terra, è una guerra o una pestilenza universale [...]. 

Ecco  che  io  vengo  presto, dice  Gesù,  cioè  dopo  quella  grande  tribolazione  io  verrò, 
manifestando nella Chiesa l‟opera mia e le mie misericordie, verrò ridonando al mondo la 

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vera pace e la vera prosperità. Perciò rivolto al Vescovo, e per esso a tutti i Vescovi, ed 
alla  Chiesa,  soggiunge: Conserva  quello  che  hai,  affinché  nessuno  prenda  la  tua 
corona. 
Nel momento della terribile prova ogni Pastore, ogni Sacerdote, ogni fedele deve 

conservare la fede, la speranza, la carità, la pazienza e la fiducia in Dio, affinché satana 
e il mondo sconvolto non gli rapisca la corona immortale che deve essere il premio finale 
della prova subìta bene. 

Il Vescovo che sarà vincitore nella prova, sarà come colonna nel Tempio di Dio perché sarà 

come  il  fondamento  e  il  sostegno  della  Chiesa  rinnovellata,  Tempio  vivo  e  mistico,  del 
quale i fedeli sono come le pietre; sarà come colonna anche nel tempio dell‟eterna gloria, 
dove  rifulgerà  di  grande  maestà  e  gloria,  senza  più  timore  di  perdere  il  Sommo  Bene, 
perché  nessuno  potrà  cacciarlo  fuori  da  quel  tempio.  E  avrà  sulla  sua  fronte  scritto  il 
nome di Dio, perché suo figlio adottivo, il nome della città di Dio, perché cittadino della 
Celeste Gerusalemme, della Chiesa militante che discende dal Cielo come sposa del Re 
d‟Amore, tutta rinnovellata dall‟amore, e della Chiesa trionfante, quando raggiungerà la 
gloria.  Avrà  inoltre  scritto  il  nome  nuovo  del  Redentore,  che  si  chiamerà  Re  d‟Amore 
trionfante, avendo trionfato del mondo, del peccato e dell‟inferno. 

Gesù  Cristo  annunzia  così  il  trionfo  del  suo  regno  anche  sulla  terra,  l‟unico  ovile  che 
raccoglierà tutti gli uomini nell’amore di una nuova fraternità, sotto l‟unico Pastore che è 
Lui  stesso,  rappresentato  dal  Pontefice  dell‟Amore.  In  sintesi:  Egli  si  manifesterà 
come santo per l‟effusione di una nuova santità nella Chiesa, come Verace per una gran 
luce  di  verità  che  si  diffonderà,  contro  tutte  le  deviazioni  del  pensiero,  si  manifesterà 
come Re d‟Amore, che ha la chiave di Davide, perché compirà le grandi promesse del suo 
regno  nel  suo  trionfo  e  in  quello  della  Chiesa, aprirà  e  nessuno  chiuderà,  chiuderà  e 

nessuno aprirà, perché opererà da padrone, con effusioni di particolari misericordie. 

E Gesù aprirà una porta alla Chiesa chiamando in essa tutte le genti... 

Aprirà una porta innanzi al Papa e alla Chiesa, chiamando in essa tutte le genti e tutti i 
popoli,  e  supplirà  Egli  stesso  alla  poca  forza  dei  Ministri  suoi  con  particolari  aiuti  e 
straordinari interventi di grazia, massime nel Sacramento Eucaristico, che è il Pane dei 
forti,  e  chiamerà  ai  piedi  del  Papa  gli  Ebrei,  convertendoli.  Essi  rimarranno  conquisi 
dalla  straordinaria  carità  con  la  quale  Egli  avrà  arricchito  il  Papa  dell‟Amore,  e  dalla 
luminosa chiarezza con la quale egli avrà spiegato la Sacra Scrittura. 

Una grande tribolazione frattanto purificherà il mondo, e dopo di essa verrà presto Gesù, 
manifestandosi come trionfante amore ed elevando come colonne i Vescovi e i Sacerdoti 
della  Chiesa.  Essi  saranno  servi  di  Dio,  Pastori  vigilanti  delle  anime  e  ministri  del  Re 
d‟Amore, e questi tre nomi saranno per loro come una corona di gloria. 

Noi  siamo  in  questa  grande  ora  di  Dio,  tutto  ce  lo  fa  supporre,  e  le  caratteristiche  di 
quest‟ora sono cosi determinate e spiccate, che non sembra se ne possa dubitare. 

[...] 

L‟ultima lettera di Gesù Cristo [alla Chiesa di Laodicea; N.d.R.] riguarda l‟ultimo periodo 
della  vita  della  Chiesa,  periodo  penoso  di  tiepidezza  estrema,  degna  solo  del  severo 
rimprovero  di  Gesti,  e  che  culminerà nel  giudizio  del  popolo, nel  giudizio  universale  e 

nell‟esaltazione del popolo giusto, cioè della Chiesa trionfante, Laodicea. Alla vittoria della 
Chiesa  su  tutte  le  genti,  al  trionfo  di  Gesù  nella  sua  Chiesa,  all‟unico  ovile  che 
raccoglierà  tutte  le  genti  sotto  un  unico  Pastore,  subentrerà  un  periodo  di  estrema 
tiepidezza,  un  periodo  di  vita  naturalistica,  pagana  ed  opportunista,  che  attrarrà  sul 
mondo  ingrato  l‟ultimo  flagello;  l‟anticristo  e  la  distruzione,  a  cui  seguirà  il  giudizio 
universale.  Esso  sarà  la  manifestazione  ultima  e  gloriosa  del  Redentore  alla  Chiesa, 

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nell‟atto di farla passare tutta purificata e rinnovata, dal pellegrinaggio terreno all'eterno 
trionfo del Cielo. 

Noi abbiamo già un‟idea dello stato di tiepidezza dei figli della Chiesa, nel periodo che ha 
preceduto e precede quello del suo trionfo dopo la grande tribolazione. Da esso possiamo 
formarci  un‟idea  di quello  che  sarà  l‟ultimo  periodo  desolato  della  vita  della  Chiesa  nel 
mondo. 

Una corrente polare, venuta dall’inferno oggi ha « intiepidito » il popolo di Dio. 

Abbiamo  visto  il  mondo  apostatare  praticamente  da  Dio  con  una  vita  d‟indifferenza 
religiosa e di risorto paganesimo. Possiamo dire anzi di peggiorato paganesimo, giacché 
gli  uomini  moderni  non  hanno  abbracciato  il  paganesimo  come  religiosità,  sia  pure 
degradata,  ma  come  ammasso  di  vizi,  di  immoralità  e  di  abiezioni.  Non  hanno  adorato 
negl‟idoli l‟impurità e il vizio, ma hanno adorato l‟impurità e il vizio come idolo infame, e 
di essi potrebbe dirsi veramente: Oh, foste voi freddi! 

Alla degradazione morale si è aggiunto un orgoglio spaventoso; poche volte l‟umanità ha 
raggiunto  tale  abisso  di  superbia.  Si  è  creduta ricca  e  doviziosa intellettualmente,  pur 

vivendo  nel  pantano  di  errori  spaventosi;  ha  creduto che  non  le  mancasse 
niente, 
sperando  tutto  dalle  sue  forze  e  dalle  sue  attività,  e  non  si  è  accorta  di 

essere meschina nelle  idee, miserabile nella  vita,  povera  nelle  attività  del  bene, cieca nel 
pensiero  e  nello  spirito,  e  nuda  di  ogni  vera  virtù.  La  terribile  guerra  che  l‟ha  desolata 
[qui Don Dolindo Ruotolo si riferisce alla Seconda Guerra Mondiale che nel momento in 
cui  scrive  è  ancora  in  corso;  N.d.R.]  è  stata  il  frutto  pessimo  di  quest‟orgogliosa 
aberrazione. 

Negli ultimi tempi questi mali si accresceranno smisuratamente, e l‟umanità sarà senza 
fede,  ricoperta  d‟immondizie,  denudata  dalla  immodestia  e  dalla  sfacciataggine,  con  gli 
occhi cisposi, incapaci. di vedere i beni eterni, e tutta degradata dalle sue iniquità. Sarà 
allora  che  il  Signore,  stanco  di  sopportarla,  manderà  al  mondo  l‟ultima  tribolazione, 
raccoglierà  tutti  gli  uomini  al  suo  cospetto,  condannerà  per  sempre  i  cattivi,  e  darà  ai 
buoni, vincitori, il premio eterno, facendoli assidere sui troni della gloria. 

La tiepidezza del popolo cristiano, male così grave da far dire a Gesù di preferire ad esso 
lo stato di completa freddezza, dipende dall‟indifferenza dei Pastori e dalla loro mancanza 
di fervore soprannaturale. Gesù Cristo dice di preferire la freddezza alla tiepidezza non 
perché lo stato di peccato sia migliore in se stesso dello stato di tiepidezza, ma perché è 
più facile che si scuota e si converta un peccatore che un indifferente e un tiepido. [...] 

Gesù sta alla porta del cuore e picchia, sta alla porta del cuore della Chiesa e picchia con 
le grandi misericordie che le ha fatte. È questo il picchiare del Redentore. Se picchia vuol 
dire  che  gli  hanno  chiuso  la  porta  in  faccia,  la  porta  del  cuore.  Cessino  tante  nostre 
ingratitudini, ascoltiamo  la  sua  voce,  accogliamo  il  gran  dono  della  sua  parola,  e 

apriamogli  la  porta  del  cuore  accettando  la  ricca  cena  del  suo  amore  Eucaristico 
preparata dalla sua infinita carità. 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

, pagg. 96-103 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca). 
 

 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

L’imperialismo nel disegno di Dio 

  
CAPITOLO VI 
 
«Quando  l'Agnello  sciolse  il  primo  dei  sette  sigilli,  vidi  e  udii  il  primo  dei  quattro  esseri 

viventi che gridava come con voce di tuono: «Vieni». Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e 
colui che lo cavalcava  aveva un  arco, gli  fu data una corona  e poi egli uscì vittorioso per 

vincere ancora. 

Quando l'Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: «Vieni». 

Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere 
la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada. 

Quando  l'Agnello  aprì  il  terzo  sigillo,  udii  il  terzo  essere  vivente  che  gridava:  «Vieni».  Ed 
ecco, mi  apparve un cavallo nero e colui  che lo cavalcava aveva una bilancia in  mano. E 

udii  gridare  una  voce  in  mezzo  ai  quattro  esseri  viventi:  «Una  misura  di  grano  per  un 
danaro  e  tre  misure  d'orzo  per  un  danaro!  Olio  e  vino  non  siano  sprecati». 
Quando  l'Agnello  aprì  il  quarto  sigillo,  udii  la  voce  del  quarto  essere  vivente  che  diceva: 

«Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte 

e  gli  veniva  dietro  l'Inferno.  Fu  dato  loro  potere  sopra  la  quarta  parte  della  terra  per 
sterminare  con  la  spada,  con  la  fame,  con  la  peste  e  con  le  fiere  della  terra. 

Quando  l'Agnello  aprì  il  quinto  sigillo,  vidi  sotto  l'altare  le  anime  di  coloro  che  furono 
immolati  a  causa  della  parola  di  Dio  e  della  testimonianza  che  gli  avevano  resa.  E 

gridarono  a  gran  voce:  "Fino  a  quando,  Sovrano,  tu  che  sei  santo  e  verace,  non  farai 

giustizia  e  non  vendicherai  il  nostro  sangue  sopra  gli  abitanti  della  terra?".  Allora  venne 
data  a  ciascuno  di  essi  una  veste  candida  e  fu  detto  loro  di  pazientare  ancora  un  poco, 

finché  fosse  completo  il  numero  dei  loro  compagni  di  servizio  e  dei  loro  fratelli  che 

dovevano essere uccisi come loro. 

Quando  l'Agnello  aprì  il  sesto  sigillo,  vidi  che  vi  fu  un  violento  terremoto.  Il  sole  divenne 
nero  come  sacco  di  crine,  la  luna  diventò  tutta  simile  al  sangue,  le  stelle  del  cielo  si 

abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi 

immaturi.  Il  cielo  si  ritirò  come  un  volume  che  si  arrotola  e  tutti  i  monti  e  le  isole  furono 
smossi dal loro posto. 

Allora i re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o 
libero,  si  nascosero  tutti  nelle  caverne  e  fra  le  rupi  dei  monti;  e  dicevano  ai  monti  e  alle 

rupi: Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall'ira 
dell'Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?»

(Apocalisse, capitolo VI) 

Nelle due terribili guerre mondiali del 1914-18 e del 1939-44, l‟imperialismo ambizioso 
inondò  due  volte  di  sangue  la  terra,  e  specialmente  la  seconda,  mossa  dalle  mire 
ambiziosissime  di  due  uomini  che  ebbero  per  loro  divisa:  uscire  in  guerra  con  tutti  e 
contro  tutti,  per  vincere  e  instaurare  un  impero  strapotente  e  dominatore  di  tutte  le 
nazioni. 

L‟impero e la sete dell‟impero non è una grandezza per una nazione, ne è il flagello e la 
morte. 

È un‟elefantiasi, un gonfiore maligno che distrugge le risorse della vita nazionale, riduce 
in ischiavitù i soggiogatori e i vinti, e costringe le nazioni ad un perenne stato di guerra, 
aperta o nascosta, che finisce per esaurirle e distruggerle nella immancabile reazione che 

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l‟imperialismo suscita nelle nazioni e negl‟imperi vinti. Dio ha dato ad ogni nazione i suoi 
confini  e  i  suoi  limiti:  le  più  grandi,  per  la  legge  dell‟ordine  e  della  carità,  debbono 
sostenere le più piccole, ognuna deve godere la sua indipendenza e deve preoccuparsi del 
bene delle altre, in modo che dall‟armonia di tutte si conservi al mondo la pace. 

Questa è la legge messa da Dio. 

Il  peccato  distrugge  l‟armonia  di  questa  legge;  per  esso  viene  meno,  per  così  dire,  la 
circolazione  nel  grande  organismo  delle  nazioni,  sopraggiunge  la  congestione  in  quelle 
che  hanno  più  abbondanza  di  mezzi,  ed  ecco  l‟imperialismo,  sconvolgente  e  tracotante 
che è castigo a se stesso e castigo alle altre nazioni. È una verità che non ha bisogno di 
essere illustrata; l‟abbiamo vissuta e la viviamo ancora [don Dolindo scrive queste pagine 
nella  prima  metà  degli  anni  '40;  N.d.R.].  Le  crisi  tremende  dell‟imperialismo  servono  al 
Signore per preparare il suo impero di amore nella Chiesa e per la Chiesa; chiudono un 
periodo di rilassamento e ne aprono un altro di maggiore fervore, per qualche particolare 
manifestazione della sua carità infinita. 

Ogni  epoca  della  vita  della  Chiesa  comincia  e  si  chiude  con  questo  flagello,  com‟è 
manifesto dalla storia; l‟imperialismo romano, per es., preparò le vie alla sua diffusione 
nel  mondo,  la  provò  e  la  purificò  con  le  persecuzioni,  eliminando  dalla  sua  compagine 
ogni  infiltrazione  pagana,  e  fu  la  causa  vera  dello  sfasciamento  della  grande  macchina 
del medesimo impero. 

L‟imperialismo maomettano ebbe la stessa funzione; anch‟esso come quello romano ebbe 

un  arco, cioè  ebbe  il  permesso  di  combattere  e  conquistare,  disseminò  la  strage  nelle 
nazioni, e fu di castigo e di purificazione per i fedeli, già rilassati nella loro vita. In questi 
grandi  cataclismi  Dio  raccoglie  amorosamente  i  suoi  eletti,  come  il  padrone  del  campo 
raccoglie i frutti buoni che la tempesta stacca dall‟albero; noi non ce ne accorgiamo, ma 
nell‟eternità  vedremo  i  segnati  dal  suo  amore,  e  capiremo  che  senza  le  tempeste 
tribolanti essi non sarebbero stati mai salvi. Dio sa quello che fa, e non dobbiamo essere 
noi  a  suggerire  ad  un  infinito  Amore  il  modo  come  governare  il  mondo  e  condurre  le 
anime alla salvezza. 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

, pagg. 154-155 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 
 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

Le catastrofi: disegno  

di amorosa carità 

  
Apocalisse 7,2-3: "Vidi poi un altro angelo che saliva dall'oriente e aveva il sigillo del Dio 

vivente.  E  gridò  a  gran  voce  ai  quattro  angeli  ai  quali  era  stato  concesso  il  potere  di 
devastare la terra e il mare: «Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non 

abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi»". 

Apocalisse  7,9-10:  "Dopo  ciò,  apparve  una  moltitudine  immensa,  che  nessuno  poteva 

contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano  in piedi davanti  al  trono e 
davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E gridavano a 

gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello»". 

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Nei  grandi  flagelli  che  colpiscono  l‟umanità  alla  fine  dei  periodi  storici  della  vita  della 
Chiesa, il Signore ha i suoi segnati e fa la raccolta degli eletti. Noi non ci accorgiamo di 
questo  lavoro  d‟infinita  misericordia,  ma  Egli  silenziosamente  lo  fa,  e  in  maniera  così 
misteriosa e nascosta da non farsi scorgere da noi. Ce ne previene in questa scena dei 
segnati  e  nell‟altra  dell‟immensa  moltitudine  di  Santi,  ce  ne  previene  in  vista  degli 
annunzi  penosi  che  sta  per  farci,  ma  quando  compie  quest‟opera  di  misericordiosa 
salvezza ce ne accorgiamo ben poco, perché Egli passa tra i turbini e le tempeste, tra le 
distruzioni e la morte. 

La terra allora è come una valle profonda e oscura nella quale passano i peccatori che 
non avrebbero potuto mai sperare salvezza a causa della loro ostinata volontà; passano 
macchiati,  cenciosi,  affranti,  e  sono  travolti  dalle  macerie  delle  loro  case,  dalle  bombe, 
dalle infezioni, dalla feroce crudeltà di eserciti barbari. Sono travolti in massa, grandi e 
piccoli, nobili e plebei, lasciandoci esterrefatti innanzi ad uno spettacolo che ci sembra 
ingiusto o provocato da forze assolutamente cieche. 

Solleviamo  lo  sguardo  in  alto  dopo  simili  catastrofi,  e  noi  vedremo  tante  e  tante  anime 
vestite di bianco, purificate dal flagello e salvate dalla misericordia di Dio. Sono i segnati 
dal suggello  del  Dio  vivente, dalla  sua  infinita  bontà,  che  senza  alcun  loro  merito, 

unicamente,  per  l‟espiazione  che  soffrono,  sono  riguardati  come  agnelli,  segnati  per  il 
grande sacrificio di riparazione che l‟umanità peccatrice offre inconsciamente a Dio. 

Se pensiamo che la vita è un passaggio fugace, e che la morte è il certissimo tributo che 
tutti  paghiamo  dopo  pochi  e  spesso  tribolatissimi  anni,  intendiamo  che  Dio  ci  usa 
grande misericordia troncando questi anni con un‟espiazione che eternamente ci salva. 
Dio sa bene quello che saranno tanti fanciulli in futuro, per il pessimo uso che faranno 
della  loro  libertà,  conosce  nella  sua  prescienza  i  futuri  traviamenti  di  tanti  adulti 
attualmente  buoni,  e  coglie  i  piccoli  nell‟innocenza  e  gli  adulti  nel  momento  nel  quale 
sono in migliori condizioni spirituali, affinché la loro salvezza sia innanzi ad essi come il 
loro  merito  particolare.  Egli  travolge  anche  i  cattivi  che  rimangono  impenitenti,  e  li 
punisce delle loro colpe, ma lo fa anche con un disegno di amorosa carità, diminuendo le 
loro responsabilità e la pena eterna che meritano, con l‟espiazione che soffrono. 

Dovremmo  pur  avere  una  maggiore  fiducia  nell‟infinita  bontà  e  giustizia  di  Dio,  e 
dovremmo  pensare  che  se  Egli  è  la  bontà  infinita,  fa  tutto  bene  e  per  infinito  amore. 
Dobbiamo  assolutamente  smettere  certi  atteggiamenti  tracotanti  innanzi  a  Lui,  e 
dobbiamo finirla con le nostre intolleranti recriminazioni. Nei grandi flagelli e negli oscuri 
misteri che li accompagnano dobbiamo solo adorare, riparare e pregare. 

Essi hanno, è vero, un aspetto truce e inesorabile, massime quelli provocati direttamente 
dagli uomini o influenzati positivamente da satana, ma anche un‟operazione chirurgica 
ha il suo aspetto crudele, e nessuno taccia il chirurgo d‟ingiustizia o di spietatezza. Certi 
misteri amorosi di provvidenza ci sfuggono completamente nella loro verità, e se abbiamo 
un  granello  solo  di  giudizio,  dobbiamo  credere  nella  bontà  di  Dio,  rimetterci  nella  sua 
Volontà, e rammaricarci solo dei grandi peccati che si sono commessi e si commettono 
nel mondo, e particolarmente dei nostri peccati. 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 195-197 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 

 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

Nelle tribolazioni l’uomo può 

smarrirsi... 

CAPITOLO VIII 

Vi  sono  certi  momenti  della  vita  nei  quali  i  mali,  le  sventure,  le  prove,  le  angustie 
incalzano  l‟una  sull‟altra  senza  tregua,  e  nei  quali  non  si  vede  alcuna  via  di  uscita.  Il 
cielo è di piombo, come in quelle lamentose giornate d‟inverno, nelle quali la pioggia cade 
ininterrottamente,  monotonamente,  urtantemente,  quasi  s‟indispettisse  contro  la  terra, 
senza che si riesca a capire la ragione di quel continuo rovescio di acque. Tutto va storto, 
tutto  va  a  dispetto,  e  le  preghiere  sembrano  vane,  anzi  per  maledetta  suggestione 
diabolica  sembrano  inutili  e  persino  nocive.  Si  diventa  pessimisti  e  si  vede  tutto  nero, 
perché nelle pesanti nubi del dolore non si vede neppure la più piccola zona rischiarata, 
e l‟orizzonte è chiuso. 

L‟anima si sente tra nemici, e le persone più care le danno fastidio con le stesse parole di 
conforto  che  dicono,  perché  sembrano  fuori  della  realtà,  o  addirittura  appariscono 
ciniche  e  finte.  La  fede,  la  speranza,  l‟amore,  la  preghiera, tutto  è  come  morto in  lei;  il 
mondo  le  appare  come  un  ammasso  di  violenze,  di  soprusi,  di  ingiustizie,  e  rimane 
tormentosamente incerta innanzi alla provvidenza di Dio. 

È proprio in questi momenti che l‟anima deve maggiormente adorare, amare e benedire 
Dio, chiudendo completamente gli occhi su tutto quello che l‟assilla e confidando in Lui 
nella  più  profonda  umiltà.  Invece  di  ragionare  in  quei  momenti  nei  quali  proprio  la 
ragione vacilla, deve chiudere gli occhi e pregare confidando. 

Sono momenti preziosi nei quali si può testificare a Dio la propria sudditanza e il proprio 
filiale  omaggio,  sono  momenti  nei  quali  si  ha  in  mano  la  penna  d‟oro  per  scrivere  nel 
libro della vita l‟attivo più bello, e coprire tutto il passivo delle nostre misere azioni; sono 
momenti nei quali dal cuore diventato selce e percosso dall‟angustia, può sprizzare la più 
bella favilla di amore, apprezzando e lodando Dio, pur sentendolo lontano e severo. 

Che  cosa  posso  capire  io,  mio  Dio,  del  modo  arcano  col  quale  tu  conduci  l‟anima  mia 
nelle vie dell‟eterna gloria? Che cosa posso intendere dei tuoi misteriosi disegni su di me, 
povero  atomo?  Tu  sai  tutto,  tu  vedi  tutto,  tu  provvedi  a  tutto,  ed  io  confido  nella  tua 
potenza,  nella  tua  sapienza  e  nel  tuo  amore,  o  santissima  Trinità!  Mi  circonda  e  mi 
assilla il dolore, ed io non so capirne il perché, la mia povera natura vi ripugna, il mio 
povero  cuore  ne  geme,  ma  io  so  che  tutto  sta  nelle  tue  provvide  ed  amorose  mani,  e 
confido in te adorandoti ed amandoti. 

Potrei  io  mai  intendere  l‟ordine  del  firmamento,  la  ragione  dei  suoi  urti  colossali  e 
l‟armonia  delle  sue  silenziose  vie,  io  che  ne  sono  tanto  lontano?  Potrei  intendere  io  il 
misterioso  mondo  dell‟infinitesimale,  io  che  ho  l‟occhio  così  limitato?  La  mia  vita  è  un 
firmamento  e  un  microcosmo,  ha  le  sue  linee  colossali  e  le  sue  invisibili  sfumature,  io 
non  ho  la  potenza  di  abbracciare  le  prime  e  penetrare  le  seconde,  e  perciò  ti  adoro 
profondamente  e  mi  affido  alla  tua  mano  potente,  alla  tua  sapienza  infinita  e  al  tuo 
penetrante amore, che guarda le più umili cose come guarda le eccelse. 

La vita è un mistero per me, perché è come un cantiere dove si preparano le grandi opere 
d‟arte  divina,  dell‟arte  della  grazia;  vi  veggo  solo  forme  negative  in  cui  ogni  fattura  è 
inversa,in cui è scavato ciò che dovrà emergere, ed è protuberante ciò che dovrà essere 

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19 

profondo;  vi  veggo  blocchi  informi  e  blocchi  stranamente  punteggiati,  vi  veggo  tutto  un 
arsenale di ferri torturanti, che mi danno l‟impressione di essere nella fucina d‟un boia; 
vi veggo accesa una fornace ad alta tensione, dove par che tutto debba incenerirsi. Non 
capisco nulla, ma lodo l‟artista, e posso dire che se quelle pietre e quei bronzi potessero 
parlare, lo loderebbero più di me con riconoscente amore, perché egli li sa mutare in idee 
luminose, la cui espressione si ferma nel marmo e nel bronzo per rimanervi immortale 
innanzi agli occhi attoniti delle genti. 

Tu sai, o Artista divino, Tu solo sai in quale ordine di sante armonie devi collocare 
il mio piccolo essere... 

Tu sei artista divino delle anime, o Spirito Santo Dio, e la terra pellegrina è l‟officina del 
tuo dolcissimo amore santificante; tu sai, tu solo, tutte le resistenze del mio cuore e tutte 
le  incrinature  della  mia  miserabile  natura;  tu  sai,  tu  solo,  se  devi  colpirmi  col  bulino 
delicato per cesellarmi o con lo scalpello potente per sgrossarmi; tu sai, tu solo, in quale 
ordine di armonie soprannaturali e in quale fastigio devi collocare il mio piccolo essere, e 
perciò io non indago, non critico non mi lamento, non reagisco, non mi ribello alla tua 
mano, ma taccio, adoro ed amo. 

Non sono circondato da orrori e da confusioni, il mondo non è uno sconcertante mistero, 
è solo un posto di lavoro dove tu dagl‟inutili detriti e dalle oscure caverne cavi i blocchi 
candidi o le ferrigne masse per i tuoi lavori. Non posso io giudicarti, io che sono ancora 
tanto ignaro delle tue vie, non posso io mormorare dite, o mio Dio, io che ho come ideale 
il  giocattolo,  come  libro  di  sapienza  il  sillabario,  e  come  strumento  armonico  la  rozza, 
oscillante e lacerante punta di stagno. 

Mi  disoriento  nel  viale  dell‟orto  e  posso  capire  io  le  vie  strategiche  del  tuo  amore 
conquistatore? Mi spavento nella mia piccola conca da bagno e posso misurare il mare 
delle  tue  misericordie?  M‟atterrisco  dell‟ombra  provocata  dalla  fiammella  della  mia 
candela, e posso valutare la fucina purificante che il tuo amore accende nel mondo per 
discoriare  le  tue  creature,  o  infinito  Amore?  Io,  abituato  ai  dispettucci  infantili,  alle 
punzecchianti celie inurbane, al frizzare di stolte parole, potrei mai capire l‟infinita calma 
della tua giustizia, la carità tua nei castighi che mandi, e la riverenza con la quale tratti 
anche i tuoi nemici? 

Io non posso che adorarti per tutto quello che disponi per me e per il mondo; non posso 
che  riparare  per  le  ingratitudini  che  il  tuo  amore  raccoglie,  e  non  posso  che  pregare, 
pregare per unirmi cosi alla tua grandiosa azione. Nelle prove della mia vita tu mi lavori 
e mi ceselli, nei grandi flagelli del mondo tu rifondi le nazioni e le genti per compire i tuoi 
disegni di amore, nei flagelli degli ultimi tempi delle epoche della Chiesa e del mondo, tu 
crei dal caos un mondo nuovo, purificando il vecchio. Io non capisco nulla di questo tuo 
lavoro,  non  posso  capirne  nulla,  so  solo  che  sei  Amore  Infinito  e  riposo  in  questo  tuo 
amore adorando, riparando e pregando. 

È  con  questi  sentimenti  di  profonda  umiltà,  adorazione  ed  amore  che  dobbiamo 
considerare e meditare i grandi flagelli espiatori e purificatori dell‟umanità, dei quali più 
particolarmente  si  parla  in  questo  capitolo  ed  in  quelli  che  seguono.  Per  questo  non 
sembri fuori posto questo che diciamo, quasi per orientarci bene in quello che dobbiamo 
meditare. La nostra stolta ragione potrebbe essere tentata di dire: Perché tante rovine, e 
perché Dio infinitamente buono può permettere che le sue creature siano colpite da tanti 
inumani dolori? 

Se  riflettiamo  alla  nostra  inettezza  tacciamo,  se  alle  nostre  colpe  ripariamo,  se  ai  mali 
degli  uomini  preghiamo,  affinché  siano  temperati  dalla  divina  misericordia.  Non  è  uno 
scherzo quello che fa Dio desolando la terra, né è uno sfogo di vendetta; è la riparazione 

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d‟una  infinita  maestà  disconosciuta  e  offesa,  ed  è  la  rifusione  di  una  novella  vita 
nell‟umanità invecchiata dal male ed abbrutita dall‟apostasia. 

È  la  potazione  d‟ogni  germoglio  cattivo  e  lo  sradicamento  d‟ogni  rovo,  per  far  rifiorire 
l‟aiuola piantata dalla mano santissima di Dio, è la rinnovazione di tutto in Gesù Cristo e 
per  Gesù  Cristo,  rinnovazione  radicale  e  completa,  che  deve  togliere  dalla  profanata 
materia fin le più piccole incrostazioni di male. 

Con quale cuore puro da ogni nube di astio o di falsa e stupida compassione dobbiamo 
meditare queste terrificanti scene che il Sacro Testo appena accenna con misteriosissimi 
simboli, ma che con la divina grazia dobbiamo cercare di immaginare, per dare un valido 
scossone alla nostra intorpidita coscienza, e per farle capire un poco che cosa significa 
l‟offesa della divina maestà! 

Con  quale  cuore  pieno  di  amore  dobbiamo  guardare  questi  tratti  della  giustizia  di  Dio, 
che sono terribili per la nostra piccolezza, ma che sono immensamente piccoli di fronte 
alla gravità d‟un solo peccato, e molto più di fronte al disconoscimento del Creatore da 
parte  della  creatura!  Lungi  dal  pensare  che  Dio  sia  severo  con  l‟uomo,  dobbiamo 
riconoscere  che  è  indulgente,  e  dobbiamo  ponderarlo  noi,  piccoli  vermi  che,  pur 
perdonando  stentatamente  a  chi  ci  offese,  portiamo  sino  alla  tomba  l‟astio  dell‟ingiuria 
patita,  e  non  sappiamo  dimenticarla  neppure  quando  è  controbilanciata  dalla 
riparazione. 

Dio non punisce per astio, ma nella sua imperturbabile calma richiama al suo amore le 
creature traviate, e rimette l‟ordine da esse turbato con le colpe; lo rimette per giustizia 
verso  le  anime  che  gli  sono  state  fedeli  nella  prova,  o  che  sono  state  vessate 
dall‟ingiustizia umana. 

Non invochiamo noi tante volte questa giustizia riparatrice? Non la vorremmo immediata 
e  terribile?  Non  osiamo  tante  volte  dubitare  persino  dell‟esistenza  di  Dio,  perché  ci 
sembra  che  Egli  non  reagisca  al  male  come  noi  vorremmo?  Ebbene,  Egli  attende  per 
misericordia, chiama con, infinita carità, invita con le amorose voci del Sangue del suo 
Figliuolo,  morto  per  noi,  scuote  con  i  più  forti  richiami  dei  castighi,  rende  la  vita  un 
fastidioso  esilio  e  ci  assedia  da  tutte  le  parti  per  non  far  perdere  un  sol  fiore  del  suo 
campo.  Ma  quando  l‟iniquità  della  terra  è  al  colmo,  e  quando  innanzi  al  suo  cospetto 
giungono le grida della sua Chiesa desolata e delle anime immolate dall‟empietà, Egli dà 
la prova della sua infinita realtà, e logicamente la dà in tutto il mondo con la potenza del 
suo  braccio  e  per  il  ministero  di  quelle  medesime  creature  che  reagiscono  al  male  e 
combattono per la sua gloria. 

Di fronte all‟annunzio di questa grandiosa manifestazione l‟anima nostra non può essere 
tanto  stolta  da  passare  nelle  schiere  dei  reprobi  è  mormorare  del  suo  Creatore.  Se 
considera  solo  l‟orrore  della  colpa  di  chi  osò  negare  l‟esistenza  dell‟Infinito  Essere,  e  di 
ripudiare  positivamente  il  suo  dolcissimo  dominio,  non  può  che  applaudire  alla  sua 
solenne manifestazione, sia pur nel terrore del flagello, e non può che elevarsi a Lui in 
un purissimo atto di amore. 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di

 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 206-211 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 
 

 
 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

L’ordine degli avvenimenti 

annunziati nell’Apocalisse 

  
CAPITOLO XI 
  
Per procedere avanti in questo misterioso capitolo e in quelli che seguono, è necessario 
richiamare alla mente l‟ordine e la tessitura del Sacro Libro. Questo sguardo generale e 
sintetico su tutto l‟argomento che tratta ci orienterà nel cammino. Lo riportiamo come ce 
lo  presenta  L‟A  Lapide  (Vol.  XIX,  pag.  767):  Nei  primi  tre  capitoli  ci  sono  correzioni 
istruzioni e ammonimenti alle sette Chiese dell‟Asia. Poi si propone il libro, l‟Apocalisse, 
segnato  da  sette  sigilli,  e  questi  sigilli  si  aprono  sino  al  capitolo  XI.  Questi  suggelli 
contengono ciò che dovrà avvenire alla Chiesa sino alla fine del mondo, e principalmente 
i castighi e i prodigi, precedenti l‟anticristo e l‟estremo giudizio. 
 
Dal  capitolo  XI  alla  fine,  aperti  già  i  suggelli,  si  narrano  le  visioni  e  le  predizioni  che 
riguardano l‟anticristo, il giudizio universale e la gloria dei Beati. 
 
Da questo prospetto sintetico vediamo che i capitoli che seguono riguardano l‟anticristo. 
Il  capitolo  XI  che  stiamo  meditando  è  centrale,  diciamo  cosi,  e  sta  tra  le  due  parti 
principali  del  libro.  Esso  contiene  un  grande  mistero,  come  abbiamo  visto,  e  annunzia 
una prima formidabile lotta contro la Chiesa, e un primo grande trionfo suo contro i suoi 
nemici,  al  tempo  nel  quale,  dopo  una  guerra  sterminatrice,  i  figli  suoi  saranno  bene 
distinti  e  separati  dal  mondo,  e  i  due  testimoni,  il  Papa  e  il  Re  dell‟Amore,  avranno 
trionfato dei perversi. 
 
Siccome tutti i Padri veggono in questi due testimoni Enoc ed Elia, che verranno alla fine 
del mondo a combattere contro l‟anticristo, volendo noi attenerci sempre a quello che è 
insegnato  dai  Padri,  abbiamo  logicamente  riconosciuto  nel  Sacro  Testo  che  riguarda  i 
due testimoni, un‟anticipazione di quello che avverrà ai tempi dell‟anticristo. È evidente 
dal fatto che dell‟anticristo si parla solo dopo. Il Signore annunzia dopo la grande guerra 
due testimoni che dovranno dare alla Chiesa un primo grande trionfo, per il quale Essa 
raccoglierà i suoi figli, li distinguerà nettamente dal mondo, e preparerà la generazione 
dei Santi che dovranno sostenere l‟ultima lotta che Essa subirà da Satana e dal mondo, 
ossia la lotta dell‟anticristo. 
 
Siccome, secondo il pensiero dei Padri, nel tempo dell‟anticristo verranno due testimoni 
a combatterlo, Enoc ed Elia, è chiaro che i due testimoni del primo trionfo della Chiesa 
sono figura di Enoc ed Elia che verranno alla fine del mondo, al tempo dell‟anticristo. Di 
questo tempo calamitoso il Sacro Testo ci parla in seguito, e quindi quello che dice qui 
dei  due  testimoni  è  un‟anticipazione.  Solo  così  può  conciliarsi  il  Sacro  Testo  con 
l‟interpretazione  unanime  dei  Padri,  che,  secondo  il  precetto  della  Chiesa,  dobbiamo 
seguire. 
 
L‟Angelo che si pose ritto sul mare e sulla terra, e aveva in mano il libricino, disse a S. 
Giovanni  che nei  giorni  della  voce  del  settimo  Angelo,  quando  comincerà  a  dar fiato  alla 

tromba [Quando comincerà, dunque non sarà un periodo breve o un solo avvenimento, 
ma una serie di anni e forse di secoli nei quali si compirà il mistero di Dio. In questi anni 

o  secoli  gli  avvenimenti  saranno  come  la  continuazione  del  suono  della  settima 
tromba], sarà  compiuto  il  mistero  di  Dio (X,  7),  ossia  il  trionfo  finale  della  Chiesa  e  il 

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Regno eterno del Signore in Essa; in questo capitolo che meditiamo, al verso 15 è detto 
che il  settimo  Angelo  diede  fiato  alla  tromba, e  che  al  suo  suono si  alzarono  grandi  voci 
nel  cielo  che  dicevano:  Il  regno  di  questo  mondo  è  diventato  del  Signor  nostro  e  del  suo 

Cristo,  ed  Egli  regnerà  per  i  secoli  dei  secoli. A  queste  voci  seguirono  le  adorazioni  e  i 
ringraziamenti  dei  ventiquattro  seniori,  perché  il  Signore aveva  cominciato  a  regnare, 

perché era  venuto  il  momento  per  i  morti  di  essere  giudicati,  e  di  sterminare  coloro  che 
corruppero la terra. 

 
Queste  parole  di  applauso  e  ciò  che  disse  l‟Angelo  che  posò  sul  mare  e  sulla  terra 
farebbero supporre che appena suonata la settima tromba si fosse compiuto il mistero di 

Dio. Invece,  subito  dopo,  nei  capitoli  seguenti,  si  parla  di  sette  portenti,  e  poi 
dell‟anticristo, e delle sette coppe dell‟ira del Signore, cioè degli ultimi grandi flagelli che 
colpiranno la terra prima del giudizio finale. È dunque chiarissimo che in questo capitolo 
si  parla  di  un  primo  trionfo  della  Chiesa su  questa  terra, nella  quale il  regno  di  questo 

mondo  diventerà  del  Signor  nostro  e  del  suo  Cristo, e  che  questo  trionfo  è  figura  del 
trionfo finale ed eterno, come i due testimoni che ne sono strumento sono figura di Enoc 
e di Elia che saranno strumenti del secondo e finale trionfo. 
 
Questo mistero di due avvenimenti, dei quali l‟uno è figura e annunzio dell‟altro, non è 
una  confusione,  come  a  prima  vista  potrebbe  apparire,  ma  indica  chiaramente  due 
periodi  della  vita  della  Chiesa,  uno  che si  chiude  con  un  trionfo  visibile sulla  terra [qui 
Don  Dolindo  sembra  riferirsi  alla  cosiddetta 

Era  di  Pace

;  N.d.R.]ed  un  altro  che 

comincia da questo trionfo, culmina in una nuova corruzione delle genti e nell‟anticristo, 
ha  la  sua  crisi  nei  nuovi  tremendi  castighi  che  colpiscono  la  terra,  e  finisce  con  la 
resurrezione dei morti, il giudizio finale, il trionfo eterno di Gesù Cristo e della Chiesa, e 
la gloria dei Beati. 
 
Quando i due testimoni, risorti dalla morte, furono chiamati al Cielo e vi ascesero in una 
nube  e  quando la  decima  parte  della  città  santa  cadde  e  vi  perirono  settemila  uomini, è 

detto nel Sacro Testo che quelli che restarono furono spaventati e diedero gloria al Dio del 
Cielo. 
Subito  dopo  è  soggiunto  che il  secondo  guai  è  passato,  ed  ecco  che  viene  il  terzo 

guai, evidentemente  il suono della tromba del settimo Angelo. Intanto quando il  settimo 
Angelo  diede  fiato  alla  tromba 
non  segui  un guai immediatamente,  come  sarebbe  stato 

logico  aspettarsi,  ma si  alzarono  grandi  voci  nel  cielo  che  dicevano:  Il  regno  di  questo 
mondo  è  diventato  dei  Signore  nostro  e  del  suo  Cristo,  ed  Egli  regnerà  per  i  secoli  dei 

secoli. A  queste  voci  di  esultanza  i  ventiquattro  seniori  si  prostrarono  per  adorare  e 

ringraziare  Dio  che,  facendo  uso  della  sua  grande  potenza, aveva  cominciato  a 
regnare. 
Adorando e ringraziando essi annunziarono il prossimo giudizio universale, e al 

loro annunzio si apri il Tempio di Dio nel Cielo, e apparve l’Arca della sua alleanza nel suo 
Tempio, e seguirono folgori, gridi, terremoto e molta grandine. 

 
Che cosa significa tutto questo? 
 
E‟ una conferma dei due periodi di trionfo di Dio e della Chiesa, dei quali abbiamo ora 
fatto  cenno.  Quelli  che  sopravvissero  alla  rovina  della  decima  parte  della  città 
santa furono spaventati e diedero gloria  al Dio del Cielo. Dunque dopo il trionfo dei due 
testimoni  vi  sarà  un  grande  movimento  di  conversione  a  Dio,  da  parte  degli  uomini 
scampati  non  solo  alla  rovina  della  santa  città,  ma  ai  flagelli  del  primo  e 
secondo guai. Questo  movimento  di  conversione  riguarda  non  la  fine  del  mondo,  ma  la 
fine del sesto periodo della vita della Chiesa; non segue al trionfo di Enoc e di Elia, ma al 
trionfo  dei  due  testimoni  che  ne  sono  figura,  cioè  al  Papa  e  al  Re  dell‟Amore  [qui  è 
ipotizzabile un parallelismo con il 

Papa  Santo e il Grande Monarca

 di cui parlano tanti 

santi e mistici nelle loro rivelazioni; N.d.R.]. 

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23 

 
Nel tempo nel quale Roma sarà conculcata dalle genti perverse per tre anni e mezzo, essi 
compiranno  il  loro  apostolato  prodigioso;  poi  saranno  vinti  dai  perversi  e uccisi, 

fisicamente, o moralmente con la loro degradazione ordinata dai perversi medesimi. Per 
un prodigio divino, dopo tre giorni e mezzo, o presi letteralmente, o presi per un periodo 

breve [Il sette rappresenta nella Scrittura il numero perfetto, e quindi un periodo lungo e 
completo di tempo; la metà di sette, tre e mezzo, rappresenta quindi un periodo breve e 
incompleto.  Non  c‟è  alcuna  difficoltà  però,  nel  caso  nostro,  a  prendere  letteralmente  il 
numero  dei  tre  giorni  e  mezzo  nei  quali  i  due  testimoni  appariranno  vinti  e  sopraffatti] 
essi risorgeranno alla  vita  e  alla  loro  dignità;  alla  vita,  se  realmente  uccisi,  alla  loro 

dignità e al loro prestigio se solo abbattuti ed esclusi. 
 
Un flagello di Dio, particolare per la città santa, nella quale si consumerà il delitto della 
lotta  contro  i  due  testimoni,  scuoterà  le  anime  traviate  per  l‟apostasia,  ed  esse 
spaventate dal castigo, daranno gloria al Dio del Cielo, riconoscendolo e convertendosi a 

Lui. 
 
Intanto  il  settimo  Angelo  comincerà a  dar  fiato  alla  tromba, cioè  comincerà  il  settimo 

periodo della vita della Chiesa. Il trionfo dei due testimoni e la conversione delle genti al 
Signore sarà fine del sesto periodo e principio del settimo, e per questo, invece di seguire 
immediatamente  il  terzo guai, segue  l‟applauso  di  riconoscenza  del  Cielo  per  il  primo 
trionfo di Dio e della Chiesa sulla terra: Il regno di questo mondo  è diventato del Signor 

nostro e del suo Cristo. 
Questo regno di amore verrà per preparare le anime all‟ultima grande lotta che la Chiesa 
avrà  dall‟anticristo  nel  settimo  periodo  della  vita  di  lei,  e  per  questo  i  ventiquattro 
seniori,  ringraziando  Dio  del  primo  trionfo,  e  vedendo  lontano  la  finale  apostasia  delle 
nazioni adirate contro  Dio,  annunziano  anche  la  resurrezione  dei  morti,  il  giudizio 

universale e l‟apparizione dell‟Arca di Dio nel Tempio della sua gloria, cioè della gloriosa 
Umanità  del  Redentore, tra  folgori,  gridi,  terremoto  e  molta  grandine, ossia  tra  lo 

sconvolgimento della terra. 
 
Questa  serie  cosi  complessa,  e,  nello  stesso  tempo,  cosi  logica,  ordinata  e  chiara  di 
avvenimenti ci fa capire ancora una volta quanto è misterioso il parlare di Dio,  che ha 
tutto presente, e non può non parlare che come Colui che ha tutto presente. Noi, piccoli 
atomi,  non  possiamo  fare  altro  innanzi  a  Lui,  eterna  Trinità,  Potenza,  Sapienza  ed 
Amore, che adorare, ringraziare e pregare. In mezzo al fluttuare dei secoli, siamo come 
un piccolo fuscello di paglia travolto dalle onde del tumultuoso oceano, e come possiamo 
presumere di elevarci a giudici di Dio? 
 
Umiliamoci,  umiliamoci,  e  facciamo  tesoro  della  piccola  particella  di  tempo  che  ci  è 
concessa per operare il bene. Siamo appena come un atomo di un immenso monte, una 
cellula  d‟un  colossale  albero,  e  non  possiamo  noi  valutare  e  tanto  meno  criticare  le 
profonde ragioni per le quali Dio vuole o permette tanti avvenimenti nella vita dei secoli e 
in quella della Chiesa. 
 
Egli solo sa quello che è giusto, santo e armonico in questa vita, per la sua gloria e per il 
bene  e  l‟eterna  felicità  delle  sue  creature.  Sappiamo  che  è  infinita  Sapienza  ed  infinito 
Amore,  e  dobbiamo  confidare  in  Lui  ed  abbandonarci  al  suo  amore.  Abituiamoci  ad 
umiliarci  profondamente  innanzi  a  Dio  con  sentimenti  di  grande  fiducia  e  di  grande 
amore. È così dolce il sentirsi nelle mani dell‟Onnipotente, è così rassicurante il sentirsi 
affidati  alla  sua  Sapienza  e  al  suo  Amore.  Che  importa  che  non  giungiamo  a 
comprendere tutto ciò che Egli dispone o permette nel mondo? Ci basti unirci alla sua 

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24 

volontà come un bimbo si unisce a quella dei suoi genitori, affidandosi completamente a 
loro. 
  
Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 312-316 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 

 

** 

 

L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

La misura del Santuario realizzerà 

il Regno di Dio nelle anime 

   

CAPITOLO XI 
 
«Poi mi fu data una canna simile a una verga e mi fu detto: «Alzati e misura il santuario di 
Dio e l'altare e il numero di quelli che vi stanno adorando. 

 

Ma l'atrio che è fuori del santuario, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato 
in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi.
» (Apocalisse 

11,1-2). 
  
Stando  all‟ordine  delle  visioni  di  S.  Giovanni,  è  evidente  che  questa  mistica  e 
meravigliosa misura che distinguerà nettamente i veri cristiani dal mondo e dallo spirito 
del  mondo,  realizzando  così  il  Regno  di  Dio  nelle  anime  prima  dell‟ultima  persecuzione 
della Chiesa e prima del Regno glorioso di Dio e della Chiesa dopo il giudizio universale, 
è evidente, diciamo, che la mistica misura avverrà dopo i grandi flagelli che colpiranno la 
terra,  dopo  la  terribile  guerra  e  dopo  che  il  libricino  tenuto  in  mano  dall‟Angelo,  sarà 
stato divorato dalla Chiesa, rappresentata nel Sacro Testo da S. Giovanni. 

È  chiaro  cioè  che  immediatamente  dopo  la  grande  guerra,  che  avrà  fatto  strage  degli 
uomini  con  le locuste  e  la  cavalleria, ossia  con  gli  areoplani,  le  artiglierie  e  le 
mitragliatrici, la Sacra Scrittura diventerà cibo delle anime,  e le formerà a tale santità, 
che Dio potrà effondere in loro torrenti di grazie e di doni Eucaristici, e formare di esse il 
suo  regno  di  amore,  opposto  nettamente  al  mondo  persecutore  e  tiranno,  che  per  tre 
anni e mezzo dopo la guerra infierirà contro la città santa, cioè contro Roma e la Chiesa. 
Sarà proprio questa persecuzione purificatrice che farà distinguere maggiormente i veri 
fedeli dal mondo paganeggiante e scellerato. 

Questo,  che  avverrà  dopo  la  grande  guerra  e  la  glorificazione  della  Sacra  Scrittura, 
avverrà anche in maniera più impressionante dopo l‟ultima terribile guerra che desolerà 
il  mondo,  guerra  che  sarà  seguita  dal  triste  regno  dell‟anticristo  e  dall‟ultima 
persecuzione per tre anni e mezzo, dopo della quale verrà il giudizio e il Regno glorioso di 
Dio nella Chiesa trionfante. Nel periodo delle effusioni di grazie e di doni Eucaristici Dio 
misurerà  i  suoi  fedeli,  raccogliendo  negli  anni  di  questa  spirituale  prosperità  le  anime 
che  un  giorno  dovranno  combattere  contro  l‟anticristo,  e  costituire  l‟ultimo  coro  dei 
Martiri [Non si deve dimenticare che l‟Apocalisse predice quello che avverrà alla Chiesa 
nelle  sette  epoche  della  sua  vita  pellegrina,  e  che  quello  che  è  detto  di  uno  di  questi 
periodi è figura di quello che avverrà più determinatamente in un altro periodo]. 

  

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25 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 301-302 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 

 

** 

 

L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

I due ulivi 

 
In  questo  brano  Don  Dolindo  Ruotolo  si  sofferma  sul  significato  dei  "due  ulivi"  del 
capitolo XI dell'Apocalisse.  Secondo il sacerdote, questi due personaggi non sono altro 
che un capo religioso e un capo civile, ovvero un Papa e un Re, che verranno inviati da 
Dio  al  tempo  della  purificazione  (quando  ci  sarà  un'immane  guerra)  che  precederà  la 
grande  restaurazione  di  tutto  in  Gesù  Cristo.  Essi  daranno alla  terra  la  pace  col  pieno 
trionfo della Chiesa e saranno prefigurazione dei due testimoni, Enoc ed Elia, che, alla 
fine  del  mondo,  combatteranno  l'Anticristo  escatologico.  È  significativo  come  questo 
"capo  religioso"  e  questo  "capo  civile"  di  cui  parla  Don  Dolindo  evochino  le  figure  del 
"Grande  Monarca"  e  del  "Papa  Santo"  che,  secondo  le  profezie  di  vari  santi,  mistici  e 
veggenti, dovranno introdurre l‟Era di Pace. 
 
Nella  Redenzione  l‟Unto  per  eccellenza,  il  Sacerdote  Sommo  ed  Eterno  fu  Cesù  Cristo, 
per cui venne a noi la grazia dello Spirito Santo nei sette Sacramenti e nei sette doni del 
Sacramento  della  Cresima.  Egli  era  Sacerdote  e  Re  nello  stesso  tempo,  ma  si  servì  del 
potere  civile,  di  Costantino  il  grande,  che  dette  la  libertà  alla  Chiesa,  per  affermare  il 
Regno del suo amore nel mondo. 
 
Nella restaurazione degli ultimi tempi, che, come le altre due, avverrà non per mezzo di 
un esercito né con la forza, ma per virtù dello Spirito Santo, è evidentissimo che i due 
ulivi,  i  due  testimoni  visti  da  S.  Giovanni,  sono  un  capo  religioso  e  un  capo  civile,  un 
Papa e un Re [anche nelle profezie di molti santi e mistici si parla di un Grande Monarca 
e  un  Papa  Santo  che  introdurranno  l‟Era  di  Pace;  N.d.R.].  Al  tempo  dell‟anticristo,  poi, 
quando  il  regno  del  male  sarà  trionfante,  quando  l‟unico  re  sarà  proprio  l‟anticristo,  e 
sarà sommamente avvilita la dignità del Papa e quella di qualunque altro legittimo Re, i 
due ulivi saranno Enoc ed Elia, i quali con prodigi e forza grande di Dio riaffermeranno 
contro  il  miserabile  anticristo  i  diritti  del  Papa  e  quello  dei  Re  da  lui  detronizzati  e 
conculcati. 
 
A  questa  spiegazione,  che  fluisce  logica  dal  Sacro  Testo,  delle  visioni  di  Zaccaria,  e 
dell‟allusione chiara che vi fa S. Giovanni, non può fare difficoltà il fatto che nella visione 
di Zaccaria si parla di un solo candeliere, e in quella di S. Giovanni i due testimoni sono 
chiamati  due  ulivi  e  due  candelieri;  l‟unico  candeliere  del  Tempio  significava,  infatti,  il 
potere  civile  e  religioso  che  presso  Israele  era  cumulato  nel  Sommo  Sacerdote,  ma  che 
nello sviluppo della vita della Chiesa sarebbe stato distinto. 
 
I due testimoni dunque erano i due ulivi perché due unti del Signore, uno come Papa e 
l‟altro come Re, ed erano due candelieri, perché tutti e due insieme esprimevano le due 
potestà  religiose  e  civile  vivificate  dai  doni  dello  Spirito  Santo,  significate  dall‟unico 
candeliere con sette bracci e sette lampade, e con due ulivi distinti, a destra e a sinistra, 
perché  le  due  potestà  unite  in  un  solo  capo  presso  gli  Ebrei,  avevano  mansioni 
determinate e distinte. 
 
Negli  ultimi  tempi,  quando  l‟anticristo  scelleratissimo  presumerà  di  essere  egli  l‟unico 
candeliere,  anzi  l‟unico  dio  in  luogo  del  Dio  vivente,  verranno  nel  mondo,  anzi 

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26 

riappariranno,  perché  non  sono  ancora  morti,  Enoc  ed  Elia.  Enoc  fu  discendente  di 
Adamo  per  Jared  che  lo  generò,  e  rappresentò  un  capo  di  popolo;  visse 
trecentosessantacinque anni, camminò con Dio, vivendo santamente, e disparve perché 
il  Signore  lo  rapì  (Gen.  V,  21-23).  Elia,  difensore  dell‟onore  di  Dio  contro  gl‟idolatri  e  i 
tiranni, rappresentò in pieno l‟autorità sacerdotale, e fu rapito al cielo in un turbine (IV 
Re, II,11). Verranno tutti e due improvvisamente, quando più fiera sarà la persecuzione 
dell‟anticristo contro la Chiesa, verranno come vindici del potere regale e dell‟autorità del 
Papa,  e  saranno  anch‟essi  due  candelieri  per  la  fede  e  due  ulivi  per  la  pienezza  della 
grazia dello Spirito Santo. 
 
Gesù Cristo o un Angelo parlano dunque a S. Giovanni dei due testimoni della gloria di 
Dio che restaureranno il mondo e la Chiesa contro i perfidi che avranno sconvolto l‟uno e 
avvilita l‟altra; parlano di un gran Re e di un gran Papa che, d‟accordo, dopo la terribile 
guerra,  daranno  alla  terra  la  pace  col  pieno  trionfo  della  Chiesa,  e  parlano  di  Enoc  ed 
Elia che si faranno rivedere nel mondo al tempo dell‟anticristo, per combattere contro di 
lui e rianimare la fede dei cristiani, scossa notevolmente dalle persecuzioni. 
 
Nel determinare i due testimoni si fermano in modo particolare, come appare dal Testo, 
su di Enoc ed Elia [per anticipazione il Sacro Testo allude qui al tempo dell‟anticristo, del 
quale parlerà in seguito; questo conferma che la triste figura dell‟anticristo è posta qui 
prima  di  quegli  scellerati  che  ne  sarebbero  stati  tipo]  perché  sono  le  due  figure  più 
impressionanti, e dicono di loro in senso proprio e letterale quello che forse potrà dirsi in 
senso mistico e spirituale dei due testimoni che restaureranno il mondo e la Chiesa dopo 
i grandi flagelli sofferti da tutta l‟umanità. Diciamo forse, perché potrà essere benissimo 
che questi due testimoni compiranno grandi miracoli. 
 
Enoc ed Elia si troveranno dunque alla fine del mondo non solo di fronte al più scellerato 
degli  uomini,  l‟anticristo,  ma  di  fronte  ai  popoli,  traviati  completamente  da  lui,  che 
irromperanno  contro  di  loro  con  ingiurie  e  persecuzioni  mortali.  Sarà  necessaria  una 
grande  manifestazione  di  potenza  per  dominarli,  e  perciò  uscirà  fuoco  dalla  bocca  dei 
due  testimoni,  che  divorerà  i  loro  nemici,  e  ucciderà  quelli  che  vorranno  far  loro  dei 
male. Questo fuoco sarà o una vampata come folgore, che fulminerà i loro nemici, o sarà 
una parola cosi forte di maledizione, che li farà stramazzare morti al suolo. 
 
I  perversi,  schiavi  oramai  dell‟anticristo,  faranno  loro  resistenza,  burlandosi  delle  loro 
minacce  di  castighi  divini;  essi  allora,  con  una  manifestazione  pubblica  di  autorità 
soprannaturale,  colpiranno  la  terra  con  una  grande  siccità,  muteranno  in  sangue  le 
acque che ancora sgorgheranno dalle fonti, e colpiranno la terra con numerosi flagelli nel 
tempo  della  loro  predicazione.  Difensori  dell‟onore  di  Dio  e  della  Chiesa  in  un  mondo 
quasi completamente apostata e corrotto, non potranno dominarlo con la persuasione e 
la dolcezza, ma col timore. Per questo saranno in odio a tutti, e saranno riguardati come 
un grande flagello per l‟umanità. 
 
Tutti  faranno  allora  appello  all‟anticristo,  alla  bestia  che  viene  su  dall‟abisso,  all‟uomo 
infernale,  venuto  in  terra  come  un  altro  satana,  domandandogli  di  essere  liberati  da 
quegli uomini per loro calamitosi. L‟anticristo moverà loro guerra facendoli catturare, li 
vincerà,  riuscendo  a  mettere  loro  addosso  le  mani,  e  li  ucciderà.  Essi,  vissuti 
misteriosamente  per  lunghissimi  secoli,  pagheranno  il  loro  tributo  alla  morte.  Saranno 
uccisi nella piazza della grande città dove rimarranno insepolti. 
 
Questa  grande  città,  chiamata  spiritualmente  Sodoma  per  la  corruzione  ed  Egitto  per 
l‟apostasia e l‟infedeltà, sarà Gerusalemme [il Sacro Testo infatti dice esplicitamente che 
è  la  città  dove  anche  il  loro  Signore  fu  crocifisso],  riedificata  dall‟anticristo  col  suo 

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27 

tempio, nel quale egli si farà adorare come dio. Diventata una città cosmopolita ospiterà 
gente d‟ogni tribù, popolo, lingua e nazione, le quali vedranno i corpi dei due testimoni 
uccisi, e per odio e disprezzo estremo non permetteranno che sia data loro sepoltura. La 
notizia della loro morte si spargerà in un baleno per tutta la terra, con tutti i mezzi della 
civiltà  di  allora,  e  gli  abitanti  del  mondo  ne  faranno  festa,  scambiandosi  dei  doni  per 
l‟esultanza di essersi liberati da flagellatori così potenti delle loro iniquità. 
 
Tre giorni e mezzo rimarranno esposti agli schemi delle moltitudini scellerate, e dopo tre 
giorni  e  mezzo  lo  spirito  di  vita  proveniente  da  Dio,  cioè  l‟anima  loro  rientrerà  nei  loro 
corpi,  ed  essi,  risorti  a  vita  immortale,  si  rizzeranno  in  piedi  con  grande  spavento  di 
quanti assisteranno a scena così impressionante. Si udirà allora una gran voce dal cielo 
che  li  inviterà  a  salire  su,  ed  essi  ascenderanno  in  un‟immensa  gloria,  avvolti  da  una 
nube, come un giorno Gesù Cristo ascese al Cielo. I loro nemici li vedranno e ne saranno 
esterrefatti  e  confusi,  e  in  quell‟ora  medesima  avverrà  un  formidabile  terremoto  che 
rovinerà la decima parte della città, uccidendo sotto le sue macerie settemila persone. I 
superstiti  a  tanto  flagello  riconosceranno  la  mano  del  Signore,  e  gli  daranno  gloria, 
confessandone la verità e la potenza. 
 
Questo  terribile  avvenimento,  tutto  particolare  del  tempo  dell‟anticristo  alla  fine  del 
mondo, sarà preceduto da qualche cosa di simile, benché in minori proporzioni, al tempo 
della  restaurazione  di  tutto  in  Gesù  Cristo,  dopo  la  grande  guerra  sterminatrice.  I  due 
testimoni di allora, il gran Re e il gran Papa dell‟amore, si troveranno anch‟essi di fronte 
al  mondo  apostata  e  scellerato,  e  si  presenteranno  a  lui  non  nei  paludamenti  reali  o 
pontifici,  ma  vestiti  di  sacco,  in  abiti  di  penitenza  e  di  umiltà.  Saranno  due  ulivi  per 
l‟unzione  della  grazia,  e  due  candelieri  per  la  luce  della  fede  che  in  loro  risplenderà. 
Subiranno una lotta spietata per tre anni e mezzo, durante i quali le genti più scellerate 
calpesteranno la città santa, cioè Roma papale, tenendola sotto il loro dominio tirannico. 
Nonostante  la  terribile  opposizione  incontrata  in  Roma  e  in  tutto  il  mondo,  essi 
compiranno la loro missione con segni straordinari. 
 
Da  "La  Sacra  Scrittura  -  L'Apocalisse"  di 

Don  Dolindo  Ruotolo

,  pagg.  304-308 

(pubblicato nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa 
Aurunca) 
 

** 

 

L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

Il ruolo di Maria, Donna vestita di 

Sole, negli Ultimi Tempi 

  
CAPITOLO XII 
  
La donna vestita di sole coronata di dodici stelle, e con la luna sotto i piedi. 

[...]  La  medaglia  miracolosa,  Lourdes,  Fatima,  hanno  mostrato  alle  anime  il  grande 
portento di Dio, Maria SS. Immacolata, la donna vestita di sole e coronata di stelle per 
eccellenza. Il giorno di Dio si avanza a grandi passi, ma l‟aurora di questo giorno mentre 
ha  zone  di  luce,  ha  anche  zone  di  caligine  e  di  tenebre,  come  le  ha  l‟aurora  del  giorno 
terreno. 

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Non possiamo perciò terminare questo capitolo senza fermarci a considerare almeno per 
poco Maria SS., grande portento di Dio, e donna vestita di sole e coronata di stelle. Non 
credi  tu 
dice  S.  Bernardo, che  Maria  è  la  donna  vestita  di  sole?  Essa  è  vestita  di  sole 

perché  penetrò  l’abisso  profondissimo  della  divina  Sapienza  oltre  ogni  immaginazione. 
profeti furono semplicemente purificati nelle loro labbra dal fuoco celeste, ma Maria meritò 

di esserne da ogni parte avvolta e come chiusa. Essa è un grande portento, perché, come 
dice S. Bonaventura, Essa è colei, più grande della quale Dio non avrebbe potuto creare. 

Avrebbe potuto fare un mondo più grande, un cielo più grande, ma non avrebbe potuto fare 
una  madre  più  grande  della  Madre  di  Dio. 
È  questa  maternità  divina  che  la  riveste  di 

sole, e perciò S. Bernardo rivolto alla Vergine SS. esclama: In te rimane Gesù Cristo che è 
sole, e tu in Lui. Tu lo rivesti e sei vestita da Lui. Lo rivesti della sostanza della carne, ed 

Egli ti veste della gloria della sua maestà. Riveste il sole con la nube e tu stessa sei vestita 

dal sole. 

Maria  SS.  ha  sotto  i  piedi  la  luna  perché  è  dominatrice  dei  tempi,  e  tutte  le  età  la 
chiamano beata; è coronata di stelle perché rifulge delle grazie degli Angeli, degli Apostoli 
e  dei  Santi  in  altissimo  grado,  ed  è  tutta  illuminata  dai  suoi  incomparabili  privilegi  e 
dalle  sue  virtù.  Rifulgono  in  Lei  la  fede,  la  speranza,  la  carità,  la  religione,  l‟umiltà,  la 
verginità,  la  fortezza,  la  povertà,  la  carità  fraterna,  l‟obbedienza,  la  misericordia  e  la 
modestia, 

ed 

Essa 

rifulge, 

come 

dice 

S. 

Bernardo nella 

sua 

concezione immacolata, nell’angelico  saluto,  nella  infusione  dello  Spirito  Santo,  nella 
divina  maternità,  nella  incomparabile  verginità,  nella  fecondità  senza  corruzione,  nella 

gravidanza  divina  senza  gravame  alcuno,  nel  parto  senza  dolore,  nel  pudore  dolcissimo, 
nell’umiltà devotissima, nella grandezza della fede, nel martirio del cuore.
 

Maria SS. è la madre della Chiesa, e genera continuamente i figli della grazia, il Corpo 
mistico di Gesù Cristo, come ne generò il Corpo reale. Essa è quindi la donna vestita di 
sole  che si  travaglia  per  dare  alla  luce i  figli  di  Dio,  e  che  combatte  contro  il  dragone 
infernale perché sia tutelata la loro vita soprannaturale. Essa sostiene la Chiesa nei suoi 
combattimenti più aspri, e si leva trionfante nel cielo con fulgori di gloria novella, ogni 
volta  che  dall‟inferno  si  levano  contro  la  Chiesa  novelle  insidie.  Il  suo  travaglio  non  è 
dolore  di  parto  materiale  ma  è  sollecitudine  materna,  amorosissima,  per  la  quale  essa 
diventa  quasi  novellamente  pellegrina  sulla  terra,  discende  a  noi,  si  mostra  nel  cielo 
della  Chiesa  nei  fulgori  della  sua  immacolata  grandezza,  e  porta  una  novella  vita  alle 
anime disorientate, generando novellamente quasi il Corpo mistico del Redentore. 

Questa  sublime  maternità  di  Maria  si  afferma  specialmente  quando  il  dragone 
infernale trae con la sua coda la terza parte delle stelle del cielo, cioè quando con le sue 
insidie disorienta quelli che debbono insegnare nella Chiesa la verità e debbono rifulgere 
nel suo cielo come stelle che orientano il cammino delle anime. 

Maria si manifesta nei periodi delle più pericolose eresie 

Nell‟epoca  delle  più  pericolose  eresie  Maria  si  manifesta,  scende  novellamente  in  terra, 
illumina la Chiesa di novello splendore di fede, ed è veramente per Essa la donna vestita 
di sole. 

Non  esitiamo  perciò  a  confermare  che la  donna  vestita  di  sole vista  da  S.  Giovanni 

immediatamente  prima  della  lotta  dell‟anticristo,  rappresenti  anche  nel  senso  letterale 
Maria SS. rifulgente nella Chiesa di novello splendore per generare a Dio gli ultimi Santi, 
forti  nella  maschia  loro  fede,  e  opporli  alla  tremenda  marea  di  errori  e  d‟iniquità  che 
l‟anticristo lancerà nelle nazioni, provocando in esse un‟apostasia più piena. La Chiesa 
supererà la lotta terribile per Maria, e rifulgerà di fede e dell‟altissima sapienza dei suoi 
novelli apostoli per Maria; sarà donna vestita di sole e coronata di stelle, e avrà sotto i 
piedi il mondo materiale e temporale, perché Maria rifulgerà in essa nello splendore della 

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29 

sua divina maternità, nella luce dei suoi privilegi e nella corona che la sublimò Regina 
del cielo e della terra nella sua assunzione. 

Forse sarà proprio la definizione dommatica della sua gloriosa assunzione al cielo che la 
farà  apparire  al  mondo  in  una  gloria  novella,  proprio  quando  l‟inferno  starà  per 
scatenarsi  contro  la  Chiesa  per  l‟ultima  lotta.  Forse  sarà  anche,  contemporaneamente, 
qualche  novella  manifestazione  di  Maria,  precedente  o  seguente  la  definizione  della 
Chiesa,  come  avvenne  per  l‟Immacolato  Concepimento.  Certo  Maria,  Madre  vera  della 
Chiesa, e non Madre per modo di dire, Madre costituita da Gesù Cristo morente, fu per 
Essa  la  donna  vestita  di  sole  a  cominciare  dal  Cenacolo,  quando  lo  Spirito  Santo 
discendendo sugli Apostoli costituì la Chiesa nella sua vita soprannaturale anche allora, 
in maniera mirabile. 

Maria  fu  la  donna vestita  di  sole, per  la  grazia  dello  Spirito  Santo  che  tutta 

l‟arricchì, coronata di dodici stelle per gli Apostoli che le stanno intorno, e avente la luna 
sotto i piedi perché dominava in quel momento i tempi del mondo, segnando con le sue 
materne  cure  quelli  di  Dio;  anche  allora  la  Chiesa  fu  ugualmente  vestita  di  sole  per  la 
grazia  dello  Spirito  Santo,  coronata  di  dodici  stelle  per  gli  Apostoli  che  ne  erano  lo 
splendore, e che dovevano propagarne la dottrina, e avente la luna sotto i piedi perché 
dominatrice dei tempi e delle vicende terrene; anche allora Maria e la Chiesa formavano 
un unico simbolo e un‟unica visione di maternità amorosissima, un‟unica forza opposta 
alle  forze  dell‟inferno.  Sempre  cosi  fu  nei  secoli,  ed  è  logico  supporre  anzi  credere  che 
così sarà al chiudersi della vita della Chiesa su questa terra. 

Dal Cenacolo la Chiesa mosse per le prime battaglie del suo mortale cammino con Maria 
e per Maria, vestita di sole, coronata di dodici stelle e dominante i tempi; con Maria e per 
Maria  giungerà  al  traguardo  dei  secoli  per  l‟ultima  lotta  e  per  l‟ultimo  trionfo,  che  si 
muterà in trionfo eterno. Sarà vestita di sole per le grazie che la inonderanno, e per la 
grande fede che tutta l‟animerà; sarà coronata di dodici stelle, perché una, apostolica e 
cattolica,  non  avrà  perduto  alcuna  delle  sue  note,  tutta  santa  per  la  vita  ricevuta  da 
Maria e per Maria attraverso gli Apostoli. Avrà sotto i piedi le misere e mutabili cose del 
tempo, figurate dalla luna, e darà a Dio integro, forte e santo il popolo dell‟eterno trionfo. 
Maria sarà con lei in una maniera tanto piena e grande, che la Chiesa sarà Mariana, per 
cosi dire, vivendo di Gesù e per Gesù nella gloria e nella maternità di Maria. 

Maria  sarà  glorificata  in  maniera  singolarissima  proprio  quando  «  maestri  »  e  « 
dottori » cadranno in diabolici errori 

Questa  ultima  e  straordinaria  manifestazione  della  gloria  e  della  potenza  di  Maria 
avverrà proprio quando l‟infernale dragone trarrà con la coda la terza parte delle stelle del 

cielo, e le precipiterà sulla terra. Stelle del cielo che cantano la divina gloria sono i dottori, 
secondo lo spirito liturgico della Chiesa, poiché essi rifulgono nel firmamento spirituale, 
lo  illuminano  come  tremule  luci,  per  la  limitazione  del  pensiero  umano,  e  cantano  le 
grandezze  di  Dio  come  le  stelle,  perché  con  la  loro  dottrina  ne  mostrano  e  ne  fanno 
intuire la magnificenza. Queste stelle sono tratte dal cielo della soprannaturale dottrina, 
quando  satana  con  le  insidie  della  falsa  scienza,  del  modernismo,  della  critica,  del 
razionalismo  e  dello  scientificismo li  precipita  sulla  terra facendo  loro  vedere  le  cose  da 

un punto di vista unicamente terreno, inaridendone lo spirito, e facendoli precipitare in 
mille errori. 

Maria,  debellatrice  di  tutte  le  eresie,  sarà  glorificata  nella  Chiesa  in  maniera 
singolarissima  proprio  quando  i  suoi  maestri  e  dottori  saranno  maggiormente 
disorientati dallo spirito satanico, e cadranno in molti insidiosissimi errori, lusingandosi 
di  portare  nell‟insegnamento  della  Chiesa  una  nota  di  modernità  e  di  scienza,  che 

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viceversa sarà una nota di materialità tutta terrena, che sfigurerà gl‟ineffabili tesori della 
dottrina della Chiesa. 

Questo  tristissimo  ed  esiziale  fenomeno  lo  abbiamo  già  visto  col  modernismo,  il 
razionalismo  e  lo  scientificismo,  e  dolorosamente  lo  vediamo  crescere  e  non  diminuire 
per  opera  di  pochi  orgogliosi,  che,  gonfi  della  loro  effimera  erudizione  o  dottrina, 
svalutano  col  più  balordo  dei  disprezzi  tutto  quello  che  i  veri  luminari  della  Chiesa,  i 
Padri  e  i  Santi  Dottori,  hanno  insegnato  nel  corso  dei  secoli.  Questa  insidiosa  eresia, 
somma  e  colmo  di  tutte  le  eresie,  sarà  debellata  completamente  quando  Maria  sarà 
glorificata novellamente nella Chiesa, e quando la devozione verso di Lei assunta in Cielo 
riporterà  novellamente  nel  cielo  e  nel  fulgore  soprannaturale  le  profumate  dottrine. 
Maria allora, in mezzo alla generale apostasia, genererà novellamente Gesù Cristo nelle 
anime, e promulgherà il regno del suo trionfante amore nel regno della propria regalità 
materna. 

Questo noi lo invochiamo con calde preghiere, e lo aspettiamo con fervida attesa, poiché 
è  innegabile  che,  come  disse  già  fin  dal  1929  Pio  XI, si  scorgono  segni  di  un  vero 
orientamento  nell’esegesi  biblica  moderna,  
disorientamento  che  oggi  è  immensamente 
cresciuto,  e  che  è  stato  ed  è  la  vera  ed  ultima  causa  del  decadimento  cristiano.  Solo 
Maria  può  vincere  questa  terribile  insidia  dell‟inferno,  e  solo  Maria  la  vincerà  in  una 
novella  gloria  che  la  mostrerà  nella  Chiesa  vestita  del  sole  dell‟eterna  sua  gloria,  e 
coronata  delle  stelle  della  sua  materna  regalità,  forse  precisamente  nella  definizione 
dommatica della sua assunzione al cielo. 

L‟ordine  stesso  col  quale  S.  Giovanni  predice  gli  avvenimenti  futuri  rafforza  questa 
grande speranza, che è la speranza della Chiesa: si apre il settimo sigillo, e il suono delle 
trombe  di  sette  Angeli  annunzia  le  tribolazioni  che  gradatamente  colpiranno  la  terra 
peccatrice. Flagelli sulla terra, nel mare, nelle fonti, nel firmamento (cap. VIII). Poi flagelli 
più  grandi:  lo  sconvolgimento  dei  popoli,  le  guerre  terribili  e  sterminatrici  con  le 
misteriose  cavallette  e  la  misteriosa  cavalleria  (cap.  IX).  San  Giovanni  allora  vede  un 
libro  ed  ha  ordine  di  farne  suo  nutrimento,  perché  possa  ancora  profetizzare a  molte 

genti, ai popoli e ai Re (cap. X). 

Questo  libro  misterioso  che  sta  tra  questi  avvenimenti,  e  che  è  dolce  ed  amaro,  è  la 
parola di Dio, e sopra tutto la Sacra Scrittura, riportata alla Chiesa da un Angelo, cioè 
da  un  messaggero  di  Dio,  perché  ridiventi  cibo  suo.  Dolcezza  di  sapore  e  amarezza  di 
digestione  e  di  assorbimento  caratterizzano  questo  libro,  per  la  gioia  con  la  quale  è 
ricevuto e per le amarezze della lotta che ad esso si fa quando dalla sfera privata passa 
nel  seno  della  Chiesa.  Il  libro  è  divorato  da  S.  Giovanni  che  rappresenta  la  Chiesa, 
sparisce  divorato  da  una  condanna  della  Chiesa,  che  nel  digerirlo  lo  trova  amaro.  S. 
Giovanni non dice più nulla di questo libro misterioso, ma è evidente dalle profezie che 
seguono quello che intorno ad esso, per così dire, si centralizza. 

Il  libro,  pur  essendo  stato  divorato,  ed  essendo  stato  trovato  amaro,  non  è  rigettato. 
L‟amarezza  della  digestione  passa;  è  assorbito,  diventa  vita  delle  anime,  suscita  una 
novella vita, ed ecco la misura del Santuario e dell‟Altare, e la mancata misura dell‟atrio 
delle  genti,  cioè  ecco  una  distinzione  netta  tra  veri  cristiani  e  mondani,  ecco  preparato 
l‟ambiente del Regno di Dio e del trionfo della Chiesa in terra, ecco i due testimoni che lo 
realizzano con l‟attività del loro apostolato. 

Suona  la  settima  tromba,  perché  s‟inizia  così  la  settima  epoca  della  vita  della  Chiesa. 
S‟inizia  con  un  trionfo,  e  per  questo  grandi  voci  dal  Cielo  e  i  ventiquattro  seniori 
ringraziano Dio. Il trionfo, è evidente dal contesto, culmina nella gloriosa manifestazione 
dell‟Arca del Testamento (cap. XI) ossia della glorificazione dell‟Eucaristia, e per riflesso 
della glorificazione di Maria, Arca santa e immacolata che ci dette Gesù. Il Regno di Dio 

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in terra, e il trionfo della Chiesa giungono al loro apogeo in una glorificazione più grande 
di  Maria,  che  ridonderà  tutta  al  trionfo  della  Chiesa,  ed  ecco la  donna  vestita  di  sole, 
coronata  di  stelle,  e  con  la  luna  sotto  i  piedi,
ecco  Maria  nello  splendore  di  una  nuova 

corona, ed ecco la Chiesa nel fulgore di una nuova vita. 

Il  trionfo  di  Maria  e  quello  della  Chiesa  servono  per  la  generazione  del  Redentore  nelle 
anime, non per una semplice parata di gloria, servono per formare il popolo maschio, il 
forte  popolo  cristiano  degli  ultimi  tempi,  ed  ecco  il  dragone  rosso  che  viene  dall‟abisso 
per muovere guerra a Maria ed alla Chiesa, eccolo in piena forza coi suoi satelliti. 

Combatte contro S. Michele e i suoi Angeli, è vinto, è relegato interamente sulla terra, e 
muove  per  l‟ultimo  assalto  che  culminerà  poi  nella  fine  del  mondo  e  nel  giudizio 
universale (cap. XII). 

Tutti questi avvenimenti, alcuni dei quali sono concomitanti, ci fanno volgere lo sguardo 
a  Maria,  e  ci  fanno  sperare,  anzi  ci  danno  la  sicurezza  assoluta  che  per  Lei  rifulgerà 
novellamente  sulla  terra  la  gloria  di  Dio,  per  Lei  sarà  schiacciata  l‟eresia  moderna,  per 
Lei la Chiesa trionferà anche sulla terra. 

Nel giorno del giudizio il portento di Dio, Maria, e la Chiesa, portento autentico di grazie 
e  di  misericordie,  appariranno  novellamente  nel  Cielo,  Maria  come  Regina  di  gloria 
accanto  al  Re  trionfante,  la  Chiesa  come  celeste  Gerusalemme,  sposa  abbigliata  per  il 
suo diletto. Tutta l‟umanità vedrà la donna, la Signora, la Regina vestita di sole, del Sole 
Divino che in Lei s‟incarnò, e vedrà in lei la suprema bellezza della Chiesa, poiché Essa 
ne fu il modello più completo e la Madre; Essa fu la città di Dio, città tutta santa, il cui 
Tempio  fu  il  suo  Cuore  Immacolato  e  la  sua  anima  benedetta  e  santissima.  Ci  sarà 
anche il dragone, ma definitivamente schiacciato sotto i piedi di Lei; il tempo e i secoli 
passati  saranno  come  lo  sgabello  della  sua  gloria,  come  pallida  luna  sulla  quale  Essa 
s‟innalzerà,  Essa  che  sarà  tutta  ammantata  dal  Sole  Eterno.  La  storia  dell‟umanità 
chiuderà così il suo circolo, i cui estremi si toccheranno, poiché cominciò nell‟Eden con 
la donna e il dragone che la vinse, e terminerà con Maria e il dragone sconfitto da lei. 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 365-371 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 
 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

L'immagine e il marchio  

della Bestia 

  
CAPITOLO XIII 
  
Il cinema... 

Tra i mezzi di seduzione per far ritornare sulla terra il regno del male, il Sacro Testo ne 
indica uno con queste parole: - E sedusse gli abitanti della terra con prodigi che le fu dato 
di operare  innanzi  alla bestia, dicendo  agli  abitanti della  terra di fare un’immagine della 

bestia che fu piagata di spada e riprese vita. E le fu dato di dare spirito all’immagine della 
bestia, 
sicché l‟immagine della bestia parlasse, e di fare che quanti non avessero adorato 

l’immagine della bestia fossero uccisi. 

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I prodigi della scienza apostata sono quelli che inducono gli uomini a non credere più al 
soprannaturale. Tante scoperte moderne che avrebbero potuto e dovuto avvicinare a Dio 
l‟anima umana, sono servite quasi totalitariamente a far risorgere il regno del male, e a 
far rinascere l‟idolatria fino al culto e all‟adorazione della macchina, come è avvenuto in 
Russia.  Ma  quella  scoperta  che  più  ha  influito  sulla  seduzione  delle  anime,  è  stato  il 
cinematografo, immagine  vera  della  bestia  che  fu  piagata  di  spada  e  riprese  la 

vita, sintesi cioè di ogni male e corruzione, espressa per immagini, nella proiezione delle 
pellicole,  le  quali  sembrano avere  spirito perché  si  muovono,  e  parlano  come  se  fossero 

viventi  [N.d.R.:  Don  Dolindo  ha  scritto  questo  commento  negli  anni  '40,  quando  la 
televisione  era  ancora  sconosciuta.  La  televisione  può  essere  considerata  in  un  certo 
senso  l'erede  naturale  del  cinema,  per  cui  è  ragionevole  estendere  le  considerazioni  di 
Don Dolindo anche a questo medium moderno. Del resto, se qui viene detto del cinema 
degli  anni  '40  che  è  “immagine  vera  della  bestia”  non  è  difficile  immaginare  quale 
giudizio il sacerdote napoletano esprimerebbe oggi sulla TV... Per estensione, adattando 
questo parallelismo ai giorni nostri, si potrebbe dire meglio - per non generalizzare - che 
l'  "immagine  della  Bestia"  è  un  certo  uso  distorto  che  si  fa  oggi  dei  media  col  quale  si 
esaltano e promuovono stili di vita immorali e anticristiani.]. 

Nei  cinema,  viene  proiettato  sotto  gli  aspetti  più  seducenti  il  male,  la  corruzione  e 
l‟errore;  le  generazioni,  dolorosissimamente,  vi  vengono  educate  con  vive  impressioni 
dalla  piccola  età,  e  praticamente la  bestia, il  male,  il  peccato,  l‟apostasia  da  Dio, 

l‟idolatria della carne, della violenza, dell‟orgoglio, e di tutti i vizi capitali, vera bestia con 
sette  teste  e  con  dieci  corna, 
perché  sintesi  dei  sette  peccati  mortali,  e  dell‟opposizione 

della vita ai dieci comandamenti di Dio, sorge trionfante contro il bene. 

Al tempo dell‟anticristo questo strumento di seduzione raggiungerà eccessi spaventosi, di 
modo che sarà comminata persino la pena di morte contro quelli che si rifiuteranno di 
assistere  alle  proiezioni  infami,  sacrileghe  e  sommamente  immorali.  Non  deve  stupire 
questo, giacché abbiamo già visto in Russia le esose imposizioni fatte ai poveri prigionieri 
dalla  barbarie  bolscevica  per  costringerli  ad  assistere  alle  turpi  proiezioni  del  cinema 
immorale e satanico. 

Nel  tempo  della  spaventosa  apostasia  provocata  dall‟anticristo  in  nome  della  scienza, 
sarà dato completamente il bando a tutte ciò che è cristiano, di modo che sarà fatto a 
tutti  l‟obbligo  di  portare  un  segno  di  apostasia  o  sulla  fronte  o  nella  mano  destra,  o  di 
portarvi  impresso  il  nome  dell‟anticristo  o  il  numero  che  lo  indica.  Evidentemente  un 
cattolico  non  potrà  portare  quel  marchio  senza  dichiararsi  già  apostata,  e  allora  una 
legge  infame  dichiarerà  privi  del  diritto di  comprare  e  di  vendere, ossia  del  diritto  della 

vita  stessa  quelli  che  non  porteranno  il  segno  dell‟anticristo.  Sarà  questo  il  colmo 
dell‟apostasia, e S. Giovanni con un enigma determina quale sarà il nome dell‟anticristo, 
dicendo: Qui  sta  la  sapienza.  Chi  ha  intelligenza  calcoli  il  nome  della  bestia;  poiché  è 

numero di uomo, e il suo numero è seicentosessantasei. 

Gli  antichi  esprimevano  i  numeri  con  lettere  dell‟alfabeto;  ora  la  cifra  ottenuta 
sommando i valori numerici delle lettere che formeranno il nome dell‟anticristo, darà il 
valore  di  seicentosessantasei.  Non  si  tratta  di  un  nome  astratto,  come  avverte 
esplicitamente il Sacro Testo, ma di un nome di uomo, e quindi del nome dell‟anticristo. 
Sono quasi innumerevoli le combinazioni di lettere dell‟alfabeto greco che possono dare il 
valore seicentosessantasei, e quindi è impossibile a noi il poter congetturare il nome che 
avrà l‟anticristo. 

Alcuni interpretano il numero come un‟espressione mistica di una triplice empietà; sette 
nella Scrittura, essi dicono, è il numero che indica la perfezione, otto è il numero della 
beatitudine  o  della  felicità,  sei  è  il  numero  della  deficienza  e  del  delitto.  Le  lettere  che 
formano il Nome di Gesù equivalgono a 888, quelle dell‟anticristo equivalgono a 666, il 

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numero  della  deficienza  e  del  peccato.  Altri  identificano  il  nome  del  quale  parla  S. 
Giovanni con Nerone, Cesare, altri con Napoleone. ecc. Non si può dire nulla di certo, e 
solo  quando  sarà  venuto  l‟anticristo  si  capirà  dal  valore  numerico  del  suo  nome  che  è 
proprio  lui  lo  scellerato:  lo  si  capirà  anche  dalle  sue  gesta,  ma  il  nome  ne  darà  la 
conferma, e metterà maggiormente in guardia i cristiani contro di lui. 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 382-384 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 
 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

Le due bestie che sorgono  

dal mare e dalla terra 

CAPITOLO XIV 

Sia verginale il nostro carattere cristiano. 

La Chiesa si trova sempre tra le due bestie che sorgono dal mare e dalla terra, si trova 
cioè tra le agitazioni dei popoli, tra i regimi che le ostacolano la vita, tra i Re e i capi di 
stato  che  la  perseguitano,  e  tra  le  manifestazioni  delle  attività  della  terra  che  la 
insidiano,  ossia  tra  gli  agguati  della  falsa  scienza,  della  falsa  civiltà,  e  tra  le  seduzioni 
della  vita  terrena  che  avvelenano  l‟anima  dei  suoi  figli,  e  provocano  l‟apostasia  della 
mente, del cuore e della vita da Dio. 

Lo stato penoso in cui si trova il mondo, e nel quale si trova la medesima Chiesa in certe 
sue epoche, è dovuto a queste due terribili insidie, contro le quali dolorosamente i suoi 
figli  combattono  malamente.  I  cristiani  con  molta  facilità,  infatti,  o  si  asserviscono  ai 
poteri prepotenti cercando con essi un accomodamento opportunistico, o si asserviscono 
allo  spirito  del  mondo  e  cadono  nelle  mortali  aberrazioni  degli  errori,  delle  false 
concezioni  della  vita,  dello  sfiguramento  delle  Scritture  e  dell‟Evangelo,  menando  una 
vita che ha la lustra cristiana ma è pagana, o che è tutta pagana e conserva solo qualche 
povero cencio sdrucito di quello che era e dovrebbe essere la vita cristiana. 

In questi momenti, dolorosi per la vita della Chiesa e delle anime nostre, il rimedio non 
può  consistere  negli  adattamenti  più  o meno  egoistici,  opportunistici  e  ipocriti, occorre 
custodire  gelosamente  l‟integrità  del  carattere  cristiano  come  una  vergine  custodisce  la 
propria  integrità  sia  contro  la  violenza  che  contro  la  seduzione.  Dobbiamo  formare 
intorno  all‟Agnello  Divino sul  monte  di  Sion, cioè  elevandoci  in  alto  e guardando a  Dio 

solo, il coro trionfante dei vergini, che non si lasciano inquinare nella mente e nella vita, 
seguono il  Re  Divino dovunque  Egli  vada, senza  pregiudiziali  cioè  nel  seguirne  la 
dottrina  e  la  volontà  integralmente,  dovunque  Egli  li  voglia  condurre,  secondo  i  grandi 
fini del suo amore. Questa verginale integrità di fede e di costumi dev‟essere totalitaria, 
come  totalitaria  dev‟essere  l‟integrità  verginale  d‟una  creatura.  Qualunque  ombra  la 
offusca, e qualunque disorientamento della coscienza la copre di ignominie e di brutture. 
L‟integrità  cristiana  importa  per  noi avere  sulla  fronte  il  nome  di  Gesù, professandoci 
apertamente  e  pienamente  suoi  seguaci,  e  importa  avere il  nome  del  Padre 

suo, compiendone la Volontà. 

La nostra vita non può avere stonature, dev‟essere un cantico, un‟armonia di verità e di 
bene,  un  cantico  di  lode  al  Signore  nel  credergli  veramente  e  completamente,  e  nel  far 

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corrispondere  i  costumi  alla  fede  e  la  vita  pratica  al  costume  cristiano  in  ogni  sua 
manifestazione. Credere, sperare, amare, ecco le tre parti armoniche della vita Cristiana, 
ecco l‟accordo perfetto che solo può farla diventare un canto di lode e di amore innanzi a 
Dio.  Come  un  suono  incerto  che  esce  fuori  dalla  tonalità  di  una  musica  la  rende 
disarmonica  e  sgradita,  così  un‟incertezza  nella  fede  cristiana  e  cattolica,  o  una 
titubanza  nell‟osservanza  di  tutti  e  singoli  i  doveri  cristiani  distrugge  l‟armonia  della 
nostra vita, che deve essere soprannaturale, avendoci Dio chiamati alla fede proprio per 
elevarci ad una vita superiore. 

Il  cantico  della  nostra  vita  cristiana,  integra  e  totalitaria,  dev‟essere come  voce  di  molte 
acque, 
perché  deve  diffondersi  per  fecondante  edificazione  del  mondo;  dev‟essere come 

voce di gran tuono, per la forza del carattere, e come voce di cetre, per la soave dolcezza 
della  carità. Il  carattere  cristiano  non  può  stare  rinchiuso nell‟anima  come  se fosse  un 
semplice  sentimento,  un‟opinione,  una  personale  persuasione  o  una  pudibonda 
superstizione,  dev‟essere  schietto  come  acqua,  e  dilagare  intorno  per  far  sorgere  i 
germogli del bene in ogni attività della vita sociale. È logico, poiché se la Chiesa è una 
società  soprannaturale  di  sua  natura,  ha  per  fine  di  effondersi  nel  mondo  per  dare  a 
tutti e in ogni loro attività l‟incommensurabile bene della Redenzione. 

Il  carattere  cristiano  non  può  essere  timido  nei  manifestarsi,  dev‟essere  come voce  di 

gran  tuono, che  riesca  a  dominare  e  ad  imporsi  alle  stolte  manifestazioni  della  vita  del 
mondo.  Non  dobbiamo  essere  dei  timidi  sopraffatti  che  si  lasciano  intimorire  e  non 
hanno voce da far valere i diritti di Dio e della Chiesa, dobbiamo avere una voce di gran 
tuono  nella  dolcezza  della  carità,  in  modo  che  il  dominio  dell‟idea  cristiana  non  sia 
un‟imposizione  violenta  ma  un‟affascinante  melodia di  cetre, nell‟armonia  dei  valori 

soprannaturali che essa propugna. 

Il cantico della nostra vita totalitariamente cristiana è sempre nuovo, perché non è una 

teoria o un‟opinione, ma è la vita vissuta per Dio solo. Comprati dal Sangue dell’Agnello 
di sopra la terra 
noi viviamo di grazia e d‟amore, di verità e di bene; non filosofiamo, non 

siamo  artefatti,  siamo  germogli  vivi  che  spuntano  dal  Sangue  del  Redentore  nel 
fecondante  calore  dello  Spirito  Santo.  Ogni  Santo  è  perciò  una  novità,  come  lo  è  ogni 
fiore e ogni frutto della terra, come lo è ogni vita che si sviluppa. 

La  Chiesa  non  è  un‟istituzione  che  invecchia,  non  è  un  cimelio  del  passato,  benché 
conservi intatta la sua vetustà meravigliosa; il cantico della vita cristiana risuona innanzi 
ai  quattro  animali  e  ai  seniori, 
in  mezzo  alla  vita  cioè  che  si  sviluppa  e  s‟espande  e  in 

mezzo  alla  vetustà  della  Chiesa,  ma  è  sempre  nuovo,  di  modo  che  là  Chiesa  appare 
sempre giovane, e i suoi figli sono sempre come primizie per Dio e per l’Agnello Divino

Sul  nostro  labbro  cristiano non  deve  trovarsi  menzogna, dobbiamo  vivere  nella  verità 
soprannaturale e non farci affascinare dal mondo che è tutto una menzogna, dobbiamo 
considerare la vita per quello che è e non come ce la presenta il mondo; dobbiamo vivere 
per ciò che è unica realtà, cioè per giungere all‟eterna vita, e non per ciò che passa ed è 
menzogna vivente. 

Menzogna  è  la  vita  dei  sensi,  perché  è  un‟illusione,  menzogna  sono  le  esigenze 
dell‟orgoglio,  le  avidità  dell‟avarizia,  i  diletti  della  lussuria,  le  vittorie  dell‟ira,  le 
soddisfazioni della gola e gli ozi dell‟accidia. 

Menzogna sono le ipocrite convenienze sociali che non partono dalla carità, le eleganze 
che celano le turpitudini dello spirito e della carne, i sorrisi che nascondono l‟inganno e 
le gioie che orpellano le più profonde infelicità del cuore. 

Il cristiano vive di verità e cammina per la via che conduce all‟eterna verità. Le massime 
dei  Libri  Santi  che  regolano  la  sua  vita  sono  tutt‟altro  che  puri  idealismi,  esse 

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rispondono invece all‟unica vera realtà della vita presente in armonia con quella futura. 
Nessuno è più realista di un cristiano, che guarda la vita e le cose della vita per quelle 
che sono. 

Scuotiamo dunque da noi lo spirito del mondo, liberiamoci dalle schiavitù della materia, 
raduniamoci  intorno  all‟Agnello  Divino,  formiamo  il  suo  coro  di  amore,  seguiamolo 
dovunque  Egli  vada  e  voglia  condurci,  ed  intoniamo  con  Lui,  in  una  vita  nuova,  un 
cantico nuovo, rinnovellandoci in Lui e per Lui. 

Temiamo  Dio riconoscendone  l‟infinita  maestà e  diamogli  onore osservandone  la  Legge; 
crediamo  veramente  in  Lui,  Creatore  di  tutte  le  cose,  e  pensiamo  che  gli  daremo  un 
giorno conto minuto di ogni nostro pensiero e di ogni nostra azione. Il mondo con tutto il 
suo  ignobile  fasto  e  la  sua  effimera  potenza  cadrà,  e  chi  l‟avrà  seguito  sarà  trascinato 
dalla sua caduta e berrà del vino dell’ira di Dio, perdendosi eternamente nell‟inferno. 

Sopportiamo con pazienza le pene della vita, che per noi sono un merito e un titolo per il 
possesso dell‟eterna vita. La morte vista da questo aspetto sarà per noi una beatitudine e 
un  riposo,  e  le  opere  buone  che  avremo  fatte  nella  vita  ci  seguiranno.  Il  mondo  che  ci 
appare  tra  mendaci  splendori  che  affascinano,  sarà  falciato  e  vendemmiato  dalla 
giustizia  di  Dio,  e  tutta  la  sua  apparente  grandezza  sarà  sterminata.  Non  siamo  così 
stolti  da  seguirlo,  non  siamo  così  deboli  da  farcene  dominare,  scuotiamo  una  buona 
volta il suo giogo, e ritorniamo in pieno alla Chiesa cattolica, apostolica romana. 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 423-426 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

Il Signore ci chiama a penitenza 

CAPITOLO XVI 

«Udii poi una gran voce dal tempio che diceva ai sette angeli: «Andate e versate sulla terra 

le sette coppe dell'ira di Dio». 

Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra; e scoppiò una piaga dolorosa e maligna 

sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua. 

Il secondo versò la sua coppa nel mare che diventò sangue come quello di un morto e perì 

ogni essere vivente che si trovava nel mare. 

Il  terzo  versò  la  sua  coppa  nei  fiumi  e  nelle  sorgenti  delle  acque,  e  diventarono  sangue. 

Allora  udii  l'angelo  delle  acque  che  diceva:  «Sei  giusto,  tu  che  sei  e  che  eri,  tu,  il  Santo, 
poiché così hai giudicato. Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti, tu hai dato loro 
sangue da bere: ne sono ben degni!». 

Udii  una  voce  che  veniva  dall'altare  e  diceva:  «Sì,  Signore,  Dio  onnipotente;  veri  e  giusti 

sono i tuoi giudizi!». 

Il quarto versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. E 

gli uomini bruciarono per  il  terribile calore e bestemmiarono  il nome di  Dio che ha  in suo 
potere tali flagelli, invece di ravvedersi per rendergli omaggio. 

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Il quinto versò la sua coppa sul trono della bestia e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli 

uomini  si  mordevano  la  lingua  per  il  dolore  e  bestemmiarono  il  Dio  del  cielo  a  causa  dei 
dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni. 

Il sesto versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufràte e le sue acque furono prosciugate 
per preparare il passaggio ai re dell'oriente. 

 Poi  dalla  bocca  del  drago  e  dalla  bocca  della  bestia  e  dalla  bocca  del  falso  profeta  vidi 

uscire tre spiriti immondi, simili a rane: sono infatti spiriti di demòni che operano prodigi e 

vanno a radunare tutti i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente. 
Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar 

nudo e lasciar vedere le sue vergogne. 

E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn. 

Il  settimo  versò  la  sua  coppa  nell'aria  e  uscì  dal  tempio,  dalla  parte  del  trono,  una  voce 

potente  che  diceva:  «È  fatto!».  Ne  seguirono  folgori,  clamori  e  tuoni,  accompagnati  da  un 

grande terremoto, di cui non vi era mai stato l'uguale da quando gli uomini vivono sopra la 
terra. 

La grande città si squarciò  in  tre parti e  crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di 
Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua  ira  ardente. Ogni  isola 

scomparve e i monti si dileguarono. 

E  grandine  enorme  del  peso  di  mezzo  quintale  scrosciò  dal  cielo  sopra  gli  uomini,  e  gli 

uomini  bestemmiarono  Dio  a  causa  del  flagello  della  grandine,  poiché  era  davvero  un 
grande flagello.» 
(Apocalisse, capitolo XVI) 

Per la nostra vita spirituale. 

L‟annunzio della grandi tribolazioni che colpiranno la terra prima del giudizio universale 
ci deve fare seriamente pensare al giudizio di Dio nella nostra vita mortale. Sette coppe 
sono  versate  sulla  terra  come  sette  libazioni  di  sacrificio  espiatorio,  per  riparare  le 
ingiurie  fatte  al  Signore  coi  sette  peccati  mortali  nelle  sette  epoche  della  vita  della 
Chiesa.  Queste  coppe  misteriose  di  flagelli  riparatori  si  versano  anche  nel  nostro 
cammino mortale per le colpe delle quali siamo rei. Nessuno si illuda di fare il male e di 
rimanere impunito, o, peggio, di fare il male e prosperare. Tutto si paga, inesorabilmente 
si  paga,  e  possiamo  dire  veramente  che  c‟è  per  ogni  nostro  peccato  una  coppa  di 
amarezze e di angustie che ce lo fa pagare. 

Finché dura il tempo della misericordia ci sono anche anime generose che si immolano 
come vittime, attingono dai tesori della Redenzione e pagano per noi; ma c‟è anche per la 
nostra  vita  un  momento  di  giustizia  inesorabile,  nel  quale  scadono  i  debiti  contratti  e 
bisogna  ad  ogni  costo  pagarli.  Chi  sarà  così  stolto  da  voler  comprare  un  miserabile 
diletto dei sensi col carissimo prezzo di ulceri, di angosce mortali, di sventure e di pene 
di ogni genere? E chi sarà così inumano e crudele da cagionare agli altri simili affanni e 
da concorrere a quelle sventure che affliggono la povera e desolata umanità? Siamo sulla 
terra come una sola famiglia, infatti, e il danno del quale ognuno di noi è causa diventa 
danno  di  tutta  l‟umana  famiglia.  Ci  scuota  almeno  questo  pensiero  di  umanità  e  di 
carità, e ci raccolga tremanti sulle nostre responsabilità. 

Chi  va  in  una  sala  di  ospedale  nell‟ora  della  medicazione  rimane  atterrito  di  fronte  ai 
mali  che  colpiscono  e  tormentano  le  povere  membra  umane.  Quella  sala  echeggia  di 
grida spasimanti, eppure non è sala di castigo ma di caritatevoli cure, e quell‟ora è la più 
benefica  per  quella  povera  gente.  È  un  piccolo  angolo  della  valle  di  lagrime,  che  ne  dà 
l‟idea più viva, e strappa amari lamenti da un cuore compassionevole. Se si facesse non 

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la  storia  clinica  di  quei  malanni  ma  la  storia  morale  delle  responsabilità  che  li 
causarono,  si  troverebbe  o  prossimamente  o  remotamente  una  storia  di  peccati  e  di 
iniquità,  e  si  costaterebbe  in  quelle  ulceri,  in  quel  sangue,  in  quelle  ardenti  febbri,  in 
quegli  oscuramenti  della  potenza  visiva,  in  quell‟inaridimento  di  membra  e  in  quelle 
tempeste di angustie il pagamento di tanti conti da saldare con la divina giustizia. 

Quante coppe di amarezza vengono versate nella nostra vita per le nostre iniquità, e noi, 
invece  di  riconoscere  in  esse  la  voce  della  giustizia  di  Dio,  continuiamo  nelle  nostre 
pessime  vie,  anzi  tante  volte  ci  peggioriamo  richiamando  su  di  noi  più  gravi  flagelli! 
Umiliamoci  profondamente,  preghiamo,  ripariamo,  e,  gettandoci  nelle  braccia  della 
divina  misericordia  che  è  sempre  pronta  ad  accoglierci,  piangiamo  i  nostri  falli,  e 
accettiamo  come  riparazione  le  pene  stesse  della  vita.  Il  Signore  prospettandoci  i  mali 
che colpiranno negli ultimi tempi la terra, ci richiama precisamente al sentimento delle 
nostre responsabilità, e ci scuote perché ci emendiamo dei nostri peccati. 

Si  deve  notare  che  i  flagelli  che  colpiscono  l‟umanità  negli  ultimi  tempi  hanno  un 
carattere più chiaramente soprannaturale, in modo da non offrire agli uomini il destro di 
illudersi dando ad essi una spiegazione puramente naturale. L‟ulcera colpisce solo quelli 
che  hanno  il  carattere  della  bestia  o  che  adorano  la  sua  immagine;  dunque  non  può 
scambiarsi con una comune epidemia. Il mare, che ha acqua sempre pura e incorrotta, 
non  poteva  mutarsi  d‟un  tratto  in  sangue  cadaverico.  I  fiumi  e  le  fontane  rosseggiano 
come vivo sangue senza una possibile spiegazione naturale. Il sole, che secondo tutti gli 
scienziati si trova in una fase di raffreddamento, accresce il suo calore fino a bruciare. Il 
trono dell‟anticristo, che sembrava saldo e incrollabile, improvvisamente vacilla sotto la 
grave minaccia dell‟incursione gialla, alla quale apre la via il disseccamento improvviso 
dell‟Eufrate. Infine gli sconvolgimenti atmosferici, le tempeste spaventose che li seguono, 
i terremoti, la grandine hanno un carattere che esclude ogni spiegazione naturale. 

Il  Signore  chiama  così  a  penitenza  l‟umanità,  e  vuol  farsi  riconoscere  perché  essa  si 
emendi.  Non  attendiamo  che  Dio  ci  chiami  con  castighi  prodigiosi  per  emendarci,  ma 
riconosciamo in ogni sventura la sua voce, e profittiamo di ogni dolore per far penitenza 
dei  nostri  peccati.  La  penitenza  non  è  una  sventura,  ha  un  carattere  dolce,  perché  è 
sempre  un  filiale  ritorno  nelle  adorabili  braccia  di  Dio;  rispondiamo,  dunque,  al  suo 
invito  e  percuotendoci  il  petto  domandiamogli  perdono  nella  nostra  profonda 
umiliazione. 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 448-449 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 

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L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

Il Regno dei "mille anni" 

CAPITOLO XX 

«Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell'Abisso e una gran catena in 

mano. 

Afferrò il dragone, il serpente antico - cioè il diavolo, satana - e lo incatenò per mille anni; lo 

gettò nell'Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più 

le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po' di 
tempo. 

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38 

Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le 

anime dei decapitati  a causa della  testimonianza di Gesù e della parola di  Dio, e quanti 
non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla 

fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni; gli altri morti 
invece  non  tornarono  in  vita  fino  al  compimento  dei  mille  anni.  Questa  è  la  prima 

risurrezione. 

Beati e santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la 

seconda  morte,  ma  saranno  sacerdoti  di  Dio  e  del  Cristo  e  regneranno  con  lui  per  mille 

anni. 

Quando i  mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per 

sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magòg, per adunarli per la guerra: il 
loro numero sarà come la sabbia del mare. 

Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d'assedio l'accampamento dei santi e 

la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. 

E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la 

bestia  e  il  falso  profeta:  saranno  tormentati  giorno  e  notte  per  i  secoli  dei  secoli. 

Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano 
scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé. 

Poi  vidi  i  morti,  grandi  e  piccoli,  ritti  davanti  al  trono.  Furono  aperti  dei  libri.  Fu  aperto 

anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto 

in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. 

Il  mare  restituì  i  morti  che  esso  custodiva  e  la  morte  e  gli  inferi  resero  i  morti  da  loro 

custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. 

Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo 
stagno  di  fuoco.  E  chi  non  era  scritto  nel  libro  della  vita  fu  gettato  nello  stagno  di 

fuoco». (Apocalisse, capitolo XX) 

L‟Angelo discese  dal  Cielo in  grande  fulgore  e  trionfo;  discese  sulla  terra  perché  sulla 

terra  aveva  relegato  satana,  discese  per  affrontarlo  e  sconfiggerlo  di  nuovo,  affinché  di 
nuovo  avesse  sentito  che  egli  era  nulla  innanzi  alla  potenza  di  Dio.  Ancora  una  volta 
l‟Arcangelo gridava nel fulgore del suo grande spirito: Chi è come Dio? Splendeva di luce 

ammirabile nella conoscenza e nella contemplazione di Dio, ne manifestava la gloria ed 
era tutto un‟arcana fiamma di amore per Lui. 

Discendeva con l‟impeto di una folgore, sdegnato contro il male, desideroso di illuminare 
la terra con lo splendore della divina gloria. Era come un sole che illuminava la nostra 
povera  valle  desolata,  disseminata  di  rovine;  un  sole  che  illuminava  e  rinfrancava  la 
Chiesa,  oppressa  da  tante  prove  e  insanguinata  dal  sangue  dei  suoi  Martiri. Aveva  la 

chiave dell’abisso e una grande catena in mano; la sua potenza poteva sbarrare le porte 
dell‟inferno  impedendo  a  satana  di  uscirne,  e  poteva  costringerlo  a  rimanere  nelle 
tenebre eterne, quasi l‟avesse legato con una forte ed infrangibile catena. 

La chiave, anche nelle piccole cose, è un segno di dominio, la catena è uno strumento di 
costrizione. Si chiude a chiave la casa quasi per proclamarne la libertà ed affermarne il 
dominio,  e  la  si  chiude  per  impedire  l‟entrata  dei  ladri.  Si  chiude  il  carcere  e  si  legano 
con la catena i prigionieri per far sentire loro la potenza di chi regna, per restringere le 
loro  nefaste  attività,  e  per  costringerli  con  la  forza  a  riparare  il  male  fatto.  L‟Angelo 
veniva in terra da parte di Dio per far sentire a satana che non era padrone di agire a 

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39 

suo  modo,  e  che  anche  nel  luogo  dove  esplicava  la  sua  nefasta  attività  egli  era  sotto-
messo come ogni creatura alla potenza ed alla volontà di Dio. 

Satana  non  potette  resistere  all‟impeto  dell‟Arcangelo  glorioso;  ancora  una  volta  se  ne 
sentì  travolto,  si  inabissò  nelle  tenebre,  vi  fu  rinchiuso,  e  la  proibizione  divina  di  non 
sedurre più le nazioni fu come il sigillo che ve lo confinò per mille anni. 

In  questo  periodo  di  mille  anni  la  Chiesa  doveva  rifulgere  in  tutto  il  suo  splendore,  in 
comunione di virtù e di amore coi Santi del Cielo, e perciò S. Giovanni vide dei troni di 

gloria sui quali sedettero le anime di quelli che furono decollati, ossia uccisi, a causa della 
testimonianza di Gesù e a causa della Parola di Dio; 
vide i Martiri novelli e i Santi che non 

adorarono la bestia né la sua immagine, né ricevettero il suo carattere sulla fronte e sulle 
loro  mani, 
cioè  che  non  si  lasciarono  affascinare  e  vincere  dalle  insidie  dell‟apostasia  e 

rimasero fedeli a Dio. 

I  Martiri,  vittime  dell‟ingiustizia  umana,  avrebbero  giudicato  i  loro  oppressori,  e 
avrebbero manifestato nell‟ultimo giorno la gloria di Dio nei loro patimenti; i Santi, fedeli 
nelle prove, sarebbero stati nella gloria con Gesù Cristo insieme ai Martiri per mille anni 
solo con l‟anima, e dopo i mille anni sarebbero risorti anche col corpo e sarebbero stati 
glorificati nel giudizio universale e in eterno. Quelli che saranno morti in disgrazia di Dio 
risorgeranno  dopo  i  mille  anni,  alla  fine  del  mondo,  ma  per  essere  condannati  insieme 
col corpo. 

I Martiri e i Santi muoiono sulla terra e rivivono in Dio, e questa novella vita è per essi 
come la prima risurrezione. 

Quelli  che  hanno  parte  a  questa  risurrezione  non  possono  essere  toccati  dalla  morte 
eterna che colpirà i perversi, risorti coi loro corpi per averli con loro negli eterni supplizi: 
vivranno con Gesù Cristo come suo corpo mistico glorioso, regale sacerdozio di gloria per 
Dio e per Gesù Cristo, e regneranno con Lui per mille anni in attesa della risurrezione e 
del giudizio. 

Nel tempo del regno di Dio sulla terra ci sarà una comunione più grande tra i Santi del 
Cielo  e  la  Chiesa  militante;  essi regneranno  con  Gesù  Cristo non  solo  per  la  gloria  che 

avranno  nel  Cielo,  ma  anche  per  quella  che  avranno  sulla  terra,  e  questo  sarà 
riparazione  della  noncuranza  e  del  disprezzo  nel  quale  furono  tenuti  in  terra  massime 
dopo l‟eresia protestante. 

L’errore del « millenaristi ». 

L‟annunzio  del  regno  di  Dio  sulla  terra  per  mille  anni  dette  origine  all‟errore  dei  così 
detti Millenaristi, i  quali  ammettevano  che  dopo  la  sconfitta  dell‟anticristo  e  prima  della 

risurrezione finale e del giudizio universale doveva aver luogo un periodo di mille anni, 
durante  i  quali  Gesù  Cristo,  dopo  aver  fatto  risorgere  i  suoi  Santi,  avrebbe  regnato 
visibilmente con essi per mille anni. 

Non neghiamo che il testo sacro, assai oscuro, ha potuto dar luogo facilmente a questa 
interpretazione,  sostenuta  da  Papia,  Tertulliano,  Lattanzio,  ed  anche,  con  qualche 
restrizione,  da  S.  Ireneo  e  S.  Giustino;  se  si  riflette  però  bene  a  tutto  il  contesto  dei 
capitoli  precedenti  appare  chiaro  che  vi  sarà  solo  un  lungo  periodo  di  pace,  di  vita 
cristiana e di santità dopo grandi tribolazioni che purificheranno l‟umanità e la Chiesa, e 
che in questi periodi i Santi saranno grandemente onorati sulla terra, e la inonderanno 
di tante grazie da sembrare novellamente vivi in mezzo agli uomini. In generale si crede 
che  i mille  anni rappresentino  una  cifra  tonda  per  indicare  un  lungo  periodo  di  tempo; 
nulla  però  vieta  di  prenderli  letteralmente  come  suonano,  giacché  tale  interpretazione 
non dà luogo ad alcun inconveniente. Sarebbe anzi bello e confortante il pensare che per 

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mille  anni  dopo  la  guerra  devastatrice  che  ci  ha  travagliati,  la  terra  godrà  di  quella 
grande pace che gli Angeli annunziarono sulla grotta di Betlem. 

Verso il termine dl questi anni gli uomini cominceranno novellamente a corrompersi, ed 
allora,  come  si  disse,  Dio  permetterà  al  male  di  affiorare  in  tutta  la  sua  virulenza  nel 
regno dell‟anticristo, farà sciogliere satana per breve tempo, e irromperà contro di esso 
per  distruggerlo.  Gli  uomini  risorgeranno  tutti,  buoni  e  cattivi,  saranno  giudicati 
solennemente  da  Gesù  Cristo;  ciascuno  avrà  l‟eterna  benedizione  o  l‟eterna  condanna 
che avrà meritato. Sarà questo il secondo trionfo di Gesù Cristo sui male. seguito poi dai 
suo eterno e trionfante regno nell‟eternità. 

Questi  due  periodi  della  vita  della  Chiesa  sono  annunziati  chiaramente  dal  Sacro 
Testo: Quando  saranno  terminati  i  mille  anni,  satana  sarà  sciolto  dalla  sua  prigione,  e 
uscirà,  e  sedurrà  le  nazioni  che  sono  ai  quattro  angoli  della  terra, 
sedurrà  le  nazioni 

rappresentate da Gog a Magog nella profezia di Ezechiele (cap. XXXVIII), e le radunerà a 
battaglia  numerose  come  l’arena  del  mare  contro  gli  accampamenti  dei  Santi  e  la  città 

diletta, cioè  contro  la  Chiesa  e  il  suo  centro  vitale,  contro  le  nazioni  cristiane  e  contro 
Roma, la mistica Gerusalemme. 

Al  capitolo  XXXVIII  Ezechiele  annunzia  la  guerra  di  Gog,  Re  di  Magog  contro  Israele. 
Questo Re, figura dell‟anticristo, radunerà i popoli di Magog, ad occidente del Caucaso e 
a Mezzogiorno del Mar Nero, e irromperà contro il popolo di Dio per uccidere, predare e 
devastare.  Ma  il  Signore  irromperà  contro  di  lui  con  evidenti  prodigi  di  potenza, 
coalizzando contro di lui eserciti, pestilenze, sangue, pioggia violenta, grandine grossa, e 
farà piovere fuoco dal cielo e zolfo sul suo esercito e sui popoli a lui uniti; Dio apparirà in 
tutta la sua grandezza e santità, e sarà riconosciuto alla presenza di molte nazioni come 
Dio vero. 

Manderà fuoco sulle regioni di Magog e su quelli che abitano sicuri nelle isole, cioè sulle 

nazioni del Mediterraneo, coalizzate a Gog nella guerra contro il popolo di Dio. Gog sarà 
sconfitto, e il popolo di Dio avrà grande pace brucerà le armi raccolte nella vittoria, come 
sarmenti  per  il  fuoco  (XXXIX.  9,  10),  e  dopo  sette  mesi  seppellirà  ancora  i  morti 
dell‟esercito  di  Gog  e,  dove  li  troverà  nei  campi  sterminati  di  guerra,  vi  porranno  un 
segnale  per  additarli  ai  becchini  che  dovranno  seppellirli.  Anche  Ezechiele  parla  del 
banchetto  di  cadaveri  per  indicare  il  numero  stragrande  di  uccisi  in  quella  guerra,  e 
parla di un‟era novella di prosperità e di fede per il popolo di Dio dopo quella guerra. 

Il  Sacro  Testo,  alludendo  a  questa  profezia  di  Ezechiele  con  le  semplici  parole  Gog  e 
Magog, vuoi dire che la guerra mossa dall‟anticristo e dai suoi complici alla Chiesa sarà 
come  quella  di  Gog  Re  di  Magog  contro  il  popolo  di  Dio,  e  avrà  lo  stesso  epilogo 
disastroso: Dal  cielo, infatti  aggiunge, cadde  un  fuoco  mandato  da  Dio  e  li  divorò,  e  il 

diavolo che li seduceva fu gettato in uno stagno di fuoco e zolfo, dove anche la bestia e il 

falso profeta saranno tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli. 

Il giudizio universale. 

Alla  sconfitta  dell‟anticristo  e  del  suo  esercito  seguirà  la  resurrezione  dei  morti  e  il 
giudizio universale. 

S. Giovanni vide la scena grandiosa e la descrisse con parole sintetiche, cominciando da 
quello  che  più  lo  impressionò  in  quella  scena,  cioè  dalla  comparsa  del  Giudice  Eterno. 
Egli  vide  un  grande  trono, candido per  fulgore  di  luce,  spirante  santità,  giustizia  e 

potenza  arcana.  Su  quel  trono  vide  sedere  un  personaggio  maestoso,  che  incuteva 
timore.  La  natura  al  suo  apparire  si  sconvolse  tutta,  e  S.  Giovanni  sintetizza  questo 
sconvolgimento con poche parole sublimi: Dalla vista di Lui fuggirono la terra e il cielo, e 

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non fu trovato più luogo per loro. Fuggirono perché si sfasciarono nell‟agitazione tremenda 

dei terremoti, si dissolvettero, sparirono. 

Nel cataclisma terribile ad un cenno della Volontà di Dio risorgeranno i morti, grandi e 
piccoli, 
senza alcuna eccezione di età o di dignità, e si presenteranno innanzi al Giudice 

per  dar  conto  di  ciò  che  avranno  fatto  in  vita  e  ricevere  la  sentenza  di  vita  o  di  morte. 
Questa  sentenza  sarà  promulgata  in  base  alle  opere  fatte  da  ciascuno  durante  la  sua 
vita  mortale.  Nulla  sarà  dimenticato,  nulla  omesso,  poiché  tutto  è  come  segnato 
nell‟eternità  di  Dio  cui  tutto  è  presente. Si  apriranno  i  libri, dice  il  Sacro  Testo,  perché 
ogni coscienza, ogni anima sarà come un libro che si apre e si svolge, e in un attimo si 
vedranno con evidenza assoluta e chiarezza indiscutibile le azioni di ciascuno. 

Come  alla  luce  del  sole  le  cose  appariscono  quali  sono,  e  non  c‟è  bisogno  di 
ragionamento o discussione per capire che un tavolo è un tavolo e una sedia è una sedia 
così  nella  luce  di  Dio  ogni  azione  apparirà  alla  propria  coscienza  e  innanzi  agli  altri 
qual‟è  stata,  e  ad  ogni  azione  sarà  proporzionato  il  premio  o  il  castigo.  Logicamente  le 
azioni  cattive,  cancellate  con  la  Confessione  e  riparate  con  la  penitenza,  non  potranno 
apparire  in  quei  libri  misteriosi,  perché  il  peccato  sinceramente  confessato,  e  rimesso 
dalla  misericordia  di  Dio  non  esiste  più;  ma  i  peccati  e  le  responsabilità  dei  riprovati 
appariranno in tutto il loro orrore, innanzi agli occhi di tutti. 

Non si può pensare che, in fondo, per un‟anima abbrutita dalla dannazione la vergogna 
che proverà sarà poca cosa e sarà obbrobrio di un momento; la vergogna sarà immensa, 
perché sarà proporzionata alla luce di evidenza che farà apparire le colpe per quello che 
sono, e lascerà nell‟orgoglioso spirito del dannato un tremendo suggello e un inesauribile 
rimorso. Vedere per quali spregevoli lordure e miserie s‟è perduto Dio e il gaudio, eterno, 
vederlo  al  confronto  dei  Santi  gloriosissimi,  la  cui  vita  fu  creduta  follia  sulla  terra  da 
quegli stessi che appariranno in tutta la miseria delle loro azioni sarà un dolore da non 
potersene  formare  ora  la  più  piccola  idea,  un  dolore  che  rimarrà  come  una  spada 
nell‟anima per tutta l‟eternità. 

Al contrario poi la gioia dei giusti sarà immensa, e sarà proporzionata alle pene da essi 
subite  nella  vita  mortale.  Allora  si  apprezzerà  la  preziosità  di  ogni  pena;  di  ogni 
umiliazione,  di  ogni  sacrificio  fatto  per  amor  di  Dio,  e  tutte  le  angustie  della  vita 
appariranno  una  cosa  trascurabile.  Le  stesse  pene  del  Purgatorio,  che  sono  quasi  una 
penosa  appendice  del  pellegrinaggio  terreno,  appariranno,  quali  sono  veramente,  una 
delicatezza  della  divina  bontà  che  purifica  le  anime  per  renderle  interamente  capaci 
dell‟eterna gloria, ed anche per farle apparire nel pieno fulgore di arcana bellezza in quel 
giorno terribile di rendiconto universale. 

La morte restituisce la sua preda. 

Risorgeranno tutti, nessuno sarà escluso, e perciò il Sacro Testo dice che il mare dette i 
suoi  morti, 
che  nella  massa  delle  acque  dove  perirono  sembreranno  i  più  consunti  e 

introvabili,  e  soggiunge  che la  Morte  e  l’inferno  rendettero  i  morti  che  avevano, cioè  il 
regno  della  morte,  i  cimiteri,  e  gli  abissi  dei  sepolcri  rendettero  anche  la  minima  parte 
degli  avanzi  umani  che  conserveranno,  e  quegli  avanzi  rivivranno  quasi  come  semente 
che sboccia di nuovo. 

Risorgeranno  tutti,  e  la  morte  non  avrà  più  potere  sugli  uomini,  come  non  l‟avrà  il 
sepolcro,  ultima  meta  e  stazione  della  vita  pellegrina,  perché  gli  uomini  non  potranno 
più  morire.  La  morte  e  il  sepolcro  apparterranno  solo  ai  reprobi,  non  per  privarli  della 
vita corporale, ma perché, anche risorti, saranno morti alla grazia, e per questo è detto 
che l’inferno e la morte furono gettati nello stagno di fuoco, ed è soggiunto che questa è la 

seconda morte del corpo, condannato insieme con l‟anima alle pene eterne. 

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Il corpo mori la prima volta per la separazione dell‟anima, muore la seconda volta per la 
privazione della vita eterna, e si sprofonda negli abissi non per vivere con l‟anima come 
faranno  i  Beati,  ma  per  morire  continuamente  negli  spasimi  della  dannazione  eterna. 
Sarà  un  momento  definitivo  e  decisivo  della  vita  umana, e  chiunque  non  sarà  trovato 
scritto nel libro della vita, sarà gittato nello stagno di fuoco. 
Gli empi non sono scritti nel 

libro  della  vita,  non  perché  siano  stati  capricciosamente  esclusi  dalla  salvezza,  ma 
perché  essi  ostinatamente  rifiutarono  di  salvarsi  e  di  usufruire  dei  facili  mezzi  per 
salvarsi. 

« mille anni » nelle aspirazioni dei Santi. 

Fin dal suo tempo Pietro Galatino, citato dall‟A. Lapide (pag. 1136, vo1. XIX) disse che i 
mille anni nei quali satana sarà legato debbono computarsi da Gesù Cristo, e per la loro 
maggior parte dal Pastore Angelico, ossia dal grande Pontefice sotto il cui pontificato si 
realizzerà la sconfitta del regno del male e lo splendore del regno di Dio e del trionfo della 
Chiesa sulla terra. Egli dice che questo Pontefice sarà di ammirabile umiltà, sapienza e 
santità,  avrà  dodici  apostoli  come  Gesù  Cristo,  e  con  essi  riformerà  la  Chiesa, 
restituendola  allo  splendore  degli  Apostoli.  Questo  Pontefice  singolare  è  annunziato  e 
promesso anche da S. Caterina da Siena, dal Beato Amedeo e da altri Santi. 

In ogni epoca della Chiesa, in realtà, c‟è stata sempre una forte aspirazione e una viva 
speranza  in  un  periodo  di  vita  santa,  pacifica  e  soprannaturale  e  in  un  manifesto  e 
universale regno del bene su questa povera terra. Satana fu legato da Gesù Cristo nella 
redenzione,  ma  la  Chiesa  ha  atteso  e  attende  ancora  una  vittoria  più  smagliante  sul 
nemico  infernale.  L‟attese  nel  periodo  delle  persecuzioni  e  dei  Martiri,  e  satana sembrò 
veramente legato dopo la vittoria di Costantino il grande, e dopo l‟editto da lui emanato 
in favore del cristianesimo nel 313. La Religione cristiana, infatti, si dilatò gloriosamente 
in  tutto  il  mondo  allora  conosciuto  per  mille  anni.  Dopo  questi  anni  e  specialmente 
nell‟epoca  del  così  detto  Rinascimento,  satana  sembrò  sciolto,  poiché  da  quel  tempo 
cominciò a poco a poco l‟apostasia delle nazioni da Dio, apostasia che ebbe un impulso 
terribile  con  la  disgraziata  comparsa  del  protestantesimo,  ed  è  giunta  al  suo  culmine 
nella storia moderna e contemporanea. 

Nonostante però la prodigiosa vittoria di Costantino e la protezione da lui accordata alla 
Chiesa, il periodo della dilatazione del Cristianesimo non può dirsi un periodo di santità; 
esso  anzi  fu  funestato  da  eresie,  da  lotte  e  soprattutto  dalla  comparsa  di  Maometto, 
caratteristico e feroce anticristo dell‟epoca sua. La Chiesa attende ancora il suo grande 
periodo di trionfo, soprattutto spirituale, poiché la sua grande aspirazione non è quella 
di trionfare politicamente, ma di salvare le anime e glorificare il Signore. 

Il Pontefice sotto il cui regno dovrà compirsi questo trionfo dovrà essere eccezionalmente 
santo  e  forte,  ed  il  trionfo  della  Chiesa  dovrà  avverarsi  dopo  un  periodo  di  grandi 
tribolazioni,  e,  come  tutto  fa  credere,  dopo  una  guerra  sterminatrice  e  disastrosa  che 
sarà seguita o accompagnata da fiere persecuzioni contro la Chiesa medesima. Tutto fa 
credere  e  sperare  che  la  guerra  e  le  persecuzioni  che  l‟accompagnano  sia  proprio  la 
seconda  guerra  mondiale,  della  quale  siamo  stati  vittime  e  spettatori.  In  questa  guerra 
satana  è  sembrato  non  solo  sciolto  dai  ceppi  nei  quali  era  stato  stretto  dopo  la 
Redenzione,  ma  è  sembrato  addirittura  padrone  del  mondo.  Noi  perciò  attendiamo  con 
fede come imminente la comparsa di un grande capo di stato e di un grande Pontefice 
che ridonino la pace al mondo e alla Chiesa. 

Hitler,  questo  esiziale  anticristo  dell‟epoca  nostra  [Don  Dolindo  Ruotolo  scrive  questo 
commento  all‟Apocalisse  negli  anni  „40  del  XX  secolo;  N.d.R.],  nell‟incominciare  la 
spaventosa  guerra  che  ha  insanguinato  e  insanguina  il  mondo,  disse  che  guerreggiava 
per assicurare alla Germania un periodo di supremazia, di sviluppo e di pace per mille 

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anni. Il millennio stava anche nelle sue aspirazioni sfrenate e criminali. La Chiesa invece 
attende dalla misericordia di Dio il regno trionfante del Redentore nelle anime, e confida 
in un millennio di santificazione e di pacifico trionfo sull‟empietà e sul male. In questo 
periodo, che già si delinea, sarà sconfitta la bestia che viene dal mare e quella che viene 
dalla terra, l‟imperialismo apostata e la falsa scienza, e ci sarà una mirabile fioritura di 
spirito cristiano e di santità. 

La Chiesa non avrà bisogno di fare delle novità, non dovrà mutare la sua costituzione, 
ma  dovrà  solo  valorizzare  nei  fedeli  quelle  ammirabili  ricchezze  che  Essa  possiede. 
Splenderà  di  vivissima  luce  la  verità,  e  i  Sacramenti,  e  massime  l‟Eucarestia, 
rinnoveranno  la  vita  cristiana.  La  santità  fiorirà  in  maniera  splendente  tra  le  anime 
consacrate al Signore, tra i Sacerdoti, le Suore e i semplici fedeli. La vera carità allevierà 
tutte le sofferenze umane, e sarà sostituita a tutte le utopie degli attuali avvelenatori e 
corruttori del popolo. Finirà, speriamolo fermamente, l‟ignominia della vita mondana con 
tutte le sue aberrazioni teoretiche e pratiche, finiranno le degradazioni della moda, dello 
scostume  della  prepotenza,  del  ladrocinio,  e  ci  sarà  un  tenore  di  vita  più  semplice  che 
allevierà notevolmente le preoccupazioni del terreno pellegrinaggio. 

Segreto di un gran ritorno al bene, sarà una intensa vita Eucaristica. 

Segreto  mirabile  di  questo  rinnovellamento  dell‟umanità  sarà  la  SS.  Eucaristia,  Gesù 
vivo e vero nella Chiesa, che diventa cibo delle anime, che orienta al Padre suo ogni loro 
attività, le fa vivere per la gloria di Dio, vive in loro per farle vivere in Lui, e le trasforma 
in  novelle  creature.  I  primi  cristiani  vissero  da  santi  perché  vissero  intimamente  con 
Gesù  Eucaristia;  questo  è  un  fatto  storico  inconfutabile;  la  vita  loro  si  rilassò 
miseramente  a  misura  che  si  allontanò  da  Lui,  e  giunse  ai  secoli  di  piombo  che 
prepararono il protestantesimo prima, e poi l‟apostasia di tutte le nazioni da Dio. 

Il ritorno alla vita cristiana sarà effetto di un processo opposto; dalla tiepidezza si dovrà 
passare  al  più  grande  fervore,  e  Gesù  dovrà regnare. Il  suo  regno  suppone  il  completo 

dominio  di  tutte  le  attività  umane,  e  questo  Egli  lo  raggiunge  attraverso  la  SS. 
Eucaristia, diventando cuore della nostra vita, e sangue vivo del nostro cuore. Regnerà 
per l‟amore e non ci sarà una prova più potente di amore per l‟uomo quanto il Suo darsi 
come cibo e bevanda, e l‟immolarsi come vittima di riparazione per le nostre iniquità. 

Il  mio  regno, disse  Gesù  a  Pilato, non  è  di  questo  mondo; i  Re  della  terra,  infatti, 
dominano  con  la  forza  ed  Egli  domina  con  l‟amore;  i  Re  esigono,  Egli  dona;  i  Re 
puniscono,  Egli  perdona;  i  Re  si  circondano  di  armati,  Egli  invece  si  nasconde  in  una 
solitudine profonda e non si fa scorgere nei veli che lo ricoprono; i Re si mostrano arcigni 
e severi per incutere rispetto, Egli invece si mostra in tutta la tenerezza del suo amore e 
ci conquide. 

Se  l‟uomo  non  fosse  quel  ributtante  ammasso  d‟ingratitudini  che  è,  dovrebbe  vivere 
continuamente adorando, il Signore Sacramentato; in ogni centro di attività ci dovrebbe 
essere il  candido  trono eucaristico,  innanzi  al  quale  dovrebbero  succedersi  turni  e 

squadre  di  adoratori.  La  vita  cambierebbe  in  breve  tutto  il  suo  ritmo,  gli  uomini  si 
migliorerebbero,  il  lavoro  sarebbe  benedetto,  i  campi  prospererebbero,  le  famiglie 
riacquisterebbero la pace, e la Provvidenza di Dio le farebbe ridondare di ogni bene. Le 
nazioni  dovranno  avere  in  ogni  città  e  in  ogni  capitale  il  trono  ufficiale  di  Gesù,  e 
formarvi le squadre di adoratori tra quelli che reggono la pubblica cosa. 

Se  si  giunge  a  capire  che  cosa  significa  avere  Gesù  vivo  e  vero  tra  noi  in  una  reale 
presenza,  moltiplicata,  per  cosi  dire,  in  ogni  parte  del  mondo,  s‟intenderà  che  non  è 
esagerato  avvicinare  se  stessi  e  le  nazioni  a  quest‟adorabile  Re  d‟Amore,  e  che  l‟unica 
esagerazione  e  anormalità  in  merito  all‟Eucaristia  è  quella  di  tenerla  in  non  cale,  o 
sfruttare la minima parte dei suoi ammirabili tesori. Gesù Cristo ci vivifica, attira su di 

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noi lo Spirito Santo, ci sostenta, ci conforta, ci educa soavemente, ci trasforma, ci eleva e 
ci unisce tutti in un unico vincolo di carità. Dove si eleva il suo trono si diffonde la vita e 
la  pace,  poiché  Egli  è  come  sole  fulgido  della  Chiesa  e  del  mondo.  Egli  nel  suo  arcano 
silenzio  è  la  testimonianza  più  grande  della  realtà  di  Dio,  Egli  in  un  mistero  di  sola  e 
pura fede sostenta e alimenta la nostra fede. 

Il regno eucaristico di Gesù Cristo non si realizza in noi se adoriamo la bestia o la sua 
immagine,  e  riceviamo  sulla  fronte  e  sulle  mani  il  suo  carattere, 
cioè  se  viviamo  dello 

spirito  del  mondo  e  ci  lasciamo  soggiogare  dalle  sue  massime.  La  vera  causa  della 
sterilità  eucaristica  in  noi  sta  proprio  nel  non  saper  dare  a  Gesù  un  cuore  libero, 
semplice, illuminato dalla fede, lontano da tutte le miserie e le lordure del mondo. Com‟è 
possibile usufruire dell‟aria pura quando si è già asfissiati dall‟aria velenosa della terra? 
Com‟è  possibile  assimilare  il  cibo  salutare  quando  si  ha  già  pieno  lo  stomaco  di  cibi 
guasti? Com‟è possibile apporre il suggello del Re Divino dove già il mondo, il demonio e 
la carne hanno apposto il loro marchio  di depravazione? Umiliamoci innanzi a Gesù, e 
domandiamo a Lui stesso la grazia di rinnovarci per avvicinarci a Lui e regnare con Lui. 

Rinnoviamoci nel pensiero del giudizio di Dio che è tanto diverso dal giudizio del mondo. 
In  fondo  una  delle  cause  della  nostra  degradazione  sta  proprio  nel  preoccuparci  del 
giudizio  del  mondo,  nel  seguirne  le  massime,  nel  vivere  del  suo  spirito.  Or  quando 
pensiamo  che  ogni  nostra  azione  è  come  scritta  in  un  libro,  ed  è  giudicata  poi  con 
assoluta giustizia da Colui che s‟è dichiarato nemico del mondo, come possiamo seguire 
più il mondo scellerato e le sue massime? Il mondo non ci porta la pace, non ci dona la 
felicità, non ci solleva in alto. 

È sintomatico che il Sacro Testo dopo avere accennato al termine dei mille anni del regno 
di  Gesù  Cristo,  soggiunge  subito  che  satana  è  sciolto  dalla  sua  prigione,  seduce  le 
nazioni e le raduna a battaglia. Questo è l‟effetto immediato del regno del mondo in noi: 
insidie di satana, seduzione e mancanza di pace. Rompiamo i vincoli di morte che ancora 
ci  stringono,  liberiamoci  completamente  dal  mondo,  doniamoci  interamente  a  Gesù 
Cristo e facciamolo regnare in noi, implorando dalla sua misericordia che Egli regni per 
la Chiesa e nella Chiesa su tutta la terra. 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 514-524 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca) 

** 

L'Apocalisse commentata da Don Dolindo Ruotolo 

Il Giudizio di Dio che pesa sui 

corruttori della Scrittura 

CAPITOLO XXII 

L‟epilogo  finale  della  storia  del  mondo  e  della  Chiesa  dimostrerà  dove  sta  veramente  la 
potenza e la vittoria, e perciò i fedeli, lungi dal lasciarsi disorientare dagli empi, debbono 
reputarsi beati nella loro professione cristiana, debbono vivere santamente nell‟attesa del 
giudizio  di  Dio,  e  debbono  sospirare  anche  tra  le  persecuzioni  più  fiere  al  trionfo  ed  al 
regno  del  Redentore.  Non  debbono  pensare  negli  ardui  cimenti  che  i  cattivi  siano  i 
vincitori,  i  premiati  ed  i  felici  su  questa  terra,  e  tanto  meno  debbono  supporre  che  il 
Signore sia ingiusto verso di loro. 

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No, beati  sono  coloro  che  lavano  le  loro  vesti  nel  Sangue  dell’Agnello, coloro  che  si 

purificano  e  si  santificano  coi  Sacramenti,  e  si  arricchiscono  tra  le  pene  e  gli  obbrobri 
della passione e del dolore coi meriti di Gesù Cristo, poiché questo solo dà loro il diritto 

all’albero  della  vita,  e  ad  entrare  per  la  porta stretta  e  disagiata nella  città eterna. 
Soffriranno  per  un  poco  ma  avranno,  poi  una  vita  immortale  ed  eterna  di  gloria  e  di 
felicità, mentre ne saranno esclusi i cani, cioè i falsi cristiani contaminati dallo spirito del 
mondo, gli  stregoni, ossia  i  seguaci  di  satana, i  fornicatori,  gli  omicidi,  gl’idolatri,  e 

chiunque ama e pratica la menzogna, ossia gli eretici, i falsi scienziati e i corruttori della 
Divina  Parola.  Questa  esclusione  è  espressa  con  parole  imperiose  che  non  ammettono 
alcun dubbio sulla sorte dei perversi con parole che sono già una sentenza fulminante 
contro di loro: Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gl’idolatri e chiunque ama 
e pratica la menzogna.
 

Sei categorie di perversi che racchiudono le iniquità di tutti i cattivi in tutti i secoli, e che 
caratterizzano  le  specifiche  empietà  che  appariranno  trionfanti  nelle  varie  epoche  della 
vita  della  Chiesa,  dai cani, cioè  dai  persecutori,  rabbiosi  come  cani,  agli amanti  e 
praticanti della menzogna, 
cioè ai razionalisti, ai critici, agli scientifici, amanti delle loro 

menzogne,  corruttori  della  divina  Parola,  e  causa  vera  di  quella  generale  apostasia  che 
desolerà la Chiesa negli ultimi tempi. 

Di  questi  scellerati  che  estinguono  lo  spirito  cristiano  dalle  fondamenta  si  preoccupa 
particolarmente S. Giovanni, fulminando contro di essi una terribile maledizione. Con lo 
sguardo  profetico,  che  in  quel  momento  era  in  lui  luminosissimo,  vide  lo  scempio  che 
avrebbero  fatto  della  Scrittura,  e  si  preoccupò  fortemente  dello  scempio  che  avrebbero 
potuto  fare  del  suo  misterioso  libro,  togliendo  cosi  ai  fedeli  perseguitati  ed  insidiati  la 
luce che doveva illuminarli e la speranza che doveva sostenerli. 

Questa  sua  preoccupazione,  tanto  più  grave  quanto  più  grande  era  la  luce  che  aveva 
avuta  sugli  eventi  futuri,  è  espressa  anche  da  un  certo  disordine  nelle  espressioni  del 
Sacro  Testo.  Egli,  infatti,  si  interrompe proprio  quando  Gesù  Cristo  conferma  le  parole 
del  Sacro  Libro,  quando lo  Spirito  e  la  Sposa invocano  Gesù  perché  venga,  e  quando  si 
invitano i fedeli a dissetarsi alle sue acque di vita; si interrompe e fulmina una terribile 
minaccia  contro  quelli  che  vorranno  alterare  in  qualunque  modo  le  parole  del  Sacro 
Libro,  sia aggiungendovi qualche  cosa  con  fantastiche  supposizioni  o  commenti, 
sia togliendovi qualche cosa con cervellotiche critiche. 

È proprio la sintesi di ciò che fanno i critici, i razionalisti e gli scientifici, che aggiungono 
e tolgono dai Sacri Testi quello che loro sembra… criticamente più esatto, o che sembra 
interpolato. Contro questi corruttori della Divina Parola egli fulmina la sua minaccia, e 
dopo  continua  a  parlare  della  venuta  di  Gesù,  confermandola  con  altre  sue  parole  di 
assoluta certezza: Colui che attesta queste cose dice: “Si, io vengo presto”. Perciò pieno di 
gioia novellamente lo invoca: “Cosi sia! Vieni, Signore Gesù !”

Questo  succedersi  di  luce  splendente  e  di  preoccupato  timore  è  profondamente 
psicologico,  e,  lungi  dall‟essere  un  disordine  o  una  oscurità  del  Sacro  Testo,  è  una 
testimonianza della sua verità e una conferma della realtà di ciò che S. Giovanni aveva 
udito, visto e annunziato. 

S. Giovanni maledice i corruttori della divina parola. 

La minaccia e la maledizione di S. Giovanni contro i corruttori della divina Parola deve 
dare  molto  da  pensare  ai  razionalisti,  ai  critici  e  agli  scientifici  che  tante  volte  la 
umanizzano, la sfigurano e ne fanno scempio. Certi metodi modernistici nell‟esegesi dei 
Sacri Libri debbono finire assolutamente, se si vuole che la Parola di Dio ridiventi cibo 
spirituale  delle  anime.  Non  è  senza  ragione  che  la  Sacra  Scrittura,  della  quale 
l‟Apocalisse  è  l‟ultimo  libro,  si  chiuda  proprio  con  la  minaccia  e  la  maledizione  di  S. 

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Giovanni; letteralmente riguarda l‟Apocalisse, ma essa costituisce certamente un avviso 
salutare  che  deve  tenersi  presente  da  chiunque  studia,  commenta  o  spiega  la  Sacra 
Scrittura. 

È  necessario  ritornare  in  pieno  alle  tradizioni  ed  allo  spirito  della  Chiesa,  è 
indispensabile  persuadersi  della  fallacia  di  tante  opinioni  e  supposizioni  personali,  che 
portano l‟arbitrio e la confusione nei Sacri Libri. La Scrittura è luce, cibo e medicina, non 
può  diventare  un  incerto  e  tenebroso  cimelio  dei  secoli  passati,  o  un  oggetto  di  oziose 
indagini filologiche e critiche che gettano la diffidenza sul Sacro Libro e lo isteriliscono. 
L‟ora del Regno di Dio sulla terra scoccherà quando il Sole fulgente della Divina Parola, 
per  la  Chiesa  e  nella  Chiesa,  si  leverà  sulla  nostra  povera  valle  e  illuminerà  tutte  le 
anime. 

I grandi Santi si sono formati alla luce della Divina Parola, i novelli Santi si formeranno 
attingendo  alla  medesima  fonte,  e  il  regno  di  Dio  rifulgerà  in  pieno  quando chi  ha  sete 
viene,  e  prende  gratuitamente  le  acque  della  vita. 
Le  acque  della  vita,  come  vedremo 

subito, sono nella fonte eucaristica, ma i Padri hanno considerato la Scrittura alla pari 
con  l‟Eucaristia,  fino  a  far  dire  a  S.  Agostino  che  il  mano-mettere  la  Parola  di  Dio  era 
come  il  far  cadere  a  terra  e  il  profanare  l‟Ostia  consacrata.  Chi  può  esaminare  le 
meraviglie  di  un  succo  vitale  al  microscopio,  sottraendolo  alla  luce  del  sole?  La  lente 
invano ingrandisce le sue parti se la luce non le illumina in pieno. Siamo scrutatori della 
Parola  di  Dio  nella  luce  della  Chiesa,  ed  essa  apparirà  allo  spirito  in  tutta  la  sua 
magnificenza. 

Da "La Sacra Scrittura - L'Apocalisse" di 

Don Dolindo Ruotolo

pagg. 556-559 (pubblicato 

nel 1974 con Imprimatur di Mons. Vittorio. M. Costantini, Vescovo di Sessa Aurunca)