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Introduzione

Introduzione

Per capire la spiritualità cristiana è necessario fare un breve excursus nei suoi antecedenti ebraici, 
per   necessità   di   concisione   parlerò   solo   dell'Ebraismo   precedente   o   contemporaneo   al   sorgere 
dell'era cristiana ed in particolare delle scuole Profetiche e Rabbiniche trascurando la Cabala che 
pur   essendo   essenziale   per   la   spiritualità   ebraica   ha   avuto   il   suo   massimo   sviluppo,   come 
approfondimento,   dopo   la   distruzione   di   Gerusalemme   e   nel   Medioevo.   Sicuramente   qualcuno 
(Nebo od altri) potrà completare le mie riflessioni oppure, volendo è possibile, in tal senso, attingere 
al materiale già presente in Comunità.
Causa l'ampiezza dell'argomento e la complessità dei temi trattati vi prego, in anticipo, di scusare le 
necessarie generalizzazioni alle quali sarò costretto a ricorrere. 
Fondamentale, per l'Ebraismo è innanzi tutto il concetto di santità "Qedusàh" 
L'aggettivo "qados" inizialmente con il significato di: "separato, lontano", riferito al Dio di Israele 
designa tutto ciò che in Dio c'è di elevato e perfetto.
Gli Ebrei sono chiamati, tramite un complesso sistema di regole, ad essere "santi perché Io, il 
Signore   vostro   Dio,   sono   santo"   (Levitico   19,2)   ed   in   tal   modo   viene   stabilito   un   particolare 
rapporto di complementarità tra ogni singolo individuo e Dio: "Dio è dappertutto, non già per le 
qualità proprie….ma, perché noi, i portatori della sua santità, lo trasportiamo ovunque si esercita la 
nostra penetrazione…….attraverso le mille prospettive della Toràh (insegnamento) che comunica 
ovunque   e   sempre   la  conoscenza  sotto   l'aspetto   religioso,   essendo   essa,   nella   sua   totalità,   la 
religione, il legame per eccellenza" (A. Mandel, La via del Chassidismo).
Questo ideale sempre presente dall'inizio della storia ebraica in poi, tanto che una delle possibili 
etimologie del nome Yahwè è Yahù = "il mio" per indicare la propria divinità personale e di clan, fu 
presto contraddetto dai vari tradimenti e dalle varie infedeltà di cui fu protagonista, per debolezza 
umana, il popolo ebraico e, anche senza mai contraddire il sogno-principio di un popolo dedicato 
completamente a Dio, portò i sapienti a sentenziare "l'ignorante non teme il peccato ed il popolo 
non può essere pio" (Avòth 2.).
Si formarono allora delle vere scuole di interpreti della Parola di Dio. Seguendo le usanze dei 
popoli vicini, si distinguono soprattutto: 
1. i Nebi'ìm (profeti che con danze, canti, grida, movimenti violenti invocavano l'ispirazione della 

divinità) ed 

2. i Nhazir (consacrati a Dio che, per tutta la vita o per il periodo di un voto, si astenevano dalle 

bevande inebrianti, si lasciavano crescere i capelli e non potevano avvicinarsi ai morti, neanche 
della loro famiglia).

Tali gruppi erano però, a differenza di scuole misteriche successive, integrati nell'ottica religiosa del 
tempo ed agivano all'interno del popolo come testimonianza della presenza di Dio e dalle loro file 
uscivano   giudici   (Sansone,   Samuele   e   Deborah)   o   profeti,   sacerdoti,   condottieri   e   persino   re 
(Davide) che facendosi servi della Parola operavano, grazie al rapporto privilegiato con Dio, per il 
bene del Popolo.
In tal senso manca nelle scuole antiche quel pessimismo verso la materia e soprattutto verso gli 
uomini   che   invece   diventò   dominante   con   l'influsso   della   filosofia   platonica   in   seguito. 
L'Iniziazione non aveva uno scopo autonomo o rivolto ad una cerchia ristretta ma era orientata al 
servizio di Dio e del popolo. Questo primo punto è importante, come precedente, perché in ambito 
Cristiano le scuole di spiritualità non sono mai state considerate avulse dalla dinamica ecclesiale 
ma, anche nelle esperienze estreme più dedicate alla contemplazione ed alla solitudine, sono sempre 
stati considerati un "segno" per il popolo di Dio.

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Abbiamo detto che profeti e consacrati a Dio sono al servizio della Parola.
Ma cos'è per gli Ebrei la Parola?
Per gli Ebrei la Parola è soprattutto la Torah e cioè quello che i Cristiani chiamano il Pentateuco 
(Genesi,   Esodo,   Levitico,   Numeri,   Deuteronomio)   che   costituisce   da   solo   la   pienezza   della 
rivelazione.
"Se Israele fosse stato degno della Torah, la rivelazione contenuta nei Profeti e negli Agiografi 
sarebbe stata inutile" (Qo Rab. 1,13) dicono i Maestri ed il Talmud riferendosi alle altre parti della 
Bibbia che considerano "parole della tradizione" anche se ispirata dallo "spirito santo" (be-ruah ha-
qodes). La Torah è stata rivelata completamente sul Sinai a Mosè ma non per questo è fissata 
completamente nello scritto. Esiste una Torah scritta (Torah-she-biketav) ed una Torah orale (Torah-
she-be-alpè) che ha la stessa importanza di quella scritta e che viene tramandata da maestro a 
discepolo. È un messaggio che viene trasmesso da orecchio ad orecchio, una dialettica misteriosa 
alla   quale   sono   gradualmente   iniziati   coloro   che   si   pongono   all'ascolto   di   Dio.   La   Mishna 
("ripetizione" della Torah) ed i Talmud non possono essere percepiti che nella bocca di un maestro 
che   "parla   queste   voci"   e   così   le   scuole   spirituali   sopra   menzionate   quasi   "migrano"   all'inizio 
dell'era cristiana nella scuola rabbinica "Mosè ricevette la Torah dal Sinai e la trasmise a Giosuè; 
Giosuè   agli   anziani   e   gli   anziani   ai   profeti;   e   i   profeti   la   trasmisero   ai   membri   della   Grande 
Congregazione………….Josè figlio di Jo'zer, di Zeredà, e Josè figlio di Jochanan, di Gerusalemme 
ricevettero la tradizione dai precedenti" ecc. ecc. recita la Mishna facendo della trasmissione quasi 
un fatto di "famiglia".
Allora non si può quasi più parlare di interpretazione ma di "ascolto-parola-azione" che per lungo 
tempo non viene codificato. Solo nel 1291 Bachjah ben Asher di Saragozza afferma che esistono 
quattro tipi di interpretazione ebraica:
1. il peshat (esegesi letterale)
2. il remez (interpretazione allegorica)
3. il derash (interpretazione omiletica-sapienziale)
4. il sod (la spiegazione mistica)
Guarda caso questa quadri partizione ricalca quasi completamente il metodo cristiano delle grandi 
scuole di spiritualità delle quali parleremo dora in avanti che, al di là delle differenze religiose 
conservano un legame profondo con l'esperienza ebraica dell'ascolto.

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PARTE

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Prima   di   introdurci   nelle   scuole   è   però   necessario   fare   almeno   un   breve   accenno   al   Nuovo 
Testamento ed alla spiritualità ad esso inerente. L'argomento anche qui potrebbe essere interessante 
e sviluppato soprattutto cercando di capire il modo nel quale Gesù viveva la sua spiritualità, ma per 
il nostro scopo mi limito ad osservare quello che, secondo san Paolo è il carattere distintivo del 
cristiano: "In Cristo Gesù non è la circoncisione o la non circoncisione che conta ma la fede che 
opera per mezzo della carità" (Galati 5,6) e parallelamente: "Non è la circoncisione che conta ,…
…..,   ma  l'essere   nuova   creatura"  (Gal.   6,15).   L'essere   in   Cristo   Gesù   una   creatura   nuova 
presuppone l'acquisizione, per dono divino, di una identità personale segnata da Gesù Cristo.
L'iniziativa è di Dio: "Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto" (1

lettera di Giovanni 4,16) ed a questa iniziativa la risposta corretta è l'abbandono delle proprie 
"ricchezze". Di colui che ha pregato: "O Dio, abbi pietà di me peccatore" (Luca cap. 18) si dice che 
"tornò a casa giustificato" che nell'ottica della comunità cristiana vuol dire "fatto giusto" in modo 
stabile secondo un'esistenza vissuta come accoglienza del dono e riconoscimento della grazia.
In cosa consiste il dono di Dio? Nella partecipazione alla Vita attraverso lo "Spirito di Dio" 
"Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?" (1 Corinti 3,16). Infatti il 
figlio della parabola dopo aver sperperato tutta l'eredità "rientra in se stesso" e ritorna dal padre. 

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Per non parlare del vecchio Nicodemo al quale viene chiesto di tornare bambino e di "nascere dallo 
Spirito".
C'è nel Vangelo (ma anche nell'Antico Testamento), quest'ottica del fuori - dentro - fuori (VITRIOL 
allora non basta), perché la "pietra nascosta" è "stata posta" dentro di noi dalla mano dell'Altro per 
eccellenza   e,   quindi,   ogni   forma   di   controllo   su   "tutto"   il   reale   diventa   impossibile,   se   non 
addirittura risibile e blasfema. 
Ciò mi sembra un patrimonio originale che "Le religioni del Libro" hanno portato all'umanità: la 
percezione dell'imprevedibilità del reale o, in altre parole, la coscienza che è si possibile avere la 
percezione del Tutto (illuminazione?) ma non di tutto il Tutto che resta sempre al di là della nostra 
portata, pronto a sorprenderci.
Come vedete mi sono messo a fare  "filo - sofia"  invece di limitarmi all'analisi storica, spero di 
essere perdonato perché di fronte al Vangelo non riesco a rimanere indifferente. Vi invio comunque 
questo contributo sperando di riscattarmi la prossima volta.
Un abbraccio
                                                           Ruah

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Devo ammettere che l'argomento delle "scuole di spiritualità cristiane" è vastissimo e proprio tale 
ampiezza è quella che mi trattiene spesso dall'inviarvi materiale, rileggendo i padri mi perdo nella 
profondità e nella vastità degli argomenti, non so come sintetizzarli, sarebbero tutti importanti ma 
devo fare una scelta, userò allora articoli scritti da altri ed anche questi dovrò sintetizzarli.
Inizio dicendo che dividerò le "scuole" tra oriente ed occidente cristiano e mentre in oriente potrò 
fare un discorso unico basandomi principalmente su uno splendido e completo articolo del padre 
Thomas Spidlìk dal "Nuovo dizionario di spiritualità" edizioni Paoline ed utilizzando suggerimenti 
tratti dai "Racconti di un pellegrino russo" edito da Rusconi, in occidente dovrò distinguere invece 
le diverse correnti rappresentate dagli Ordini religiosi e dai loro fondatori. 
Teniamo però presente che non sto parlando della spiritualità del monaco se non marginalmente 
perché, come abbiamo visto nell'Antico Testamento le scuole iniziatico - religiose sono rivolte al 
popolo di Dio ed i monaci o i religiosi sono posti in mezzo al popolo come segno di una presenza (e 
ciò avviene anche quando si ritirano nel deserto). 
L'Oriente cristiano è tutto impregnato dell'esperienza viva dei Padri Apostolici, in particolare le 
opere di Ireneo di Lione, Origene, la "Vita di s. Antonio di Attanasio, le Regole di s. Basilio, gli 
Apoftegmi dei padri, le Centurie sulla carità di s. Massimo Confessore, la Scala del Paradiso di s. 
Giovanni Climaco, le Catechesi di Teodoro Studita. Il legame resta però vivo con la Parola, dice 
Origene parlando del cammino verso Dio: "Che cos'è la conversione? Se noi voltiamo le spalle a 
tutte le cose del mondo e, attraverso il nostro studio, i nostri atti, il nostro spirito, il nostro sforzo, ci 
consacriamo alla parola di Dio, se meditiamo la sua legge giorno e notte, se, dimenticando tutto il 
resto, siamo disponibili a Dio e prendiamo a cuore le sue testimonianze, è proprio tutto questo che 
significa essere convertiti al Signore"
Allora l'ideale mistico di ogni credente è ancora, e con più forza, sintetizzato dall'inizio del primo 
Salmo (a proposito sarebbe interessante vedere l'unico itinerario mistico nascosto dietro i 150 salmi) 
"Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede 
in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la Sua legge medita giorno e 
notte".
Voltare le spalle a tutte le cose del mondo come dice Origene non vuol dire in quest'ottica, quindi 
abbandonare la natura ma il male perché anzi la natura (in greco physis, da phyein = crescere) è 
tutto ciò che Dio ha piantato e che noi siamo obbligati a coltivare. Il Cristiano è "spirituale" in 
quanto lo Spirito Santo fa parte della sua vita "L'uomo perfetto è composto da tre elementi: la 
carne, l'anima e lo Spirito"
 dice Ireneo di Lione e quindi tutti e tre questi elementi devono essere 

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visti come "immagine" di Dio. Per gli orientali l'archetipo è il Padre e Gesù Cristo è la sua unica, 
vera immagine, gli uomini sono stati fatti "a immagine" e cioè per essere come Gesù Cristo, 
indirizzati verso di Lui come Egli lo è verso il Padre. L'immagine è però il dato iniziale, visibile, a 
volte solo nella contemplazione, la "somiglianza" è invece il cammino (ed anche la meta) che 
l'uomo deve compiere per raggiungere la perfezione. la vita spirituale allora può essere sintetizzata 
nel passare dall'immagine ideale all'effettiva rassomiglianza con Dio.
Tale cammino sarà compiuto partendo dal conseguimento dell'umiltà interiore e sotto la guida di 
uno Staretz (maestro spirituale, alcuni dei quali travestono la loro umiltà divenendo "folli per Dio") 
e leggendo le opere dei Santi Padri)
Quattro sono i gradi (o gradini? eheheheh) della preghiera: 
1. Preghiera corporale o vocale
2. Preghiera mentale (sforzo dell'intelligenza)
3. Preghiera del cuore
4. Preghiera spirituale (estasi)
Inseriti in quattro gradi di Contemplazione (1 Naturale, 2 Delle cose invisibili, 3 della Provvidenza, 
4 Theologia o contemplazione della Trinità) che non sono come per i Neo - Platonici orientati solo 
verso l'acquisizione del bello come vestigia di Dio ma divengono vera esperienza religiosa che 
scopre il Logos theoteles, il senso iniziale e finale delle cose.
Questi aspetti sono portati avanti da un "viandante" alla ricerca della preghiera continua (stato di 
preghiera, in greco katastasis proseuches, per obbedire al comando: "Pregate senza interruzione" 1 
Tessalonicesi   5,17),   del   contatto   continuo   con   Dio   attraverso   varie   pratiche   che   vanno   dalla 
prolungata durata della Liturgia alla recita continua del mantra: "Signore Gesù Cristo, figlio del Dio 
vivente, abbi pietà di me peccatore, all'orazione interiore attraverso le "tre chiavi" usate in modo 
successivo e cioè:
1. La frequenza nell'invocare il Nome di Cristo.
2. La concentrazione durante l'invocazione.
3. La discesa in se stessi, l'ingresso della mente nel cuore attraverso il respiro per trovarvi il Regno 

di Dio dentro di noi.

Il cuore, per l'oriente cristiano è il centro dell'attività spirituale dell'uomo e la purificazione del 
cuore coincide con il raggiungimento dell'Aphateia non intesa come insensibilità ma come forza 
dello Spirito che permette di resistere alle passioni e di mantenere costantemente l'anima aperta e 
disponibile all'ascolto della voce di Dio.
La sintesi che ho provato a fare della spiritualità dell'Oriente cristiano, è molto parziale, esclude, per 
esempio, un aspetto fondamentale della spiritualità ortodossa come il culto delle Icone, per meglio 
approfondire questo aspetto rimando ad un testo fondamentale quale "La Teologia della bellezza" di 
Pavel   Evdokimov,   ricordando   solo   che   nelle   Icone   gli   autori   orientali   cercano   di   dipingere 
l'invisibile, ogni colore ha un significato teologico e così pure ogni proporzione. Nella famosa 
"Trinità" di Rublev, ad esempio, le figure dei tre angeli tratteggiano (racchiudono con le linee dei 
propri corpi) il Calice dell'ultima cena, il movimento trinitario è discendente dal Padre al Figlio e 
viceversa è ascendente il movimento salvifico dal cubo che rappresenta il mondo ecc. ecc. I monaci, 
ancora oggi, quando dipingono un'Icona osservano il digiuno e restano in preghiera proprio per 
invocare l'aiuto divino sulla loro opera. Comunque, se dovessi considerare tutti gli aspetti non 
finirei più, spero di avervi solo incuriositi perché vogliate approfondire autonomamente i temi 
trattati mentre io vorrei continuare sulla linea direttiva Parola - cuore - preghiera parlando di un 
monaco del IV secolo che segna una tappa fondamentale nel passaggio tra Oriente ed Occidente e 
cioè di Giovanni Cassiano che "annuncio" con un brano tratto da una sua opera:
"Sforzatevi di applicarvi assiduamente, che dico,  costantemente  alla lettura sacra, finché questa 
meditazione   continua   non  impregni   infine   la   vostra   anima   e   la   conformi,   per   così   dire,   a   sua 
immagine. Ne farà in qualche modo l'arca dell'Alleanza che racchiude in sé le due tavole di pietra, 
cioè l'eterna saldezza dell'uno e dell'altro Testamento; l'urna d'oro, simbolo di una memoria pura e 
senza macchia che conserva per sempre il tesoro nascosto della manna, a ben comprendere l'eterna 

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e celeste dolcezza dei sensi spirituali e del pane degli Angeli (………). Così la vostra anima, 
innalzata fino a diventare non solo l'atto del divino Testamento, ma anche il Regno sacerdotale, 
assorbita in qualche modo nelle conoscenze spirituali, per il suo inseparabile amore della purezza, 
compirà i comandamenti dati dal Legislatore al sommo sacerdote, non uscirà dal santuario per non 
profanare il santuario di Dio, cioè il suo cuore,  dove il Signore promette di porre la sua perenne 
dimora - Abiterò tra di loro e camminerò in mezzo a loro -".

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Giovanni Cassiano non è il fondatore di una grande scuola di spiritualità e quindi non ne dovremmo 
parlare, ma il suo ruolo di ponte tra oriente ed occidente e l'influenza che ha avuto sul monachesimo 
benedettino lo rende importante per il discorso che stiamo facendo. Quindi, invertendo un po' la 
storia, per iniziare a trattare le scuole occidentali parlerò prima di lui che del grande protagonista di 
questo periodo (per l'occidente), Agostino di Ippona, la cui opera spirituale tratteremo in seguito.
Cassiano è un viandante, la sua vita è alla ricerca delle fonti della sua fede, dalla Gallia alla 
Palestina, al deserto egiziano e di Scito dove si ferma alcuni anni e conosce monaci celebri, a 
Costantinopoli dove conosce s. Giovanni Crisostomo che lo ordina Diacono, a Roma dove diventa 
amico del Papa s. Leone Magno (quello che ferma Attila), a Marsiglia dove fonda due conventi 
(maschile e femminile) e scrive gran parte delle sue opere. Le opere principali di Cassiano sono le 
"Institutiones"   rivolte   alla   prassi,   all'homo   exterior   e   le   "Conlationes"   rivolte   all'homo   interior 
incentrate però tutte e due le raccolte intorno all'ideale monastico orientale.
Si può descrivere Cassiano come il fedele traduttore dell'esperienza dei Padri del deserto che ci 
sintetizza elaborandola.
Per lui il fine da raggiungere è la preghiera "Questo è il termine della perfezione: che a questo punto 
l'anima sia alleggerita dai pesi della carne (….) che tutta la vita, ogni movimento del cuore, diventi 
un'unica, ininterrotta preghiera" e ciò per giungere alla "Théoria", la contemplazione di Dio in una 
preghiera ininterrotta che, a volte, diventa "uno sguardo su Dio solo, un grande fuoco d'amore" 
(Conferenza   9,18).   Quando   però   descrive   la   contemplazione,   Cassiano   la   descrive   nei   termini 
dell'esegesi scritturale, la Scrittura è presentata quale oggetto di contemplazione e suo luogo. Per 
lui, come per tutti gli anziani, chi sostiene, nutre, mantiene la vita di preghiera e l'unione con Dio è 
proprio la scrittura. Scienza spirituale, scienza delle scritture, esperienza di Dio e contemplazione, 
per lui costituiscono un tutto unico ed inscindibile.
La theoretikè (contemplazione) deve però essere preceduta dalla pratiké (ascesi di purificazione del 
cuore) che consiste nello zelo costante nell'imparare a memoria le sacre Scritture e nel rimuginarle e 
ripeterle senza sosta nella memoria, nella convinzione che l'animo umano sia un contenitore la cui 
qualità dipende dal contenuto: "Le macine di un mulino sono azionate dalle acque di un canale che 
vi cadono sopra. Esse non possono smettere il loro lavoro, costrette come sono a girare, sotto la 
spinta delle acque. Tuttavia è in potere del padrone del mulino far macinare a suo piacimento grano, 
orzo o zizzania" (Conf. 1,8). Dipende dunque, in gran parte, da noi, da cosa gettiamo nel mulino, se 
i nostri pensieri sono santi o carnali; se però vi gettiamo la Parola "attraverso questa applicazione il 
nostro   spirito   si   rinnova,   anche   le   Scritture   cominciano   a   cambiare   volto.   ci   è   data   una 
comprensione misteriosa, la cui bellezza aumenta insieme ai nostri progressi" (Conf. 14,11)
Fin dagli inizi della vita spirituale la meditazione assidua dei testi sacri, appare a Cassiano, un 
efficace fattore di purificazione interiore, e nello stesso tempo il mezzo sicuro ed efficace per 
ricondurre e fissare in Dio i pensieri e gli affetti. Man mano che il cuore diventa più trasparente 
gusta maggiormente e penetra più profondamente il mistero delle scritture. poco a poco la Parola di 
Dio lo trasforma a sua immagine, diventa il luogo in cui l'uomo fa "L'esperienza del dio vivente". 
Passando attraverso il  suo cuore, i testi biblici, soprattutto i Salmi (non dimentichiamo che sono 
stati i Salmi l'ultima preghiera di Gesù sulla croce), diventano, spontaneamente, l'espressione della 
sua più personale ed intima preghiera "come se egli stesso ne fosse l'autore".

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Alcuni brani di quest'ultimo intervento li ho presi da "Pregare la Bibbia nella vita religiosa" edizioni 
Quiqaion, non li ho spesso messi tra virgolette perché ho preferito non spezzare troppo il discorso, 
concedetemi tale licenza aspettando Agostino d'Ippona.

AGOSTINO

"la prima età, come fosse il primo giorno, si estende da Adamo al diluvio; la seconda dal diluvio ad 
Abrahamo (non ha la stessa durata di tempo, ma ha lo stesso numero di generazioni: si constata 
infatti che ognuna ne conta dieci). Da Abrahamo fino a Gesù Cristo - come riferisce l'evangelista 
Matteo - si hanno tre età, ognuna delle quali comprende quattordici generazioni (………): totale 
cinque   età.   La   sesta   sta   trascorrendo   ora,   ma   non   deve   essere   misurata   da   nessun   numero   di 
generazioni poiché è detto: Non sta a voi conoscere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato in 
suo potere. Dopo questa sesta età, come in un settimo giorno, il Signore si riposerà e farà riposare in 
lui questo settimo giorno che saremo noi stessi. Sarebbe troppo lungo trattare ora in particolare di 
ciascuna di queste età. Dirò tuttavia che la settima età sarà il nostro sabato; che questo sabato non 
avrà tramonto ma sarà il giorno del Signore, e per così dire, un ottavo giorno eterno, poiché la 
domenica, consacrata dalla resurrezione di Cristo, prefigura il riposo eterno dello spirito e del 
corpo. Là riposeremo e vedremo; vedremo ed ameremo; ameremo e loderemo. Ecco ciò che sarà 
alla fine senza fine". 
Con questo brano Agostino conclude "La Città di Dio" e questo mi è sembrato un brano adatto a 
presentare  il   "dottor   angelicum",  la   persona  che   forse,   dopo  s.  Paolo,   ha  contribuito  di   più  al 
cammino spirituale della Chiesa. 
Per comprendere la spiritualità agostiniana bisogna tenere presenti tre aspetti: a) La Chiesa dopo 
Costantino   uscì   dal   periodo   delle  persecuzioni   ed   il   cristiano   dovette,  necessariamente,   ridurre 
l'esaltazione della testimonianza (martirio); dovette entrare nel quotidiano dell'esistenza con l'umiltà 
connaturale al ripetersi del quotidiano, dove manca la possibilità di compiere grandi gesti ed invece 
viene richiesta una fedeltà al Signore a livello personale e familiare b) Agostino seppe riunire le 
istanze positive provenienti da s. Basilio che aveva creato monasteri dentro le città con quelle 
provenienti da s. Ambrogio che esortava i cristiani ad un maggior impegno civile. I monasteri 
fondati da Agostino divennero punti di aggregazione e di impulso per la società civile, recuperando 
con ciò la funzione delle congregazioni di "giusti" dell'Antico Testamento con in più il segno 
peculiare della spiritualità agostiniana (o del Nuovo Testamento?), l'accentuazione sull'amore di Dio 
e del prossimo. c) La storia personale di Agostino nella quale coesistono l'acuta sensazione del 
proprio   peccato   con   una   incessante   tensione   Dio:   "Tu   che   hai   fatto   l'uomo   a   tua   immagine   e 
somiglianza, per cui conosce Te chi conosce se stesso, ascoltami (………). Comanda, ti prego ed 
ordina ciò che vuoi, ma prima guarisci ed apri il mio udito perché possa ascoltare la Tua voce. 
Guarisci ed apri i miei occhi affinché possa vedere i tuoi cenni di comando
… Riaccogli ti prego 
il tuo fuggitivo….sento che devo tornare a te" (Soliloqui 1). L'elezione a Presbitero (è inutile dire ai 
più, ma forse qualcuno non sa che la parola "Prete" è la contrazione della parola Presbitero e cioè 
anziano, il "saggio" della comunità) e poi a Vescovo portarono ad Agostino la conferma dello 
slancio verso la costruzione di questa comunione d'amore non solo per se ma per tutta la Chiesa, 
cercando di coinvolgere in questo fervore tutti però secondo le capacità (spirituali) di ciascuno.
Agostino infatti è convinto che esistano diversi livelli di "ratio":
1. Carnale
2. Spirituale
L'uomo "spirituale" compie un cammino che partendo da uno stadio normale di comprensione della 
realtà, passa per "l'homo credens" per arrivare a "l'homo intelligens".
La fede per Agostino ha dunque il ruolo di "iniziare" alla ricerca della verità, di punto di partenza 
per la conoscenza che non si deve arrendere di fronte ai misteri, in un continuo slancio verso una 
comprensione sempre più profonda, perché: " Nella vecchiaia del mondo, quando ogni cosa cadeva 

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in  pezzi,  Dio ha  inviato  il  Cristo  per rifarlo.  Quando  ogni cosa  invecchia,  Cristo   viene  per 
rendere   nuovo   anche   te.   Il   mondo   è   come   l'uomo:   nasce,   cresce,   invecchia…non   restare 
attaccato a questo vegliardo che è il mondo. Non rifiutare di ringiovanirti in Cristo, che ti 
dice: il mondo perisce, invecchia, scompare, esso è travagliato dal tarlo della vecchiaia. Non 
avere   paura:   la   tua   giovinezza   si   rinnovellerà   come   quella   dell'aquila
"   (Serm.   81,8)   e 
"L'intelligenza cerca ancora Colui che ha trovato; perché Dio guarda sui figli dell'uomo, come si 
canta nel Salmo ispirato (Sal. 13,2), per vedere se c'è chi ha intelligenza, chi cerca Dio. Dunque per 
questo l'uomo deve essere intelligente, per cercare Dio" (De Trinitate 15. 2, 2).
In   cosa   consiste   il   progredire   dell'intelligenza   spirituale?   In   questo:   "Cercate   di   perfezionarvi 
sempre più nel discernimento del bene dal male, e state sempre più uniti al Mediatore che vi 
libererà dal male, liberazione che non si compirà tanto con una separazione esteriore, quanto 
con una guarigione interiore
." (In Ioann. 28,7) "Quando dunque dice il Signore: avrei molte cose 
da dirvi ma adesso non siete in grado di portarle, significa che doveva essere aumentata la loro 
conoscenza (……..). Ma ogni uomo governato dallo spirito può insegnare agli altri uomini quanto 
sa, se lo Spirito Santo  lo ha fatto avanzare sulla  via della  perfezione tanto  da ricevere quella 
maggiore illuminazione che farà si che il dottore ed il discepolo siano entrambi ammaestrati da Dio" 
(In Ioann. 28,8). 
Lo studio delle Scritture opera, infatti, il passaggio dalla "pietas" alla "scientia", cioè all'intelligenza 
della fede. "La scrittura era un libro chiuso, nessuno lo comprendeva. È stato crocifisso il Signore 
ed essa si è sciolta come cera perché tutti i deboli la comprendessero" (En. in ps. 21,15) e indica le 
condizioni per percepire il significato delle Scritture:
1. Una "ricerca pia" disposta cioè ad ascoltare.
2. La preghiera come fondamento (soprattutto per gli studiosi) della conoscenza
Il fine poi resta la Carità: "In esse non ricercate altro; nessuno vi comandi altro. Quando in esse vi 
sono oscurità, la carità vi è nascosta; quando tutto è facile è essa che vi appare manifesta" (En. in 
ps. 140,27). Infatti Agostino capì che l'amore è il "motus" del muoversi stesso dell'uomo, tanto che 
questi può definirsi da ciò che ama, intuì inoltre che tale amore che lo spinge, al di la della sua 
consapevolezza, è Dio stesso, la sua "quies" e la sua beatitudine.
La virtù perciò è l'amore "ordinato" nel senso di amore che sa individuare il fine. L'uomo virtuoso è 
poi colui che, trasceso l'egoismo, ricerca e preferisce le cose che si possono godere insieme, il bene 
comune con una empatia molto simile a quella prescritta dal Buddismo.
Al contrario l'amore egoistico è il fondamento del peccato, anche di quello degli Angeli. Non si può 
sfuggire all'amore.
L'uomo è, per Agostino, poi, un'immagine "impari" di Dio (come del resto lo è tutto il creato), 
l'uomo sente in se di essere "capace" di Dio ma, essendo impari, cioè non uguale, avverte l'enorme 
distanza che lo separa da Dio, l'esistenza è perciò avvertita come un paradosso.  L'essenza del 
Cristianesimo, inteso come vita, è attingere, tramite Cristo, alla "misericordia" ed all'amicizia di 
Dio, attingere all'immagine della Trinità  che è in noi. Immagine ricostituita e divenuta "pari", 
attraverso   la   fede,   la   speranza   e   l'amore   (anche   se   questo   cammino   avrà   compimento   solo 
nell'eternità). L'unione delle tre divine Persone diventa pertanto punto di partenza (e di arrivo) di 
ogni ascensione spirituale. 
La preghiera è quindi sentita come esperienza umana dell'amore e della vicinanza di Dio che si 
rende presente al più intimo di noi stessi, un'esperienza che pur partendo dalla Parola deve giungere 
al silenzio o, meglio all'unica parola detta una volta per sempre: "Parlando di Te un sapiente, nel suo 
libro chiamato Ecclesiastico (Siracide 43,29), ha detto: Molto potremmo dire senza giungere alla 
meta,   Lui   è   tutto,   al   di   là   delle   parole.  Quando,   dunque,   arriveremo   alla   Tua   presenza, 
cesseranno queste molte parole che diciamo senza giungere a Te; tu resterai, solo, tutto in tutti 
(1 Cor. 15,28), e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti 
anche noi una sola cosa in Te
" (De Trinitate 15,28,51).
Condensare la profondità di Agostino in poche parole, in un percorso limitato, è impossibile ed, 
ovviamente   rimando   alla   lettura   delle   sue   opere   per   maggiori   approfondimenti.   Voglio   però 

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ricordare ancora una distinzione che (me l'ha fatta ricordare una recente discussione con Omar) può 
essere  utile   per  capire   meglio  la   diversità   tra   essoterico  ed   esoterico: Agostino  distingue  nella 
volontà l'"uti" (usare) dal "frui" (fruire, godere) e nel "De Trinitate" egli definisce l'atto del fruire 
come un riposare da parte della volontà in cose di cui prova piacere per quel che esse sono in se. 
L'uti è. invece, un riferire le cose ad altre realtà. Nella Città di Dio Agostino riprende la stessa 
contrapposizione   ed   aggiunge   che   bisogna   usare   le   realtà   temporali   (tutte   e   quindi   anche   le 
Scritture, le leggi, i riti ecc.) al fine di fruire di quelle eterne, la stessa ragione umana deve "usarsi" 
per poter giungere alla fruizione di Dio, commenta Guglielmo di Saint-Thierry sei secoli dopo: 
"Fino a quando formulerò propositi nell'anima mia? (……) Ed ecco che mi risponde nel profondo 
del cuore
 la verità della tua consolazione e la consolazione della tua verità: mi dice che esiste un 
amore di desiderio ed un amore di godimento. L'amore di desiderio merita alla fine la visione, 
la visione merita il godimento, il godimento merita il compimento dell'amore". 
L’influsso   di   questo   grande   padre   è   stato   costante,   infatti,   nella   Chiesa,   soprattutto   in   quella 
d’occidente. Per fare dei nomi sono derivati direttamente da lui e lo considerano come padre, oltre 
ai diversi ordini religiosi agostiniani anche i Domenicani, i Servi di Maria, i Premostratensi e 
risentono moltissimo della sua teologia la Regola di s. Benedetto (di cui parleremo tra poco), gli 
Esercizi spirituali di s. Ignazio di Lodola (il fondatore dei Gesuiti), s. Teresa d’Avila e s. Giovanni 
della Croce in ambito Cattolico (per Nebo, che ama le distinzioni, Apostolico Romano eheheh), in 
ambito Protestante basti ricordare i Valdesi e la loro lettura della Parola, il fatto che Lutero era 
Agostiniano e l'influsso che la teologia di Agostino ebbe su Calvino. Mi fermo però qui per parlare 
di:

S. BENEDETTO

Devo innanzitutto ammettere che non sono un esperto di spiritualità benedettina e quindi ciò che 
scriverò sarà solo la raccolta di opinioni altrui e di sensazioni "essoteriche", spero comunque di 
fornire   alcuni   spunti   di   riflessione.   Leggendo   i   testi   e   scavando   nella   memoria   ricavo   dalla 
spiritualità benedettina una sensazione strana e contrastante fatta dalla percezione di una profondità 
nascosta dietro un apparente e rituale semplicità/semplicismo (un po' come per il grembiule dei 
Massoni eheheheh). S. Benedetto stesso è come se avesse voluto stendere un velo di umiltà sulla 
sua Regola dicendo "Perciò, chiunque tu sia che ti affretti verso la patria celeste, metti in pratica, 
con l'aiuto di Cristo, questa minima regola per principianti " (S. Regola 73,8) e nella Regola sono 
poi mescolate raccomandazioni per la vita concreta di tutti i giorni con piccoli spiragli che fanno 
solo intuire l'esistenza di un itinerario mistico verso la contemplazione di Dio. A questa apparente 
semplicità non corrispondono però la profondità e le vette contemplative raggiunte da coloro che 
attraverso questa regola sono stati formati, lasciando il "pubblico" con la sensazione di un segreto 
non detto che è possibile scoprire solo "partecipando" attivamente e percorrendo il cammino: "Col 
progredire poi nella vita monastica e nello spirito di fede, il cuore si dilata ed allora con 
inesprimibile dolcezza d'amore si corre la via dei precetti divini
; così che, non allontanandoci 
mai   dal   suo   magistero,   perseverando   sino   alla   morte   nel   suo   insegnamento   in   monastero, 
parteciperemo con la sofferenza ai patimenti di Cristo, per meritare di essere, anche, partecipi del 
suo regno. Così sia" (prologo S. R.).
Vediamo però di analizzare in particolare alcune tematiche affrontate dalla Regola:
1. l'ascolto
2. la preghiera
3. l'umiltà
4. l'abate (maestro)

1. "Ascolta o figlio, gli insegnamenti del maestro; apri l'orecchio del tuo cuore; accogli volentieri 

le esortazioni del padre che ti ama ed eseguile efficacemente" (prol. 1). Così inizia la Regola di 
s. Benedetto, riprendendo l'autore del libro dei Proverbi e, in questo modo, fissa la metodologia 
fondamentale con la quale intende procedere. Richiamando la tematica biblica dell'ascolto ne 

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ripropone la pedagogia di base; come colui che leggeva i Proverbi doveva essere stimolato a 
giungere sino alla maturità spirituale che richiedeva la lettura del Cantico dei Cantici, così la 
stessa dinamica spirituale veniva proposta al monaco con la Regola che aveva solo la funzione 
di educare alla libertà dello Spirito, il primato della Parola e dell'ascolto significavano quindi la 
completa provvisorietà di tutto per arrivare al primato della carità. Se è vero che tale ascolto, in 
questo momento iniziale, si riferisce immediatamente all'abate, chiamato maestro e padre pieno 
di amore è perché nella Regola (ma forse anche in ogni cammino) l'ascolto del maestro è 
considerato il momento privilegiato nel quale si può verificare ed insieme costruire l'ascolto di 
se stessi, dei fratelli e, soprattutto, di Dio. 

È ascolto di se stessi perché il primo diritto/dovere del monaco è quello di intraprendere un 
cammino di purificazione dai movimenti disordinati e possessivi del cuore che riducono l'uomo a 
schiavo della voluntas propria, la philautìa (amore di se) condannata dai padri. 
È   ascolto   dei   fratelli   perché   "spesso   il   Signore   rivela   il   parere   migliore   su   un   importante 
problema proprio al più giovane" (RB 3,1.3) e quindi ascoltare i fratelli significa stimarli come 
un dono di Dio che si accetta con gratitudine e l'ascolto reciproco diventa obbedienza reciproca 
come strada che conduce a Dio attraverso la carità. 
È ascolto di Dio, prima di tutto attraverso l'ascolto dell'abate/maestro, il monaco è, infatti, quasi 
per definizione colui che ubbidisce e tutto converge verso l'obbedienza all'abate nel quale si 
riconosce Cristo (RB 2,2 e 63,13), "Il più alto grado dell'umiltà è l'obbedienza senza indugio. 
Essa è propria di coloro che non amano nulla e nessuno al di sopra di Cristo" (RB 5,1-2) e tale 
obbedienza conduce alla liberazione "al culmine dell'umiltà giungono a quell'amore perfetto di 
Dio che scaccia ogni paura. Ardenti di questo amore, cominciano ad adempiere senza sforzo 
alcuno tutte quelle prescrizioni che prima osservavano non senza fatica. Ora tutto va da sé, come 
un fatto abituale: la vita non è più oppressa dal timore dell'inferno, bensì è alleggerita dall'amore 
di Cristo. Il bene è divenuto quasi un'abitudine, la virtù è fonte di gioia" (7, 67-69).
Sensibilizzato da questa triplice apertura all'esperienza di Dio, il monaco sente la necessità di 
porsi in ascolto diretto della parola di Dio che, attraverso la lectio Divina, viene fatta propria ed a 
chiusura del cerchio riconduce all'ascolto di se, di Dio presente nel proprio cuore come racconta 
questo bellissimo passo di un monaco anonimo dell'XI secolo che "legge/prega" il Vangelo di 
Giovanni (20,15-17): 
"Donna, perché piangi? Chi cerchi? Sei già in possesso di colui che cerchi e non te ne accorgi? 
Hai con te la gioia vera ed eterna e piangi ancora? Hai già in te colui che stai cercando fuori di 
te. Veramente stai presso il sepolcro, di fuori, e piangi. Il tuo cuore è il mio sepolcro: lì riposo, 
non già morto, ma vivente per l'eternità. Il tuo cuore è il mio giardino. Hai giudicato bene 
chiamandomi custode del giardino. Il tuo pianto, la tua pietà, il tuo desiderio è opera mia: mi 
possiedi dentro di te e non te ne accorgi, perciò mi cerchi al di fuori. Ecco dunque che mi mostro 
a te di fuori per ricondurti dentro, ed allora troverai in te colui che cerchi fuori. "Maria", ti 
conosco per nome: impara ormai a conoscermi per fede. "Rabbunì! che significa: Maestro". 
Come se dicesse: Insegnami a cercarti, insegnami a toccarti e a cospargerti d'unguento. Gesù le 
dice: "Non mi toccare" come uomo, come mi toccasti e mi ungesti quando ero ancora mortale. 
"Non sono ancora salito al padre mio"; non hai ancora creduto pienamente. (………). Con la tua 
fede mi tocchi, come quella donna che toccò il lembo del mio mantello ed all'istante fu guarita. E 
perché? Perché mi toccò con la sua fede. Con questa mano toccami, con questi piedi affrettati a 
correre verso di me: non sono infatti lontano da te. Io sono un Dio che si avvicina, sono la Parola 
che è "vicina a te, nella tua bocca e nel tuo cuore" (Romani 10,8). Che cosa è più vicino all'uomo 
del   suo   cuore?   Lì   dentro   mi   troverà,   chiunque   potrà   trovarmi:   le   cose   esteriori   hanno   solo 
apparenza. È vero, sono opere mie, ma sono transitorie, caduche: io invece, che sono il loro 
artefice, risiedo nella parte più segreta dei cuori, senza macchia".

2. Ascoltare Dio è quindi un atteggiamento profondo di preghiera ma non esaurisce l'ambito della 

preghiera del monaco. Benedetto insiste soprattutto sulla recita dei salmi (sette volte al giorno + 
una di notte) e sulla preghiera d'intercessione reciproca che esprime la necessità dell'amore 

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vicendevole. La preghiera individuale sarà silenziosa, accompagnata da lacrime ed espressa con 
moti silenziosi del cuore (52, 3-5) (per il modo Benedetto rimanda ai padri). Necessario è che 
chi prega lasci penetrare nel suo intimo il fuoco dello Spirito nella cui forza il monaco riesce 
anche a ricuperare uno slancio sempre rinnovato affinché "Il nostro cuore sia in perfetta sintonia 
con la Parola di Dio pronunciata con le labbra" (19,7).

3. Benedetto dedica tutto il capitolo settimo della Regola al cammino dell'umiltà che, secondo lui, 

conduce il monaco alla pienezza dell'amore perfetto e, in parte, coincide con la pienezza della 
verità e della libertà dei figli di Dio. La coscienza della propria povertà è infatti la premessa 
indispensabile per accogliere la ricchezza di Dio e l'accoglienza del dono di Dio fa percepire in 
modo ancora più profondo e realistico il proprio limite.

4.

"L'abate fa le veci di Cristo" (2,2 e 63,13), maestro della comunità, la familiarità con la Parola 
di Dio (2,4 e 64, 9) lo rende sapiente (64,2) e capace di insegnare con le parole e l'esempio 
(2,11-12) "sappia l'abate che la sua missione è estremamente difficile ed ardua: dirigere le anime 
mettersi a servizio di temperamenti tanto differenti l'uno dall'altro" (2,30)

Concludendo,  mi   sembra  che   il  grande   sforzo  di  Benedetto,   sforzo   riuscito  e   che  continua  da 
quindici secoli, sia stato quello di rendere concreta, possibile, la realtà di una vita quotidiana vissuta 
in Dio e "verso" Dio, nella convinzione che, da una base di comune povertà (che lui sperimenta in 
un'Europa reduce ed ancora scottata dal crollo dell'Impero romano), si possa ascendere alle alte 
vette della contemplazione e dell'Amore.

IL MESSAGGIO CONTEMPLATIVO DELLA CERTOSA

Come spero possiate notare da questa piantina della Certosa di Pavia, le celle dei monaci sono tutte 
intorno   al   Chiostro,   la   cella   è   un   vero   eremitaggio,   è   costituita   da   più   vani   con   annesso   un 
giardinetto ed il monaco non ne esce mai se non per la celebrazione dell'Ufficio Divino e per la 
messa. Normalmente i monaci mangiano da soli nella propria cella, non si nutrono di carne e 
durante l'Avvento e la Quaresima evitano anche latte, formaggio e burro. Un giorno a settimana (il 
venerdì) fanno penitenza a pane ed acqua. Pregano tre ore durante la notte. Come vedete è una vita 

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dura costruita per formare atleti del Signore dediti alla Contemplazione. L'ordine fu fondato da s. 
Bruno nel 1091 in Calabria ma la regola fu messa per iscritto da Guigo, quinto priore della Certosa 
nel 1127. Voglio solo ricordare un brano di Guigo che parla della Lectio Divina: 
"La lectio porta alla bocca il cibo solido, la meditatio lo mastica, l'orazio ne viene a conoscere il 
sapore, la contemplatio è la dolcezza stessa".
Per quanto indegnamente, sono d’accordo con Guigo e sento spesso la "nostalgia del silenzio", 
silenzio (prima interiore che esteriore) che è estatica contemplazione dell'amore del Signore.
Contraddicendomi (e con l'età sono migliorato, un tempo ero una contraddizione vivente!) vi invio 
due brani tratti "Dal silenzio della certosa" di Ermanno Ancilli (egli stesso certosino) edito da Città 
Nuova 1977 perché mi sembrano chiarificatori dello spirito certosino (o cartusiano che dir si voglia) 
ed attinenti ad un argomento che abbiamo spesso discusso: "Il silenzio".
"Il cartusianesimo riposa su di un fondo di silenzio scrive A. Guillerand (morto nel 1945), priore 
della Certosa di Vedana. È in questo fondo che nasce per ciascuno di noi Colui che è la Parola 
eterna. Tutta la nostra vocazione è là: ascoltare Colui che genera questa parola, e viverne. La Parola 
procede   dal   Silenzio   (mio   commento:   per   Silenzio,   l'autore,   intende,   qui,   il   Padre),   e   noi   ci 
sforziamo di coglierla nel suo Principio. Il Silenzio, di cui si tratta, non è il vuoto od il nulla; è al 
contrario,   l'Essere   nella   sua   plenitudine   feconda.   Ecco   perché   esso   genera,   ecco   perché   noi 
tacciamo. Questo silenzio sono le profondità dell'anima, che le parole non possono tradurre, perché 
sono più grandi di queste: ed è quanto v'è d'immenso, di eterno, di divino in noi. Ecco il vero 
tempio, il santuario riservato che noi portiamo sempre con noi e dove possiamo continuamente 
restare, o immediatamente rientrarvi quando ne siamo usciti".
"In seno alla pace contemplativa della solitudine, animato da tale spirito, il certosino aiuta tutti gli 
uomini, suoi fratelli, nelle profondità nascoste del corpo mistico, a trovare l'equilibrio, la pace e la 
vita   che   non   ha   fine.   L'efficacia   della   missione   di   supplica,   di   espiazione,   di   domanda,   di 
irradiamento spirituale, scaturisce, senza che egli abbia a darsene pensiero, dal fine ultimo della sua 
vita: l'unione con Dio sempre più profonda nel silenzio e nella solitudine".

I CANONICI REGOLARI

ATTI DEGLI APOSTOLI 2,42

Questo brano degli Atti, riferito alla comunità di Gerusalemme dopo la Pentecoste, ha ispirato da 
sempre ogni  scelta  di  vita  comune cristiana.  Agostino  ispirandosi  ad  esso  aveva  creato  la  sua 
"Regola" di vita dei sacerdoti che insieme al Vescovo sceglievano di coabitare per ricreare lo spirito 
di questa comunità ideale. Il Papa Gregorio VII in un Concilio che si svolse a Roma nel 1074 
promulgò una Regula canonica per dare nuovo impulso alla spiritualità del clero rifacendosi agli 
ideali del Vangelo e di s. Agostino. I "Canonici" (dal greco kanon = regola) erano (e sono) Sacerdoti 
e   Chierici   che   dovevano   risiedere   presso   una   chiesa   di   una   certa   importanza,   badando   al   suo 
mantenimento,  e  dovevano  recitare  a  determinate  ore i  Salmi,  e  dire  messa, insieme  agli  altri 
canonici ed ai fedeli. S. Norberto (1085/1134) ideò una comunità di canonici che adottando l'Ordo 

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monasterii   agostiniano  diventasse   una  vera  Comunità   di  tipo   monastico   ma  volta  non,  come  i 
monaci, alla semplice santificazione personale ma finalizzata al servizio pastorale per il bene della 
Diocesi e di tutta la Chiesa. Per distinguerli dagli altri canonici i seguaci di s. Norberto vennero 
chiamati Canonici Regolari come se avessero (nel nome) 2 regole. Mentre le precedenti comunità di 
chierici restarono fatti isolati (anche quella di s. Agostino), i Canonici regolari divennero un vero e 
proprio ordine che sviluppò attraverso anche filiazioni successive (come i Vittorini) una propria 
spiritualità. Tutta la loro cultura era centrata sulla ruminazione della Sacra Scrittura, Adamo Scoto 
(morto nel 1210) descrive il canonico come un uomo che "In claustro dulcem ruminas cibum 
psalmorum" nel chiostro rumini il dolce cibo dei salmi. Riporto qui come esempio alcuni brani tratti 
dal canonico Riccardo di san Vittore (morto nel 1173) per far notare la profondità pedagogica e 
contemplativa da loro raggiunta:
"Chi non ignora quanto sia difficile, per non dire impossibile, ad uno spirito ancora carnale, ad un 
principiante negli studi spirituali, elevarsi all'intelligenza delle realtà invisibili e fissare su di loro lo 
sguardo della contemplazione? Non conosce ancora che il solo corporale; la riflessione non può 
presentargli che ciò di cui ha l'abitudine, il mondo visibile. Cerca di vedere l'invisibile, e non afferra 
che forme di realtà visibili. Desidera l'intuizione dell'incorporale, e non gli vengono che immagini 
di realtà corporali. Che fare dunque? A che cosa rassegnarsi? Dopo tutto, non è meglio pensare alle 
cose spirituali in modo imperfetto, piuttosto che dimenticarle totalmente? Ma un'anima che ama 
realmente, non dimentica facilmente le cose divine, per essere elevata alla contemplazione, incontra 
senz'altro   parecchie   difficoltà.   Fa   allora   ciò   che   può;   contempla   secondo   le   sue   capacità.   Si 
rappresenta con l'immaginazione ciò che può ancora afferrare nella purezza dell'intelligenza... Le 
pare dolce conservare per lo meno con l'immaginazione il ricordo delle realtà di cui non può 
afferrare   la   rappresentazione   con   l'intelligenza...   L'intelligenza   consiglia   a   buon   diritto   di 
rappresentarsi,   pur  imperfettamente,   i   veri   beni   e   d'infiammare   l'anima   a  desiderarli   nella   loro 
bellezza immaginata piuttosto che a indugiare nel considerare beni puramente fallaci e illusori... 
Che cosa sia il primo passo  della contemplazione delle realtà invisibili, nessuno lo ignora, ad 
eccezione di quanti sono totalmente sprovveduti di esperienza in merito".
Questo stupendo testo indica il grado di spiritualità raggiunto dai pensatori più acuti fra i canonici 
regolari; è anche segno della vitalità della loro spiritualità. Un'altra pagina dello stesso Riccardo 
illustra il tema della visione di Dio. 
"Lo specchio notevole e principale per vedere Dio, l'anima ragionevole lo trova in se stessa, senza 
dubbio. Se le realtà invisibili di Dio si scoprono all'intelligenza con le opere da lui create, dove, 
chiedo,   si   troverà   la   sua   traccia   più   chiaramente   impressa   se   non   nell'anima,   immagine   della 
conoscenza divina? Leggiamo e crediamo che l'anima umana è stata creata a somiglianza di Dio. E 
pertanto, finché camminiamo nella fede e non nella visione, finché non vediamo Dio che in uno 
specchio e in enigma, non possiamo trovare migliore specchio di Dio se non la nostra anima, dotata 
di ragione. Ancora bisogna asciugare lo specchio, purificarsi lo spirito, quando vi si vuole vedere 
Dio. Il vero contemplativo non si stanca di tenere in mano lo specchio, di asciugarlo, di fissarlo con 
attenzione. Tenerlo in mano: cadrebbe per terra, se si è attaccato alle cose terrestri; asciugarlo: la 
polvere dei pensieri inutili finirebbe per renderlo opaco; fissarlo: le distrazioni condurrebbero a 
curiosità   vane.  Allora   un   po'   della   chiarezza   della   luce   divina   arriva   a   filtrare,   poi   l'immenso 
irradiamento della nuova visione s'impone allo sguardo. Lì sta la luce che irradiava gli occhi del 
salmista: "La luce del vostro volto si è alzata su di noi come uno stendardo; avete messo la gioia nei 
nostri cuori" (salmo 4, 7-8). Questa visione di luce accende in lei, in modo straordinario, il desiderio 
di vedere Dio che ammira in se, ed è animata per vedere la luce che le sta sopra. Da questa visione, 
dico, l'anima vede la fiamma del desiderio di vedere Dio, e prende fiducia. L'anima, dunque, che già 
brucia dal desiderio di questa visione, che spera già la realizzazione di quanto desidera, ha già 
concepito la contemplazione. La speranza, infatti, l'ha fatta concepire, il desiderio, la farà generare. 
E più il desiderio cresce, più la grazia della contemplazione è vicina".
Il dono della contemplazione dipende dalla limpidezza del cuore più che dalla speculazione: "A mio 
parere, per raggiungere questa contemplazione, occorre più compunzione del cuore che profonde 

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investigazioni dello spirito, più sospiri dell'anima che ragionamenti, più gemiti che dimostrazioni. 
Sappiamo, infatti, che niente purifica maggiormente il cuore, niente rende l'anima così pura, niente 
caccia più efficacemente le nubi dell'errore, niente dona più calma alla mente che il vero pentimento 
e la compunzione.
Che cosa dice, infatti, la Scrittura? "Beati i cuori puri, perché vedranno Dio" (Mat 5, 8). Si sforzi 
dunque di purificare il suo cuore colui che desidera vedere Dio e arrivare alla contemplazione delle 
cose divine!".
La serietà dello sforzo spirituale è espressa con commozione dallo stesso Riccardo, con accenti 
troppo poco noti nella storia della spiritualità medievale. "L'amore intenso produce l'estasi, quando 
l'anima   è   talmente   infiammata   dal   fuoco   dei   desideri   celesti   che   la   fiamma   dell'amore  divino, 
crescendo in essa in modo straordinario, la liquefa come cera, la rende leggera come il fumo, la fa 
salire nelle regioni celesti. L'ammirazione è statica quando l'anima, penetrata dai raggi della luce 
divina e colpita di sorpresa alla vista delle celesti bellezze, è talmente stupefatta che è totalmente 
buttata fuori da sé. La vista delle bellezze che considera le fa concepire, per contrasto, un grande 
disprezzo di se stessa e la porta prima ad abbassarsi. 
Ma subito il desiderio dei beni di lassù la fa rimbalzare, la eleva al di sopra di sé e la trasporta nelle 
regioni sublimi. Infine, la gioia intensa immette nell'estasi, quando il cuore dell'uomo, sazio di 
intime soavità, inebriato da esse, dimentica totalmente ciò che è e ciò che è stato, è rapito fuori di se 
stesso per la pienezza della sua ebbrezza, e si trova bruscamente riempito d'amore divino, mentre 
prova un'ineffabile felicità". (Ricc. di S. Vittore Beniamin minor e maior).

CONTEMPLARI ET CONTEMPLATA ALIIS TRADERE

Cioè contemplare e portare agli altri le cose contemplate, questa frase di s. Tommaso (Summa 
theologiae, II-II, q. 188, a. 6.) condensa in breve la spiritualità dei frati predicatori, i Domenicani.
Nati per combattere efficacemente i Catari che poveri e capaci di parlare con la gente non erano 
"pane per i denti" di Benedettini abituati più al chiuso dei chiostri che alle sfide polemiche, furono 
essi stessi accusati di eresia dai maestri dell'università di Parigi ma la valenza dei loro teologi e 
l'appoggio dei Papi li salvò sempre. Il primo monastero femminile di Benedettine fu costituito da un 
gruppo di "Perfette" catare a Prouille, ma approfondire le relazioni (nemici reali o apparenti?) tra i 
Domenicani ed i Catari non mi compete, altri ne sanno certamente di più. Ciò che vorrei in questo 
intervento delineare è la spiritualità dei Domenicani. L'idea che riempie tutta la vita di Domenico è 
la "caritas veritatis" intesa come amore non tanto della verità espressa nei concetti ma come ricerca 
amorosa della verità che viene da Dio. La vita del frate predicatore è tutta consacrata al culto della 
verità, cercata, studiata, approfondita, contemplata, vissuta, predicata e difesa.
La contemplazione (conquista della verità) e la predicazione (dono della stessa) sono le azioni 
principali della caritas veritatis. Domenico non parlava altro che con Dio e di Dio e questo prescrive 
nelle   Costituzioni   ai   suoi   frati   (la   Regola,   ancora   una   volta,   è   quella   di  Agostino);   egli   ha 
l'intuizione   che   contemplazione   e   predicazione   siano   unite   indissolubilmente   come   riporta   un 
domenicano, il beato Umberto di Romans: "Il frate predicatore attinge alla contemplazione ciò che 
poi dispensa nella predicazione…..Perciò quanto più uno è contemplativo, tanto è più adatto alla 
predicazione".  Domenico  fonda  quindi  un ordine  contemplativo i  cui  membri  seguono  tutte le 
prescrizioni   dei   monaci,   ma   fonda   un   ordine   contemplativo   aperto   alla   predicazione,   senza   la 
stabilitas richiesta da Benedetto ma, anzi, con l'obbligo ai suoi frati di essere imitatori del Signore 
che andava verso i peccatori ed "offrì se stesso per la nostra salvezza". Nelle Costituzioni (n.1, VI) 
si afferma: "La vita propria dell'Ordine è l'autentica vita apostolica , una vita in cui la predicazione e 
l'insegnamento sgorgano dall'abbondanza della contemplazione"
Continua
Alla   contemplazione   (che   ha   4   gradi,   3   +   1,   conoscenza   intellettiva,   conoscenza   affettiva, 
conoscenza intuitiva +  contemplazione infusa  dono dello  Spirito Santo)  si arriva praticando le 

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"osservanze regolari" che oltre ai consigli evangelici (povertà, castità ed ubbidienza) praticati da 
tutti gli Ordini religiosi danno particolare importanza a:

La vita comunitaria

La celebrazione della liturgia

L'orazione personale

Lo studio della verità

Il ministero apostolico

Le austerità monastiche

Domenico poneva due condizioni ai novizi per accoglierli nell'Ordine: 1) ubbidienza 2) Impegno 
nella vita comunitaria. I suoi frati dovevano prendere come modello ideale la prima comunità 
cristiana sia per la comunione fraterna che per lo stimolo ad accrescere il numero di coloro che 
aderivano al messaggio evangelico. Anche la regola di S. Agostino, adottata da Domenico ricorda: 
"poiché vivono nella medesima casa e hanno il medesimo ideale, i frati devono avere un'anima sola 
ed un cuore solo". L'apostolato, poi, inizia per D. ai piedi dell'altare nel Sacrificio eucaristico come 
dice il Signore a S. Caterina da Siena ( che era domenicana): "Consumato l'accidente del pane, 
rimane la grazia. Io lascio l'impronta della Mia grazia come suggello che si pone sopra la cera 
calda…….Così rimane la virtù di questo sacramento, vi rimane il caldo della divina carità, rimane il 
lume della sapienza; rimane forte, partecipando della fortezza mia e potenza" (Libro della divina 
Dottrina, c. 12). Dopo  la  preghiera  liturgica comunitaria,  il frate predicatore  si raccoglie nella 
preghiera personale "oratio secreta" che è meditazione ed esame di coscienza e spesso termina con 
l'atto penitenziale della "disciplina" (che per chi non lo sapesse è auto fustigazione e non sembra 
tanto fuori tempo se si pensa che è stata praticata anche recentemente da Madre Teresa di Calcutta e 
dalle sue suore). La preghiera domenicana è rivolta soprattutto al Salvatore perché D. vuole che i 
suoi frati siano "uomini evangelici, che seguono le orme del Salvatore". Lo studio è poi considerato 
uno strumento necessario alla formazione del contemplativo e dell'apostolo come dice S. Tommaso 
d'Aquino: "Lo studio delle verità divine aiuta la vita contemplativa direttamente, in quanto le offre 
l'oggetto proprio della contemplazione: le verità divine, e indirettamente, perché le offre il controllo 
della fede, onde evitare pericolose deviazioni" (Summa theologiae, II-II, q. 188, a. 5).
Del ministero apostolico abbiamo già parlato, oltre a sottolineare che Domenico vede la povertà (ed 
in   tal   senso   la   prescrive)   come   condizione   per   la   libertà   di   parola   e   di   movimento   dei   suoi 
predicatori, bisogna infine notare che dal sistema di vita monastico eredita l'astinenza perpetua, il 
frequente   digiuno   e   soprattutto   (strano   in   un   predicatore)   l'amore   per   il   silenzio.   Le   prime 
costituzioni riportano una regola di silenzio molto rigida , i frati sono tenuti ad osservare sempre il 
silenzio e quando è proprio necessario dire qualcosa, devono parlare sempre sotto voce "silenter".

CHI SE' TU, O DOLCISSIMO IDDIO MIO?

Egli udì la voce di santo Francesco e, appressandosi, il vide stare ginocchioni in 
orazione con la faccia e con le mani levate al cielo, e in fervore di spirito sì 
dicea: «Chi se' tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e 
disutile servo tuo?». 
E queste medesime parole pure ripetea, e non dicea niuna altra cosa. Per la 
qual cosa frate Leone, forte maravigliandosi di ciò, levò gli occhi e guatò in 
cielo;   e   guatando   sì   vide   venire   dal   cielo  una   fiaccola   di  fuoco   bellissima   e 
splendentissima, la quale discendendo si posò in capo di santo Francesco; e 
della detta fiamma udiva uscire voce, la quale parlava con santo Francesco; ma 
esso frate Lione non intendea le parole. Vedendo questo e riputando si indegno 
di stare così presso a quello luogo santo dov'era quella mirabile apparizione e 
temendo   ancora   di   offendere   santo   Francesco   o   di   turbarlo   dalla   sua 
considerazione,   s'egli   da   lui   fossi   sentito,   sì   si   tirò   pianamente   addietro   e, 
stando da lunge, aspettava di vedere il fine. 

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E guardando fiso, vide santo Francesco stendere tre volte le mani alla fiamma e 
finalmente dopo grande ispazio, e' vide la fiamma ritornarsi in cielo. 
Di che egli si muove sicuro e allegro della visione e tornavasi alla cella sua.Ed 
andandosen egli sicuramente, santo Francesco sì lo ebbe sentito allo stropiccìo 
de' piedi di sopra le foglie e comandogli che lo aspettasse e non si movesse. 
Allora frate Lione obbidiente si stette fermo e aspettollo con tanta paura, che, 
secondo eh' egli poscia recitò alii compagni, in quel punto egli arebbe piuttosto 
voluto che la terra il tranghiottisse, che aspettare santo Francesco, il quale egli 
pensava essere contro a lui turbato; imperò che con somma diligenza egli si 
guardava   d'offendere   la   sua   paternità,   acciò   che   per   la   sua   colpa   santo 
Francesco non lo privasse della sua compagnia. 
Giugnendo a lui dunque santo Francesco, domandollo: «Chi se' tu?». E frate 
Lione   tutto   tremando   rispuose:   «Io   sono   frate   Lione,   padre   mio».   E   santo 
Francesco: «Perché venisti tu qua, frate pecorella? Non t'ho io detto che tu non 
mi vada osservando? Dimmi per santa obbidienza se tu vedesti o udisti nulla». 
Rispose   frate   Lione:   «Padre,   io  t'   udii   parlare   e   dire   più  volte:  Chi   se'   tu,   o 
dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vermine vilissimo e disutile servo tuo? ». E 
allora   inginocchiandosi   frate   Lione   dinanzi   a   santo   Francesco,   si   rendette   in 
colpa della sua disobbedienza ch'gli avea fatto contra al suo comandamento e 
chiesegli perdonanza con molte lagrime. E appresso lo pregò umilemente gli 
sponesse le parole ch'avea udite e dicessegli quelle ch'egli non aveva intese. 
Allora,   veggendo   santo   Francesco   che   Dio   all'umile   frate   Lione   per   la   sua 
semplicità e purità Iddio avea rivelato ovvero conceduto d'udire e di vedere 
alcune   cose,   sì   gli   condiscese   a   rivelargli   e   isporgli   quello   eh'   egli   gli 
domandava, e disse così: « Sappi, frate pecorella di Gesù Cristo, che quando io 
dicea quelle parole che tu udisti, allora mi erano mostrati ali' anima mia due 
lumi, 1' uno della notizia e conoscimento di me medesimo, 1' altro della notizia 
e conoscimento del Creatore. Quando io dicea: "Chi se' tu, o dolcissimo Iddio 
mio?", allora ero io in un lume di contemplazione, nel quale io vedea 1' abisso 
della infinita bontà e sapienza e potenza di Dio; e quando io dicea: "Che sono 
io?", io ero in lume di contemplazione, nel quale io vedea il profondo lagrimoso 
della mia viltà e miseria, e però dicea: Chi se' tu, Signore d'infinita bontà e 
sapienza   e   potenza,   che   degni   di   visitare   me   che   sono   un   vile   vermine   e 
abbominevole? E in quella fiamma che t.u vedesti era Iddio; il quale in quella 
ispezie mi parlava, siccome avea anticamente parlato a Moisè. 
Ho scelto il brano precedente dai "Fioretti di S. Francesco" perché rispecchia una mia esperienza 
personale e, nel contempo, esprime in modo conciso quello che io considero la straordinarietà 
dell'esperienza   del   Santo   d'Assisi:   l'assoluta   semplicità   e   l'incredibile   profondità   raggiunta   nel 
contatto con Dio (e, di conseguenza, con la natura). Incredibile profondità che suscitava una santa 
invidia nei suoi contemporanei (S: Domenico ne fu talmente colpito che voleva sciogliere il suo 
Ordine per unirsi ai Francescani e l'avrebbe fatto se il Papa non glielo avesse proibito) e che anche 
oggi stupisce al punto di indurci a chiedere quale fosse il segreto di questo contatto, perché per lui 
era semplice, quasi naturale e per noi non è così? Da dove traeva S. Francesco quella spontaneità 
nell'essere semplice, umile, povero? La capacità di parlare con gli animali e con le cose come a 
fratelli (anche frate fuoco evita di bruciarlo se lui glielo chiede)?
Nessun santo, a mio parere, unisce insieme questo aspetto di una semplicità così vicina che quasi 
sembra raggiungibile in uno slancio con quello di un cammino che lo ha portato alla soglia della 
divinità come testimonia Dante che nel canto XI del Paradiso lo paragona a Cristo dicendo che la 
terra e la povertà hanno dovuto aspettare più di mille e cento anni un altro sposo:
Intra Tupino e l'acqua che discende
del colle eletto dal beato Ubaldo,

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fertile costa d'alto monte pende,
onde Perugia sente freddo e caldo
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con Gualdo.
Di questa costa, là dov'ella frange
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo talvolta di Gange.
Però chi d'esso loco fa parole,
non dica Ascesi, che direbbe corto,
ma Oriente, se proprio dir vuole.
Non era ancor molto lontan da l'orto,
ch'el cominciò a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun conforto;
che per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra;
e dinanzi a la sua spiritai corte
et coram patre le si fece unito;
poscia di dì in dì l'amò più forte.
Questa, privata del primo marito,
millecent'anni e più dispetta e scura
fino a costui si stette sanza invito;
e qui è proprio il dato caratteristico di Francesco, parla ai nostri cuori come la terra, quasi a dire: 
"provateci, vi ho mostrato il cammino per seguire Cristo, se avrete il coraggio di chiedere a Dio: 
"Chi sei tu dolcissimo Iddio mio" e : "Chi sono io, vilissimo verme e disutile servo tuo", Egli vi 
verrà incontro e vi mostrerà che anche il verme è ripieno, trabocca dell'amore di Dio. Dico "il 
coraggio" perché,  lo dico  per me,  non è facile fare  questa domanda aspettandosi davvero  una 
risposta, la risposta fa paura, costringe ad abbandonare le difese che il nostro ego costruisce giorno 
per giorno e che ci consentono di non vedere la meraviglia dell'amore aperto al Tutto. È la paura 
della morte perché è vero che "non si può vedere Dio senza morire".
Cercando di tratteggiare la spiritualità francescana penso di analizzarla attraverso i seguenti punti 
tratti dal libro "Incontro a Dio amore" di fra Giocondo Pagliara, rimaneggiati ed integrati con brani 
degli scritti di S. Francesco tratti dalle "Fonti francescane":
1. Il carisma francescano: vita evangelica
2. Metànoia e ascesi
3. La perfetta letizia
4. Madonna povertà e tradizione francescana.
5. La via dell'amore.
6. L'amore si è fatto carne.
7. Laudato sie…cum tucte le tue creature.
Vi dico subito che (come vi sarete accorti dall'introduzione) sarò un po' prolisso perché ho un 
debole per S. Francesco e perché penso che ne valga la pena, se preferite che sia più sintetico vi 
prego di farmelo sapere.

Il carisma francescano

"

E dopo che il Signore mi donò dei frati, nessuno mi mostrava che 

cosa dovessi fare; ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo 
vivere secondo la forma del santo Vangelo

". Scrive Francesco nel suo 

Testamento. 
Egli fa sue le istanze di ritorno al Vangelo propugnate dai Catari e dai Valdesi ma abbandona, anzi 
quasi ignora, ogni polemica con l'autorità di una gerarchia ecclesiastica spesso infarcita di scandali 

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e corruzione. Non che non veda i difetti ed i tradimenti del clero ma è come se quelle azioni fossero 
ininfluenti per lui che vive quasi in un altro mondo (il mondo degli uomini liberi) e come se 
l'esercizio delle virtù (prime fra tutte l'obbedienza e la povertà) non si dovesse confrontare con gli 
uomini ma direttamente con Dio. Il nome stesso di "Minori" che diede ai suoi contiene un'opzione 
evangelica come ricorda la Leggenda perugina: "Aggiungeva quindi Francesco che il Signore ha 
voluto che i frati si chiamassero "Minori", perché appunto questo è il popolo chiesto dal Figlio di 
Dio al Padre suo, e di esso si dice nel Vangelo: Non vogliate temere, o piccolo gregge, perché è  
piaciuto al Padre vostro di concedere a voi il regno; 
e ancora: Quello che avete fatto a uno dei miei 
fratelli più  piccoli  (Minori),  lo  avete fatto  a me."
  Più  che  meditazione  sul  Vangelo,  quella di 
Francesco, è determinazione ad incarnare il Vangelo, a viverlo fino all'estrema conseguenza, la 
crocifissione. Per lui parlare è ri - parlare il Vangelo agire è ri - agirlo e quando, inizialmente, i frati 
gli chiedono una regola, non sa dare altro che il Vangelo come testimonia la cosiddetta proto 
Regola, la regola andata perduta nella sua singolarità ma conservata come introduzione e primo 
capitolo della Regola non bollata:

"Nel   nome   del   Padre   e   del   Figlio   e   dello   Spirito   Santo. 

Amen. 
Questa   è   la   vita   del   Vangelo   di   Gesù   Cristo   che   frate 

Francesco chiese che dal signor papa Innocenzo gli fosse 
concessa e confermata. E egli la concesse e la confermò a 

lui   e   ai   suoi   frati   presenti   e   futuri.   Frate   Francesco   e 
chiunque   sarà   a   capo   di   questa   Religione,   prometta 

obbedienza e reverenza al signor papa Innocenzo e ai suoi 
successori. E gli altri frati siano tenuti ad obbedire a frate 

Francesco e ai suoi successori.
La   regola   e   la   vita   dei   frati   è   questa,   cioè   vivere   in 

obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la 
dottrina e l'esempio del Signore nostro Gesù Cristo il quale 

dice: Se vuoi essere perfetto, va, vendi tutto quello che hai, 
dallo   ai   poveri   e   avrai   un   tesoro   nel   cielo;   e   poi   vieni   e 

seguimi; e

:

  Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi 

se stesso, prenda la sua croce e mi segua; s e ancora: Se 

qualcuno   viene   a   me   e   non   odia   il   padre,   la   madre,   la 
moglie   e  i   figli,  i   fratelli   e le  sorelle  e  anche  la  sua   vita 

stessa non può essere mio discepolo. E

:

 Chi avrà lasciato o 

il padre, o la madre, o la moglie o i figli, la casa o i campi 

per   amore   mio,   riceverà   il   centuple   e   possederà   la   vita 
eterna".

Metànoia e ascesi

L'argomento seguente è, per me, difficile da trattare. Siamo talmente abituati, attraverso i mass 
media, ad un'uniformità di valori e di gusti da pensare che ciò che è amaro per uno lo debba essere 
per tutti e, spesso, identifichiamo il male con il dolore ed il bene con il piacere. Devo dirvi che 

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anche per me è stato a lungo così e, forse, lo è tuttora. Francesco però su questo argomento non 
lascia scampo ed è perfino un peccato tentare di edulcorarlo, a scopo consolatorio (per giustificare 
la mia mediocrità) vi riporto un brano confortante che ho trovato su "Francesco d'Assisi" un libro di 
Leonardo Boff, teologo della liberazione e francescano. Libro per tanti versi discutibile che però per 
altri offre alcuni spunti interessanti:
Udii un vecchio confratello ragionevole e buono, perfetto e santo, 
dire:
"Se sentirai la chiamata dello Spirito, ascoltala e cerca di 

essere santo con tutta la tua anima, con tutto il tuo cuore e con 
tutte le tue forze.

Se, però, per umana debolezza non riuscirai ad essere santo, 
cerca allora di essere perfetto con tutta la tua anima, con tutto 
il tuo cuore e con tutte le tue forze.

Se, tuttavia, non riuscirai ad essere perfetto a causa della 
vanità della tua vita, cerca allora di essere buono con tutta la 
tua anima, con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze.

Se, ancora, non riuscirai ad essere buono a causa delle insidie 
del Maligno, cerca allora di essere ragionevole con tutta la tua 
anima, con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze.

Se, infine, non riuscirai ad essere santo, ne perfetto, ne buono, 
ne ragionevole a causa dei peso dei tuoi peccati, allora cerca di 
portare questo peso di fronte a Dio e affida la tua vita alla 
divina misericordia.

Se farai questo, senza amarezza, con tutta umiltà e con 
giovialità di spirito a causa della tenerezza di Dio che ama gli 
ingrati e i cattivi, allora comincerai a capire cosa sia 
ragionevole, imparerai ciò che è buono, lentamente aspirerai ad 
essere perfetto, e infine, anelerai ad essere santo.

Se farai tutto questo, ogni giorno, con tutta la tua anima, con 
tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze, allora io ti 
garantisco, fratello: sarai sulla strada di S. Francesco, non 
sarai lontano dal Regno di Dio!".

Dopo   esserci   così   consolati   possiamo   affrontare   il   modo   nel   quale   Francesco,   nel  Testamento 
racconta il momento cruciale, la svolta del suo cammino:

Il Signore concesse a me, frate Francesco, d'incominciare 

così   a   far   penitenza,  poiché   essendo   io   nei   peccati,   mi 
sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore 

stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E 
allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu 

cambiato in dolcezza di anima e di corpo.
E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.

 

E Tommaso da Celano nella sua "Vita seconda": 

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Ma, mentre frequentava luoghi appartati, ritenendoli adatti 

alla   preghiera,   il   diavolo   tentò   di   allontanarlo   con   una 
astuzia   maligna.   Gli   raffigurò   nel   cuore   una   donna,   sua 

concittadina,   mostruosamente   gibbosa:   aveva   un   tale 
aspetto,   da   suscitare   orrore   a   tutti.   E   lo   minacciò   di 

renderlo uguale, se non la piantava coi suoi propositi. Ma, 
confortato dal Signore, ebbe la gioia di una risposta piena 

di grazia e di salvezza: "Francesco, — gli disse Dio in spirito 
— lascia ormai i piaceri mondani e vani per quelli spirituali, 

preferisci. le cose amare alle dolci e disprezza tè stesso, se 
vuoi conoscermi. Perché gusterai ciò che ti dico, anche se 

l'ordine   è   capovolto".   Subito,   si   sentì   come   indotto   a 
seguire il comando del Signore e spinto a farne la prova.

Fra tutti gli orrori della miseria umana, Francesco sentiva 
ripugnanza istintiva per i lebbrosi. Ma, ecco, un giorno ne 

incontrò   proprio   uno,   mentre   era   a   cavallo   nei   pressi   di 
Assisi.   Ne   provò   grande   fastidio   e   ribrezzo;   ma   per   non 

venire meno alla fedeltà promessa, come trasgredendo un 
ordine   ricevuto,   balzò   da   cavallo   e   corse   a   baciarlo.   E   il 

lebbroso, che gli aveva steso la mano, come per ricevere 
qualcosa,   ne   ebbe   contemporaneamente   denaro   e   un 

bacio.   Subito   risalì   a   cavallo,   guardò   qua   e   là   —   la 
campagna era aperta e libera tutt'attorno da  ostacoli —, 

ma   non   vide   più   il   lebbroso.   Pieno   di   gioia   e   di 
ammirazione, poco tempo dopo volle ripetere quel gesto: 

andò al lebbrosario e, dopo aver dato a ciascun malato del 
denaro, ne baciò la mano e la bocca. Così preferiva le cose 

amare alle dolci, e si

 

preparava virilmente a mantenere gli 

altri propositi.

Insomma Francesco, per conoscere Dio (tutta la sua vita sarà volta a questo fine) accetta e persegue 
il rovesciamento dell'ordine delle cose, quello che per il mondo è stoltezza diventa sapienza, quello 
che   per   il   mondo   è   pazzia   diventa   santità   come   rivela   questo   brano   tratto   dalla   "Leggenda 
maggiore" scritta da S. Bonaventura:

A causa delle varie, insistenti, ininterrotte infermità, era 
ridotto al punto che ormai la carne era consumata e 

rimaneva quasi soltanto la pelle attaccata alle ossa.
Ma, per quanto strazianti fossero i suoi dolori, quelle sue 

angosce non le chiamava sofferenze, ma sorelle.

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Una volta, vedendolo pressato più del solito dai dolori 

lancinanti, un frate molto semplice gli disse: "Fratello, 
prega il Signore che ti tratti un po' meglio, perché sembra 

che faccia pesare la sua mano su di tè più del dovuto".
A quelle parole, il Santo esclamò con un grido: "Se non 

conoscessi la tua schiettezza e semplicità, da questo 
momento io avrei in odio la tua compagnia, perché hai 

osato ritenere discutibili i giudizi di Dio a mio riguardo".
E, benché stremato dalla lunga e grave infermità, si buttò 

per terra, battendo le ossa indebolite nella cruda caduta. 
Poi baciò la terra, dicendo: "Ti ringrazio, Signore Dio, per 

tutti questi miei dolori e ti prego, o Signore mio, di darmene 
cento volte di più, se così ti piace. Io sarò contentissimo, se 

tu mi affliggerai e non mi risparmierai il dolore, perché 
adempiere alla tua volontà è per me consolazione 

sovrappiena".

Penitenza che però per Francesco non può dissociarsi dalla carità, è durezza verso se stesso come 
accettazione della volontà di Dio ma dev'essere mitigata quando crea problemi ai fratelli:

Benché, poi, con tutte le sue forze stimolasse i frati ad una 

vita austera, pure non amava quella severità intransigente 
che non riveste viscere di pietà e non è condita con il sale 

della discrezione.
Un frate, a causa dei digiuni eccessivi, una notte non 

riusciva assolutamente a dormire, tormentato com'era 
dalla fame. Comprendendo il pietoso pastore che la sua 

pecorella si trovava in pericolo, chiamò il frate, gli mise 
davanti un po' di pane e, per evitargli il rossore, incominciò 

a mangiare lui per primo, mentre con dolcezza invitava 
l'altro a mangiare.

Il frate scacciò la vergogna e prese il cibo con grandissima 
gioia, giacché, con la sua vigilanza e la sua 

accondiscendenza, il Padre gli aveva evitato il danno del 
corpo e gli aveva offerto motivo di grande edificazione.

Al mattino, l'uomo di Dio radunò i frati e, riferendosi a 
quanto era successo quella notte, aggiunse questo 

provvido ammonimento: « A voi, fratelli, sia di esempio non 
il cibo, ma la carità ».

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Li ammaestrò, poi, a seguire sempre nella corsa alla virtù, 

la discrezione che ne è l'auriga; non la discrezione 
consigliata dalla prudenza umana, ma quella insegnata da 

Cristo con la sua vita santissima, che certamente è il 
modello dichiarato della perfezione.

Anzi sembra quasi che penitenza e carità estrema siano indissolubilmente unite, riporto qui, per far 
meglio capire ciò che intendo dire una bellissima pagina della "Leggenda perugina":

Altra   volta,   essendo   tornato   un   giorno   Francesco   alla 
Porziuncola,   vi   incontrò   frate   Giacomo,   il   semplice,   in 

compagnia   di   un   lebbroso   sfigurato   dalle   ulceri,   capitato 
colà lo stesso giorno. Il Santo aveva raccomandato a frate 

Giacomo   con   insistenza   quel   lebbroso   e   tutti   quelli   che 
erano   più   corrosi   dal   male.   A   quei   tempi,   infatti,   i   frati 

abitavano nei lazzaretti. Giacomo faceva da medico ai più 
colpiti, e di buon grado toccava le loro piaghe, le curava, ne 

mutava le bende.
Francesco   si   rivolse   a   frate   Giacomo   con   tono   di 

rimprovero: « Non dovresti condurre qui i fratelli cristiani, 
poiché   non   è   conveniente   per   tè   ne   per   loro   ».   Il   Santo 

chiamava   «   fratelli   cristiani   »   i   lebbrosi.   Fece   questa 
osservazione perché, pur essendo felice che frate Giacomo 

aiutasse e servisse i lebbrosi, non voleva però che facesse 
uscire dal lazzaretto i più gravemente piagati. In più, frate 

Giacomo era molto semplice, e spesso andava alla chiesa 
di Santa Maria con qualche lebbroso. Oltre tutto, la gente 

ha orrore dei lebbrosi sfatti dalle ulceri.
Non aveva finito di parlare, che subito Francesco si pentì di 

quello che aveva detto e andò a confessare la sua colpa a 
Pietro di Catanie, ministro generale in carica: aveva rimorso 

di   aver   contristato   il   lebbroso,   rimproverando   frate 
Giacomo.  Per  questo  confessò  la  sua colpa,  con  l'idea  di 

rendere soddisfazione a Dio e a quello sventurato.
Disse quindi a frate Pietro: « Ti chiedo di approvare, senza 

contraddirmi, la penitenza che voglio fare ». Rispose frate 
Pietro:   «   Fratello,   sia   come   ti   piace   ».   Talmente   egli 

venerava e temeva Francesco, gli era così obbediente, che 
non osava mutare i suoi ordini, benché in questa e in molte 

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altre   circostanze   ne   restasse   afflitto   in   cuore   e   anche 

esteriormente.
Seguitò Francesco: « Sia questa la mia penitenza; mangiare 

nello stesso piatto con il fratello cristiano ». E così fu.
Francesco sedette a mensa con il lebbroso e gli altri frati, e 

fu posta una scodella tra loro due. Ora, il lebbroso era tutto 
una   piaga;   le   dita   con   le   quali   prendeva   il   cibo   erano 

contratte   e   sanguinolente,   così   che   ogni   volta   che   le 
immergeva nella scodella, vi colava dentro il sangue.

Al   vedere   simile   spettacolo,   frate   Pietro   e   gli   altri   frati 
furono sgomenti, ma non osavano dir nulla, per timore del 

padre santo.
Colui   che   ora   scrive,   ha   visto   quella   scena   e   ne   rende 

testimonianza.

Sulle orme di Francesco i suoi seguaci, nella vita di ogni giorno devono tendere alle stesse vette 
attraverso un lavoro costante su se stessi come scrive Giocondo Pagliara:
"Cosi   la   vita   del   francescano   diviene   offerta   quotidiana   d'amore   nell'oblazione   del   proprio   io 
macerato sull'altare dell'espiazione, umile risposta all'imperativo evangelico:
"Se qualcuno vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi 
segua".
Ogni giorno, sempre, senza rimpianti o ripensamenti, senza concessioni all'io animale in agguato. 
Ogni giorno, anzi ogni ora, vivere di oblazione.
Non è necessario aspirare alle grandi penitenze che martirizzano la carne; basta operare nello spirito 
che, d'altronde, ne riceve una contro spinta per una maggiore mietitura soprannaturale. 
Ad  ogni istante si può impegnare  la volontà raccogliendo tutte le  occasioni  per mortificare la 
sensibilità, per stanare se stessi dalla torre dell'egoismo, per bruciare l'effimero culto della propria 
personalità   -   specialmente   affettività,   esperienza,   cultura   -   nel   turibolo   d'oro   dell'obbedienza. 
Sempre c'è un fiore ad invitarci ad aspirare la sua fragranza e non è poi tanto difficile rinunziarvi. 
Bisogna fare l'abitudine alla rinunzia, alla mortificazione, alla croce. Sempre potremo fare uno 
sforzo per compiere - e sorridendo - la volontà di un altro; sempre potremo sostenere in pace la 
lacerazione   di   una   mormorazione   ingiusta   o   la   spina   di   una   risposta   irritata;   sempre   potremo 
inarcare   le   spalle   per   sopportare   un'umiliazione   o   l'apprezzamento   ingeneroso   di   chi   crede 
conoscerci fino in fondo.
Le occasioni quotidiane sono un'infinità. Bisogna non sciuparle, non gettarle sbadatamente nella 
pattumiera dei rifiuti. Sono tutte d'oro e vengono da Dio".
Un'ultima parola sull'ascesi francescana  per indicarne il  fine.  Lo sforzo costante  di "vivere" il 
Vangelo non può che raggiungere un unico obiettivo: l'identificazione con Cristo crocifisso.
Questo chiedeva infatti Francesco prima di ricevere le stimmate:

"O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu mi 

faccia innanzi che io muoia: la  prima, che in vita mia io 
senta nell'anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel 

dolore   che   tu,   dolce   Gesù,   sostenesti   nella   ora   della   tua 
acerbissima passione; la seconda si è ch'io senta nel cuore 

mio quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu 

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Figliuolo   di   Dio,   eri   acceso   a   sostenere   volentieri   tanta 

passione per noi peccatori". 

(Fonti Francescane n°1919)

Dio allora gli concede le Stimmate che, al contrario di ciò che accadde nei casi successivi non erano 
semplici ferite ma i segni materiali della passione di Gesù come riporta, tra gli altri, S. Bonaventura:

"Scomparendo,   la   visione   gli   lasciò   nel   cuore   un   ardore 

mirabile   e   segni   altrettanto   meravigliosi   lasciò   impressi 
nella sua carne.

Subito,   infatti,   nelle   sue   mani   e   nei   suoi   piedi, 
incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che 

poco   prima   aveva   osservato   nell'immagine   dell'uomo 
crocifisso.

Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai 
chiodi;   le   capocchie   dei   chiodi   sporgevano   nella   parte 

interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre 
le   punte   sporgevano   dalla   parte   opposta.   Le   capocchie 

nelle   mani   e   nei   piedi   erano   rotonde   e   nere;   le   punte, 
invece,   erano   allungate,   piegate   all'indietro   e   come 

ribattute,   ed   uscivano   dalla   carne   stessa,   sporgendo   sul 
resto della carne.

Il   fianco   destro   era   come   trapassato   da   una   lancia   e 
coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro 

sangue, imbevendo la tonaca e le mutande".

Lo scambio amoroso porta alla "fusione" di Francesco con l'oggetto del suo amore e, giustamente, 
fra Giocondo Pagliara nel nostro libro commenta:
"L'unione   trasformante   segna   il   culmine   della   penetrazione   di   Dio   nell'anima   che   ne   resta 
divinizzata. Santa Teresa d'Avila a 44 anni viene trasverberata da un serafino con un dardo infocato; 
Francesco ne ha 42-43, ma ha già consumato la sua santità. Dopo la Verna non ci saranno più vette 
da scalare; l'« ultimo sigillo » è il segno della pienezza di identità con Cristo.
A partire dalla Verna, tra il Poverello e Cristo si instaura una comunione verticale di beni: il suo 
corpo   con   la   finezza   della   sensibilità;   la   sua   anima   con   le   squisite   facoltà,   gli   impulsi,   la 
volontarietà, la capacità di dilatarsi nell'amore, le illuminazioni incandescenti; i beni di natura e i 
beni di grazia: tutto quello che è di Francesco appartiene a Cristo. Ma è vero anche il contrario: 
quello che appartiene a Cristo viene trasmesso al suo umile servo: gli ultimi due anni della sua vita 
diventano epifania della gloria di Dio, così che il prodigio non è più un'eccezione, ma quasi un fatto 
ordinario nella sua esistenza; per questo la meditazione francescana ha potuto cantare:
"e non può dirsi — quando sei visto
se sei Francesco — oppur sei Cristo".

La perfetta letizia

Come abbiamo visto nel capitolo precedente Francesco, nel suo percorso in Dio e verso Dio, aveva 
rovesciato i valori comuni e preso su di se sofferenze (fisiche e spirituali) tremende.
Noi siamo "comunemente" portati a considerare chi soffre (anche se per amore) una persona triste, 
da consolare, ed i nostri cari sono spesso testimoni dello spettacolo indecoroso che diamo appena 

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siamo afflitti da una, qualsivoglia, malattia o subiamo la più piccola frustrazione (soprattutto se la 
consideriamo ingiusta). 
Francesco invece, sulla via del Vangelo, aveva capito che, come scrive G. Pagliara: "La dinamica 
della letizia cristiana va di pari ppasso con la libertà interiore. Man mano che l'anima si scarcera 
dalla schiavitù delle cose (povertà), dalla sete di potere (ubbidienza), dal flusso delle sensazioni 
carnali (castità), acquista maggior docilità di fronte allo Spirito e, per ciò stesso, più possibilità di 
trasformare in gioia qualunque avvenimento" (p. 329 o. c.) e, questa scoperta, Francesco l'aveva 
condivisa con i suoi primi compagni. Infatti: 

Andando   verso   la   Marca   (di   Ancona),   esultava 

giocondamente   nel   Signore.   Francesco,   a   voce   alta   e 
chiara, cantava in francese le lodi del Signore benedicendo 

e glorificando la bontà dell'Altissimo. Tanta era la loro gioia, 
che   pareva   avessero   scoperto   un   magnifico   tesoro   nel 

podere   evangelico   della   signora   Povertà,   per   amore   del 
quale   si   erano   generosamente   sbarazzati   di   ogni   avere 

materiale, considerandolo alla stregua di rifiuti.

Anzi "prescrive" la gioia sia nella Regola: 

E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all'esterno e oscuri in 

faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e 
giocondi e garbatamente allegri (cap. VII).

Sia quando incontra qualche frate troppo "serioso":

Dal   momento   della   conversione   al   giorno   della   morte, 
Francesco fu molto duro, sempre, con il suo corpo. Ma il suo 

più alto e appassionato impegno fu quello di possedere e 
conservare in se stesso la gioia spirituale.

Affermava:   "Se   il   servo   di   Dio   si   preoccuperà   di   avere   e 
conservare   abitualmente   la   gioia   inferiore   ed   esteriore, 

gioia   che   sgorga   da   un   cuore   puro,   in   nulla   gli   possono 
nuocere i demoni, che diranno: - Dato che questo servo di 

Dio   si   mantiene   lieto   nella   tribolazione   come   nella 
prosperità, non troviamo una breccia per entrare in lui e 

fargli danno -".
Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva 

un'aria   triste   e   una   faccia   mesta:   "Perché   mostri   così   la 
tristezza   e   l'angoscia   dei   tuoi   peccati?   é   una   questione 

privata tra tè e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti 
doni la gioia della salvezza. Ma alla presenza mia e degli 

altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo 
di   Dio   si   mostri   depresso   e   con   la   faccia   dolente   al   suo 

fratello o ad altra persona".

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Diceva  altresì:  "  So   che  i   demoni   mi  sono  invidiosi   per  i 

benefici concessimi dal Signore per sua bontà. E siccome 
non  possono  danneggiare me,  si  sforzano  di  insidiarmi   e 

nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a 
colpire   ne   me   ne   i   compagni,   allora   si   ritirano   scornati. 

Quando   mi   trovo   in   un   momento   di   tentazione   e   di 
avvilimento, mi basta guardare la gioia del mio compagno 

per riavermi dalla crisi di abbattimento e riconquistare la 
gioia interiore".

 

(Leggenda perugina FF n° 1653)

Come vedete la gioia e la letizia, nella libertà dello spirito, sono per Francesco addirittura strumenti 
di difesa contro il male. Strumenti tanto più potenti quanto più sono collaudati dalle difficoltà. 
La lettera di Giacomo (1,2) infatti ammoniva: "Considerate 

perfetta letizia

, miei fratelli, quando 

subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza 
completi l'opera sua in voi, perché siate  perfetti  ed integri, senza mancare di nulla". Francesco 
comprende   la   lezione   spirituale   sottostante   a   questo   brano   riscoprendolo   come   itinerario   di 
iniziazione concreto e quotidiano:

DELLA VERA E PERFETTA LETIZIA
Un   giorno   il   beato   Francesco,   presso   Santa   Maria   degli 

Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: " Frate Leone, scrivi 
". Questi rispose: " Eccomi, sono pronto ". " Scrivi - disse - 

cosa è la vera letizia ".
" Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono 

entrati nell'Ordine; scrivi: non è vera letizia. Così pure che 
sono entrati nell'Ordine tutti i prelati d'oltralpe, arcivescovi 

e   vescovi,   non   solo,   ma   perfino   il   Rè   di   Francia   e   il   Rè 
d'Inghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora 

notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno 
convertiti tutti alla fede, oppure che io abbia ricevuto da 

Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da
far   molti   miracoli;   ebbene  io   ti   dico:   neppure  qui   è   vera 

letizia ".
" Ma cosa è la vera letizia? ": " Ecco, tornando io da Perugia 

nel mezzo della notte, giungo qui, ed è un inverno fangoso 
e così rigido che, all'estremità della tonaca, si formano dei 

ghiaccinoli   d'acqua   congelata,   che   mi   percuotono 
continuamente   le   gambe   fino   a   far   uscire   il   sangue   da 

siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, 
giungo alla porta e dopo aver a lungo picchiato e chiamato, 

viene un frate e chiede: " Chi sei? ". Io rispondo: " Frate 
Francesco ". E quegli dice: " Vattene, non è ora decente 

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questa di arrivare, non entrerai ". E mentre io insisto, l'altro 

risponde: " Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non 
ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo 

bisogno di tè ". E io sempre resto davanti alla porta e dico: 
" Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte ". E quegli 

risponde: " Non lo farò. Vattene dai Crociferi e chiedi là ".
Ebbene,   se   io   avrò   avuto   pazienza   e   non   mi   sarò 

conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera 
virtù e la salvezza dell'anima"

(FF n° 278).

Madonna povertà e la tradizione francescana

Giocondo Pagliara dice (p. 134 o. c.) che lo sposalizio di Francesco con madonna povertà non è uno 
sposalizio ascetico ma mistico con Gesù povero, "elemento di conformità tra il santo ed il suo 
Signore". Io, sebbene indegnamente, penso che una cosa non escluda l'altra se, beninteso, non 
intendiamo   con   la   parola   "ascetico"   il   semplice   sforzo   auto   limitante   ed   auto   lesionistico   ma, 
piuttosto l'ascesi (salita) verso il proprio destino di libertà in Cristo. 
Madonna povertà è vista da Francesco, e dai primi francescani, con tutto l'ardore con il quale i 
cavalieri medioevali vedevano la propria dama, Dante vede Beatrice e Don Chisciotte vedrà la sua 
Dulcinea. Francesco ha in più il vantaggio di una coincidenza totale della sua dama con il suo ideale 
ed il suo amore per Cristo. Una piccola opera scritta verso il 1260 (prima della Leggenda maggiore 
di   S.   Bonaventura),   intitolata   "Sacrum   commercium   sancti   Francisci   cum   domina   paupertate", 
sintetizza le ragioni di questo amore. Ve ne riporto qui il prologo (FF n°

 

 !959-1962):

1.   Fra   le   altre   insigni   e   preclare   virtù,   che   nell'uomo 
preparano un luogo adatto all'abitazione di Dio e mostrano 

una   via   migliore  e  più   rapida   per   camminare   e  giungere 
fino   a   Lui,   la   santa   Povertà   per   sua   natura   si   innalza   su 

tutte   e   precede   per   grazia   singolare   i   meriti   delle   altre, 
perché   è   fondamento   e   custode   di   ogni   virtù   e   a   buon 

diritto   il   nome   di   lei   occupa   il   primo   posto   fra   le   virtù 
evangeliche.   Le   altre,   infatti,   non   avranno   da   temere   ne 

caduta   di   pioggia,   ne   irrompere   di   fiumi,   ne   soffiare 
minaccioso e rovinoso di venti, quando siano saldamente 

fissate sul fondamento della povertà.
2. E ben a ragione, perché il Figlio di Dio, .Signore delle 

virtù   e   Re   della   gloria,   operando   la   salvezza   sulla   terra, 
andò in cerca della Povertà, la trovò, l'amò con amore di 

predilezione. Agli esordi della sua predicazione proprio la 
Povertà egli pose come fiaccola in mano a coloro

che stavano per varcare la soglia della fede e collocò come 
prima pietra nel fondamento della casa, e  mentre le altre 

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virtù ricevono da lui il Regno dei cieli solo come promessa, 

la Povertà ne ottiene l'investitura senza alcuna dilazione; 
Beati, egli dice, i poveri in ispirito, perché di essi è il regno 

dei cieli.
3. A buon diritto il regno dei cieli appartiene a coloro che di 

propria   volontà,   con   intenzione   pura   e   per   desiderio   dei 
beni eterni, rinunciano del tutto a possedere beni terreni. é 

necessario   che   viva   di   cose   celesti   chi   non   si   cura   delle 
terrene,   che   degusti   felice   nel   presente   esilio   le   dolci 

briciole   che   cadono   dalla   mensa   degli   angeli   santi   chi 
considera come stereo ogni cosa e rinuncia a tutti i beni del 

mondo, meritando così di gustare quanto è dolce e soave il 
Signore. Questa è la vera investitura del regno dei cieli, è 

sicurezza di eredità eterna nel regno e quasi un pregustare 
santamente la felicità futura.

4.   Perciò   il   beato   Francesco,   come   vero   imitatore   e 
discepolo del Salvatore, agli inizi della sua conversione si 

diede con grande amore alla ricerca della santa Povertà, 
desideroso   di   trovarla   e   del   tutto   deliberato   a   farla   sua, 

senza   temere   ne   avversità   ne   pericoli,   non   ricusando 
fatiche   ne   schivando   disagi   corporali,   nella   speranza   di 

poter finalmente giungere fino a colei, alla quale il Signore 
ha consegnato le chiavi del Regno dei cieli.

Nella stessa opera, quando la povertà, dopo un poverissimo convito chiede ai frati di mostrarle il 
chiostro (luogo di svago e meditazione), così i frati le rispondono: 

La condussero su di 

un   colle   e   le   mostrarono   tutt'intorno  la   terra  fin   dove 

giungeva lo sguardo, dicendo: "Questo, signora, è il nostro 
chiostro".

Come possiamo vedere l'aspetto mistico di unione con Cristo e con l'assoluto è il punto di arrivo di 
un cammino ascetico di purificazione. La povertà diventa allora inizio - motore - termine di questo 
cammino come testimoniano tre momenti della vita di Francesco:

L'inizio

Quel padre carnale cercava, poi, di indurre quel figlio della 
grazia, ormai spogliato del denaro, a presentarsi davanti al 

vescovo della città, per fargli rinunciare, nelle mani di lui, 
all'eredità paterna e restituire tutto ciò che aveva.. Il vero 

amatore   della   povertà   accettò   prontamente   questa 
proposta . Giunto alla presenza del vescovo, non sopporta 

indugi   o   esitazioni;   non   aspetta   ne   fa   parole;   ma, 

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immediatamente,   depone   tutti   i   vestiti   e   li   restituisce   al 

padre.   Si   scoprì   allora   che   l'uomo   di   Dio,   sotto   le   vesti 
delicate, portava sulle carni un cilicio. Poi, inebriato da un 

ammirabile fervore di spirito, depose anche le mutande e si 
denudò   totalmente   davanti   a   tutti   dicendo   al   padre:   " 

Finora ho chiamato tè, mio padre sulla terra; d'ora in poi 
posso   dire   con   tutta   sicurezza:   Padre   nostro,   che   sei   nei 

deli, perché in Lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato 
tutta la mia fiducia e la mia speranza ". Il vescovo, vedendo 

questo e ammirando l'uomo di Dio nel suo fervore senza 
limiti, subito si alzò, lo prese piangendo fra le sue braccia e, 

pietoso e buono com'era, lo ricoprì con il suo stesso pallio. 
Comandò,   poi,   ai   suoi   di   darestici   di   dare   qualcosa   al 

giovane   per   ricoprirsi.   Gli   offrirono,   appunto,   il   mantello 
povero   e   vile   di   un   contadino,   servo   del   vescovo.   Egli, 

ricevendolo   con   gratitudine,   di   propria   mano   gli   tracciò 
sopra il segno della croce, con un mattone che gli capitò 

sottomano e formò con esso una veste adatta a ricoprire un 
uomo crocifisso e seminudo.

Così, dunque, il servitore del Rè altissimo, fu lasciato nudo, 
perché seguisse il nudo Signore crocifisso, oggetto del suo 

amore; così fu munito di una croce, perché affidasse la sua 
anima al legno della salvezza, salvandosi con la croce dal 

naufragio del mondo.

 (Leggenda maggiore)

Il momento della scelta di un stile di vita

Ma un giorno in cui in questa chiesa si leggeva il brano del 

Vangelo   relativo   al   mandato   affidato   agli   Apostoli   di 
predicare,   il   Santo,   che   ne   aveva   intuito   solo   il   senso 

generale, dopo la Messa, pregò il sacerdote di spiegargli il 
passo.   Il   sacerdote   glielo   commentò   punto   per   punto,   e 

Francesco,   udendo   che   i   discepoli   di   Cristo   non   devono 
possedere   ne   oro,   ne   argento,   ne   denaro,   ne   portare 

bisaccia, ne pane, ne bastone per ria, ne avere calzari, ne 
due   tonache,   ma   soltanto   predicare   il   Regno   di   Dio   e   la 

penitenza,   subito,   esultante   di   Spirito   Santo,   esclamò: 
"Questo  voglio,  questo  chiedo,  questo  bramo  di  fare  con 

tutto il cuore!".S'affretta allora il padre santo, tutto pieno di 
gioia, a realizzare il salutare ammonimento; non sopporta 

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indugio alcuno a mettere in pratica fedelmente quanto ha 

sentito:   si   scioglie   dai   piedi   i   calzari,   abbandona   il   suo 
bastone, si accontenta di una sola tunica, sostituisce la sua 

cintura con una corda. Da quell'istante confeziona per sé 
una veste che riproduce l'immagine della croce, per tener 

lontane tutte le seduzioni del demonio; la fa ruvidissima, 
per   crocifiggere   la   carne   e   tutti   i   suoi   vizi   e   peccati,   e 

talmente   povera   e   grossolana   da   rendere   impossibile   al 
mondo   invidiargliela!  Con  altrettanta   cura  e devozione si 

impegnava   a   compiere   gli   altri   insegnamenti   uditi.   Egli 
infatti non era mai stato un ascoltatore sordo del Vangelo, 

ma,   affidando   ad   una   encomiabile   memoria   tutto   quello 
che ascoltava, cercava con ogni diligenza di eseguirlo alla 

lettera.

 (Vita prima di Tommaso da Celano)

Il termine

Piangevano,   i   compagni   del   Santo,   colpiti   e   feriti   da 

mirabile   compassione.   E   uno   di   loro,   che   l'uomo   di   Dio 
chiamava suo guardiano, conoscendo per divina ispirazione 

il   suo   desiderio,   si   levò   su   in   fretta,   prese   la   tonaca,   la 
corda   e   le   mutande   e   le   porse   al   poverello   di 

Cristo,dicendo: " Io tè le do in prestito, come a un povero, e 
tu prendile con il mandato della santa obbedienza ".     Ne 

gode il Santo e giubila per la letizia del cuore,perché vede 
che ha serbato fede a madonna Povertà fino alla fine; e, 

levando   le   mani   al   cielo,   magnifica   il   suo   Cristo,perché, 
alleggerito di tutto, libero se ne va a Lui. Tutto questo egli 

aveva compiuto per lo zelo della povertà, che lo spingeva a 
non avere neppure l'abito, se non a prestito da un altro. 

Volle, di certo, essere conforme in tutto a Cristo crocifisso, 
che, povero e dolente e nudo rimase appeso sulla croce. 

Per questo motivo, all'inizio della sua conversione, rimase 
nudo davanti al vescovo; per questo motivo, alla fine della 

vita, volle uscire nudo dal mondo e ai frati che gli stavano 
intorno ingiunse per obbedienza e carità

che, dopo  morto, lo lasciassero nudo là sulla terra per il 
tratto di tempo necessario a percorrere comodamente un 

miglio. Uomo veramente cristianissimo, che, con imitazione 
perfetta,   si   studiò   di   essere   conforme,   da   vivo,   al   Cristo 

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vivente;   in   morte,   al   Cristo   morente   e,   morto,   al   Cristo 

morto,e   meritò   l'onore   di   portare   nel   proprio   corpo 
l'immagine di Cristo visibilmente! 

(Leggenda maggiore).

E la prescrizione della "Regola bollata" (cioè approvata dal Papa nel 1223):

I   frati   non   si   approprino   di   nulla,   ne   casa,   ne   luogo,   ne 
alcuna altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo 

mondo, servendo al Signore in povertà ed umiltà, vadano 
per   l'elemosina   con   fiducia.   "Ne   devono   vergognarsi, 

perché il Signore si è fatto povero per noi in questo mondo. 
Questa è, fratelli miei carissimi, l'eccellenza dell'altissima 

povertà,  che  vi  costituisce eredi  e re del  regno   dei  cieli, 
facendovi poveri di cose e ricchi di virtù. " Questa sia la 

vostra porzione che vi conduce alla terra dei viventi. E a 
questa   povertà,   fratelli   carissimi,   totalmente   uniti,   non 

vogliate aver altro sotto il cielo, per sempre, nel nome del 
Signore nostro Gesù Cristo.

La via dell'Amore

Siamo così arrivati, visti i pre - requisiti che fino ad ora abbiamo analizzato, alla mistica, al rapporto 
con Dio, di Francesco e dei suoi seguaci. Quello dei Francescani con Dio è un rapporto particolare 
che attraverso l'interpretazione letterale e vissuta del Vangelo, la lotta contro l'amore di se, la gioia e 
la povertà nello Spirito giunge ad una particolare intimità, quasi ad una fusione con l'Assoluto.
Scrive   Pagliara   (p.   25-26   o.   c.)   che   "Francesco   scopri   intuitivamente   la   scorciatoia   della 
purificazione interiore, necessaria per l'accensione contemplativa: l'umiltà del cuore.
Aveva compreso che ogni discesa nei gradini della propria verità, la quale coincide con 
l'umiltà autentica, fa abbassare le braccia misericordiose della divina bontà, così come 
ogni innalzarsi sull'onda dell'orgoglio le fa allontanare. 
E tutto il suo essere si riempiva di compunzione fino a tremarne in ogni fibra.
 

"Un   giorno  

-   attesta   il   Celano   -

  pieno   di   ammirazione   per   la 

misericordia del Signore in tutti i benefici a lui elargiti [...] si 
ritirò,   come   spesso   faceva,   in   un   luogo   adatto   per   la 

preghiera.   Vi   rimase   a   lungo   invocando   con   timore   e 
tremore   il   Dominatore   di   tutta   la   terra,   ripensando   con 

amarezza gli anni passati malamente e ripetendo: "O Dio, 
sii   propizio   a   me   peccatore".   A   poco   a   poco   si   senti 

inondare   nell'intimo   del   cuore   da   ineffabile   letizia   e 
immensa   dolcezza.   Comincio   come   ad   uscire   da   sé: 

l'angoscia   e   le   tenebre,   che   gli   si   erano   addensate 
nell'animo per timore del peccato, scomparvero, ed ebbe la 

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certezza   di   essere   perdonato   di   tutte   le   sue   colpe   e   di 

vivere nello stato di grazia" 

(FF 363)".

Francesco preoccupato di non poter congiungersi al suo Amore perfetto, perché si vede pieno di 
difetti e di peccati, non rinuncia ma chiede, proprio a colui che vede perfetto il superamento di 
queste barriere e lo chiede con il fervore di un'innamorato.

Tutto   il   cuore   aveva   offerto   a   Dio   suo   Creatore,   e   dal 

profondo lo amava con tutta la sua anima e con tutte le sue 
viscere. Portava Dio nel cuore, lo lodava con la bocca, lo 

glorificava   con   le   azioni.   E   se   alcuno   nominava   Dio, 
commentava: "Cielo e terra dovrebbero inchinarsi a questo 

nome". 

(FF n° 1532) Così l'Anonimo perugino.

E  Tommaso  da  Celano  (FF  n° 784):  

Fra le altre parole, che ricorrevano 

spesso nel parlare, non poteva udire l'espressione " amore 
di   Dio   "   senza   provare   una   certa   commozione.   Subito 

infatti, al suono di questa espressione " amore di Dio " si 
eccitava, si commoveva e si infiammava, come se venisse 

toccata col plettro della voce la corda interiore del cuore.
é   una   prodigalità   da   nobili,   ripeteva,   offrire   questa 

ricchezza in cambio dell'elemosina e sono quanto mai stolti 
quelli che l'apprezzano meno del denaro. 

Da   parte   sua,   osservò   infallibilmente   sino   alla   morte   il 
proposito, che aveva fatto quando era ancora nel mondo, di 

non respingere alcun povero che gli chiedesse per amore di 
Dio.

Una volta un povero gli chiese la carità per amore di Dio. 
Siccome   non   aveva   nulla,   il   Santo   prese   di   nascosto   le 

forbici   e   si   preparò   a   spartire   la   sua   misera   tonaca.   E 
l'avrebbe certamente tatto se non fosse stato scoperto dai 

frati, ai quali però ordinò di provvedere con altro compenso 
al povero.

Diceva: " Dobbiamo amare molto l'amore di Colui che ci ha 
amati molto ".

Questo amore incontenibile scandisce le sue "Lodi di Dio Altissimo" dove "Ogni parola è una 
annotazione mistica, impregnata della plenitudine della bellezza divina" (G. Pagliara o. c. p. 
30). Le riporto integralmente:

LODI DI DIO ALTISSIMO

1 Tu sei santo, Signore Iddio unico, che fai cose stupende.
2 Tu sei forte. Tu sei grande. Tu sei l'Altissimo.

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3 Tu sei il Re onnipotente. Tu sei il Padre santo, Re del cielo 

e della terra.
4 Tu sei trino e uno, Signore Iddio degli dei. 

5 Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene, Signore Iddio 
vivo e vero,

6 Tu sei amore, carità. Tu sei sapienza. Tu sei umiltà.
7 Tu sei pazienza. Tu sei bellezza. Tu sei sicurezza. Tu sei la 

pace.
8 Tu sei gaudio e letizia. Tu sei la nostra speranza.

9 Tu sei giustizia. Tu sei temperanza. Tu sei ogni nostra 
ricchezza.

10 Tu sei bellezza. Tu sei mitezza.
11 Tu sei il protettore. Tu sei il custode e il difensore nostro. 

Tu sei fortezza. Tu sei rifugio.

12 Tu sei la nostra speranza. Tu sei la nostra fede. Tu sei la 

nostra carità. Tu sei tutta la nostra dolcezza.

13 Tu sei la nostra vita eterna, grande e ammirabile 

Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

Questa unione estatica che portava Francesco a sollevarsi da terra mentre pregava, che da questo 
scritto possiamo solo intuire, più che descriverla con parole mie, preferisco "raccontarla" con due 
brani scritti da sante francescane e riportati anch'essi dal libro di Pagliara.
Il primo è di Angela da Foligno (1248-1309):

"Dio   le   dice:   "Guardami".   E   l'anima   si   accorge   che   è 

penetrato in lei, e lo vede 
in modo più chiaro di quanto un uomo non riesca a vedere 

un altro uomo, poiché 
gli occhi dell'anima vedono una pienezza spirituale che io 

non riesco a 
descrivere, una pienezza spirituale, non corporea, di cui è 

impossibile dir 
qualcosa. E in questo vedere l'anima è felice, ed è segno 

sicuro e manifesto che 
Dio   è   in   lei".   L'inabitazione   divina   le   porta   due   doni:   "II 

primo è un'unzione 
particolare che subito fa nuova l'anima e rende docili tutte 

le membra del corpo 
e concordi con l'anima: essa non potrebbe essere sfiorata o 

ferita da alcuna 

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cosa   che   possa   turbarla   ne   poco   ne   molto;   e   sente   e 

comprende che Dio le parla. 
[...] Questa è un'esperienza ineffabile". Il secondo dono è 

"l'abbraccio che Dio 
fa all'anima. Mai sulla terra una madre ha abbracciato un 

figlio, ne altra 
creatura   umana   è   stata   capace   di   abbracciare   con   un 

amore che si avvicini 
all'immenso   amore   con   cui   Dio   abbraccia   l'anima.   La 

stringe a sé con dolcezza e 
con calore tali che penso non si possa intendere, se non lo 

si prova". 

Il secondo è di Veronica Giuliani (1660-1727) che il 24 giugno 1720 scrive: 

"Questa mattina, [...] subito venuto in me  

(ricevuta   la  Comunione) 

Dio Sacramentato, ha fatto un accordo con quest'anima...: 
l'anima   stava   nel   mare   immenso   ed   infinito   di   Dio. 

Comunicandole Iddio i suoi divini attributi, mi pareva che 
nel tempo di questa comunicazione...l'attributo della divina 

misericordia la stringesse a sé in sé, cosi il divino amore 
uniformandosi alla misericordia, si comunicava all'anima, e 

faceva che ella fosse una cosa medesima con Dio. 
Qui vi furono quei legami indissolubili fra Dio e l'anima; e la 

carità immensa di Dio, in un istante, si è stesa più avanti, e 
di tutti i divini attributi fece un dono all'anima. 

Iddio poi aveva tirato l'anima a Sé in Sé, le faceva capire 
tutto per via di unione, di amore e di carità, e tutto faceva 

a pro di lei; sicché da tutte queste cose era obbligata  a 
spogliarsi di tutto quello che non è secondo il volere di Dio, 

ed   in   quel   punto,   si   astringeva   non   solo   a   tutto   il   più 
perfetto, ma si accordava col modo di Dio, e nel modo col 

quale Iddio voleva l'accordo assoluto, capiva tutto. 
E nell'atto in cui capiva tutto, Iddio, con la sua operazione e 

con la cooperazione di lei, operava in lei cose grandi, e per 
far tutto, e per arricchirla, le donava tutto Se medesimo.

Infatti, vi è stato un accordo fra essa e Dio, che non ho 
modo da poter dichiarare; ed ho appreso che, avendo dato 

un si, l'anima  è  restata  come  divinizzata in  Dio, con  Dio 
[...].

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Qui,   in   un   tratto,   vi   è   stata   la   trasformazione   di   Dio 

coll'anima, e dell'anima con Dio; e fatto questo, l'anima è 
restata, con legami, tutta uniforme a Dio, cioè divinizzata e 

deificata, per aver fatto una rinunzia di tutto, solo in Dio, 
per Dio e con Dio".

L'Amore si è fatto carne

E giunge il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza! 

Per l'occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; 
uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, 

portando ciascuno secondo le sue possibilità ceri e fiaccole 
per illuminare quella notte, nella quale s'accese splendida 

nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva 
alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il 

suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la 
greppia,   vi   si   pone   il   fieno   e   si   introducono   il   bue   e 

l'asinello.   In   quella   scena   commovente   risplende   la 
semplicità evangelica, si loda la povertà, si   raccomanda 

l'umiltà. 
Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. 

Questa   notte   è   chiara   come   pieno   giorno   e   dolce   agli 
uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un 

gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La 
selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori 

festosi.   I   frati   cantano   scelte   lodi   al   Signore,   e   la   notte 
sembra tutta un sussulto di gioia.

II Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante 
di   compunzione   e   di   gaudio   ineffabile.   Poi   il   sacerdote 

celebra solennemente l'Eucaristia sul presepio e lui stesso 
assapora una consolazione mai gustata prima.

Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era 
diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella 

voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri 
di cielo. 

Poi parla al popolo  e  con parole dolcissime rievoca il 
neonato Re povero e la piccola città di Betlemme

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Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di 

amore   celeste   lo   chiamava   "il   Bambino   di   Betlemme",   e 
quel   nome   "Betlemme"   lo   pronunciava   riempiendosi   la 

bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un 
suono come belato di pecora.  E  ogni  volta che diceva 

"Bambino di Betlemme" o "Gesù", passava la lingua 
sulle   labbra,   quasi   a   gustare   e   trattenere   tutta   la 

dolcezza di quelle parole.
Vi si manifestano con abbondanza i doni dell'Onnipotente, 

e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. 
Gli   sembra   che   il   Bambinello   giaccia   privo   di   vita 

nella   mangiatoia,   e   Francesco   gli   si   avvicina   e   lo 
desta   da   quella   specie   di   sonno   profondo
.   Né   la 

visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti 
del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori 

di   molti,   che   l'avevano   dimenticato,   e   il   ricordo   di   lui 
rimaneva impresso profondamente nella loro memoria.

Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua 
pieno di ineffabile gioia. 

(F. F. n. 469/470)

Così Tommaso da Celano racconta la celebrazione del Natale, voluta da Francesco a Greccio (Rieti) 
il 25 dicembre 1223. Questo racconto mi sembra atto ad esprimere il senso che aveva per il santo il 
Natale perché 

Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con 

ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava 

festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, 
aveva succhiato ad un seno umano

(F. F. n. 787). 

È, se ciò che abbiamo detto sin ora non è già servito ad illustrarlo, l'ennesimo esempio rivelatore del 
segreto di Francesco. 

Gesù 

è per lui non il nome di un Messia da seguire, non il rivelatore di misteri ed arcani 

nascosti,   non   il   messaggero   di   una   divinità   lontana   ma  

Dio  

che,  

fatto   piccolo 

infante, aveva succhiato ad un seno umano.

 

Francesco ci regala questa estrema concretezza, fatta quasi di pannolini e di lacrime ma anche di 
frustrazioni e di piaghe di lebbra, che diventa la via regale per incontrare Dio. 
Francesco contempla l'amore di dio ed è come se il suo sguardo seguisse (in senso letterale e 
concreto) questo amore sin nel rapporto che lega la madre che allatta al suo bimbo. In quel latte 
Dio è presente e così Francesco

Finisco questo capitolo riportando un bellissimo brano dei Fioretti (cap. XXV, F. F. n. 1857) nel 
quale Francesco (dopo aver pregato e quindi stabilito il contatto con l'Amore di Dio) dimostra 
questa sensibilità "materna" lavando con erbe aromatiche le piaghe di un lebbroso reso acido e 
cattivo dal dolore e dalla puzza generata dalla propria infezione:

Addivenne   una   volta,   in   uno   luogo   presso   a   quello   dove 

dimorava allora santo Francesco, li frati servivano in uno 

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ispedale a' lebbrosi infermi; nel quale era uno lebbroso sì 

impaziente   e   sì   insopportabile   e   protervo,   ch'ogni   uno 
credeva di certo, e così era, che fusse invasato del dimonio, 

imperò   ch'egli   isvillaneggiava   di   parole   e   di   battiture   sì 
sconciamente chiunque lo serviva, e, ch'è peggio, ch'egli 

vituperosamente   bestemmiava   Cristo   benedetto   e   la   sua 
santissima madre Vergine Maria, che per nessuno modo si 

trovava chi lo potesse o volesse servire. E avvegna che le 
ingiurie   e   villanie   proprie   i   frati   studiassono   di   portare 

pazientemente   per   accrescere   il   merito   della   pazienza; 
nientedimeno   quelle   di   Cristo   e   della   sua   Madre   non 

potendo sostenere le coscienze loro, al tutto diterminarono 
d'abbandonare   il   detto   lebbroso:   ma   non   lo   vollono   fare 

insino   a   tanto   ch'eglino   il   significarono   ordinatamente   a 
santo Francesco, il quale dimorava allora in uno luogo quivi 

presso.
E   significato   che   gliel'ebbono,   e   santo   Francesco   se   ne 

viene a questo lebbroso perverso; e giugnendo a lui, sì lo 
saluta dicendo: « Iddio ti dia pace, fratello mio carissimo ».

Risponde il lebbroso: «Che pace posso io avere da Dio, che 
m'ha tolto pace e ogni bene, e hammi fatto tutto fracido e 

putente?».   E   santo   Francesco   disse:   «Figliuolo,   abbi 
pazienza, imperò che le infermità de'corpi ci sono date da 

Dio   in   questo   mondo   per   salute   dell'anima,   però   ch'elle 
sono   di   grande   merito,   quand'elle   sono   portate 

pazientemente»,   Risponde   lo   infermo:   «E   come   poss'io 
portare paziememente la pena continua che m'affligge il dì 

e la notte?
E   non   solamente   io   sono   afflitto   dalla   infermità   mia,   ma 

peggio   mi   fanno   i   frati   che   tu   mi   desti   perché   mi 
servissono, e non mi servono come debbono ». Allora santo 

Francesco, conoscendo per rivelazione che questo lebbroso 
era posseduto da maligno spirito, andò e posesi in orazione 

e pregò Iddio divotamente per lui.
E fatta 1' orazione, ritorna a lui e dice così: «Figliuolo, io ti 

voglio servire io, da poi che tu non ti contenti degli altri». 
«Piacemi, dice lo infermo; ma che mi potrai tu fare più che 

gli altri?». Risponde santo Francesco: «Ciò che tu vorrai, io 

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farò».   Dice   il   lebbroso:   «Io   voglio   che   tu   mi   lavi   tutto 

quanto,   imperò  ch'io   puto   sì   fortemente,   ch'io 
medesimo   non   mi   posso   patire».   Allora   santo 

Francesco   di   subito   fece   iscaldare   dell'acqua   con 
molte erbe odorifere
, poi sì spoglia costui e comincia a 

lavarlo colle sue mani, e un altro frate metteva su 1' acqua. 
E per divino miracolo, dove santo Francesco toccava con le 

sue sante mani, si partiva la lebbra e rimaneva la carne 
perfettamente   sanata.   E   come   s'incominciò   la   carne   a 

sanicare,   così   s'incominciò   a   sanicare   l'anima;   onde 
veggendosi  il lebbroso cominciare a guarire, cominciò ad 

avere grande compunzione e pentimento de' suoi peccati, 
e   cominciò   a   piagnere   amarissimamente;   sicché   mentre 

che   'l   corpo   si   mondava   di   fuori   della   lebbra   per   lo 
lavamento   dell'   acqua,   l'anima   si   mondava   dentro   del 

peccato   per   contrizione   e   per   le   lagrime.   Ed   essendo 
compiutamente sanato quanto al corpo e quanto all'anima, 

umilmente si rendette in colpa e dicea piagnendo ad alta 
voce: «Guai e me, eh' io sono degno dello inferno per le 

villanie e ingiurie eh' io ho fatte e dette a' frati, e per la 
impazienza   e   bestemmie   ch'io   ho   avute   contro   a   Dio». 

Onde   per   quindici   dì   perseverò   in   amaro   pianto   de'   suoi 
peccati e in chiedere misericordia a Dio, confessandosi al 

prete   interamente.   E   santo   Francesco   veggendo   così 
espresso miracolo, il quale Iddio avea adoperato per le sue 

mani, ringraziò Iddio e partissi indi, andando in paesi assai 
di lunge; imperò che per umiltà volea fuggire ogni gloria e 

in tutte le sue operazioni, solo cercava l'onore e la gloria di 
Dio e non la propria.

Poi, com'a Dio piacque, il detto lebbroso sanato del corpo e 
dell'anima,   dopo   quindici   dì   della   sua   penitenza,   infermo 

d'altra infermità; e armato delli Sacramenti ecclesiastici sì 
si morì santamente. E la sua anima, andando in paradiso, 

apparve in aria a santo Francesco che si stava in una selva 
in orazione, e dissegli: « Riconoscimi tu? ». « Qual se' tu? » 

disse santo Francesco. « Io sono il lebbroso il quale Cristo 
benedetto sanò per li tuoi meriti, e oggi me ne vo a vita 

eterna; di che io rendo grazie a Dio e a te.Benedetta sia 

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l'anima e 'l corpo tuo, e benedette le tue sante parole e 

operazioni; imperò che per tè molte anime si salveranno 
nel mondo. E sappi che non è dì nel mondo, nel quale li 

santi Agnoli e gli altri santi non ringraziilo Iddio de' santi 
frutti che tu e l'Ordine tuo fate in diverse parti del mondo; e 

però   confortati   e   ringrazia   Iddio,   e   sta'   con   la   sua 
benedizione ». E dette queste parole, se n'andò in cielo; e 

santo Francesco rimase molto consolato.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

Laudato sie, mi Signore, cum tucte le tue creature.

Conseguenza del suo seguire lo sguardo, creatore e vivificatore, di Dio era poi, per Francesco, il 
non fermarsi all'uomo ma abbracciare in modo materno tutto il creato anche nella convinzione 
(espressa nella V ammonizione F. F. 153 - 154) che tutte le creature lodano il Signore meglio di noi 

Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto 
Dio che ti creò e ti fece a immagine del suo diletto Figlio 

secondo il corpo, e a sua similitudine secondo lo spirito. E 
tutte le creature, che sono sotto il cielo, ciascuna secondo 

la sua natura, servono e conoscono e obbediscono al loro 
creatore meglio di te 

e tale affermazione non è fatta da Francesco intellettualmente o 

filosoficamente ma, piuttosto, deriva da un'unione con tutte cose simile a quella raggiunta, o cercata 
di raggiungere, dai bodhisattwa orientali come testimonia questi brani di Tommaso da Celano (F. F. 
460 - 461 e 751 - 752)

Sarebbe   troppo   lungo,   o   addirittura   impossibile   narrare 
tutto   quello   che   il   glorioso   padre   Francesco   compì   e 

insegnò   mentre   era   in   vita.   Come   descrivere   il   suo 
ineffabile   amore   per   le   creature   di   Dio   e   con   quanta 

dolcezza contemplava in esse la sapienza, la potenza e la 
bontà   del   Creatore?-   Proprio   per   questo   motivo,   quando 

mirava il sole, la luna, le stelle del firmamento, il suo animo 
si inondava di gaudio. O pietà semplice e semplicità pia! 

Perfino  per   i   vermi   sentiva   grandissimo   affetto, 
perché   la   Scrittura   ha   detto   del   Signore:   Io   sono 

verme e non uomo; perciò si preoccupava di toglierli 
dalla   strada,   perché   non   fossero   schiacciati   dai 

passanti. E che dire delle altre creature inferiori, quando 
sappiamo che, durante l'inverno, si preoccupava addirittura 

di   far   preparare   per   le   api   miele   e   vino   perché   non 

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morissero   di   freddo?   Magnificava   con   splendida   lode   la 

laboriosità e la finezza d'istinto che Dio aveva loro elargito, 
gli accadeva di trascorrere un giorno intero a lodarle, quelle 

e   tutte   le   altre   creature.   Come   un   tempo   i   tre   fanciulli 
gettati nella fornace ardente invitavano tutti gli elementi a 

glorificare   e   benedire   il   Creatore   del   l'universo,   così 
quest'uomo, ripieno dello spirito di Dio, non si stancava mai 

di glorificare, lodare e benedire, in tutti gli elementi e in 
tutte le creature, il Creatore e governatore di tutte le cose. 

E   quale  estasi   gli  procurava   la   bellezza  dei   fiori,   quando 
ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza! 

Subito   ricordava   la   bellezza   di   quell'altro   Fiore   il   quale, 
spuntando luminoso nel cuore dell'inverno dalla radice di 

lesse, col suo profumo ritornò alla vita migliaia e migliaia di 
morti.  Se   vedeva   distese   di   fiori,   si   fermava   a 

predicare loro e li invitava a lodare e amare Iddio
come esseri dotati di ragione; allo stesso modo le messi e 

le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque 
correnti e i giardini verdeggianti, la terra e il fuoco, l'aria e 

il vento con semplicità e purità di cuore invitava ad amare 
e   a   lodare   il   Signore.   E   finalmente  chiamava   tutte   le 

creature col nome di fratello e sorella, intuendone i 
segreti   in   modo   mirabile   e   noto   a   nessun   altro, 

perché   aveva   conquistato   la   libertà   della   gloria 
riservata  ai figli di Dio
. Ed ora in cielo ti loda con  gli 

angeli, o Signore, colui che sulla terra ti predicava degno di 
infinito amore a tutte le creature.

Tutte   le   creature   da   parte   loro   si   sforzano   di 
contraccambiare l'amore del Santo e di ripagarlo con 

la loro gratitudine.  Sorridono  quando  le  accarezza, 
danno   segni   di   consenso   quando   le   interroga, 

obbediscono quando comanda. Sia sufficiente qualche 
esempio.   Al  tempo   della  sua   malattia   d'occhi,   trovandosi 

costretto a permettere che lo si curasse, viene chiamato un 
chirurgo,   che   giunge   portando   con   sé   il   ferro   per 

cauterizzare. Ordina che sia messo nel fuoco, sino a che sia 
tutto   arroventato.   Il   Padre,   per   confortare   il   corpo   già 

scosso dal terrore, così parla al fuoco: «Frate mio fuoco, 

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di   bellezza   invidiabile   fra   tutte   le   creature, 

l'Altissimo   ti   ha   creato   vigoroso,   bello   e   utile.   Sii 
propizio   a   me   in   quest'ora,   sii   cortese   perché   da 

gran tempo ti ho amato nel Signore. Prego il Signore 
grande che li ha creato di temperare ora il tuo calore 

in   modo   che   io   possa   sopportare,   se   mi   bruci   con 
dolcezza
  ».Terminata   la   preghiera,   traccia   un   segno   di 

croce sul fuoco e poi aspetta intrepido. Il medico prende in 
mano   il   ferro   incandescente   e   torrido,   mentre   i   frati 

fuggono vinti dalla compassione. Il Santo invece si offre 
pronto   e   sorridente   al   ferro
.   Il   cantere   affonda 

crepitando   nella   carne   viva,   e   la   bruciatura   si   estende   a 
poco a poco dall'orecchio al sopracciglio. Quanto dolore gli 

abbia procurato il fuoco, ce lo testimoniano le parole del 
Santo,   che   lo   sapeva   meglio   di   tutti.   Infatti,   quando 

ritornarono   i   frati   che   erano   fuggiti,   il   Padre   disse 
sorridendo:   «Pusillanimi   e   di   poco   coraggio,   perché   siete 

fuggiti? In verità vi dico, non ho provato ne l'ardore del 
fuoco   ne   alcun   dolore   della   carne
».  E   rivolto   al 

medico: «Se la carne non è bene cauterizzata, brucia 
di nuovo
», gli disse. Il medico, che conosceva ben diverse 

reazioni in casi simili, magnificò il fatto come un miracolo di 
Dio: «Vi dico, frati, che oggi ho visto cose mirabili». A mio 

giudizio, il Santo era ritornato alla innocenza primitiva, e 
quando lo voleva, diventavano con lui miti anche gli 

elementi crudeli.

Tutte le creature le riportava poi a Dio in un circolo d'amore: 

Per trarre da ogni cosa 

incitamento   ad   amare   Dio,   esultava   per   tutte   quante   le 
opere   delle   mani   del   Signore   e,   da   quello   spettacolo   di 

gioia,   risaliva   alla   Causa   e   Ragione   che   tutto   fa   vivere. 
Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo e, seguendo le 

orme   impresse   nelle   creature,   inseguiva   dovunque   il 
Diletto. Di tutte le cose si faceva una scala per salire ad 

afferrare  Colui  che  è tutto   desiderabile.  Con  il  fervore  di 
una devozione inaudita, in ciascuna delle creature, come in 

un   ruscello,   delibava   quella   Bontà   fontale,   e   le   esortava 
dolcemente,   al  modo   di  Davide   profeta,   alla  lode   di  Dio, 

perché   avvertiva   come   un   concento   celeste   nella 

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consonanza   delle   varie   doti   e   attitudini   che   Dio   ha   loro 

conferito.

 (Leggenda maggiore IX F. F. 1162)

Alla luce di questi brani bisogna rileggere allora il "Cantico delle creature" con il quale voglio 
terminare la parte dedicata a S. Francesco 

IL CANTICO DELLE CREATURE

1 Altissimo, onnipotente, bon Signore
   tue so le laude, la gloria e l'onore e onne benedizione.

2 A tè solo, Altissimo, se confano
    e nullo orno è digno tè mentovare.

3 Laudato sie, mi Signore, cun tutte le tue creature,
   spezialmente messer lo frate Sole,

   lo quale è iorno, e allumini noi per lui.
4 Ed ello è bello e radiante cun grande splendore:

    de te, Altissimo, porta significazione.
5 Laudato si, mi Signore, per sora Luna e le Stelle:

    in cielo l'hai formate clarite e preziose e belle.
6 Laudato si, mi Signore, per frate Vento,

    e per Aere e Nubile e Sereno e onne tempo,
    per lo quale a le tue creature dai sustentamento.

7 Laudato si, mi Signore, per sora Aqua,
    la quale è molto utile e umile e preziosa e casta.

8 Laudato si, mi Signore, per frate Foco,
   per lo quale enn'allumini la nocte:

   ed ello è bello e iocondo e robustoso e forte.
9 Laudato si, mi Signore, per sora nostra madre Terra,

   la quale ne sostenta e governa,
   e produce diversi fructi con coloriti fiori ed erba.

10 Laudato si, mi Signore, per quelli che perdonano
     per lo tuo amore

    e sostengo' infirmitate e tribulazione.
11 Beati quelli che '1 sosterrano in pace,

     ca da tè, Altissimo, strano incoronati.
 12 Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale,

     da la quale nullo omo vivente po' scampare.
 13 Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali!

14 Beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati,
     ca la morte seconda no li farrà male.

 15 Laudate e benedicite mi Signore,

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     e rengraziate e serviteli cum grande umiliate.

Scusatemi se mi sono dilungato troppo, verso metà settembre riprenderò con le "Scuole". Resterò 
ancora a Roma fino alla fine della settimana ma, intanto, auguro un agosto proficuo per il cammino 
spirituale di ciascuno di noi

                                                    Ruah